Questo giovine era alto di statura, di membra vigoroso, come

FRANCESCO MASTRIANI

PARTE PRIMA

ROMANZI

FRANCESCO MASTRIANI

FEDERICO LENNOIS

ROMANZO

V

Seguito del Romanzo

IL MIO CADAVERE

NAPOLI

STAB. TIP. CAV. GENNARO SALVATI

(Casa Editrice)

Maddalenella degli Spagnoli, 19

Proprietà letteraria, dell’editore Cav. Gennaro Salvati acquistata

con rogito per notar Tucci.

_Parte Prima_

I.

AUTEUIL

Due creature, al pari gentili, al pari avvenenti, vestite con la

studiata semplicità de’ villeggianti parigini, erano sedute all’ombra

d’un gran tiglio, in un amenissimo parco, nelle circostanze d’Auteuil,

presso Parigi.

Queste due creature, di cui la mano dell’una riposava mollemente

in quella dell’altra, erano fratello e sorella, Augusto e Isalina

d’Orbeil.

Comechè belli entrambi, i loro volti nondimeno erano al tutto

differenti nel carattere e nell’espressione. Quello di Augusto,

giovine di 24 anni all’incirca, era una copia perfetta di tutt’i belli

e insipidi volti inglesi: lungo, biondo, spelato, occhi cerulei,

naso affilato, fronte spaziosa e intelligente. Di botto si scorgea

nelle sembianze di questo giovine una placidezza di temperamento, non

soggetto ad alterarsi che nel caso di offese al suo infiammabile amor

proprio: poco loquace, poco espansivo, il più lieve dolore fisico

spremea lagrime da quel debil corpo, cui la più delicata e gentilesca

educazione avea renduto vie più molle e insofferente. Il cuore di

Augusto benchè rigonfio di alterigia, era proclive ad ogni gentil

sentimento; ma la sua fibra non reggeva alla vista de’ mali e delle

miserie umane: egli torceva con disgusto il guardo dagli accattoni

e da’ mendici di strada, e non comprendea la vita senza gli agi e le

ricchezze. Augusto era di quegli uomini pei quali la miseria è sempre

un delitto, qualsivoglia ne sia la cagione. Un sentimento peraltro

era da lui onorato in sommo grado, l’amicizia, incapace di grandi

e bollenti passioni, egli era parimente incapace di mire basse e di

volgari interessi; nobile per nascimento, per istinto, per tempera

d’animo e di corpo, il fratello d’Isalina era amico sincero e cordiale,

perocchè nimico di ogni interessata simulazione.

Isalina, cui diciotto anni appena innostravano il volto di vaghe

rose, era una bellezza interamente francese; ogni suo movimento era

una grazia; ogni sua parola una rivelazione del gusto più fino e del

sentimento più nobile. Amante riamata del più vago ed elegante giovine

di Parigi, ella sarebbe stata felice se il suo amante non si fosse

trovato da oltre un anno fuori della Francia. Ella sapea che ogni

giorno era un novello cumulo di piaceri; e a diciotto anni la vita si

slancia con ardore nel campo dell’avvenire; ne divora col pensiero le

ardenti emozioni; l’immaginazione è sì ricca; l’anima è sì riboccante

di affetti! A diciotto anni si ama tutto; si amano i fiori del campo,

i colori dei tramonto, le nugolette passeggieri, si amano il riso e

le lagrime. Isalina era l’idolo della sua famiglia, de’ suoi amici,

ed in particolar modo del fratel suo; il quale l’amava con indicile

affetto... La sua mano, da parecchi anni promessa a Giustino Victor,

uffiziale della marina francese, era stata l’oggetto delle più vive

speranze d’una schiera di signorotti che frequentavano la casa del

Visconte d’Orbeil padre delle due gentili creature, di cui abbiamo

abbozzato il ritratto con fugaci pennellate.

Auteuil è uno de’ siti più pittoreschi e ameni che circondino la

capitale della Francia, da cui non dista che una lega e mezzo. La moda,

regina assoluta e dispotica in Francia, ne faceva al tempo da cui noi

diamo principio al nostro racconto, uno de’ villaggi aristocratici,

imperocchè, prescindendo dalla salubrità dell’aria e dalle belle

campagne che invitano al raccoglimento e al riposo, racchiude questo

circondario di S. Dionigi non poche rimembranze di gloria letteraria,

avendo offerto amica stanza a Moliere, a la Chapelle, a Elvezio,

a Condorcet, a Boileau e ad altri sommi, di cui le dimore vengono

mostrate a’ riverenti viaggiatori.

Il Visconte d’Orbeil, uno de’ più ricchi e ragguardevoli discendenti

d’antica nobiltà di Francia, possedeva in Auteuil un magnifico parco

e un casino che per la sua ampiezza e vetustà potea ben dirsi un

castello, essendo convenuto a Parigi, tra le persone di qualche

levatura, di addimandare _hôtels_ i più modesti palagi di città e

_castelli_ le più pastorali casette di campagna. Ma è noto che la

gran parte di supremazia che i Francesi vantano in fatto di civiltà,

consiste specialmente nel dare grandi e bei nomi alle cose più semplici

e comuni: la VERNICE ecco il prodigioso segreto di questa pretesa

supremazia!

In questo casino la famiglia d’Orbeil veniva a passare ogni anno la

stagione estiva e gran parte dell’autunnale. Bello oltre modo è il

parco attiguo al casino a sinistra un lago d’acqua si spiega come un

lungo nastro cilestre tra due file di salici e di pioppi: a dritta si

perdono alla vista una infilzata di case rurali da’ tetti rossi, dietro

alle quali si alza quella nebbia sottile che dir si può la respirazione

di Parigi. Varietà di passeggiate, simulate foreste e cascate, fontane

zampillanti, tugurietti eleganti improvvisati nel mezzo di ombrosi

padiglioni di alti alberi, spelonchette misteriose: asilo di voluttà

per isvariate frotte di augelli: tutto questo era combinato eziandio

colla parte di utilità; dappoichè un grandioso filatoio di cotone e

un lanificio rompevano un poco a rispettosa distanza la poesia del

parco, e gittavano un certo riverbero plebeo su i blasoni del Visconte,

rivelando forse le prime sorgenti della sua famiglia.

