Federico accolse dapprima lo straniero con freddezza e circospezione;

ma quando questi si ebbe svelato e gli ebbe detto esser lui Eduardo

Horms, figlio dello stesso genitore, Federico mostrò di gradire

infinitamente la visita di lui. Già la fama delle ricchezze di Eduardo

gli era giunta, per via di Maurizio, non meno che la riputazione che

quegli si aveva di generoso spenditore in fatto di opere di arti.

Federico ebbe un pensiero felicissimo: fargli vedere il quadro che

tenea chiuso nel mistero del più gran segreto, avendolo destinato alla

grande Esposizione di Parigi. Se Eduardo vedesse il quadro, non ci era

dubbio che lo avrebbe comprato a qualunque prezzo. Il cuor di Federico

battea violentemente al pensiero della ricchezza che teneva in pugno.

Non mise però tempo in mezzo, e disse al giovine scozzese di seguitarlo

in un’altra stanza, dove gli avrebbe fatto veder qualche cosa da

rapirlo nel cielo.

Federico prese per mano il fratello, il menò attraverso parecchie

stanze, e si trovarono entrambi in uno studietto angusto che era chiuso

a doppio giro di chiavi: una maniera di armadio era colà, dissimulato

perfettamente nella parete. Federico si accostò a questo armadio, toccò

un bottoncino perduto nella spessezza del muro, e l’armadio si aprì,

lasciando scoverta una tela di circa otto palmi, e sulla quale era

dipinta a grandezza naturale una figura di donna inginocchiata.

Federico trasse il quadro dall’armadio e lo pose a luce per farlo

osservare a Eduardo Horms.

Il giovine scozzese spalancò gli occhi; ebbe una specie di capogiro;

si avvicinò al quadro, si allontanò, e restò cogli occhi ardentemente

fissi su quella tela.

— O Dio immortale! Che bellezza è mai questa! Che espressione in

quegli occhi rivolti al cielo! Che verità in que’ colori dell’alba che

si annunzia da quella finestra! Che celeste candore e che profonda

malinconia nelle sembianze di quella fanciulla inginocchiata! Ecco

l’anello divino che congiunge l’anima dell’uomo a Dio, la creatura al

Creatore; ecco il linguaggio dell’anima che prega per le miserie del

corpo... ecco la Preghiera in tutta la purezza e la sublimità della

sua forma cristiana... Ma questo è un lavoro sorprendente!.. Qui ci è

del Raffaello... ci è dell’antico... e, soprattutto, qui ci è del genio

Italiano a ribocco... Per carità, ditemi di chi è questo capolavoro?

Eduardo, che avea gli occhi immobilmente fissi sulla tela, non vedea

l’effetto che le sue parole produceano sul Lennois... Questi era

estremamente pallido, nel tempo stesso che da’ suoi occhi partiva un

baleno di gioia febbrile.

— QUESTO QUADRO È MIO, mormorò Federico abbassando lo sguardo.

— Vostro! vostro! Oh... non è possibile! non è possibile! esclamava

Eduardo... O voi siete un secondo Raffaello, o siete un mentitore.

— Signore!... disse Federico con voce profonda e sepolcrale.

— Perdono, perdono, fratello; ma io sono fuori di me per la gioia,

ripigliava Eduardo senza staccar gli occhi dal quadro... Io non so

quello che dico, ma è certo che questo è un capolavoro. Oh! benedetto

Iddio che ha fatto questa terra di genii! oh! benedetto, mille volte

benedetto di avermi dato in voi un fratello! Federico Lennois, tu sei

un genio; ed il nome tuo valicherà i secoli. Va, tu meriti di portare

un nome immortale; lascia che io ti abbracci, e che stampi un bacio

sulla tua mano, che ha fatto questa maraviglia dell’arte.

Eduardo si gittò nelle braccia di suo fratello, il quale era divenuto

livido come cadavere, e non corrispose al bacio cordiale dello

scozzese.

