ho sparso tante lagrime in quell’età che per gli altri uomini è la
più felice della vita!... Ecco il misero fenile in cui io dormiva
col mio cane Astolfo, il quale mi riscaldava col suo fiato e colle
sue membra. Orribili notti passate sotto quel mucchio di paglia,
la vostra rimembranza mi fa fremere e raccapricciare! Oh! io sarei
morto certamente, senza il mio cane! Abbandonato da tutti gli esseri
umani, io non trovava un appoggio, un conforto, un compianto che in
quella creatura, che, se non aveva il dono della parola, avea la voce
del sentimento. Ecco là, al piè di quell’alto frassino, la tomba di
quell’unico amico che io mi avessi, del mio diletto Astolfo! Oh! la tua
morte fu la più cocente tortura pel povero mio cuore di dieci anni!...
Ecco il ginepro al quale spesso io venia ligato per intieri giorni e
qualche volta per intiere notti, in preda a’ più atroci tormenti della
paura, del freddo e della fame: ecco laggiù il fosso nel quale io era
gittato da colei che non oso chiamar mia madre: ecco l’antro nel quale
io tante volte ritrovava un rifugio da’ furori di quella donna che per
me non aveva le visceri di madre!... O mio destino incomprensibile,
o stella crudele insin da’ più teneri anni della mia fanciullezza, tu
snaturasti per me il più caro vincolo del sangue; tu mi negasti quel
primo bene della vita, di cui godono anche le belve più feroci, l’amor
materno! Non vi è uomo sulla terra il quale non abbia trovato nel
seno della madre le ineffabili dolcezze di quell’amore che prepara e
fortifica l’uomo al martirio della vita, di quell’amore che ne’ suoi
infiniti sacrificii di ogni momento attinge novella vita, novella
forza, e non vien manco giammai, però che anche quando una madre
chiude per sempre gli occhi al mondo, lascia nelle rimembranze un’orma
incancellabile, e uno scudo contro i mali dell’esistenza. Ed io solo,
non trovai amor materno in mia madre; io solo trovai fiele ed odio in
quelle sorgenti cui l’uomo corre con ansia ad abbeverarsi. Oh come
avrei amato la madre mia, se costei non fosse stata il più spietato
carnefice de’ miei anni infantili! E che colpa era la mia? Io era
nato con un cuore amantissimo; ma la natura, la società, tutto parea
respingere i miei sensi di amore. Trovai dappertutto durezza di cuore,
insensibilità, tradimento. Non ebbi che un solo essere che mi amò; e
quest’essere non apparteneva al genere umano. Astolfo, mio dilettissimo
Astolfo, ed io ti vidi a morire sotto i colpi di questo Giustino Victor
che ti ammazzava sol per vedermi piangere e per far ridere i suoi
amici, tra i quali questo imbelle d’Augusto! La tua morte strappò dal
mio ciglio le prime e sole lacrime del cuore. Io posi una pietra su
la tua tomba e su quella pietra feci un terribile giuramento, il cui
adempimento mi viene oggidì favorito da una incredibil casualità!»
Gli angoli del volto di Ducastel si contorsero alquanto e significarono
un’odio freddo e feroce. I suoi occhi, che si erano portati sui siti
diversi che erano stati il teatro delle sue infantili sofferenze,
rimaneano al presente fissi sul terreno: atroci pensieri si aggiravano
in quel capo. Ei ripigliava tra sè:
«Sì l’odio ha puranche la sua gioia, la sua voluttà! Oh quanto odio
questa famiglia d’Orbeil, e questo felicissimo Giustino Victor,
l’assassino del mio Astolfo! La sorte non potea meglio favorirmi che
col farmelo incontrare a Tolone!... Il mio giuramento sarà compito...
