Dopo la caduta di frate Elia il partito intransigente riprese vigore,
e i due generali che l'un dopo l'altro gli successero, frate Alberto
pisano, e frate Aimone inglese, forse vi appartenevano.[711] L'ultimo
scrisse un Commento ad Isaia senza dubbio sul gusto di quello
attribuito a Gioacchino, stante che gl'intransigenti abbracciavano
con fervore le idee dell'abate calabrese, e per distinguersi dai
loro avversarii volentieri si davano il nome di Gioachiti.[712] Quale
affinità corresse tra le dottrine del Florense e le francescane non è
difficile scoprire. Gioacchino avea predetto che al secondo periodo,
ovvero al regno del clero secolare sarebbe succeduto il terzo periodo,
vale a dire il regno dei monaci. I minoriti ora soggiungevano che
i veri monaci non erano nè i benedettini, sfolgorati da Gioacchino
stesso,[713] nè i florensi, che non avean saputo intendere il segreto
pensiero del loro fondatore, e si mostravano non meno avidi e litigiosi
dei loro predecessori; bensì i nuovi ordini mendicanti, e specialmente
il francescano, il quale solo avea saputo tradurre in atto l'ideale
della carità vagheggiato da Gioacchino. Oltrechè colla creazione
dei nuovi istituti, non si trattava di aggiungere ordine ad ordine,
ma d'innovare profondamente la vita religiosa; chè per conformarsi
scrupolosamente alla regola bisognava che gli uomini, cangiato il
corso delle loro idee, e soffocate le tendenze loro più abituali, si
tramutassero in angeli.
Con S. Francesco adunque più che con S. Benedetto si poteva dire,
secondo i minoriti, cominciata la nova età, l'ultimo e più splendido
periodo della storia umana, e Gioacchino stesso avrebbe a mente loro
mirabilmente predetto questi avvenimenti, chè dovunque egli parla di
due ordini si deve ben intendere dei domenicani e francescani. E se
l'allusione non era ben chiara nelle opere autentiche, altri scritti
balzavan fuori nel nome dell'abate calabrese, dove le profezie pareano
più determinate, e più trasparenti le allusioni ai fatti recenti.[714]
Nè questa sostituzione era difficile, perchè dopo la solenne condanna
delle opinioni teologiche dell'abate Gioacchino, le sue opere cadute in
sospetto si tenevan come nascoste,[715] ed il Salimbene ci narra di un
frate florense, che da Lucca le trasportò in segretezza in un convento
francescano di Pisa per sottrarle al saccheggio delle soldatesche di
Federico.[716] Siffatto mistero, che ravvolgeva le opere autentiche,
era senza dubbio la condizione più favorevole per la nascita delle
spurie. E l'ordine francescano, dove le menti erano più esaltate,
si mostrava più inchino di tutti gli altri a codesta letteratura
pseudonima. Così nel breve giro di pochi anni nacquero i commenti ai
profeti ed agli evangeli, che abbiamo già ricordato; nè solo i libri
sacri si commentarono ma benanco i profani, come le supposte profezie
della Sibilla e del Mago Merlino.