— Volete comprar questo quadro? si contentò di dire Federico, però

che questa era l’idea che campeggiava nella sua testa. Egli gittava

così l’agghiacciato positivismo della cifra su gli slanci della più

entusiastica ammirazione.

— Se voglio comprarlo! Ma voi dite da senno? Possibile che voi mi

offriate di comprar questo quadro?

— Sì, rispose seccamente il Lennois.

— Ebbene, io lo compro a qualunque prezzo — Parlate

— Cinquantamila franchi.

— Cinquantamila franchi!

— Non potrei darlo per meno.

— Ma questo è un prezzo tenuissimo, disse Eduardo con gran maraviglia

dell’artista; io ve ne offro il doppio; vi darò centomila franchi,

anche per darvi un testimonio del mio affetto e della mia ammirazione.

Quanto potrete darmelo?

— Dopo che l’avrò messo alla Grande Esposizione di Parigi nell’anno

venturo.

— Ebbene, mi contento, e fido sulla vostra parola che nol venderete ad

altri.

— Ed io fido sulla vostra che me ne darete centomila franchi.

— È convenuto.

— Noi ci vedremo a Parigi in sul finir del mese di giugno l’anno

venturo; io dimoro nell’Albergo di _Mirabeau_, strada della _Pace_...

D’ora in poi il quadro è vostro.

— Ed io ve ne ringrazio dal fondo del cuore, e spero di provarvi meglio

la mia riconoscenza.

I due fratelli si separarono, dopo di essersi riprotestata un’eterna

amicizia, e scambiata solenne promessa di rivedersi a Parigi.

Uscendo dalla casa di Federico, Eduardo si gittò a cavallo per fare una

visita a sua sorella Luigia Aldinelli, povera lavoratrice d’immaginette

di cera, la quale viveva in una delle campagne di Pisa. Ma ella avea

cambiata dimora, nè si sapea dove fosse andata ad abitare. Molti vicini

asserirono che ella era ita a Pisa.

Per qualche giorno Eduardo cercò di trovare la sorella; ma fu tempo

perduto... Il giovine scozzese ne sentì rammarico vivissimo, perchè

avrebbe voluto soccorrere quella sventurata, la quale si dicea molto

esperta nell’arte sua, ma oppressa da invincibile ipocondria.

Tornate infruttuose tutte le ricerche, Eduardo partì per Napoli, dove

sperava abbracciare Maurizio e conoscere Daniele e Lucia.

Sappiamo la sua apparizione in casa del moribondo nuovo Conte di Sierra

Blonda, e la sua istantanea risoluzione di sposare Lucia Fritzheim che

egli vide ivi per la prima volta.

Riportiamo ora le stesse parole che mettevano fine alla nostra

precedente narrazione:

«Sei mesi dopo la morte di Daniele, la famiglia Fritzheim non era più

povera: Eduardo Horms, ricco di virtù e di dovizie, era lo sposo di

Lucia, ed aveva ritirato presso di sè i fratelli e la sorella di lei.

«Maurizio Barkley ed Emma sua moglie s’imbarcavano per l’Inghilterra;

mentre Eduardo Horms colla sua nuova famiglia recavasi a Parigi ov’era

aspettato da Federico Lennois.

Il mese di giugno era per finire.

Ritorniamo al presente all’Albergo _des Princes_, dove abbiam lasciato

la famiglia Horms-Fritzheim.

V.

LA LETTERA

Chiunque avesse veduto Lucia nell’Albergo _des Princes_ a Parigi, non

avrebbe giammai potuto credere che quella bella ed elegante signora

fosse la povera figliuola del doganiere Giacomo Fritzheim; eppure

in nulla era cangiata l’anima della sensibilissima Lucia. Un velo di

malinconia offuscava sempre la larga sua fronte; ma era questa volta

una malinconia dolcissima, che amorosamente disposavasi a quella che

formava il fondo del carattere di Eduardo, suo marito. Non poteva Iddio

compensar meglio su questa terra la virtù di lei, che accordandole un

compagno come il giovine poeta di Glascovia. Lucia aveva acquistato il

colorito ed il vigore della più perfetta salute, ed ora l’avvenenza del

suo volto era rialzata viemaggiormente da un’acconciatura del gusto più

fino.