Tramontava un bel giorno di maggio. Il sole accompagnato da numeroso

corteo di nugolette da’ vivaci colori, si adagiava mollemente sovra un

letto di porpora e d’oro, e mandava su le lunghe zone di verdura i suoi

pallidi raggi. Un’auretta gentile, correndo tra i roseti e i gelsomini

ne rapiva la pura essenza e ne profumava la campagna.

Tutto era quiete e raccoglimento all’intorno. Non si udiva che lo

spirar di zeffiro lungo i filari di acere e di pioppi, e la lontana

monotona voce delle lavoratrici, che tornavano dall’opificio di cotone,

cantando le malinconiche canzoni de’ loro villaggi circonvicini.

La luce si perdeva unitamente alle rimembranze del giorno nelle mille

trasformazioni delle ombre cadenti. Le pianure lontane e le case

campestri, che ne interrompevano a quando a quando la monotonia,

incominciavano a disegnarsi come sfumi nel fondo di un quadro: i

paesaggi diventavano masse più o meno scure: colonnette di fumo

elevavansi in diversi punti dell’orizzonte e attestavano l’ora di

pranzo degli stanchi operai, raccolti nel seno delle loro famiglie.

La scena era malinconica, e in armonia perfetta con lo stato delle

anime che abbiamo primamente presentate a’ nostri lettori. Augusto

e Isalina erano immersi da una buona mezz’ora in quella vaga

contemplazione della natura che ha tanta segreta dolcezza! Que’ due

giovani erano così felici in quel momento!

— Isalina, diceva Augusto dopo lungo silenzio, io non posso pensare

senza dolore al giorno in cui ci sarà forza di vivere separati l’uno

dall’altra. Ogni volta che i nostri genitori parlano del prossimo

arrivo di Giustino e del tuo immediato matrimonio, io sento nel mio

cuore una tal pena che tu non puoi comprendere. La gioia di rivedere

il mio caro Giustino mi viene amareggiata dal pensiero della nostra

separazione. Non ebbi mai più dolce amica di te, sorella mia; insieme

educati nella casa paterna, cresciuti sempre a fianco l’uno dell’altra

noi abbiam goduto degli stessi piaceri infantili; e appresso, ci siamo

scambiati i più reconditi segreti dei nostri cuori. Oh! io non posso

riandare, senza una tenerezza estrema, sui cari giorni della nostra

fanciullezza! Oggi noi siamo felici, Isalina; ma quanto più lo eravamo

in quell’età che è corsa con rapidità sì grande! Ricordi quando il

mattino a primissima ora, chiesto il permesso al nostro aio, ci davamo

a scorazzare per questo parco, ad arrampicarci su gli alberi, a sfidare

al corso la lodoletta? Ricordi quando, attraversando la vasta pianura

dell’_Usignuolo_, andavamo a trovare la mendica del platano, in fondo

di quel suo tugurio scuro e affumicato? Tu le portavi talvolta qualche

moneta o ristoro di cibo, ed io ammirava il coraggio che avevi nel

toccare le mani di quella disgraziata inferma! Io mi rimanea sulla

soglia di quel tugurio, non potendo vincere la ritrosia che mi ispirava

quella miseria... Oh, sorella, la povertà dev’essere pur un’orribil

cosa! Non so dirti come viva è rimasta in me la rimembranza di quella

vecchia ammalata!

— E ricordi tu, Augusto, chi era quella vecchia?

— No, propriamente, io non rammento altro tranne che la si addimandava

la _poverella del platano_, perocchè, come sai un enorme platano

covriva coll’ombra sua quel tugurio. Noi salivamo tante volte sulle

prominenze di quell’albero annoso, e di lassù vedevamo qualche mattina

sorgere il sole dietro le mura del nostro castello... Rammentami

dunque, Isalina; chi era quella vecchia?

— Ella era la madre della tua nutrice, di _mamma Zenaide_.

Il giovine si rabbruscò in viso; abbassò gli occhi, e mormorò:

— Oh sì, davvero, or mi sovviene perfettamente! In quale stato di

miseria fu ridotta la povera vecchia!

— Dissero, soggiungeva Isalina, che quando morì delirava da far

compassione... Immaginati, Augusto, che ella diceva ne’ suoi

vaneggiamenti cose talmente strane e curiose da far ridere e piangere

al tempo stesso! Diceva che sua figlia Zenaide era la sposa di un

gran signore, d’un forestiero ricchissimo, il quale l’avea poscia

abbandonata; che ella avea fatto un bel sogno nel quale erale paruto di

vedere il figliuolo di sua figlia divenuto un signore di gran levatura.

— Chi? interrompeva Augusto, raggrottando le ciglia, quello sporco e

guitto monello, che, se ben ricordo si nomava Federico Lennois, e che

ebbe una volta l’arroganza di scagliar delle pietre su Giustino Victor

e su gli altri nostri amici?

— Per lo appunto. Or bene, la vecchia diceva di aver veduto in sogno

questo Federico nobilmente vestito, circondato da servi, e festeggiato

da tanti amici!

— Ah! ah! interruppe Augusto ridendo, io per me credo invece che

egli sia morto nella prigione di ladruncoli, dove, ci si disse, venne

gittato a Parigi.

— La vecchia, ripigliava Isalina, diceva nel suo vaneggiamento cose

assai strane: diceva che non volea più riveder sua figlia; non la

facessero entrar nel suo tugurio. La poveretta dimenticava che Zenaide

era morta!

— Ah! ella dunque è morta, la mia nutrice? chiedeva Augusto, sfogliando

spensieratamente i petali d’un garofano.

— Noi sai? l’anno scorso ella venne qui un momento... Tu eri a Parigi

da tua zia la marchesa di Beauchamps... Oh! com’era sfinita dalla

stanchezza del viaggio la povera donna!... Pallida, co’ capelli in

disordine, collo sguardo smarrito, ella parea matta... Si cacciò

senza dir nulla nelle sale del nostro castello; guardava stralunata

in volto a’ servi; non riconobbe più nè mia madre nè me! Alle nostre

interrogazioni rispondea parole vaghe, inconcludenti: parea che andasse

in cerca di qualcuno; ed in fatti, indovina di chi cercava con tanta

ansietà?

— Di chi mai?