Codesta letteratura pseudonima ebbe, come dicemmo, grande credito
e diffusione; ma non sì che gli stessi gioachiti non sapessero ben
distinguere le opere autentiche dalle apocrife. Chè anzi quando si
fecero a raccogliere in un corpo solo le scritture del profeta non
vi ammisero se non la _Concordia_, il _Commento all'Apocalisse_
e il _Decacordo_.[717] Ed a queste opere, che sono come un'opera
sola, divisa in tre parti, dettero il nome di _Vangelo eterno_, che
tolsero dall'_Apocalisse_, sebbene Gioacchino non ne avesse fatto
uso.[718] Così tornarono alla luce gli scritti di Gioacchino, e senza
interpolazioni a quel che pare; ma quando occorreva di spiegare meglio
il pensiero dell'autore, o dare maggiore esattezza alle sue profezie,
gli editori vi aggiunsero delle note. Ed al tutto poi premisero larga
introduzione (_Introductorius_), in cui, pur riassumendo la dottrina
dell'abate calabrese, le dettero maggior rilievo e colore.[719]
Questa pubblicazione levò grande rumore non tanto forse per le dottrine
che vi si esponevano con insolita libertà, quanto per le circostanze
che l'accompagnarono e seguirono. Ferveva allora la guerra tra il
clero secolare ed i nuovi ordini religiosi. Il primo, geloso dei
suoi privilegi, mal permetteva che i frati imprendessero a predicare
senza invito o licenza delle autorità ecclesiastiche, ed ai parroci
facessero formidabile concorrenza nelle messe, nella confessione,
nelle sepolture.[720] E come se tutte queste ragioni di dissidio
non bastassero se n'era aggiunta una nuova e più formidabile, quella
dell'insegnamento. I Domenicani da prima, e sul loro esempio anche i
Francescani, ambivano alcune cattedre nell'Università parigina, che
era come il centro della vita intellettuale d'Europa, e dove da gran
tempo dominava indisturbato il clero secolare. I nuovi ordini certo
valevano ad imprimere più vigoroso slancio agli studii, chè gli uomini
più eminenti del secolo quali Alberto Magno, S. Tommaso, Francesco di
Hales, S. Bonaventura appartenevano ai loro sodalizii. Ma l'autorità
universitaria era ben a ragione sospettosa di codesti novi insegnanti,
i quali formavano come un'accademia a parte, emula dell'antica, ed
insofferente di disciplina.[721] E la guerra durò lunga ed ostinata, e
non ostante le quaranta bolle di Alessandro IV in favore degli ordini,
non si fece la pace se non quando ambo i litiganti furono stanchi di
lottare.
In codeste congiunture fu pubblicato l'_Evangelo eterno_, il quale
porgeva un'arme così poderosa, che si sospettò, manifestamente a torto,
non fosse stata fabbricata dagli stessi avversarii degli ordini.[722]
Certo è che il clero secolare se ne valse abilmente, ed una copia del
terribile libro fu mandata al Papa, e Guglielmo di S. Amore, nella
sua invettiva contro i mendicanti,[723] ne rilevò con mano maestra le
pericolose dottrine. Ma ora che ci venne fatto di ricordare l'opuscolo
del Rettore dell'Università parigina, non sarà inopportuno fermarvisi
alquanto per toccare di alcune somiglianze, forse non abbastanza
avvertite, tra il fare dei Gioachimiti e quello di Guglielmo. Tanto
gli uni che l'altro sostengono essere il loro tempo molto prossimo
ad una grande catastrofe, ed i segni precursori li rintracciano
concordemente colla scorta dell'_Apocalisse_ e dei Profeti. E deplorano
entrambi le calamità del loro secolo, e ne prevedono ancor maggiori
nel prossimo avvenire.[724] Ma non ostante siffatte simiglianze,
anzi forse a cagione di esse, il pensiero di Guglielmo è proprio
l'opposto del gioachimismo. Per i seguaci dell'abate calabrese i
falsi profeti, sorretti da perversi e potenti re, saranno i sacerdoti
sullo stampo d'Ario, o altro dottore simigliante dalla facile parola,
e dall'argomentar sottile; per Guglielmo invece sono i mendicanti
stessi, che usurpano gli ufficii altrui, e sotto il manto di falsa
pietà desiderano maggiori poteri, guadagnando per mezzo delle donne il
favor popolare e per via dei cortigiani quello dei principi.[725] Pei
Gioachimiti l'avvenire della Cristianità sta nella sostituzione degli
ordini mendicanti al clero secolare, per Guglielmo nel rifiorire del
sacerdozio, poi che saranno rimossi gli elementi perturbatori, che
ne minano la potenza.[726] Da questo raffronto non credo temerario
inferire che il libro _De Periculis_ s'è ispirato all'_Evangelo
eterno_, ne è per così dire la palinodia.