Eduardo amava la sua sposa con un’adorazione che avea dell’infantile;

non sapea discostarsene un momento; preveniva ogni desiderio di

lei; molti ne facea nascere appositamente, per avere il piacere di

soddisfarli; rimanea talvolta le lunghe ore a guardarla; ed era così

felice nel possedimento di quell’angioletta, che egli benediceva ad

ogni momento il suo amico Maurizio di avergli la prima volta parlato

di Lucia in maniera da mettergli nel cuore la brama di conoscerla.

Eduardo circondava la sua giovine sposa con tutte quelle delizie della

vita, che sono il compimento felice di un amore che non è giammai

contento nelle sue manifestazioni, e che vorrebbe vedere l’oggetto

amato pienamente satollo di felicità. Il giovane scozzese amava sua

moglie con quel delirio tranquillo dell’anima e dei sensi che non

sente, non respira, non vive che per l’oggetto amato. Educato nella

solitudine del cuore, avvezzo ad espandere sulla universal natura la

pienezza dei suoi affetti, il marito di Lucia erasi fatto di questo

amore consacrato dal matrimonio una specie di culto. Era nonpertanto

nel cuor di Eduardo un arcano sentimento di tristezza, di cui egli

stesso non sapea rendersi ragione, e che non poche volte, quando egli

si trovava al cospetto della consorte, il sospingeva a piangere come un

fanciullo. Avvi nel fondo delle anime sensitive certi incomprensibili

misteri, di cui indarno si cercherebbe trovar la spiegazione. Veggendo

piangere il marito, Lucia, sulle prime, era spaventata, e gli occhi le

si bagnavano parimente, di lagrime, ed ella chiedevagli la ragione di

quel pianto. Eduardo non le rispondeva che stringendosela al cuore, e

le chiedea perdono di affliggerla, e le prometteva che ciò non sarebbe

più accaduto. La qual cosa non di meno si ripetea dopo mezz’ora, e

ripeteansi del pari gli stessi trasporti di amore dall’una parte e

dall’altra.

Peraltro, se noi dovessimo addurre una ragione di queste momentanee

tristezze di Eduardo, diremo che egli, siccome tutti gli uomini

d’una esagerata sensibilità, era profondamente geloso. Però, comechè

siffatta passione non avesse alimento alcuno nella piena corrispondenza

di affetti che ei trovava nella moglie, il cuor di lui era qualche

volta inquieto per vaghi timori, per apprensioni lontane, per quella

debolezza di animo che accompagna sempre le grandi e profonde passioni.

D’altra parte, ancor viva era la rimembranza dell’amor di Lucia per

Daniele de’ Rimini: e questo pensiero non lasciava di gittare un’ombra

sulla felicità di Eduardo.

Noi non entreremo nell’intimo del cuor di Lucia per investigare se la

ricordanza di Daniele il facea battere ancora. Il cuor della donna è un

santuario di cui fa d’uopo rispettare i misteri, tenendoci contenti a

quella amorosa luce che da esso deriva e che anima, ravviva e riscalda

tutto ciò che lo circonda. Gli è certo che Lucia amava suo marito

coll’abbandono di tutta l’anima, colla delicatezza di un sentimento

di gratitudine che nobilitava l’amore senza scemarne la intensità e

la tenerezza. Eduardo le aveva detto, alla presenza del cadavere di

Daniele: «Lucia Fritzheim, al sublime tuo cuore conviensi un cuor puro

e vergine di affetti: alla tua mano ardente di giovinezza conviensi una

mano parimente giovane e forte»: E queste parole l’aveano salvata dalla

disperazione e forse dalla morte: queste parole aprivano dinanzi a lei

una vita novella, nel momento che una tomba schiudevasi, nella quale

tutte le parea che andar dovessero ingoiate le speranze che annodano

la donna alla vita. Daniele aveva occupata tanta parte nell’esistenza

di Lucia, che costei credeva non poter il suo cuore esser capace di

altro amore. Ma è questo uno de’ più validi argomenti a dimostrare la

profonda miseria e debolezza dell’uomo. Nei momenti di disperazione

egli gitta uno sguardo nel proprio cuore, e dice a sè medesimo: Ora

posso morire, perchè tutto è morto di quanto mi attaccava alla vita.