— Di te, Augusto; e quando le si disse che tu eri andato a Parigi,

rimase profondamente addolorata; si lasciò cadere sovra una sedia;

abbassò il capo in atto di scoraggiamento e di stanchezza mortale; e,

dopo alquanti minuti alzatasi di botto, scappò via, senza dir niente...

Sapemmo che l’infelice era morta a Parigi.

— Sì, diss’egli dopo alcuni momenti, or mi sovviene perfettamente

di un’emergenza singolare, di cui allora non seppi rendermi ragione,

ma che ora credo spiegarmi almeno verisimilmente. Io stava una sera

nel salotto di mia zia a Parigi: eravi una ragunata di ragguardevoli

persone. La conversazione era animata e brillante; da poco si era

servito il tè. Udimmo di repente uno schiamazzo di voci che pareva

accadesse nella strada, ma che avveniva nel cortile del palazzo

Beauchamps. Dimandammo della cagione di quelle strida. Un servo

ci disse che una donna, una furia, voleva ad ogni costo salire

sull’appartamento dalla Marchesa, dicendo che, se non le si permetteva

di rivedere il signor Augusto d’Orbeil, ella sarebbe andata a gittarsi

nella Senna. Immagina, Isalina, la mia vergogna a queste parole.

Tutti mi guardavano con istupore... Ci fu qualche insolente che in

modo beffardo chiese al servo se quella donna era bella... Io sentii

montarmi il sangue al cervello, e diedi ordine che quella sciagurata

fosse cacciata via anche con forza. Poco stante, udimmo di bel nuovo

le grida e lo schiamazzo. Mi parve allora di riconoscere la voce e il

pianto di Zenaide; ebbi rossore dell’atto di rigore che avea comandato;

ma non ebbi coraggio di richiamare il comando... Ora più non dubito, su

quanto mi hai detto, che quell’infelice era la misera Zenaide, e sento

il rimorso di aver forse contribuito alla morte di quella donna che pur

tanto mi amava!

— In verità, Augusto il tuo comando fu un po’ troppo severo; bisognava

dapprima chiedere del nome e dello stato di quella sventurata!

— Ma tu non consideri, Isalina, ch’io mi trovava in un consesso

rispettabile, agli occhi di cui sarei paruto per lo meno ridicolo,

se mi fossi diversamente comportato verso una donna plebea, che aveva

l’arroganza di chiedere di _riveder_ me. Ciò facea supporre che ella

mi avesse altra volta veduto; ed è egli permesso a simili donne di

distinguere qualcuno di noi? Che abbiam noi di comune con tal gente?

Può una donna del popolaccio permettersi arrogantemente di chiedere

del nome d’un nobile, come se chiedesse del nome di suo figlio? Non le

aveva io già da molti anni proibito di più annoiarmi colla sua ridicola

affezione?

— Ma finalmente, Augusto, se si fosse saputo che quella donna era

Zenaide, la tua nutrice, non arrecava più maraviglia che ella facesse

tanta istanza per rivederti. Era ben naturale!

— Tu dunque credi sorella mia, che un giovine gentiluomo di 23 anni

abbia tuttavia a ricordarsi dalla sua nutrice?

Il volto di Augusto erasi alcun poco acceso di sdegno. Isalina più non

rispose, e abbassò gli occhi. Questa buona fanciulla non si sentiva

la forza di contraddire apertamente a suo fratello; ma nel suo cuore

disapprovava l’alterigia e la durezza di lui.

Scorsero alcuni minuti in silenzio dall’una parte e dall’altra. Augusto

riprese la conversazione:

— Nostro padre crede adunque che il ritorno di Giustino sia imminente?

— Egli lo spera, rispondeva arrossendo Isalina, ma non ha voluto dirmi

ciò che gli fa sperare il vicino ritorno del mio fidanzato. Voglia il

cielo che non sia questa una ingannatrice illusione dell’animo suo!

— Sta di lieto cuore, sorella; papà forse ha qualche informazione che

non vuol comunicarci; ma ci è da scommettere che egli non s’inganna.

Dopo un breve intervallo, in cui i due giovani rimasero in preda de’

loro pensieri, Augusto ripigliò:

— Oh con quanta tenerezza ricordo que’ giorni che io passava in

compagnia del caro Giustino! Egli, come rammenti veniva in questo

castello ne’ mesi di villeggiatura ogni sabato a sera e ne partiva il

lunedì mattina. Non so dirti con quale ansia io aspettava il ritorno

del sabato!

— Ed io, Augusto, ed io! interrompeva la sorella portandosi

il fazzoletto agli occhi rossi di lagrime, ah... io non poteva

allontanarmi un sol momento dal terrazzino. Davvero non saprei dirti

da qual batticuore io era oppressa in quei momenti! Ad ogni rumore di

carrozza che udiva in distanza, quando giungea l’ora in cui Giustino

dovea venir da noi io era costretta a pormi una mano sul petto, perchè

temeva che mi scoppiasse per la soverchia emozione; e non respirava

che quando mi assicurava che non era il suo carrozzino. Era così forte

l’affannoso batticuore che mi prendea nell’udire il cigolio delle

ruote, ch’io temeva quasi di vederlo arrivare. E allorchè io scorgeva

in fondo in fondo al viale di nocciuoli il suo cocchiere, e poscia il

suo grazioso cappello di paglia, io era tanto felice e trista a un

tempo! Lo salutava col fazzoletto, ed egli si alzava, e mi salutava

tante volte col suo cappello!

— Ben so, rifletteva Augusto, che tu divenivi invisibile per tutti

noi, due o tre ore innanzi che Giustino solea venire. Qualche volta

io ti sorprendeva sospesa alla ringhiera del terrazzino, cogli occhi

fissi, immobili sul viale di nocciuoli... Tu eri talmente distratta e

assorta nella tua febbrile aspettativa che non ascoltavi la mia voce,

se non quando io ti abbracciava... Allora io aveva gelosia dell’amore

che tu sentivi pel mio amico; invidiava la sorte di costui. Qualche

volta, perdonami sorella, qualche volta, io sentiva nel mio petto un

certo rancore contro Giustino che avea saputo cattivarsi l’amore di una

sì bella creatura qual tu sei: e non ti nascondo che parecchie fiate

mi proposi di torgli almeno il pretesto di venire al nostro castello.