Or più non isfuggirai all’odio mio, alla mia vendetta! Giustino Victor,
Augusto d’Orbeil, io era il vostro zimbello, il vostro passatempo! Io
aveva l’onore di richiamar le risa sulle vostre gentilesche labbra;
io era talvolta onorato da voi col titolo di bruto e peggio; ma questo
bruto aveva un cuore altero e superbo, che voi corrompeste, pascendolo
dell’odio più nero!... Io mi sentiva propenso al bene, alla virtù,
ai più nobili e generosi sentimenti, e voi, per celia, per baia, per
non aver che fare, per sollazzarvi un minuto, un istante, gittaste
nell’anima mia il seme del vizio e del delitto, soffocaste in me ogni
bella e onesta tendenza... Maledetti! Maledetti!! Ma ora la vostra
felicità, la vostra gioia, la vostra vita è nelle mie mani... io vi
odio, e quest’odio mio non è nato il giorno d’ieri... Ben ricordo le
umiliazioni che io pativa alla tua vista, o felice figlio del Visconte,
allorchè, in compagnia del tuo aio, percorrevi a cavallo queste
campagne: la felicità insomma raggiava sulle tue sembianze: allora
tu, Giustino ed io eravamo, fanciulli! Un giorno ti degnasti colpirmi
colla frusta, perchè io non mi era scostato a tempo per farti passare
col tuo superbo destriero: quel colpo di frusta, Augusto d’Orbeil, non
mi è uscito più dal cuore... Un’altra volta tu ridevi mentre mia madre
mi bastonava... e, quando ci facemmo più grandetti, spesso tu additavi
a’ tuoi allegri compagni me infelice e lacero monello, rannicchiato in
fondo alla pianura dell’_Usignuolo_: e Giustino Victor, una mattina
gridando in lontananza mi disse queste parole che mi fecero piangere
a lagrime disperate: «Ohè, figlio di mala donna, non rubar le fragole
di questo podere, che te le faremo vomitar col sangue.» E quando penso
che queste amare parole mi venivano indirizzate nel momento in cui il
sereno aspetto della natura disponeva il mio cuore a sentimenti di
conciliazione e di amore, nel momento in cui io scopriva nell’anima
mia certe ascose corde che la facevano risuonare armoniosamente colla
circostante natura ed innalzavano i miei pensieri verso quella regione
di luce, d’amore e di pace che si addimanda il cielo; quando penso
che quelle parole erano tanto più feroci quanto men da me meritate
e ch’io non avea fatto alcun male a colui che me le lanciò sul viso,
fremo ancora di rabbia e di vendetta... Rubare una fragola è dunque
sì gran delitto! Eppure tante volte io ne aveva avuta l’opportunità e
mai non lo aveva fatto! Ma da quel momento io ne rubai tante e tante,
e rubai tutto ciò che mi venia fatto di rubare... Io provava una certa
soddisfazione, una certa voluttà ad ingannare, a rapire, ingannar gli
altri ed essere ingannato, non è forse questo lo spirito della società
in cui viviamo?... Ecco... domani sarò ricco: domani il mio nome farà
il giro della Francia e forse del mondo, e a che lo dovrò? Domani io
sarò ricco, rinomato e vendicato! La vendetta, le ricchezze e la gloria
faran tacere per sempre i rimorsi del delitto che ho commesso laggiù,
in Italia. Domani più non avrò che desiderare.»
Ducastel fu interrotto nel suo tristo monologo dalla voce di Augusto
e di Giustino i quali si erano levati per tempo anch’essi per godere
della freschezza del mattino.
— Da bravo, Ferdinando Ducastel, gridò Giustino, ci hai prevenuti. Ma
noi abbiamo trovato le tue orme. Sei buon levatore, per bacco! da vero
artista! E che ne dici di questi siti?
— Incantevoli, rispose Ducastel, sorridendo a’ due giovani, e
dando alla sua fisonomia la più naturale e semplice espressione di
ammirazione.
— È la prima volta che vieni a Auteuil?
— No, ci sono stato altra volta, nella mia fanciullezza.
— Guarda, Giustino, disse Augusto che era stato disattento alla
conversazione de’ due amici, guarda laggiù il covile di Federico
Lennois. Ti ricordi, eh? Quel tristo bastardello che ardì scagliare
delle pietre alle tue spalle?