Un istante dappoi, sorge una emergenza felice, ed ei si slancia

novellamente con trasporto e fiducia nel campo dell’avvenire.

Eduardo non avea sposato Lucia che circa sei mesi dopo la morte di

Daniele: egli avea rispettato il lutto del cuore di lei. Coloro i

quali veggono tutto co’ colori dell’esagerazione e che non perdonano

mai alle azioni di una donna, quali si sieno, ammiravansi del come

subitamente si fosse spento nel cuor di Lucia il suo ardentissimo

affetto per Daniele, ed ella avesse, dopo men di sei mesi, dato la mano

di sposa ad altro uomo. Noi, pel converso, veggiamo in questa condotta

di Lucia la più bella pruova della nobiltà della sua anima. Doveva ella

sacrificarsi ad un eterno e sterile rimpianto? La lieta e prosperevole

sorte della sua disgraziata famiglia non sarebbe stata sacrificata

ad una vana ostentazione? Un rifiuto non sarebbe stato la più grande

ingiuria alla Provvidenza e la più indegna ingratitudine verso un cuor

nobile, affettuoso e leale, che era stato sì profondamente commosso

dalle sventure e dalle virtù di lei?

Crediam superfluo di aggiungere che Eduardo amava i fratelli di Lucia

come suoi fratelli, ed in ispezialità quell’infelice creatura di

Uccello, verso il quale Eduardo era prodigo delle più tenere cure,

trattandolo con quelle blandizie e adescamenti onde soglionsi prendere

i pargoletti.

Marietta la sorella minore di Lucia, erasi fatta assai più bella,

benchè un poco più seria... Il viaggio e le contentezze di ogni maniera

le avean dato una incipiente pinguedine. Ella era così felice nel veder

felice la sorella! Al che si aggiungevano le tante vesti e scialli

e merletti che il cognato le regalava, e che pur formano tanta parte

della felicità d’una fanciulla, d’una donna. Laonde s’immagini ognuno

s’ella amasse Eduardo! Colla sorella; Marietta non parlava che di

Eduardo, non volea sentir parlare che di lui, e spesso dicea, colle

lagrime agli occhi e col riso sulle labbra, che se Dio avea tolto il

senno a un fratello e la vita ad un altro, che pur qual fratello ella

aveva amato, le aveva dato in compenso un fratello che era... e qui

sciorinava tante lodi stravaganti, e diceva tante curiose assurdità,

che Lucia ed Eduardo ne ridevano di cuore, e più amavano quella vispa

ed innocente creatura. Eduardo solea dire, per ischerzo, che egli amava

più Marietta che Lucia, e che, quella era più bella di questa, perchè

avea come lui, occhi cerulei e capelli biondi.

In sul principiar del capitolo precedente lasciammo, in una stanza

dell’Albergo _des Princes_ a Parigi, Eduardo occupato a leggere il

_Debats_, e Lucia a scrivere una lettera. Non poche volte Lucia era

stata costretta ad asciugarsi gli occhi che le si empivano di lagrime,

mentre ella fermava sulla carta i suoi pensieri. Dicemmo che Eduardo

era inquieto per una certa impazienza di aspettativa; in fatti le sei

erano sonate da un quarto d’ora ad un magnifico orologio da tavolino,

e la persona che Eduardo aspettava avrebbe potuto arrivare da oltre

un’ora.