Mi proponeva di rimproverarlo sulla sua finta amicizia; di dirgli

apertamente ch’ei non veniva a Auteuil per trovare l’amico, ma sibbene

l’amante; che io avrei rivelato il tutto ai nostri genitori, e che non

avrei più sopportato questa sua inclinazione per te, la quale potea

diventar passione come in fatti addivenne. Insomma, io mi proponeva

tante cose rabbiose contro lui e contro te; ma, quando Giustino veniva

qui, quand’egli si gittava al mio collo con quel suo viso ridente e

aperto, tutt’anima, tutto passione, vivo ed allegro, io dimenticava di

botto tutte le mie risoluzioni, ed avrei voluto non istaccarmi un sol

momento da lui. Egli era così felice nel rivederci! Non ponea nessuna

cura a nascondere la sua nascente passione per te, Isalina; egli ti

amava come amava me. Quel gentil cuore forse ignorava di che tempera

era il suo affetto per te; l’amore rivestiva in lui il carattere di

calda amicizia. Egli amava noi tutti, e ben sai come altro affettuoso

figlio si mostrasse del visconte nostro padre, il quale era stato

grandissimo amico del suo povero genitore. Ti è noto che egli entrò nel

collegio di marina ad istanza di nostro padre; ed oggi se si trova a

ventun’anni uffiziale di marina, a chi lo deve? Ei ne va debitore al

visconte, il quale tanto si adoperò per ottenergli quella brillante

posizione.

Mentre Augusto parlava, Isalina mal celava, la pena, che le cagionava

quel cumulo di felici rimembranze, e soprattutto il dolore che provava

al pensiero della lontananza del suo diletto in altri lidi, e forse

esposto ai pericoli di una dimora in mezzo ai nemici del paese. Nessuna

parola può mai significare esattamente quello che prova un cuore

giovine, ardente e appassionato al ricordo delle ore passate a fianco

dell’oggetto amato, massime quando l’amore scambievole è tuttavia una

manifestazione segreta e delicata, una simpatia che traspira nelle

minime cose, un amor non per anco rivelato sulle labbra, ma che si

lascia indovinare negli sguardi loquacissimi, avidi di abbracciarsi, e

in quella fiamma che esala da’ cuori; un amore che è tanto più timido

quanto più puro e fervido, e che è sì felice nella tacita e misteriosa

corrispondenza delle anime!

Conversando a siffatto modo, il giorno era caduto del tutto in una

placidezza sì dolce che rassembrava al morire dell’uomo giusto. Già le

stelle incominciavano a luccicare nella immensità del cielo, come il

mantello di un re di oriente. La campagna sembrava presa da stupore,

tanta era la immobilità delle piante, di cui neppure un filo di vento

scuotea le cime.

I due giovanetti eran rimasti muti l’uno a fianco dell’altro. La

mitezza di quella sera di primavera, e le rimembranze evocate aveano

novellamente immersi i due giovani in quella estasi dolcissima che

prende le anime all’aspetto delle naturali bellezze.

Una voce risonò carissima in mezzo al silenzio del parco. Isalina mandò

un alto grido di gioia, di sorpresa, e si precipitò verso la parte

donde era partita la voce.

Era Giustino Victor il suo innamorato, il quale era di ritorno in

Francia dopo l’assenza di un anno.

L’uffiziale di marina non era solo — Un giovane, di volto nobilmente

gentilesco, l’accompagnava.

Entrambi, scavalcati al cancello d’ingresso del parco, eran coperti di

polvere da capo a piedi, attestavano la rapidità della loro corsa.

II.

IL RITORNO DEL FIDANZATO

Giustino Victor, cui la bella divisa della marina francese dava più

grazia, sveltezza e leggiadria, può esser ritratto in poche parole;

anima calda, appassionata, confidente, temperamento sanguigno-nervoso;

salute di toro; coraggio di leone entusiasmo in tutto; gusto perfetto

in ogni atto o parola; arguto ma insolente motteggiatore, che

nulla risparmiava al desiderio di far mostra di sottigliezza e di

spirito: egli era insomma il vero tipo del militare francese. Di buon

nascimento; di bellissime fattezze di corpo e di volto, Giustino Victor

non aveva altri difetti che quelli della sua nazione, della sua età e

del suo mestiero, la volubilità e la derisione.

Questi difetti per altro non impedivano che il giovine amasse con vera

e profonda passione la figliuola del Visconte d’Orbeil, che era stata

la prima e sola donna da lui amata. Questo amore, nato infin dalla sua

fanciullezza, e quando egli visitava, nelle vacanze di collegio, la

famiglia d’Orbeil, era sempre più cresciuto cogli anni, e discoperto,

non avea trovato alcun ostacolo nei genitori d’Isalina, i quali invece

eransi rallegrati di un’affezione che prometteva di assicurare la

felicità della giovinetta. E allorchè la spedizione marittima della

Morea allontanava il giovine uffiziale dal suolo della Francia non

iscemava però nel cuore di lui l’amore per Isalina, la cui immagine lo

seguitava dappertutto, e verso la quale volavano costantemente i suoi

sospiri, le sue speranze, tutto il suo avvenire.

Augusto e Isalina eran corsi all’incontro di Giustino Victor, il

quale si era slanciato con impeto nelle braccia del primo, rimanendovi

qualche minuto; di poi con indicibile trasporto di amore avea stampato

un bacio caldissimo sulla fronte d’Isalina, il cui seno battea con

estrema violenza e le cui belle guance erano rigate da lagrime di

gioia. Victor piangea, ridea, parea demente, e non trovava nella

commozione del cuore una sola parola un solo accento. Un anno di

assenza era stato per lui un lunghissimo secolo; avea contato i giorni,

le ore, i momenti!

Il ritorno di Giustino dalla Morea non era stato annunziato da nessuna

lettera, da nessun avviso. Qualche cosa era trasparito dai pubblici

fogli, dai quali il Visconte d’Orbeil era stato indotto a creder

vicino l’arrivo del fidanzato di sua figlia. La fregata _Didone_, al

cui servizio era addetto il giovine uffiziale di marina, avea gittato

l’ancora a Marsiglia pochi giorni addietro, restituendo al suolo

della Francia il Generale Maison, comandante la spedizione di Morea.

Giustino era volato a Parigi più ratto di quelle bombe che avean fatto

il terrore de’ Turchi: egli era corso al palazzo d’Orbeil col cuore

palpitante di ansia e di piacere; avea chiesto del Visconte e dei suoi

figli. — Sono ad Auteuil, gli si era risposto.