— Se il ricordo! disse Giustino con accento d’ira e di spregio, non
potrà mai uscirmi di mente la feroce espressione del volto di quel
maledetto monello... E che n’è di lui?
— Sfido a saperlo! O è morto ucciso, o starà covando ancora i suoi
furti in prigione... Sai che a Parigi fu gittato in carcere per una
gran somma di denaro che avea rubato.
— Eppur ci scommetto che quel diavoletto avrebbe avuto sveltezza
d’ingegno... Rammenti le risposte che dava ai contadini di queste
campagne che il beffeggiavano, e qualche volta anche a noi, quando ci
saltava il capriccio di andarlo ad insultar nella sua tana per ridere
un poco!... Ma dimmi, Augusto, com’è che che un bel giorno sparì da
Auteuil senza che di lui si fosse saputo niente più?
— Non saprei dirtelo con precisione. Ciò accadde pochi giorni dopo che
sua madre lo battè a morte fino a fargli uscir sangue dalla bocca, per
punirlo d’una violenza ch’ei stava per commettere su noi. Non si ebbe
più di lui altra notizia, tranne che a Parigi era stato arrestato per
furto. Di poi non ne intesi più a parlare.
— Sarà crepato come un cane in qualche oscuro angolo del mondo, disse
Giustino. A proposito di cani, ti ricordi come sacrificai a colpi di
mazza quella povera bestiola tanto cara al Lennois? Fu quello per me un
vero divertimento! Io godeva tanto a veder piangere quel briccone!
— Eppur ti confesso, mio caro Giustino, disse Augusto, che, quando io
vidi piangere a lagrime di disperazione il povero Federico, che era
stato ligato al frassino da quella furia di sua madre, mi pentii quasi
dell’amaro scherzo; ed avrei voluto ridonar la vita a quella bestiolina
che egli amava tanto! In quel momento ebbi quasi pietà di quella
creatura infelice che non avea sulla terra nessuno che lo amasse,
neppur la madre!
Ferdinando Ducastel non avea detto un sol motto durante questo
colloquio de’ due giovani amici; egli affissava le lontane campagne, e
parea che fosse stato disattento a tutto ciò che si era detto: ma alle
ultime parole di Augusto, Ducastel si voltò subitamente inverso lui, e
lo guardò con singolare espressione. I due giovani non vi badarono.
— Ebbene, Ducastel, si comincerà in giornata il nostro lavoro,
n’è vero? dimandò Giustino cercando di finirla con un soggetto di
conversazione che non facea troppo onore al suo cuore.
— In giornata, rispose freddamente l’artista, però che io non potrò
a lungo aver l’onore di rimanermi a Auteuil; importanti affari mi
chiamano a Parigi dove ho lasciato i miei bauli ed i miei quadri.
— Non sai, Augusto? seguitò Giustino; il nostro Ducastel ci farà
vedere il suo quadro destinato alla grande Esposizione: rappresenta la
_Preghiera_.
— Sublime soggetto! esclamò Augusto; e quando avremo il piacere di
ammirare il vostro lavoro?
— In qualunque giorno vorrete onorarmi all’albergo _Mirabeau_, strada
della _Pace_, a Parigi.
— Avete idea di vendere il vostro lavoro?
— È già venduto, rispose Ducastel.
— Per qual prezzo?
— Cento mila franchi.
— Cento mila franchi! esclamarono i due giovani compresi di maraviglia
estrema; ma questo è dunque un capolavoro!
— Un capolavoro, ripetè Ferdinando Ducastel pallido e distratto.
— E di grazia, a chi lo avete venduto?
Ducastel tentennò alquanto a dire il nome del compratore, abbassò lo
sguardo; indi rispose:
— Ad un forestiero che sarà tra giorni a Parigi, al più ricco banchiere
di Scozia, a Eduardo Horms, di Glascovia.
Pochi minuti dopo questa conversazione, i tre amici s’incamminavano
alla volta del castello d’Orbeil.
IV.
