— Un momento, si affrettò a dire Ducastel; innanzi tutto fa d’uopo

ch’io vi avverta che da molto tempo io non mi chiamo più Federico

Lennois, ma Ferdinando Ducastel. Ho le mie ragioni per un tal

cangiamento: e mi auguro che voi vorrete darmi una pruova della vostra

amistà, serbando nel più profondo segreto il mio antico nome. Me lo

promettete?

— Ve lo prometto.

— Sul vostro onore?

— Sul mio onore.

— Ma ciò non basta; fa d’uopo che vostra moglie ed i vostri cognati non

imparino a chiamarmi che col nome di Ferdinando Ducastel, siccome oggi

sono conosciuto a Parigi.

— Sarà fatto, se ciò vi fa piacere. Il nostro comune amico Maurizio

Barkley mi aveva già parlato del mutamento del vostro nome; e quando

io venni a visitarvi a Pisa già sapea di tal cangiamento; ma volli

chiamarvi col nome del fratel mio. Oggi solennemente vi prometto che

nessuno al mondo saprà che un giorno vi chiamavate Federico Lennois.

— Ed io ve ne ringrazio, Eduardo: a suo tempo vi dirò i motivi che

m’indussero a questa trasformazione, che dee naturalmente sorprendervi.

— Quali che sieno i motivi che a ciò v’indussero, io li rispetto, e

sono contento quest’oggi di stringer la mano di Ferdinando Ducastel,

siccome l’anno scorso fui contento di stringer quella di Federico

Lennois.

Questo breve dialogo era avvenuto a voce così bassa tra i due giovani

che le donne ed i fanciulli non ne potettero udir niente. Soltanto

Lucia e Marietta non lasciavano di ragguardare il giovine artista con

una sostenuta attenzione, trovando qualche cosa d’inesplicabile nelle

sue maniere e nel suo aspetto.

— Ora presentatemi a vostra moglie col mio secondo nome.

— Ma ella vi riconosce come Federico Lennois.

— Mi riconosce! E quando e dove mi ha veduto, o inteso nominarmi

Lennois?

— Io le ho parlato tante volte di voi, ed ella sa che voi siete la

persona che io aspettava, e che questa persona si chiama Lennois,

perciocchè giammai non le ho fatto parola del cangiamento del vostro

nome.

— Ebbene, non importa: presentatemi a lei come Ducastel.

Eduardo prese per mano il francese e, avvicinandolo a Lucia, le disse:

— Lucia, vi presento il signor... Ferdinando Ducastel.

Lucia fu estremamente sorpresa di questo nome.

— Ferdinando Ducastel!! ella esclamò. Questo signore non è dunque

l’artista Federico Lennois.

— Sì Mistress Horms, rispose Federico, (però che ora sappiamo che

Ferdinando Ducastel non è altri che lo stesso Lennois) io sono

l’artista; ma il mio nome non è più Federico Lennois, sibbene

Ferdinando Ducastel. Alcune ragioni particolari m’inducono al presente

a seppellire nel mistero il nome di Lennois; ed io rivolgo a voi,

Mistress Horms, ed a’ vostri fratelli la stessa preghiera che ho

diretta a vostro marito, di non pronunziar giammai il nome di Federico

Lennois.

— Esso non sarà mai pronunziato da noi, signore, se questo è il vostro

piacere.

— Grazie, Mistress Horms, grazie, rispose Federico baciando la mano di

Lucia: questo tratto della vostra amicizia sarà per me un sacro titolo

di eterna gratitudine.

A quel bacio sulla mano Lucia sentì scorrersi per le vene un gelo

mortale.

Federico aveva fissato i suoi occhi sul volto della giovine moglie di

sir Eduardo, e sembrò abbandonarsi ai suoi pensieri.

— Voi ignoravate il mio matrimonio? dimandò Eduardo.

— Interamente. E Mistress Horms è inglese?