— Che ti sembra della mia lettera? avea dimandato Lucia alla sorella,

alzando su lei i suoi belli occhi neri. Marietta era tutta piegata col

corpo e colla testa in sullo scritto; per modo che Lucia incontrato il

volto della sorella sì vicino al suo, vi stampò due baci sonori, che le

furon renduti con usura dalla vispa fanciulla.

— La tua lettera è bella come te e come la persona a cui è diretta.

— Adulatrice!

— No, davvero ti dico, sorella, disse Marietta cogli occhi rossi di

pianto, tu hai certi pensieri, certe espressioni, ch’io non so come

le abbi e dove le vadi a pescare... Un letterato, un poeta, e sia pure

l’eccellentissimo signor Eduardo Horms, non potrebbe scrivere meglio.

Il giovine, udendo nomarsi, alzò gli occhi.

— Di che si tratta? Ah! hai finita la tua lettera, Lucia; bravo...

sentiamola... A chi scrivi?

— Bravo! Sentiamola!... A chi scrivi?... ripetè Marietta,

contraffacendo la voce del cognato; e questo è appunto quello che non

vogliamo dirvi... Gli uomini non debbono impacciarsi negli affari delle

donne. Vogliam noi forse conoscere quello che dice cotesta cartaccia

stampata che avete nelle mani? Le donne colle donne e gli uomini cogli

uomini.

Eduardo sorrise, e si alzò gittando sovra una mensola il giornale: egli

si era avvicinato al tavolo dov’erano la moglie e la cognata.

— Via, via, Marietta, disse Lucia, per questa volta sola gli daremo il

piacere e l’onore di metterlo in terzo nelle nostre faccende.

— Ebbene, signor geloso, ripigliò prestamente Marietta, mettendo

la mano sulla lettera per non farvi gittar gli occhi a Eduardo, noi

abbiamo scritto... indovinate a chi?

Marietta dette un’occhiata alla sorella.

— A chi avete scritto?

— Ebbene... al mio innamorato, soggiunse in aria solenne la graziosa

fanciulla.

— Bravissimo!... sclamò sorridendo Eduardo, al tuo innamorato! E Lucia

ti fa da segretario n’è vero?

— Lucia è meglio fatta per queste cose... non è la prima lettera di

questo genere ch’ella scrive... Mi ricordo ben io... a _S. Maria degli

Angeli alle Croci_...

Uno sguardo supplichevole di Lucia impose silenzio alla troppo

indiscreta verbosità della fanciulla... Il sorriso era sparito dalle

labbra di Eduardo, e una nube di tristezza ne aveva coperta la bella

fronte... Egli avea compreso che trattavasi di Daniele dei Rimini.

— Abbiamo scritto a Emma Barkley di Gonzalvo, si affrettò a dire Lucia,

per dissipare il rabbruscamento della fronte del marito. Leggi la mia

lettera, Eduardo.

Questi tolse nelle mani la carta e lesse:

«Parigi, 28 giugno 1829. — Dilettissima e generosa amica — Questa

mattina alle 12 siamo arrivati in questa capitale della Francia

in ottimo stato di salute, per la mercè di Dio. Noi non ci siamo

trattenuti che poche ore a Marsiglia, però che mio marito avea

grandissima premura di giungere a Parigi per la compera diffinitiva

del quadro di Federico Lennois, siccome forse vi è noto, e che mio

marito assicura essere il più stupendo lavoro di pittura dei tempi

nostri. Ben sapete se egli s’inganna nei giudizi che dà sulle opere

di arte. Del resto, tra poco l’Europa ne giudicherà, dappoichè

il quadro avrà il suo posto nella Grande Esposizione che avrà

luogo in questa capitale nel corso dell’entrante mese. Non abbiamo

avuto un momento di tempo in tutta questa giornata, ed ora il mio

primo pensiero è quello d’intrattenermi con voi, e dirvi quanto io

sono felice a fianco del migliore degli uomini, e nel mezzo dei

miei cari fratelli. O Emma, io credeva che le sorgenti della mia

sensibilità fossero state per sempre inaridite dalle mie sventure;