EDUARDO HORMS
Sono le sei pomeridiane. Intorno ad un gran tavolo rotondo d’una delle
più belle stanze dell’Albergo _des Princes_, strada Richelieu a Parigi,
sono sedute cinque persone, due donne e tre fanciulli.
Non è passato un quarto d’ora dacchè il loro pranzo è finito.
Sdraiato sovra una soffice greppina sta un giovine gentiluomo, il
quale, comechè occupato a leggere il giornale de’ _Dèbats_, sembra non
pertanto dominato da una certa impazienza di aspettar qualcuno.
Una delle due donne, la più alta e pallida, è intenta a scrivere una
lettera; e l’altra, sua sorella, appoggiata col gomito dritto in sul
tavolo e colla fronte sulla palma della mano va seguitando cogli occhi
le righe segnate dalla sorella maggiore.
I tre fanciulli, seduti dall’altra parte del tavolo, sfogliano un albo
di caricature.
Ritroviamo con piacere Eduardo Horms, Lucia sua moglie, Marietta,
Giuseppe, Andrea e Uccello Fritzheim.
Conoscemmo Eduardo Horms nel momento della morte di Daniele de’ Rimini,
e non avemmo, per così dire, il tempo di presentarlo ai nostri lettori;
ma pur quel momento bastogli per conquistare le nostre simpatie e
la nostra estimazione. Con un atto solenne, inaspettato, grande e
generoso, egli cancellava in qualche modo le colpe del fratello, e
ricompensava la virtù d’una onesta e sventurata fanciulla.
Eduardo era il più giovine e il più bello dei figli maschi del
Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda. Sua madre, nata
da probi e ricchi proprietari di Glascovia, morti entrambi, quando
ella era fanciulla ancora, era stata, al pari dell’infelice Juanita
di Gonzalvo, la vittima della più scaltra e detestabile seduzione,
alla quale non sopravvisse che pochi anni, lasciando il bambino,
frutto della colpa, nelle mani d’un fratello di lei amantissimo, il
quale rifuse addosso al pargoletto nipote l’amore che avea per la
sorella. Eduardo ricevè la più accurata e gentilesca educazione, e
riuscì un modello di squisitezza di modi: egli aveva un bel cuore, un
bell’ingegno e una vasta erudizione. All’età di quindici anni, avea già
fatto il suo corso di lettere e di filosofia: oltre a ciò, disegnava a
meraviglia, sonava l’arpa e il piano, parlava l’inglese, il tedesco e
il francese, e soprattutto componea versi da poter stare a pareggio con
quelli dei più grandi poeti inglesi.
Eduardo era una di quelle nature scozzesi che ricordano i personaggi
di Ossian e di Walter Scott, la virtù più pura era negli occhi suoi
che avean il color del cielo: la sua anima non comprendea la falsità,
l’inganno, l’ipocrisia. Sensibilissimo e affettuoso, egli metteva
un’estrema delicatezza nella manifestazione dei suoi sentimenti, di
amore, di lealtà, di abnegazione.
Ahi! trista condizione di chi non può respirare altra atmosfera! Le
altissime montagne, i deserti, le foreste uscite dalle mani della
natura, sono soltanto i luoghi ove l’aria è pura e serena, e dove
l’anima si slancia con gioia ed amore verso la prima Sorgente del Vero,
del Bello e del Grande; ma in grembo alla società, nelle auguste stanze
de’ nostri appartamenti, nelle popolate strade delle nostre capitali,
l’aria è corrotta e malsana: tutto è piccolo, inceppato, affettato:
le parole non esprimono le idee o significano idee contrarie: a poco
a poco si smarrisce, si perde l’attitudine a’ grandi pensieri e alle
grandi azioni: l’anima umana, quasi uccello rinchiuso in gabbia, si
dibatte per qualche tempo tra le grétole della sua prigione, e indi vi
si avvezza e vi rimane tranquilla, e non mai felice.