— No, ella è napolitana.

— Napolitana! Oh davvero! napolitana! Ella è nata in Napoli! Forse in

questa città d’Italia l’avete sposata, non è vero Eduardo?

— Verissimo.

— Da quanto tempo?

— Non son che due settimane.

— Ah! voi dunque siete nella vostra luna di miele! siete nel tempio

della felicità!

Ci era nell’accento con cui queste parole furono pronunziate, qualche

cosa di sinistro e di lugubre: l’invidia, che spesso alligna ne’

francesi, trapelava quasi visibilmente nel Lennois.

— Sì, rispose Eduardo assorto nel pensiero della propria felicità, io

sono veramente contento e felice della mia scelta. Lucia è un angelo di

bontà, e queste care creature che mi circondano sono la mia gioia, la

mia consolazione...

Dopo alcuni momenti di silenzio, Eduardo riprese:

— Siete stato in Napoli, fratello?

— Certamente; ci fui nell’anno 1825... Città incantevole, paradiso

del mondo! Sotto quel cielo posi per poco in obblio le mie sventure.

Ivi soltanto io sono stato meno infelice. Quando la sera io traeva

a passeggiare su la riviera di Mergellina, e fissava i miei sguardi

su quell’anfiteatro di colline su cui la luna gittava le sue onde di

candidissima luce: quando nel silenzio della sera, venivano a colpir

le mie orecchie i canti dei marinai che sposavano le loro malinconiche

melodie al mormorio della spiaggia, la quale sembrava raccogliere

nel suo grembo acque di argento: quanto, in sull’alba, schiudendo il

balconcino della mia terrazza a Mergellina, una luce purissima, un’aura

ricca di odori inebbrianti mi circondavano allargando i miei polmoni

e tutta l’anima mia; oh... in quei momenti io era felice, nè saprei

dirvi quel che sentiva il cuore!... Ma, quando la società mi attorniava

coi suoi rumori, quando cessavano le voci della natura, e cominciavano

quelle degli uomini; la tristezza e l’esasperazione si impadronivano

di me, ed io malediceva i nomi di coloro che, in sull’aurora della mia

esistenza, avvelenarono l’anima mia.

A quelle rimembranze della sua patria, gli occhi di Lucia si erano

bagnati di lacrime: le parole di Federico avevano fatto su lei

un’effetto singolare. Ella non guardava più con sospetto il giovine

artista... e questo era ciò che bramava Federico Lennois, il quale

con uno sguardo aveva indovinato la tempera di animo della moglie di

Eduardo, e di botto avea trovato le armi onde investirla. Scuotere

l’ardente fantasia di lei, muoverne la sensibilità; eran questi i

mezzi onde guadagnar la stima della napolitana, e Federico adottò un

linguaggio di poesia per commuoverla. Egli avea bisogno di cacciar

dall’animo di lei il sospetto che naturalmente avea dovuto nascervi dal

cangiamento di nome onde egli le si era per la prima volta presentato.

— È ormai tempo di parlar di affari, disse Eduardo porgendo una sedia a

Federico, e sedendosi di fronte a lui.

— Parliam di affari, rispose Federico, senza staccar gli occhi dal

volto di Lucia.

— Noi ci siamo trovati esattissimi al nostro convegno, mio caro...

Ducastel, n’è vero?

— Ducastel, ripetè Federico, guardando questa volta fissamente negli

occhi a Eduardo.

— Oggi siamo al 28 Giugno, continuò questi, e noi ci avevamo

scambievolmente promesso di vederci in questa città non più tardi della

fine di questo mese.

— E ci siamo: io sono a Parigi da oltre 15 giorni: vi aspettava con

impazienza; ma non ho neppure per un istante dubitato della vostra

lealtà. La parola di un Inglese è proverbiale per l’esattezza; e quella

del banchiere Horms è nota per la sua rigorosa puntualità.