ma Iddio mi ha benedetta con tesori di amore! Vi scrivo questa

lettera bagnandola colle mie lagrime di gioia, la quale divide con

me la mia buona sorella Marietta, che m’incarica di dirvi tante

cose, e di abbracciarvi mille volte... Ma, ohimè! quando penso

al vostro dolore, dilettissima amica, io mi rimprovero di esser

felice, e di parlarvi della mia contentezza, quando voi piangete

la morte del Duca vostro padre! Questa notizia fu per noi un colpo

di fulmine. Morto apoplettico! Se aveste almeno potuto raccoglierne

gli estremi aneliti! Che cosa farà la Duchessa vostra madre? Iddio

l’assista, e accordi forza a entrambe per sopportare una tale

impensata sventura.

«Per distrarvi un momento dal dolore, vi dirò che questa mattina

stessa ho saputo che nella galleria del Piccolo Lussemburgo

sono esposti alla vendita, a favore dei poveri, i lavori delle

più distinte dame di Parigi: due volte all’anno si fa una simil

vendita. Questo nobilissimo pensiero fu della Viscontessa di

Ambray. Mi si dice che vi sieno stupendi lavori, tra i quali

gli abiti ornati di ricami, opera della Marchesa di Gosse, non

meno che altre magnifiche fatture della Signora Ecquerello e di

Madamigella O... Domani mi recherò al Piccolo Lussemburgo a fare

qualche compera; e voi permetterete che la moglie del Banchiere

Eduardo Horms ardisca offrire ad Emma Barkley un piccolo ricordo di

Parigi quale attestato di gratitudine pei tanti favori ond’Emma di

Gonzalvo confondeva in Napoli la povera Lucia Fritzheim... Oh con

quale amore io bacio ogni giorno il prezioso anello che mi metteste

al dito la prima volta che onoraste di vostra presenza il nostro

povero tugurio! Eduardo mio marito è geloso di quest’anello, ma il

poveretto non me lo dice per tema di dispiacermi.»

A questo punto Eduardo interruppe la lettura della lettera, e guardò

la moglie con uno di quegli sguardi più loquaci di qualunque frase: un

mesto sorriso sfiorava le sue labbra. Egli continuò:

«Quest’anello, voi lo diceste, è il simbolo del legame fortissimo

che unisce i nostri cuori. O Emma, dopo mio marito e la mia

famiglia, voi siete il mio pensiero, l’amor mio. Quando sarà che io

vi riabbracci?

«Mia sorella Marietta e i miei fratelli mi incaricano di dirvi un

milione di cose, che voi indovinerete; e vorrebbero abbracciarvi,

se voi loro il permetteste, come vi abbraccio io da amica

appassionata.

«I saluti più affettuosi all’ottimo vostro marito,

«Addio, Emma, addio. Possa la mia felicità riverberar su voi e

dissipar quella tristezza da cui è oppresso il vostro animo! Addio,

dolce amica; un altro abbraccio, un altro bacio della vostra....

LUCIA.»

La lettera era finita, ed Eduardo era ancora cogli occhi sovr’essa,

rigustando il piacere di leggerla sottovoce.

Non dimentichiamo di dire che i pochi mesi della sua dimora in Napoli

erano bastati a Eduardo per imparare l’italiano. D’altra parte, non

s’impara in un attimo la lingua parlata dalla donna che si ama?

Eduardo trasse dal suo taccuino il lapis, e a piè della lettera pose in

inglese:

«Eduardo Horms rende i più devoti omaggi a Mrs Barkley, e la

prega di dire a suo marito che col prossimo corriere riceverà sue

lettere.»

Un cameriere si presentò alla porta del salone.

— Finalmente! esclamò Eduardo gittando la lettera sul tavolo; ebbene,

perchè tardaste tanto? L’avete trovato?

— Egli mi segue, signore.

— Ah! bravo!

Eduardo corse verso l’uscio, dove si abbattè faccia a faccia con

Ferdinando Ducastel.

Il servo si ritirò per lasciar passare il novello arrivato.

La porta del salone fu chiusa.