Eduardo era vivuto sin dalla sua fanciullezza in un castello remoto
e solitario presso Glascovia. Questa bellissima città della Scozia,
situata in una posizione elevata, sulla riva destra e alquanto al
disopra del Clyde, offriva un quadro di naturali bellezze alla vergine
fantasia del giovinetto poeta e artista, il cui pennello e la cui penna
ritraevano la solenne maestà della lontana catena di Ross, o la severa
bellezza de’ monumenti architettonici de’ mezzi tempi, ond’è ricca
quella città della Scozia. I sensi e l’anima del solitario poeta si
erano in certo modo raffinati al contatto della schietta natura. Pochi
e vecchi amici di suo zio, persone di specchiata probità, formavano
tutta la società che egli vedeva di tempo in tempo. Sempre dedito ai
suoi studi, alle sue arti che coltivava con estrema passione, Eduardo
vedea sorger la vita nel lontano avvenire come quei paesaggi incantati
che sorgeano, all’alba, dal seno delle dense nebbie notturne, e che
egli ritraeva sulla tela, sposandovi tutto l’entusiasmo e la tenerezza
del proprio cuore.
La meditazione e la contemplazione, le due nobili e sublimi facoltà
dell’anima, erano state tutta la vita di Eduardo fino all’età di
diciotto anni. A questa età, la morte dello zio, che il lasciava
erede universale di tutte le ricchezze, il gittava ad un tratto fuori
dei suoi gusti e delle sue consuetudini. Eduardo era divenuto in un
momento il più ricco banchiere di tutta la Scozia; la ricchezza gli era
piombata addosso come un pesante fardello.
Lo zio aveva acquistate grandi ricchezze col commercio del carbon
fossile, avendo saputo trar vantaggio dalla situazione di Glascovia,
tanto favorevole ad un tal commercio; imperocchè, col mezzo del Clyde,
questa città si mette in comunicazione coll’Atlantico, e, col mezzo
del canale che congiunge quel fiume al Forth, manda nel mare del Nord
i prodotti della sua industria, e massimamente il carbone alimentatore
di quella gran possanza che si addimanda il vapore. Oltre a ciò,
Glascovia, pel canale di Moukland, riceve il carbon fossile a prezzo
discretissimo. Lo zio di Eduardo era eziandio il capo delle officine di
_Clyde-ironworks_, onore, che, per la sua morte, ricadea sul suo erede
e nipote.
Ma Eduardo non era nato pel commercio: laonde trovossi in un mondo al
tutto nuovo; cercò aiuto e consigli a’ vecchi amici di suo zio, e finì
coll’affidare ad uno di questi la direzione dei negozii per potersi
abbandonare, senza inciampo, alle sue favorite tendenze e ai suoi
carissimi studi.
Il primo uso che egli fece d’una gran parte de’ suoi capitali fu di
spenderli all’acquisto di opere di arte. Egli aveva un gusto perfetto
e una intelligenza così fina in fatto di pittura che al primo sguardo
indovinava le opere eminenti, e ne additava la scuola e talvolta
l’autore: erasi messo in corrispondenza coi più rinomati artisti di
Europa, dando loro l’incarico di vari lavori, cui egli compensava
largamente. Il suo nome era noto a quasi tutti i migliori artisti,
i quali il riguardavano qual loro valente e generoso mecenate.
Agl’Italiani il genio, agli Inglesi il gusto: quelli eseguono,
questi apprezzano: ai primi la scintilla dell’ispirazione, a’ secondi
l’istinto dell’estimazione; agl’Italiani il creare, agl’Inglesi il
conservare.