— Il quadro? dimandò Eduardo con ansietà.

— È pronto rispose Federico; alla fine dell’entrante mese è vostro.

Gli occhi dello scozzese scintillarono di gioia.

— Vorreste permettere a Mistress Horms e sua sorella di ammirare il

vostro capolavoro innanzi che il presentiate all’Esposizione?

— Ben volentieri... Ma il tempo stringe, però che pel primo di luglio

prossimo debbo consegnare il quadro alla commissione incaricata di

ricevere le opere di arte... Vi aspetto dunque domani all’albergo

_Mirabeau_, alle undici del mattino.

— Opera maravigliosa! Stupendo lavoro!! esclamava Eduardo, rapito al

ricordo delle bellezze del dipinto.

— Mio marito non si sazia di levare al cielo il vostro lavoro, signor

Ducastel: comprenderete però e scuserete la nostra natural bramosia di

ammirarlo, prima che gli occhi di tutta Parigi si fissino sovr’esso.

— Ascrivo a sommo onore cotesta vostra brama di vedere il mio debil

lavoro, Mistress Horms.

Eduardo erasi intanto recato ad uno scrigno, e ne avea tratte alcune

cambiali.

— Eccovi una parte del prezzo del vostro quadro: sono dieci banconote

su la casa Dufresne di Parigi del valore di cinquemila franchi ognuna.

Federico tolse nelle sue mani le cambiali, le scorse con avidi occhi, e

disse:

— Sono in perfetta regola.

Eduardo gli presentò l’occorrente da scrivere.

— È ben giusto.

Federico si sedè e scrisse:

«Ho ricevuto da sir Eduardo Horms, di Glascovia, la somma di

cinquantamila franchi, metà del prezzo convenuto del mio quadro

rappresentante _La Preghiera_ a lui venduto, quello stesso che

verrà tra giorni da me esibito alla Grande Esposizione di questa

città. Io mi obbligo di consegnargli il detto quadro non sì tosto

cessata la pubblica mostra di Belle Arti. —

Parigi 28 giugno 1829.

_Ferdinando Ducastel_.»

Eduardo gittò gli occhi sulla scritta di Federico, e stette qualche

tempo a considerarvi sopra. Federico si affrettò a dire:

— Non abbiate alcun dubbio per la diversità del nome. Il mio quadro

porterà all’Esposizione il nome di Ferdinando Ducastel... Federico

Lennois più non è.... L’AUTORE DEL QUADRO LA PREGHIERA NON È FEDERICO

LENNOIS.

Eduardo intascò la ricevuta di Federico, e sembrò al tutto sicuro

della lealtà di suo fratello e della validità dell’obbligazione da lui

fattagli.

La conversazione si raggirò sovra altri soggetti, ai quali presero

parte eziandio Lucia e Marietta.

— Ho letto testè nel _Dèbats_, disse Eduardo, che S. M. il Re Carlo X è

venuto da S. Cloud in questa capitale per vedere nel palazzo del Louvre

il dipinto del suo primo pittore, il Barone Gèrard, nel quale questo

artista ha rappresentata l’epoca memoranda della incoronazione del Re

nella Cattedrale di Reims. Avete veduto questo quadro?

— Sì, rispose freddamente Federico, è un bel lavoro.

— Oh! son così rare in Francia le belle dipinture! esclamò Eduardo. Io

sono sicuro che quando Parigi contemplerà l’opera vostra, andrà superba

del vostro nome; ma sono anche sicuro che voi non avreste fatta quella

magnifica creazione, se non vi foste ispirato al cielo d’Italia: non è

vero, Ducastel?

— Verissimo: quel quadro è un lavoro italiano, disse cupamente il

Francese.

— Oh come sono felice di esserne il possessore! esclamò Eduardo: conto

tra i più be’ giorni della mia vita quello in cui venni a visitarvi a

Pisa.

— Ed io tra i più fortunati.