E codesto rapporto tra i Gioachimiti e Guglielmo di S. Amour non si
smentisce neanco negli altri scritti successivi, nè nel rifacimento
del _De Periculis_ che va sotto il titolo _Collectiones catholicae et
canonicae scripturae ad defensionem ecclesiasticae hierarchiae_,[727]
nè nel libro _De Antichristo_, che dal Le Clerc venne rivendicato
al nostro Guglielmo. Intorno a quest'ultima opera va notato che il
discorso sull'Anticristo era comune a quanti credevano alla prossima
rinnovazione del mondo. Chi fosse quest'essere misterioso, che dovea
apportare tanti danni alla Chiesa, quali segni l'avrebbero preceduto,
in qual tempo sarebbe nato, eran tutte dimande che correvano per le
bocche dei Gioachiti. L'abate calabrese avea ben pensato d'intender
per l'Anticristo non un essere unico, bensì il complesso di tutti gli
oppositori e vecchi e novi della Chiesa; ma codesta interpetrazione,
così elastica, non bastava più ai suoi successori, che amavano maggiore
precisione e determinatezza. E già sappiamo che la maggior parte dei
gioachiti intendeva Federigo II. Guglielmo riprende l'interpetrazione
di Gioacchino, e lasciando nell'ombra la figura dell'Anticristo non
ha cura di determinare se non i suoi predecessori, che già indoviniamo
quali debbono essere, quei falsi profeti, quegl'ipocriti, quei monaci
girovaghi, di cui si doleva la Regola di S. Benedetto.[728]
Ma torniamo al libro _De novissimis periculis_, che fu come il grido
d'allarme dato dal clero regolare contro i frati mendicanti. Non
occorre dire che fu condannato nel 1256 da Alessandro IV, strenuo
protettore dei nuovi ordini.[729] Il Rettore dell'Università parigina,
difendendo la gerarchia cattolica, e l'autorità dei vescovi contro le
usurpazioni fratesche avea stabilito che quest'ordinamento era stato
istituito direttamente da Gesù Cristo, e neanche il Papa avrebbe potuto
mutarla. Talchè quando il Papa concedeva ai domenicani di predicare
nel suo nome, era da supporre vi sottintendesse il beneplacito del
vescovo, senza di che il governo della diocesi non sarebbe stato
affidato ad un solo capo, ed il disordine e la ruina della Chiesa ne
sarebbe conseguita.[730] Codesta argomentazione feriva l'illimitata
supremazia del Pontefice, nè v'è da far le meraviglie che Alessandro
l'abbia condannata. Nel sostenere la causa dei domenicani il Pontefice
sosteneva la sua, perchè i frati e da predicatori e da inquisitori si
presentavano come legati del Papa, e per quanto prestigio e credito
togliessero all'autorità episcopale, altrettanto ne crescevano alla
pontificia.[731]
La condanna del _De Periculis_ portava con sè quella dell'_Evangelo
eterno_; chè se quel libro colpiva di fianco la gerarchia, questo la
feriva nel cuore. Nè Alessandro senza taccia di parzialità avrebbe
potuto passar sotto silenzio un libro denunziato dall'Università,
e mandato dal vescovo di Parigi al predecessore Innocenzo IV. Ma
d'altra parte il Papa ben sapeva che l'opera incriminata apparteneva
a quel partito gioachimita, che contava tanti illustri seguaci tra
i francescani, a cominciare da frate Giovanni da Parma, eletto a
voti unanimi generale dell'ordine sin dal 1247. Oltrechè una censura
pubblica del libro si sarebbe certo ripercossa su quei frati, dei
quali egli era stato sempre il più strenuo difensore da cardinale, e
seguitava ad esserlo da papa. Per queste ragioni decise di sottoporre
lo scritto incriminato ad una Commissione di prelati consapevoli della
gravità del verdetto, che stavano per pronunziare. I commissarii si
riunirono tosto ad Anagni, e con tutta diligenza si misero all'opera,
come si pare dal resoconto delle loro sedute, che tuttora si conserva
in due manoscritti della Biblioteca Nazionale di Parigi.[732] Ben
s'accorsero i giudici che l'_Evangelo eterno_ constava di due parti,
l'una moderna, l'introduzione e le note, l'altra antica, le tre opere
dell'abate Gioacchino;[733] ma e l'una e l'altra condannarono del
pari come contrarie all'ortodossia, ed Alessandro s'accomodò al loro
giudizio.