Eduardo Horms, al pari degli altri figliuoli del Baronetto Edmondo
Brighton, riceveva da ignota mano ogni mese la polizza di cinquanta
ducati. La prima volta che Maurizio Barkley si presentò nel castello di
Horms ad offrire al figliuolo di Edmondo il misterioso assegnamento,
di cui tacque la ragione e la provenienza, siccome avea fatto cogli
altri quattro frutti dei giovanili errori del suo padrone, lo zio di
Eduardo rigettò con isdegno la tarda memoria o pentimento che aveva il
padre del garzoncello. Ma la incumbenza di Maurizio era precisa: egli
era semplice esecutore di un ordine di cui non ispettava a lui valutare
il merito e le ragioni; però fece chiaramente intendere al Banchiere
scozzese che il denaro era pagato a Eduardo Horms, e che, se questi
ricusasse dovea farne una dichiarazione in iscritto per discarico di
esso Maurizio alla cui negligenza o poco zelo sarebbesi accagionato
il rifiuto. Interrogato il giovinetto Eduardo, questi chiese la venia
di suo zio per non ricusarne un attestato di affetto, qualsivoglia ne
fossero la provenienza e la causa: dissegli ciò non pertanto che egli
avrebbe consacrati que’ cinquanta ducati mensuali a sollevare le povere
famiglie del suo paese, e che a tal modo avrebbe forse ottenuto perdono
appo l’Altissimo la colpa che avea tratto alla tomba la sventurata
genitrice. A così fatte ragioni conveniva piegar il capo; e lo zio,
che grandemente amava il figlio di sua sorella, più non mise avanti
nessun argomento di rifiuto. Non è a dire quanto la bell’anima di
Maurizio fosse stata tocca dal candore e dalla virtù del giovinetto:
i suoi occhi erano bagnati di lagrime; lo abbracciò, se lo strinse al
cuore, e se gli dichiarò amico sincero e leale: moltissimo tempo con
lui s’intrattenne a ragionare; e ad ogni parola del giovine scozzese,
Maurizio discopriva in lui novelli tesori d’intelligenza, di tatto
finissimo. Eduardo gli mostrò i suoi bozzi, i suoi disegni; fecegli
vedere le compere di quadri che avea fatte, e diedegli a leggere i suoi
versi, che spremeano lagrime di commozioni dagli occhi del virtuoso
Esquire.
Con quell’istinto di delicatezza che è retaggio esclusivo delle anime
nobili, il giovine Horms non fece a Maurizio nessuna interrogazione
risguardante il suo genitore, però che ben comprendea esser questo
l’ignota mano che forse da lontane regioni pensava al sostentamento
del figliuolo. Eduardo indovinò che Maurizio nulla potea rivelare, e
volle risparmiargli il rammarico d’un rifiuto involontario. Maurizio
comprese, e fu tocco da questa eccessiva delicatezza.
Maurizio si separò dal giovinetto Horms, imprimendo sulla costui
candida fronte un bacio tenerissimo; e gli giurò che non avrebbe
giammai dimenticato di avere a Glascovia un amico cui tanto si era
affezionato. Eduardo gli promise di scrivergli in ogni fin di mese,
facendogli capitare la sua lettera unitamente al ricevo della polizza
mensuale.
Maurizio non rivide Eduardo Horms che dopo la morte del Baronetto, e
quando trasse a Glascovia per eseguire le ultime volontà di Edmondo,
il quale lasciava a ciascuno dei suoi cinque figliuoli la somma di
duemila e quattrocento piastre. Non dipingiamo la gioia onde queste
due nobilissime anime si rividero e si riabbracciarono. Una nube
di tristezza copriva per altro la fronte, pel consueto tranquilla,
del Barkley. Tutto il mistero della propria nascita fu rivelato al
giovinetto di Glascovia, il quale pianse a lungo sulla morte del
genitore, e dal profondo del cuore gli perdonò il tradimento fatto alla
madre, e l’abbandono del figlio.
Maurizio disvelò benanche al caro giovine l’esistenza ed i nomi degli
altri quattro fratelli, i quali viveano in diverse regioni: narrò la
storia di Daniele, e fece tal dipintura commovente della sventurata
Lucia Fritzheim, che Eduardo ne fu tocco profondamente, e promise
a Maurizio che, se si fosse determinato a venire in Napoli, dove il
chiamava l’ardente suo desiderio di ammirare i capilavori di pittura
che si conservano in questa città, avrebbe cercato tutti i mezzi di
conoscere ed avvicinare l’adorabile figliuola dello stradiere.