Federico si alzò per accommiatarsi da quella famiglia.

— A domani adunque, Mistress Horms; vi aspetto alle undici allo Albergo

_Mirabeau_, strada della _Pace_.

— Non mancherò di procacciarmi il piacere di ammirare il parto del

vostro sublime pennello, sig. Ducastel.

Lucia porse la sua destra all’artista, il quale strinsela nella sua.

— A rivederci, Mistress Horms; addio felice Eduardo.

— Addio, fratello: per l’ultima volta permetti che io ti abbracci come

Federico Lennois.

L’artista portò l’indice della destra alle labbra, significando

che quel nome avesse a tacersi per sempre; indi s’inchinò alle due

donne, e partì, gittando su Lucia uno sguardo onde costei fu scossa e

rabbrividì.

— Com’è pallido! disse Marietta... Ho capito ben poco di quanto avete

detto fra voi. Maledetta lingua francese che non vuole entrarmi in

testa!

Avvicinatasi poscia alla sorella, e mettendole un braccio sul collo, le

disse:

— Ci è del Daniele in quell’uomo; or me ne sono accorta, e son sicura

di non ingannarmi. Sarà un grande artista, ma non sarebbe un buon

marito, n’è vero, illustre sorella?

Lucia era rimasta pensosa, e non rispose che sorridendo sbadatamente

alla fanciulla.

Eduardo che avea accompagnato il Lennois fino all’uscio del salotto,

ritornò stropiccicandosi le mani, come chi è contentissimo del fatto

suo; e venne a sedersi tra i tre suoi cognati per prender parte a’ loro

innocenti sollazzi.

VII.

LE DUE NAPOLETANE

Il dì vegnente, Federico Lennois stava solo nella sua camera

dell’Albergo Mirabeau. Erano le dieci del mattino; ed egli si era

alzato da oltre un’ora, e si era messo a fumare una pipa d’ambra,

seduto vicino ad una finestra aperta donde si godeva la vista della

bella strada della Pace, e in distanza, la strada trasversale di

Sant’Agostino, la piazza Vendome, la strada di Tivoli, e parte de’

cancelli del Giardino delle Tuillerie.

Una ricca veste di camera di leggerissima stoffa copriva interamente la

sua persona, non lasciando scoperte che le due estremità delle gambe,

su cui aderivano perfettamente i calzoni color violetta ritenuti da due

corte staffe.

Egli avea due stanze al secondo piano e sul dinanzi dell’albergo, l’una

delle quali gli serviva da camera da letto, e l’altra da studio e da

salotto di ricevimento. Quest’ultima era fornita di tutto ciò che la

moda e l’eleganza comandano che si tenga in una stanza da conversare:

poco o nulla traspariva dell’artista; molto del gentiluomo. Ed infatti

un artista si sarebbe tenuto contento di alloggiare nella parte interna

dell’Albergo, la quale riesce su vasto e bel cortile. Presso ad una

delle finestre del suo salotto, Federico si stava dunque seduto quella

mattina, e facea vagar lo sguardo nella strada e i buffi di tabacco nel

sereno cielo di està.

Non ci arrischiamo a indovinare i pensieri che si aggiravano in quel

capo; ma ben possiamo asserire che non erano concepimenti artistici o

morali meditazioni quelle che facevano piegare a un tristo sogghigno

le labbra di questo giovine. L’ora di solitudine del perverso è l’ora

più trista per la società: più tardi, quell’ora sarà feconda di mali

innumerabili: la Giustizia di Dio la segna nel libro incancellabile.