Fu giusta la sentenza dei giudici, e doveva Gioacchino esser coinvolto
nella condanna dei suoi interpetri? Che l'Introduttorio e le note
fossero giudicate poco ortodosse non è da far le meraviglie, perchè
i Gioachimiti non ponevano nessuna cura ad attenuare il contrasto tra
il Vangelo del Figlio e quello dello Spirito, ovvero sia l'_Evangelo
eterno_. E questa differenza abbiamo già notata tra Gioacchino e i suoi
seguaci, che mentre ei cerca di attenuare il contrasto tra la legge
presente e la futura, e questa considera come l'integrazione di quella,
i suoi discepoli al contrario tengono a rilevarne le discrepanze.[734]
E nell'Introduttorio vien dato al nuovo Vangelo un nome differente
chiamandolo, ad imitazione dell'_Apocalisse_, _eterno_ come se
volessero contrapporlo ad un vangelo _mutevole e caduco_;[735] laddove
Gioacchino dichiara espressamente non esservi due evangeli, ma un solo,
nè usa mai il nome di _Vangelo eterno_ parlando del nuovo periodo,
bensì l'altro d'intelletto spirituale.
L'Introduttorio non dubita di affermare che il Nuovo Testamento avrà
vigore solo fino al 1260, e che da quel tempo in poi al vangelo
di Cristo succederà un nuovo vangelo, come ai sacerdoti di Cristo
sottentreranno altri sacerdoti; perchè nessuno altro potrà insegnare la
dottrina dello Spirito se non quelli che a simiglianza degli apostoli
vanno a piè nudi.[736] Gioacchino non avrebbe mai tenuto un linguaggio
così irriverente. E certo non sono estratti dalle sue opere genuine
quei passi arditi, che feriscono la Chiesa romana, come questo, che a
lei appartiene la sola interpetrazione letterale del Nuovo Testamento,
non la più profonda e spirituale, e che i Greci fecero bene a separarsi
da essa, e che la Chiesa greca cammina sulle orme dello Spirito
molto più che la latina.[737] Abbiamo già ricordate le preferenze
di Gioacchino per la Chiesa greca; ma certo non l'avrebbe esaltata
di tanto egli che soleva rimproverarle alcune istituzioni come il
matrimonio dei preti. Nè avrebbe in ogni modo approvato lo stacco delle
due Chiese, ei che tante volte lo avea rimpianto nei suoi scritti.
Non meno esplicite dell'Introduttorio son le note, che senza alcun
riguardo coloriscono quelle parti, che Gioacchino lascia nell'ombra.
Come ad esempio nei luoghi della _Concordia_ ove l'abate calabrese
aveva toccato dell'abbominio, che avrà luogo nello scorcio del secondo
periodo, le note ci dicono che cosa s'intenda per codesto abbominio,
che sarebbe il pseudo Papa, ovvero il Papa simoniaco che regnerà sul
finire del sesto tempo.[738]
Ma se l'Introduttorio e le note usavano frasi più incisive, e davano
al pensiero di Gioacchino maggiore precisione, non s'ha da inferire
che la dottrina, in esse insegnata, fosse diversa da quella del pio
abate. La copia di passi, raccolti dai giudici di Anagni, mette fuor
di dubbio, che nei punti essenziali commento e testo andavan pienamente
d'accordo. La maggior parte delle immagini adoperate nell'Introduttorio
per colorire il rapporto tra i tre periodi sono tolte di peso da
Gioacchino, sopratutto da un capitolo della _Concordia_, da noi già
citato altrove, ed accortamente rilevato dai giudici di Anagni.[739]
E se Gioacchino non adopera la parola di _Vangelo eterno_, certo è che
se avesse dovuto dare un nome all'interpetrazione allegorica dei sacri
testi, non ne avrebbe scelto un altro. Nè solo i giudici di Anagni, ma
i Gioachimiti stessi citavano un luogo del _Decacordo_, a dimostrare
che con quella denominazione non si dipartivano dall'insegnamento
di Gioacchino.[740] Un altro punto rilevavano a ragione i giudici
di Anagni, l'esaltazione del monachismo a scapito[741] del clero
secolare. Ed in verità se pure i commentatori leggevano negli scritti