— Ed ecco, Giustino si gitta a cavallo a fianco del suo compagno di

viaggio, e in un’ora han divorato una lega e mezza.

Vi sono nella vita momenti di una gioia sì matta, che il capo ne

risente sconcerto. L’uomo è così poco avvezzo a’ grandi piaceri; la

letizia sembra così poco omogenea all’organizzazione umana, che un

colpo di gioia uccide più che una grande sciagura. O miseria dell’uomo!

Le lagrime che sono il linguaggio del dolore, lo sono pure della

estrema contentezza; questa dunque non è che dolore!

Isalina piangea; si era appoggiata al braccio del fratello, mentre

questi stringevasi al cuore il dilettissimo amico e futuro cognato.

Un mondo d’interrogazioni e di dimande era sulle labbra di tutti e

tre; e intanto nessuno avea ancora proferito una parola; e tutti e

tre si guardavano con occhi infiammati, di piacere e ritornavano ad

abbracciarsi.

Intanto il giovine compagno di viaggio di Giustino teneasi, taciturno e

indifferente, a rispettosa distanza da quel gruppo.

Questo giovine era alto di statura, di membra vigoroso, comechè la

cute fosse piuttosto fina e delicata; di volto regolare ma scolorato

e freddo: avea gli occhi e i capelli di color castagno; la barba, che

egli portava folta e lunga, poco più scura dei capelli; la dentatura

bianchissima e uguale; la larga fronte macchiata di lentiggini. Vestiva

un soprabitino nero all’artistica, abbottonato sin sull’altezza del

petto: una piccola cravatta amaranto lasciava scoperte e rovesciate

le golette di una finissima camicia; sulle quali veniva mollemente ad

adagiarsi la lunga barba. Un cappello di paglia della miglior qualità

di Firenze avea coperto la corta sua chioma, ed ora, trovandosi egli

nel cospetto dei due figliuoli del Visconte, riposava nella destra

mano.

Strana e curiosa fu la maniera onde questo personaggio diventò l’amico

di Giustino Victor: crediamo necessario di farla conoscere ai nostri

lettori.

Giustino era arrivato a Tolone da non più di due giorni, i quali gli

erano sembrati due lunghissimi anni, imperocchè bruciava d’impazienza

di volare a Parigi; ma il Generale Maison, comandante la spedizione di

Morea, dovè trattenersi in quella città della Francia per particolari

faccende di Stato; intanto l’ordine era stato dato alla fregata

_Didone_ di tenersi pronta a partire per Marsiglia all’alba del domani.

L’amante d’Isalina, malinconico pel ritardo apportato al suo vivissimo

desiderio di mettere il piede a Parigi, non sapea come passare le ore

insopportabili che lo dividevano per poco ancora dall’oggetto del suo

amore. Egli correa le strade; girava e rigirava per tutt’i quartieri

della città; fumava venti sigari al giorno: si fermava distratto e

pensoso alle cantonate delle piazze: compitava, senza intenderne

sillaba, gli annunzi e gli affissi incollati alle mura, e finiva

col gittarsi stanco, annoiato e tristo in qualche bottega da caffè,

dove rimaneva insino a tanto che giungea l’ora di ridursi a bordo

della _Didone_. Chi non ha provato qualche volta un simile stato di

angosciosa impazienza? Chi non ha sperimentato qualche volta in sua

vita un maledetto inciampo che si frappone al compimento d’una brama

carissima, e che mette un indugio più o meno lungo alla soddisfazione

di un desiderio nutrito per anni. Come tutto riesce tedioso e

insoffribile durante quelle ore di martirio! Si soffre una smania, un

arrabbiarsi, di tempestare, di batter qualcuno.

In tale stato si trovava Giustino Victor. Egli malediceva le faccende

dello Stato, il servizio militare, e scagliava contro i Turchi un sacco

di villanie, perciocchè per loro cagione egli era stato costretto ad

allontanarsi dalla Francia, da Parigi, da quanto egli amava.

In sul cader della sera del secondo giorno della sua fermata a Tolone,

Giustino si stava dunque sdraiato in un Caffè.

E sperdeva i suoi malinconici pensieri nei densi buffi di fumo che

tirava da un sigaro di Tripolizza. Egli era più dimesso e rabbonato

del giorno innanzi, dappoichè allo albeggiare del domani si salpava

per Marsiglia e le distanze accorciavansi, ed egli si avvicinava alla

suprema gioia della sua vita.

Stando a tal guisa beandosi nelle care immagini della sua futura

felicità, non si era per niente avveduto che un giovine barbuto e

pallido, il quale stava seduto nello stesso Caffè, vestito con decenza

e semplicità, il ragguardava da circa mezz’ora con ostinatezza; ed

avrebbe potuto costui guardarlo per un secolo, senza che l’amante

d’Isalina si fosse neppur per ombra addato di essere fatto segno ad

un’attenzione così prolungata. Ma l’incognito si alzò e trasse difilato

alla volta dell’uffiziale di marina.

— Non siete voi il signor Giustino Victor? dimandò quegli.

Giustino fu scosso ne’ suoi pensieri, e s’inchinò guardando l’individuo

che gli avea fatto quella interrogazione, alla quale non si aspettava,

perchè non conosceva nessuno a Tolone.

— Son io — rispose.

— Ah! esclamò l’incognito, cui un lampo di gioia brillò negli occhi:

non mi era dunque ingannato!... Quanto piacere mi fa lo avervi

riveduto, signor Victor! Se sapeste da quanto tempo agognava di

stringervi la mano!

Ciò dicendo, l’incognito s’impadronì della destra di Giustino; e

fermamente gliela strinse.

Il giovine uffiziale era restato un po’ nelle nuvole; ciò non di meno,

per quella espansiva cordialità sì comune nei Francesi, avea risposto

alla stretta di mano con un affabile sorriso.

— Il vostro nome, signore?

— Ferdinando Ducastel.

Giustino pensò un poco per raccogliere le sue rimembranze di Parigi.

— Ferdinando Ducastel! Vi confesso, signore, che è questa la prima

volta che odo un simil nome.

— Che è non pertanto quello di un amico sincero e leale che ha avuto

l’onore di stringere più d’una volta la valorosa mano del Colonnello

Victor, vostro padre.