Tre passioni terribili eran nel fondo del cuor di Federico Lennois:

tre passioni, di cui una sola basterebbe a distruggere l’esistenza

di un uomo; l’ambizione, la vendetta, l’invidia: l’ambizione che di

nulla si sazia, che tutto calpesta per aggiungere una meta che sempre

più si allontana; che pone una benda innanzi agli occhi e un’angue al

cuore; che spegne ogni buon sentimento e vive nella tortura; e che,

a guisa di fiamma repressa, incendia e divora tutti gli ostacoli per

salire in alto: la vendetta, che si pasce nei pensieri di sangue e di

morte; che tiene un occhio fisso all’offesa passata e un altro alla

rivincita futura; e che si esagera sempre la prima per esagerarsi la

seconda; e che si adopera giorno e notte a scavare una tomba, in cui

dee precipitare un’esistenza aborrita: l’invidia, lurida, schifosa,

strisciante, che ritien per offese personali gli altrui meriti e

grandezze; che macera sè medesima e gitta la bava del suo veleno su

tutto ciò che la circonda; e che adotta il linguaggio del serpe per

trarre a morte i figli di Eva.

Il pensiero della vendetta era quello che occupava in preferenza da

qualche tempo il nero animo di Federico Lennois. Egli avea giurata la

perdita di Giustino Victor e di Augusto d’Orbeil; ma l’odio suo era

ormai tutto concentrato sul primo; e perchè era costui vicino a toccar

l’apice dell’umana felicità sposando la donna che amava, e perchè il

secondo avea fatto una specie di ammenda del suo passato, allorchè,

presso al platano della mendica a Auteuil, avea proferite quelle

parole di compassione per Federico Lennois, redarguendo la codardia di

Giustino.

Federico Lennois avea fatto a Auteuil il ritratto dei due sposi.

Mentre il pennello riproduceva sulla tela quelle due vaghe sembianze

giovanili e felici, la mente dell’artista covava i più tenebrosi

disegni. Quanto più sorridenti eran quei volti, tanto più metteano la

rabbia ed il livore nel petto di lui. La mano dell’artista dava novella

esistenza a que’ bellissimi volti, e il suo pensiero ne meditava la

distruzione. Per malaugurata fortuna, que’ due ritratti riuscirono

rassomigliantissimi. La famiglia d’Orbeil non si saziava di profondere

ringraziamenti ed elogi al giovine pittore, manifestandogli in pari

tempo i più cordiali sentimenti di amicizia e le proteste di una

riconoscenza, di cui il pregavano di volersi valere. Federico ricusò

l’offerta di un prezioso gioiello onde il Visconte d’Orbeil volea

ricompensare l’opera del valente artista.

Giustino e Isalina erano più felici dacchè possedevano ciascheduno

l’immagine dell’oggetto amato: eglino amavano l’artista per questo

dono inapprezzabile che ne aveano ricevuto, e con ogni maniera

di preghiere aveano ottenuto la sua promessa di assistere al loro

prossimo matrimonio che doveva celebrarsi nel mese di settembre a

Parigi negli appartamenti della Marchesa di Beauchamps, in casa della

quale gli sposi dovean rimanere per qualche tempo. L’ammiraglio di

Rigny avea promesso al giovine uffiziale di marina di fargli ottenere

un avanzamento pel coraggio e pel valore onde erasi comportato in un

incontro avvenuto nel Mar di Candia, contro un brigantino turco, e per

lo zelo con cui aveva servito nel tempo della spedizione di Morea. Il

ministro della marina Hyde de Neuville, e il ministro della guerra,

Visconte di Gaux, aveano, con lettere ripiene dei più lusinghieri

elogi, significato il loro compiacimento al giovine Victor, e gli avean

dato le più belle speranze di vicine promozioni.

Giustino Victor più non avea che desiderare; tutt’i suoi voti erano

sul punto di essere appagati: la felicità lo circondava e gli sorridea

da ogni parte: la natura, gli uomini e gli eventi lo favorivano. Ma,

guai all’uomo che nel mezzo della sua felicità e quando l’anima sua

è ricolma di contento, non leva uno sguardo al cielo in rendimento di

grazie, e non ha sulle labbra una prece e una parola di consolazione

per coloro che soffrono: LA SUA FELICITÀ SI CONSUMA E PASSA QUAL NUBE.