VI.

LA COMPERA

Ferdinando Ducastel era nobilmente vestito, una giubba nera, opera del

più rinomato sarto di Parigi, un corpetto bianco venato di leggiera e

finissima stoffa, calzoni e cravatta nera, la quale lasciava scoperta

una ben increspata gala di camicia, su cui sfolgoravano due bottoncini

di brillanti, formavano il suo ricercato abbigliamento; portava

nelle mani, coverto da guanti di color paglino, un elegante cappello

all’ultima moda: un semplice nastrino rosso senza ciondoli sporgeva

dal taschino dell’oriuolo. I suoi corti capelli e la lunga barba erano

allustrati e profumati con isquisiti oli odorosi. Questa ricercatezza

di vestimenti e di acconciatura formava un gran contrasto col suo viso

marmoreo e scolorato.

Entrando Ferdinando Ducastel nel salone dove era raccolta quella

famiglia, Lucia mise un leggier grido di sorpresa, e la sua faccia

diventò bianchissima. Per una di quelle illusioni onde non rare volte

sono prese le anime sensibili che han molto sofferto per la perdita

o per la lontananza di qualche cara persona, parve a Lucia di veder

entrar redivivo Daniele dei Rimini.

Quell’esclamazione non era sfuggita a Eduardo, che l’attribuì a mera

sorpresa alla vista della persona, di cui tante volte egli le avea

parlato.

Certo si è che, venendo per la prima volta Ferdinando Ducastel

nel mezzo di quella felice famiglia qualche cosa di tristo e di

agghiacciato pesò su tutt’i cuori, come se quegli fosse venuto ad

arrecare una dolorosa novella, e a strappare una parte della felicità

di che godevano quelle virtuose creature:

Vi sono alcuni la cui presenza annunzia subitamente disgrazie e mali,

appunto come que’ volatili la cui comparsa sul mare è foriera di

tempesta. Non si sa spiegare il sentimento di paura che essi incutono

negli animi: parte dagli occhi loro un raggio malefico, come dallo

sguardo di un serpe avvelenatore; l’ambiente che gli attornia par che

risenta la pressione di queste esistenze maledette; tutto si agghiaccia

dappresso a loro, s’inaridisce e muore, come interviene alle piante

sottoposte alla influenza del gelo o di qualche altra devastatrice

cagione.

Lucia e Marietta si erano abbracciate, tratte l’una verso dell’altra

da un movimento simultaneo di paura, e guardavano con una inesplicabile

curiosità la persona che era entrata.

Marietta aveva indovinata la viva illusione che era passata nell’animo

di Lucia all’aspetto di quel personaggio, e, a voce bassa, e quasi

nell’orecchio, le avea detto:

— Non ti è parso di veder Daniele?

Lucia non rispose che stringendosi più dappresso alla sorella.

Ma questa strana illusione non avea soltanto colpito le due sorelle,

ma aveva attraversato benanche il grossolano spirito di Uccello, che ad

alta voce avea detto:

— Oh! il Contino! E dicevano che era morto!

Eduardo era corso all’incontro di Ferdinando Ducastel: veggendolo,

distese le braccia verso di lui; ma questi si trasse alcun poco

indietro, e, invece di corrispondere all’amplesso del giovine scozzese,

balestrò uno sguardo attorno al salone, fermandosi su Lucia, la quale

fu costretta ad abbassar gli occhi.

— Con quanto piacere ti riveggo, mio caro Federico!

A questo nome Ferdinando Ducastel fu scosso come da un fulmine; afferrò

per mano Eduardo, il menò rapidamente in un angolo del salone, e

sottovoce gli disse:

— Che cosa sono queste donne e questi fanciulli?

— Mia moglie e i miei cognati.

— Vostra moglie! esclamò sorpreso Ducastel, e fece un inchino a Lucia

che il guardava sempre con un certo arcano sentimento di paura.

— Lasciate che io vi presenti a Mistress Horms.

Federico Lennois · 第 3 / 22 段