La storia di Daniele, la sua ambizione, la sua avidità di ricchezze,
il tradimento fatto alla sventurata Lucia, le strane e terribili
condizioni poste dal padre alla eredità, sorpresero e addolorarono il
virtuoso e nobil cuore di Eduardo. Maurizio nulla gli avea rivelato
dei suoi sospetti sulla reità del giovine erede, però che questo era un
segreto che egli avrebbe voluto nascondere anche a sè medesimo.
Eduardo regalò all’ospizio della Maddalena, pio stabilimento dove son
ricettate in Glascovia le donne penitenti, parte del retaggio paterno
che gli era stato portato da Maurizio, e parte ne fece dono all’altro
ospizio di Hutcheson.
Prima di separarsi da Eduardo, Maurizio il pose a parte delle pene
del proprio cuore; e gli manifestò il suo amore per Emma di Gonzalvo.
Eduardo fe’ voti al cielo che la bella andalusa corrispondesse ai puri
sentimenti dello amico, e gli augurò tutto il bene che avrebbe potuto
desiderare ad un fratello.
I due amici si promisero d’intrattenersi continuamente per via di
lettere, e si separarono giurandosi un’eterna e costante amicizia.
Alquanti mesi dopo la partenza di Maurizio, Eduardo si risolse a venire
in Francia e in Italia: la sua passione per le arti lo trasportava.
D’altra parte, egli aveva il fermo proponimento di stringer la mano ai
suoi quattro fratelli e sorelle, di cui si era fatto dare da Maurizio
le indicazioni e gl’indirizzi: avrebbe offerto loro la sua amicizia e i
suoi servigi, se costoro ne avessero avuto bisogno.
Libero indipendente e ricco, Eduardo non indugiò a mandare ad
effetto il suo proponimento, e partì, dopo aver raccomandato al suo
amministratore i suoi affari commerciali, e la sorveglianza delle
officine di _Clyde iron-works_.
Egli visitò le principali città della Germania, e tra le altre quella
dov’era sepolto suo padre, il Baronetto Edmondo Brighton, di cui volle
veder la tomba a _Schoene Aussicht_: s’informò del giovine italiano
Daniele dei Rimini, erede universale delle ricchezze del Baronetto,
e gli fu detto che da poco tempo il nuovo Conte di Sierra Blonda era
partito da Manheim, non ostante il divieto dei medici, ai quali il suo
cattivo stato di salute incutea timore. Diceasi che egli recavasi in
tutta fretta a Napoli per ammogliarsi. Eduardo conoscea la storia degli
amori del giovine pianista; e più non dubitò che lo avrebbe trovato a
Napoli: laonde si partì da Manheim, prendendo la volta della Francia.
Arrivato a Parigi, non sapremmo dire che impressione produsse
sull’animo suo questa rumorosa capitale, dove sembra che gli uomini non
debbano avere altra occupazione che il divertimento. Eduardo sapea da
Maurizio che suo fratello Federico Lennois non era a Parigi, ma bensì
a Pisa, dove avrebbe anche trovata sua sorella Luigia Aldinelli: ei
dunque si affrettò di volare in Italia, che egli sospirava di vedere, e
dove tante artistiche commozioni lo aspettavano. In Francia ei non avea
trovato che _caricaturisti_ e buoni dipintori di figurini di moda.
Come prima ebbe posto il piede in Italia, Eduardo sentì una vita
novella, un nuovo essere; tutto parlava alla sua fantasia; tutto il
commovea e richiamava le lagrime agli occhi suoi. I campi rivestiti di
eterna verdura, l’azzurro purissimo del cielo, la soavità voluttuosa
dell’aria, gli occhi incantatori delle donne, i canti popolari
ricolmi di malinconiche melodie, la magia inarrivabile del pennello,
dello scarpello e del bolino, mettean sottosopra il cuore di lui e
lo riempivano di un fiume di dolcezza e di amore; sicchè si trovava
sempre sulle labbra il verso di Byron: _Is this a fancy that our
reason scorns?_[1] Volò a Pisa: ardeva dal desiderio di conoscere
almeno due de’ suoi fratelli: col cuore palpitante di commozioni trasse
all’abitazione di Federico Lennois, secondo gli indizi ricevuti.