Giustino Victor derideva i sofferenti, scherniva gli infelici, e si

abbandonava con fiducia alla giovinezza, all’amicizia, all’amore: egli

aveva il malvezzo di metter tutto in ridicolo, abito deplorabile che

hanno la maggior parte dei Francesi, nella opinione de’ quali il buon

successo giustifica tutto.

Noi spesso siamo maravigliati e atterriti d’un colpo improvviso che

abbatte a vespero un’esistenza sfolgorante di giovinezza il mattino;

accusiamo il destino di una tanta ingiustizia, e gittiamo uno sguardo

scoraggiante sulle sorti dell’umanità. Ma quel colpo ha le sue profonde

ed arcane ragioni che sfuggono alla vista degli uomini, e il cui

segreto è negl’immortali disegni di Dio, dalla cui onnipotenza ogni

parola proferita sulla terra è pesata, ogni pensiero è scrutato, ogni

azione è giudicata.

Federico Lennois pensava al modo onde vendicarsi di Giustino Victor,

la cui felicità era per lui un continuo insulto. Da oltre un mese

Federico avea riveduto l’uffiziale di marina; erano stati assieme e

sotto il medesimo tetto le intere giornate, e non avea ancora trovato

una vendetta fredda e sicura; quando una luce infernale balenò nel suo

cervello; con un colpo egli appagava la sua sete di vendetta, e rendeva

misere tre famiglie, che ei detestava appunto perchè troppo felici.

«Questo mezzo è sublime, mormorava tra sè il perverso: la loro

insultante felicità sarà dissipata; l’abborrito Giustino cadrà forse

per altra mano che la mia; la bella Isalina perderà l’amante adorato:

piangerà la famiglia di Orbeil, piangeranno i parenti di Giustino;

piangerà la Napoletana, e quel felice mio fratello che compra per

centomila franchi un poco di tela. Lagrime dapertutto ov’era il

sorriso; ecco la mia gioia, la mia vita, la mia missione. Bel pensiero

è questo che mi è venuto; ma fa d’uopo diportarsi con prudenza e

circospezione. Prima di tutto, è necessario avvicinar l’uno all’altra;

epperò bisogna che Giustino Victor sia presentato a Mistress Horms...»

Non aveva egli finito di dire a sè medesimo queste parole, che la

porta del salotto si aprì di repente, e Giustino Victor in compagnia

di Augusto d’Orbeil corsero ad abbracciare l’artista, che non potè

nascondere un movimento di grandissima gioia nel vederli, e che quei

due presero per uno slancio di tenera amicizia.

— Eccolo, il nostro caro Ducastel! sclamò Giustino, stringendogli la

mano con effusione grandissima di cuore.

— Abbiam l’onore di riabbracciare l’insigne artista, disse Augusto,

stringendogli l’altra mano.

— Io vi aspettava, o signori, e non potevate giungere in miglior

momento, si contentò di dire il Lennois con bieco sorriso.

Soggiunse indi per dare un pretesto a quello che avea detto:

— Un altro giorno che aveste indugiato, avrei avuto il rammarico di non

potervi far vedere il mio quadro che all’Esposizione.

— Epperò ci siamo affrettati a procurarci questo piacere, disse

Giustino: era un secolo che non ci vedevamo.

— Sedici giorni, io credo, rispose Federico.

— Tuttavia ci avevate promesso di venire a trovarci a Auteuil in una

delle scorse domeniche, disse Augusto, sedendo sovra un esimio sofà.

Il suo esempio fu imitato dagli altri due giovani.

— È vero rispose Federico, ma che volete? Io mancava da una pezza da

Parigi, e ho avuto molte faccende per le mani. Quando si ha la sventura

di non essere nati ricchi come voi altri, il tempo è tutto il capitale;

e fa mestieri di bene impiegarlo. Noi altri poveri artisti dobbiam

lavorare per vivere.