di Gioacchino accenni a lui, a S. Domenico e S. Francesco, che egli
non avea fatti, nè poteva fare,[742] certo è che dei nuovi ordini
mendicanti non dicevano nè più nè meno di quel che avea scritto
lui intorno ai monaci spirituali. Il monachismo per Gioacchino è un
istituto, che col tempo assorbirà tutti gli altri della Chiesa, quando
al Vangelo inteso secondo la lettera sottentrerà il vero spirito
evangelico. Allora succederà una profonda innovazione, ed a quel modo
che la legge mosaica venne abolita all'apparire della nuova legge, così
il Vangelo letterale dovrà cedere alla nuova interpetrazione. La parola
_evacuatio_ applicata al vangelo non appartiene ai Gioachimiti, ma a
Gioacchino stesso, il quale, benchè non osasse confessarlo a sè stesso,
era pur portato dalla sua teoria dei tre stati alla conseguenza, che il
secondo debba scomparire per far luogo al terzo.[743] E questa teoria
avea profonde radici nelle sue convinzioni teologiche, formulate non
pure nell'opuscolo polemico che nel 1255 non esisteva più, ma nel
_Decacordo_, e nel _De Articulis fidei_, come appar chiaro dai passi,
che i giudici di Anagni seppero raccogliere.[744]
La condanna dunque del Gioachimismo era giusta, e per nulla
esagerato il grido d'allarme levato dal clero parigino. La dottrina
dell'_Evangelo eterno_ menava dritto alla distruzione della gerarchia,
stantechè nel terzo periodo ha da prevalere quella legge d'amore, che
agguaglia tutti i membri della società umana, sciogliendoli dai vincoli
della subordinazione. Non è dunque meraviglia che Alessandro IV l'abbia
solennemente riprovata, ingiungendo al vescovo di Parigi di sequestrare
e bruciare tutti i libri dove fosse esposta.[745]
Ma chi è l'autore dell'_Evangelo eterno_? L'Eccard, che scrisse
nella seconda metà del secolo decimoquarto, l'attribuisce secondo
la comune tradizione a Giovanni da Parma.[746] Il Salimbene
invece nomina esplicitamente un altro gioachimita, Gherardo di S.
Donnino.[747] E l'autorità del Salimbene, cronista contemporaneo,
e gioachimita anche lui, è tale, che tutti gli scrittori moderni vi
s'acquetarono. Il buon frate, ammiratore ed amico del suo generale,
avea certo tutto l'interesse di nascondere la verità, ma che la sua
testimonianza almeno in parte sia veridica, è provato dal resoconto
del processo di Anagni, dove esplicitamente è detto che l'autore
delle note è frate Gherardo. Se non che è da dubitare che l'autore
delle note abbia anche scritto l'Introduttorio, perchè gl'inquisitori
d'Anagni nel citare i passi dell'Introduttorio si sarebbero serviti
della stessa dicitura, che costantemente adoperano per le note, nè
avrebbero dato come anonimo l'Introduttorio, mentre tutte le volte
che vien fatto di citare una nota, ripetono costantemente il nome
dell'autore.[748] L'ipotesi più semplice per spiegare le reticenze è
questa, che l'autore dell'Introduttorio sia diverso da quello delle
note, e che agl'inquisitori rincresca di nominarlo. E se codesto
autore fosse Giovanni da Parma, che godeva una grande reputazione di
santità, ed a quel tempo era tuttora generale dell'ordine, i riguardi
degl'Inquisitori sarebbero facilmente spiegabili.[749] Se la cosa
stesse così, dovremmo ammettere che la compilazione dell'_Evangelo
eterno_ non appartenga ad un solo, bensì a due e forse anche a tre
membri del partito gioachimita. L'un d'essi, il più autorevole, scrisse
l'Introduzione generale, l'altro o gli altri le glosse introduttive ed
esplicative.[750]
Questa ipotesi spiegherebbe perchè dopo la condanna dell'_Evangelo
eterno_ venissero sottoposti a processo non solo fra Gherardo, ma fra
Giovanni e fra Tommaso e tutti e tre condannati del pari. Nè fanno
intoppo le ragioni che il Wadding e l'Affò hanno recato per scagionare
fra Giovanni.[751] Perchè al di sopra di tutte le apologie sta il fatto