— Un tal titolo mi basta, rispose alquanto commosso l’uffiziale, perchè

io ascriva a mia somma ventura il profferirvi i miei servigi e la mia

cordiale amicizia.

Ferdinando Ducastel si sedè a fianco di Giustino, il quale comandò che

si recassero in sul desco pasticcetti e sciampagna.

La conversazione ebbe il linguaggio della confidenza e della

intrinsechezza, siccome suole subitamente intervenire tra due giovani,

e massimamente tra due giovani francesi. In pochi minuti que’ due si

conoscevano come da lunghi anni: lo sciampagna aveva in gran parte

operato un tale prodigio. I due giovani si abbandonarono a’ moti della

più affettuosa amicizia; tranne che Ferdinando Ducastel lasciava parlar

Giustino, tenendosi quasi sempre nella sua parte d’interrogatore, e

inaffiando le sue interrogazioni con vigorose libagioni.

Gli occhi di Ferdinando Ducastel sfolgorarono di gioia e di meraviglia,

quando Giustino gli disse che ardeva d’andare a Parigi, dov’era atteso

dalla sua fidanzata, Isalina d’Orbeil; ma questo lampo di sorpresa e di

gioia non colpì Giustino il quale prendea sommo diletto a raccontare i

suoi avventuratissimi amori e la prossima felicità, che lo aspettava a

Parigi.

Ducastel, per corrispondere con confidenze a confidenze, rivelò

all’amico che anch’egli avea premura grandissima di trovarsi a Parigi,

perocchè gli premea di arrivare in quella capitale qualche tempo prima

della pubblica Esposizione di belle arti, alla quale avea destinato

un suo lavoro di molti anni. Giustino si offrì di farlo imbarcar con

lui, la dimane, sulla _Didone_, e di far così assieme il viaggio da

Marsiglia a Parigi, e Ducastel, in segno di gratitudine e di amicizia,

si offrì di fare il ritratto di lui e d’Isalina d’Orbeil. Victor era

inebbriato di contento; e questa volta benediceva il Comandante per

l’indugio arrecato alla partenza, senza il quale ei non avrebbe potuto

stringere amicizia col caro artista.

Dopo due o tre ore di schietta e fraterna conversazione, i due novelli

amici, augurandosi la buona notte e dandosi convegno a bordo per la

dimane, si partiano scambiandosi un bacio affettuoso.

Ma un arcano sorriso vagava sulle labbra dell’artista, mentre cogli

occhi seguitava l’amico Victor, che rapidamente prendea la via del

porto per recarsi in sulla nave in cui pernottava.

Ritorniamo al presente nel parco d’Orbeil, dove abbiam lasciato

Giustino nelle braccia di Augusto e della costui sorella.

Augusto, il meno agitato dei tre, ruppe il silenzio.

— È necessario, egli disse, procurare a nostro padre una dolce

sorpresa. Ben io diceva, sorella, che il ritorno del nostro caro

Giustino non poteva esser lontano... Il Visconte lo sapea. Non

pertanto, ora trarremo al salotto dov’egli si trova in compagnia del

_maire_; diremo che un signore, a noi sconosciuto, ha qualche cosa di

urgente a dirgli.

— Da bravo! esclamò Giustino; oh, quanto mi sarà caro il baciar la mano

del Visconte di Orbeil che è stato per me un secondo affettuosissimo

padre... E la Viscontessa come sta?

— Molto meglio di quel che stava a Parigi, rispose Augusto l’aria

di Auteuil giova assai alla sua salute... E tu, Giustino, sei sempre

quel fiore di bellezza e di sanità invidiabile!... Guarda, sorella,

non diresti che venga da una festa da ballo anzichè dalla presa del

Castello di Morea? Ma, dinne un poco, e quella cara Grecia che fa?

Mi avete ben bene lavata la testa a quegli arrabbiati Musulmani?

Quant’altra soldatesca è rimasta a Patrasso e a Navarrino? Come sono

guardati i castelli di Corone e di Modone?

— Lasciagli il tempo di riposarsi un poco, interruppe Isalina; non vedi

che Giustino è stanco e trafelato?

— Hai ragione, sorella, andiamo su nel salotto... Ma, oh Dio noi

abbiamo dimenticato il tuo compagno di viaggio? L’amore e l’amicizia ci

hanno renduto scortesi.

— È vero perbacco! esclamò Giustino, ho dimenticato di presentarvi il

mio amico Ferdinando Ducastel, giovine artista di sommo valore, amico

intrinseco di mio padre; che ho avuto il piacere di conoscere a Tolone,

e che ritorna a Parigi per la grande Esposizione... Egli è stato molti

anni in Italia a studiare su i capolavori dell’arte. Ci siamo imbarcati

assieme sulla _Didone_; l’ho presentato al mio comandante: vi dirò più

tardi lo scopo della sua venuta a Auteuil, in questo castello.

L’artista fece un grande inchino col capo e si avvicinò alquanto a que’

tre personaggi.

— Ducastel! esclamò Augusto, Ducastel è un nome ignoto. È di Parigi il

signore?

— Sono nato a una lega e mezzo da Parigi, rispose l’artista.

— Qual è il vostro genere?

— La figura.

— Sono contento di fare la vostra conoscenza, signore, soggiunse

freddamente Augusto; e da quanto mi dice il mio amico Victor, debbo

estimarmi avventurato di scrivermi d’ora innanzi nel novero de’ vostri

ammiratori.

L’artista tornò a inchinarsi.

— Cerimonia da banda, disse Giustino, andiamo al castello; mi sa mille

anni di riabbracciare il Visconte; avremo colà il tempo di ciarlare a

nostro bell’agio.

Tutti e quattro mossero alla volta del castello d’Orbeil.

In ridentissima posizione è situato questo vecchio casino, al quale

per magnificenza di stile si dava il nome di _castello_, e di cui la

costruzione risale a’ tempi di Giovanni II, vale a dire, alla metà del

decimoquarto secolo. Uscendo da una gioconda valle, si vede elevarsi un

gruppo di collinette rivestite di gaia verdura. Di rincontro a questo

gruppetto di poggiuoli, e nel seno di vasta pianura, sorge l’edificio

di cui la parte posteriore inabitabile era in quel tempo pressochè

tutta cadente screpolata e ripiena di bozze; però le muraglie facean

corpo, e parea che ad ogni momento volessero fendersi e ruinare. Ma la

parte che riguardava le collinette, e che era quella appunto la quale

formava l’abitazione della famiglia d’Orbeil, è solidissima la faccia

principale, rivestita da lunghi filari di terrazzini e di finestre in

forma ovale, è allietata da bella prospettiva di lontane campagne, di

paesaggi sfumati appena nell’aere sereno di vasto orizzonte, di casini,

di opifici e di pianure sulla cui estensione l’occhio smarriscesi.