— E la gloria? esclamò Giustino.

— Fumo, mio caro signor Victor, fumo e non altro. A proposito di fumo

mi fo ardito di prendere la mia pipa, e offrirvi in pari tempo due

saporosi avana di prima qualità.

— Da bravo! questo è quello che ti avremmo chiesto, se tu non ci avessi

pensato.

I tre giovani si posero a fumare. In un momento il salotto diventò

annebbiato come la fucina di un fabbro.

— Ma sai, cospetto, disse Giustino dopo aver mandato via dalla bocca

una colonna vorticosa di fumo, sai che questo tuo salotto è qualche

cosa di gentile e di principesco?

— Miserie, signor Victor, miserie!... D’altra parte, ben sapete che

questa roba non è mia; appartiene allo albergo.

— Sia comunque: pochi artisti possono alloggiare in un albergo di

questa sfera, alla strada della _Pace_... Ma quando si vende un quadro

per centomila franchi, è cosa naturalissima il trinciarla da gran

signore.

Ci era qualche cosa di sardonico e d’irrisorio in queste parole di

Giustino, come se avessero posto in canzone il prezzo esagerato, pel

quale Federico aveva detto di aver venduto il quadro _la Preghiera_. A

Federico non isfuggì il sottil sarcasmo di Giustino.

— I quadri che si pagano centomila franchi, egli rispose misurando le

parole e calcandole con la voce, come se avesse voluto sottolinearle,

non sono della specie più comune: essi sono rarissimi come gli artisti

che li creano e costano sudori di morte. Se poi aveste il minimo

dubbio, signor Victor, sulla verità del prezzo che mi si paga pel

quadro _la Preghiera_, tra poco ve ne convincerete del tutto, perocchè

sarà forse qui a momenti il compratore.

— Mi guardi il cielo di dubitare delle tue parole, mio caro Ducastel:

ho avuto una puova evidentissima del tuo valore nell’arte ne’ due

ritratti che hai avuto la cortesia di fare a Isalina ed a me; però non

ho bisogno della conferma di chicchessia per credere alla lettera il

prezzo che si da ai tuoi lavori.

— Ma perché maggiormente indugiare a farci ammirare il vostro quadro?

disse Augusto; potremo discorrere a nostro bell’aggio dopo che avremo

contemplato il dipinto.

— Bisogna aver riguardi pel bel sesso, disse Federico; avremo questa

mattina due graziose e ragguardevoli forestiere che vengono per vedere

il quadro, la galanteria vuol che si aspetti: ma la pena dell’indugio

vi sarà ricompensata dal piacere di trovarvi in compagnia di queste

dame, alle quali intendo presentarvi.

— Chi sono queste dame? dimandò Augusto in aria di semplice curiosità e

senza dare alcuna importanza alle parole dell’artista.

— La moglie e la cognata di sir Eduardo Horms, il compratore del mio

quadro.

— Son belle, eh? disse Giustino.

— Son nate in Italia, rispose Federico; hanno negli occhi loro

l’incanto di quel cielo.

— Italiane! E di qual paese d’Italia?

— Di Napoli.

— Di Napoli? Ah... ah... ah... la terra del Vesuvio, dei lazzaroni

e dei _virtuosi_... E anche delle belle donne, non è vero, mio caro

artista?

E Giustino si pose a bufonchiare tra i denti i versi di La Fontaine:

«C’est de tout temps qu’ à Naples on a vu

Règner l’amour et la galanterie.

De beaux objets cet ètat est pourvu

Mieux que pas un qui soit en Italie.»

— Or vedremo se La Fontaine ha ragione o torto, disse Augusto.

— Belle forse, ma goffe e impacciate, n’è vero, Ducastel?

Federico Lennois · 第 4 / 22 段