L’interno del vecchio castello è di uno stile più severo, perciocchè un

gran numero di lunghi stanzoni s’infilzano l’uno appresso dell’altro

a guisa d’una vasta corsia. Nel mezzo di questa fuga di stanze,

dipinte a colori austeri e zeppe di quadri antichi, è la gran sala

che fu visitata da Francesco I, da Errico III, da Luigi il Giusto e

da moltissimi personaggi illustri per armi e per scienze, tra i quali

anche Elvezio, che ebbe tomba nella chiesa d’Auteuil.

Il pavimento di questa sala è di grandi lastre di marmo a disegni

bizzarri. Una botola, simulata perfettamente da un quadrone su cui

sta dipinto un teschio umano, è nel mezzo di questa sala. Questa

botola, da cui si scende, o meglio, si precipita in un sotterraneo,

attesta le antiche lussurie e crudeltà baronali. Il palco a volta ha

in ciascheduno dei suoi spigoli un ritratto di qualche re di Francia.

Un’immensa lumiera di terso cristallo era sospesa alla volta.

Questa sala era guarnita di antiche suppellettili di pertinenza degli

antenati del Visconte: il solo mobile recente che si vedeva era un

pianoforte di magnifica costruzione. Lunghi coltrinaggi rossi si

aprivano sul passaggio de’ balconi e delle finestre, e ricascavano

a’ lati in ricche onde su bracciuoli di bronzo dorato, le cui teste

rappresentavano satiri, diavoletti e simili.

Un gran cammino era nel mezzo della parete principale.

In questa sala entrarono i quattro personaggi che abbiam veduti testè

nel parco attiguo al castello.

Il Visconte d’Orbeil e la viscontessa sua moglie eran seduti col

_Maire_ d’Auteuil e con altra persona di età attorno ad un tavolino da

giuoco. Altri crocchi di conversazione eran qua e là nella gran sala.

Il Visconte era un uomo a cinquant’anni, di smilza persona, di occhi

vivaci, di volto severo; il capo era coperto di folti e bigi capelli,

nutricati con cura estrema; l’acconciatura del nobil uomo era d’una

irreprensibile ricercatezza.

La Viscontessa era più giovine di qualche lustro; bella ancora,

comechè gracilissima e di cagionevol salute. Il suo primo parto,

quasi prematuro, fu doloroso: orribili circostanze lo accompagnarono.

La notte precedente allo sgravo, il Visconte era sfuggito, quasi per

miracolo, ad un arresto politico fulminato contro di lui. La giovine

sua moglie, andò debitrice della propria salvezza allo stato in cui fu

trovata dai commissarii del novello governo francese: ella avea dato

a luce, fra terribili convulsioni, un bambino semivivo che le venne

subitamente strappato dal seno materno, sendo ella minacciata di morte.

Quella fu una notte terribile pel castello d’Orbeil! La madre non vide

il suo pargoletto che un mese di poi che l’avea messo al mondo. La

salute della Viscontessa fu scossa e danneggiata in guisa che per molto

tempo si ebbero per lei seri timori. Il ritorno di suo marito dalla

frontiera della Svizzera dove si era rifuggito ridonò all’affettuosa

donna alquanto del suo pristino vigor giovanile e quella placidezza

di temperamento, che è causa insiememente ed effetto della ripigliata

sanità.

Augusto e Isalina ansanti e agitati da commozioni entrarono nel gran

salone; baciarono le mani dei loro genitori; salutarono le persone

che ivi erano riunite, ed annunziarono al padre che un forestiero

desiderava parlargli.

Il Visconte si alzò, e, prima che avesse avuto il tempo di

riconoscerlo, si trovò nelle braccia di Giustino Victor che piangea di

gioia.

Fu un grido di tenerezza scappato da tutti.

— Giustino! il caro Giustino Victor! Egli! Egli stesso! O Dio!

Che piacere impensato! O figlio, figlio caro! Quando sei arrivato?

E cotesta salute? Un anno, per bacco! Brutto mestiero quello del

marinaro! Com’è tornato più bello e più vegeto! Viva l’ammiraglio!

Questi e cotali altri moncherini di frasi si facevano udire frammisti

ad esclamazioni di gaudio, a caldissimi baci ed amplessi, a reiterate

interrogazioni che rimanevano senza risposta, però che questa era

soffocata da nuove dimande, da nuovi amplessi, da nuovi baci.

Le sembianze d’Isalina raggiavano di contentezza; i suoi occhi

massimamente nuotanti in carissime lagrime, non si sapeano staccare un

istante da quelli del suo fidanzato. Ella era gelosa delle proteste di

affetto che da tutti gli si prodigalizzavano.

Giustino Victor era veramente l’idolo di quella famiglia; la sua

assenza vi avea portato il lutto e il dolore; il suo ritorno quasi

inaspettato dovea per conseguenza riprodurvi slanci di schietta gioia.

La felicità era nel cuore, sulle labbra e negli occhi di tutti: i voti

eran soddisfatti, tutt’i cuori eran colmi!

Un uomo soltanto, fermato all’uscio del gran salone, non visto ancora

da nessuno, perchè ricoperto dall’ombra d’una gran portiera, guardava

pallido e muto quel tenero quadro di famiglia, e nell’anima sua

levavansi, come foschi nugoloni, due passioni maledette.

Le due tristi passioni che fecero per la prima volta sparger sulla

terra il sangue dell’uomo.

L’invidia e la vendetta.

Quest’uomo era il compagno di viaggio di Giustino Victor.

III.

IL COVILE DEL MONELLO

Noi non vorremmo, anzi non sapremmo dire che razza d’uomo è questo

Ferdinando Ducastel.

Vi sono alcuni uomini nel mondo, i quali sfuggono destramente ad ogni

esame, ad ogni investigazione; tutto il loro studio pongono a non far

trapelar di fuora la loro anima: il loro volto di marmo nulla rivela,

nulla discopre: l’osservatore perde il tempo e la pazienza appresso

a loro, e finisce col confessare di non aver niente osservato. E così

farem noi. Confessiamo con ischiettezza d’ignorare onninamente di che

tempera è l’anima del personaggio, che accenna di prendere una parte sì

importante e forse protagonista nella nostra istoria. Gli avvenimenti

e le sue stesse parole ce lo faranno conoscere meglio di quello che noi

potremmo fare.

Diremo, intanto, che le sembianze di questo giovine nel suo tutto, dir

si possono belle; che qualche cosa di nobile e di gentilesco è nella

serietà e nella compostezza de’ suoi lineamenti statuari: ma pare che

una nebbia perpetua copra il suo viso, tanta è l’impenetrabilità onde

si circonda e si avviluppa. Lo sguardo di questo uomo cade e non si

fissa; si direbbe uno sguardo di piombo; i suoi begli occhi non sono

mai aperti in tutta la loro ampiezza, e, quando egli affisa qualcuno un

leggiero inarcamento di ciglia toglie alla guardatura ogni carattere

di dolcezza: quello sguardo annuvolato, incerto, sospettoso è un filo

di sole invernale che fende la nube, è il morto raggio d’una lampada

sepolcrale. Ferdinando Ducastel non ride mai; parla pochissimo, pensa

e medita continuamente. La fosca pallidezza delle sue sembianze, la

leggiera ipocondria che si scorge in sulla sua fronte impensierata

attestano antiche sofferenze e lo scontento ben radicato nell’anima.

A prima vista diresti quest’uomo aver già valicato i trent’anni,

quantunque non ne conti più di 24; la freschezza della giovine età è

sparita da quella persona, stanca e abbattuta, tuttocchè ancora nel

nerbo della vita. Sono vizi o sventure le cagioni di tal deperimento?

Dovendo il novello ospite ritrarre sulla tela le sembianze di

Giustino e d’Isalina, fu invitato a rimanere per alquanti giorni

nel Castello d’Orbeil. Egli avea fatto una profonda impressione

sull’animo del Visconte e della Viscontessa, i quali si aveano palesato

scambievolmente la strana sensazione che aveva in lor prodotto il viso

dell’amico di Giustino.

Una stanza gli fu assegnata, la quale riusciva sopra un’amena parte del

parco.

Il domani della sua presentazione al Visconte, Ducastel levossi a prima

ora del giorno, uscì dal casino, e si avviò verso il platano della

mendica.

Egli camminava a passi frettolosi, preso da una febbrile agitazione

di nervi. Quest’uomo che pel consueto, e quando era in compagnia, era

freddo ed impassibile, al presente, solo, e in società de’ proprii

pensieri, sembrava commosso da una prepotente passione.

Il platano della mendica era a mezza lega dal castello. Un’aperta

e vasta pianura, chiamata dell’_Usignuolo_, intraversata solamente

da qualche viale di nocciuoli e da rigagnoli ricchi delle piogge

di primavera, menava a diversi crocicchi, elevandosi il terreno

insensibilmente fino alle proporzioni d’una modesta collina; le

ineguaglianze del suolo e la purezza dell’aria davano a questo sito di

Auteuil qualche cosa dei villaggi italiani o svizzeri.

Nasceva un giorno soavissimo: numerose compagnie di augelli il

salutavano co’ loro più ricercati e striduli gorgheggi: alcuni prendean

diletto a lambir colle ali l’erbetta freschissima imperlata dalle

stille di rugiada: altri amavano a spaziare sull’aperta pianura; altri

ad amoreggiare con leggiadria di canto su pei rami degli verbusti:

pareano aspettare con ansia la comparsa del sole.

Ducastel battea concentrato e pensieroso il terreno, e il suo sguardo

non si levava neanche per un istante a contemplare le bellezze che il

circondavano; sembrava che avesse fretta di giungere ad un sito che ei

si era prefisso nella mente.

A vederlo camminare con gran sicurezza attraverso i tanti crocicchi di

quei campi, senza smarrirsi un istante, e senza ricercar qualche volta

cogli occhi la traccia del cammino che aveva da fare, si sarebbe detto

che ei conoscesse appuntino ogni zolla di quella campagna, ogni solco

di via. Quella vasta pianura era una specie di città dove le strade

tortuose non erano altrimenti indicate che da alcune grosse pietre

poste a guisa di termini tra i lunghi solchi, ciascuno de’ quali era un

sentiero. Eppure Ducastel si voltava e rivoltava per quel laberinto,

senza neppur pensarvi e senza stare in forse neanche un attimo sulla

via da tenere. Come conosceva egli quella campagna? Quando vi era

stato?

A capo di un terzo d’ora, l’artista si fermò dalla precipitata sua

corsa; affannoso era il suo respiro, imperciocchè al sito ove era

giunto terminava la insensibil gobba del suolo, che per circa un dieci

minuti ascendeva sempre... Ducastel aveva innanzi a sè il platano ed il

tugurio della mendica.

Egli avea fissato lo sguardo sovra una casupola perduta oggimai tra

i lunghi fili di erba, tra le felci, e le semprevive cresciutevi da

tutti i lati. Da tanti anni nessuno più abitava in quel solitario

ricetto. La gente del paese non avea potuto spogliarsi de’ pregiudizii

e delle paure su quella casupola: correa voce che in quell’abituro

la notte si udissero certi lamenti strazianti, molti asserivano che

sul platano attiguo ogni sera la civetta venisse a fare udire la sua

lugubre voce: insomma il tugurio della mendica e la vicina casupola

venivano sfuggiti come luoghi maledetti, le donne non li guardavano da

lungi che facendosi a più riprese il segno della croce. Poco discosto,

stava una specie di capannetta, oggi tutta in rovina, e che a Auteuil

veniva addimandata il _Covile del Monello_, però che ivi solea giacere

e riposare la notte il figliuol di Zenaide, Federico Lennois, il quale

avea lasciato in quel villaggio una certa celebrità per gli strani

fatti che di lui si narravano.

Ducastel aveva incrociate le braccia ed era rimasto immobile a

ragguardare il _Covile del Monello_: il suo volto avea preso un

carattere straordinario di vivacità febbrile.

Federico Lennois · 第 1 / 22 段