che fra Giovanni apparteneva al partito gioachimita, anzi ne era come
il capo e l'ispiratore.[752] E noi vedemmo che tra l'Introduttorio e
le opere autentiche di Gioacchino non corre disparità sostanziale, se
non che in quello sono più nettamente e con maggior vigore formolate
le stesse dottrine, insegnate in queste. Se dunque ripugna che abbia
scritto l'Introduttorio un uomo di grande pietà, da Innocenzo IV
mandato per gravi missioni in Grecia, e da questo e da Niccolò III[753]
preposto ad alti ufficii, ripugnerà altresì che egli abbia appartenuto
al partito gioachimita, e creduto nel prossimo avvenire di una nuova
fase nella vita religiosa dell'umanità.[754]
Ma chiunque sia stato l'autore dell'_Evangelo eterno_, certo è che la
condanna del libro fu un terribile colpo per la frazione gioachimita
dei francescani, e le stesso generale dell'ordine, appartenente
a quella parte, fu costretto a dimettersi, come un tempo toccò al
capo della parte moderata.[755] Gli successe un uomo di gran cuore
e di grande mente, S. Bonaventura, il quale sapeva tenersi lontano
dagli eccessi dei due partiti, e difensore caloroso della povertà,
sapea pur tener conto dei temperamenti necessarii alla pratica della
vita. I cronisti francescani raccontano che fra Giovanni stesso avea
indicato a suo successore fra Bonaventura. Ma questo racconto, dovuto
all'industre pietà dei narratori, che amavano di attenuare i contrasti,
e mostrare l'ordine molto più unito di quel che in realtà fosse, è
in contraddizione con altre fonti gioachimite che presentano sotto
altra luce S. Bonaventura.[756] Però questo è fuor di dubbio, che il
nuovo generale si comportò con molta umanità verso il partito dei
gioachimiti; nè frate Ugone, nè il Ghiscolo, nè altri molti furono
molestati, benchè è da credere che non abbiano rinunziato all'antica
fede. I soli perseguitati furono gli autori del libro condannato tra
i quali lo stesso generale, testè rimosso.[757] Non valse la dignità
dell'ufficio disimpegnato con apostolico zelo per lo spazio di dieci
anni, non valse la santità della vita, e la grande reputazione a
salvare fra Giovanni, il quale insieme ai suoi compagni, fra Gherardo
e fra Leonardo, sarebbe stato condannato alla prigionia perpetua, se
non fosse accorso in suo ajuto il cardinale Ottoboni, che fu poi papa
Adriano V.[758] In grazia di questo potente intercessore fu concesso
a Giovanni di scegliersi il luogo del suo ritiro, mentre Leonardo e
Gherardo morirono in prigione.[759]
V
Queste misure di rigore portarono lo scoraggiamento nei Gioachimiti, e
parecchi senza dubbio sentirono intiepidire la loro fede, come accadde
al Salimbene, che morto Federico II, prima di avere apportato alla
Chiesa gli estremi danni, cominciò a dubitare delle dottrine a lui sì
care, e le sconfessò del tutto allorchè si chiuse il fatale anno 1260,
senza la sperata innovazione.[760] Ma se i più vacillavano, non mancava
certamente chi tenesse fermo negli antichi convincimenti, e le dottrine
di Gioacchino rinfrescasse adattandole alle nuove condizioni. Tale fu
Pier Giovanni Olivi, col quale la _Cronaca_ a noi già nota comincia la
quinta tribolazione.
Nacque il nostro frate nel 1247 a Serignano nella diocesi di Béziers;
a dodici anni entrò nella religione dei minoriti, il che non gl'impedì
di fare i suoi studii nell'Università parigina, ove prese il grado
di baccelliere.[761] Scrisse molti libri, tra i quali uno in lode di
Maria, ove pare avesse talmente esaltata la vergine, che il generale
dell'ordine, succeduto a S. Bonaventura, fra Girolamo d'Ascoli,
lo condannò a bruciare il libro colle sue mani.[762] Questa prima
persecuzione ebbe luogo nel 1278; e ben presto le tenne dietro un'altra
più grave. In un Capitolo generale tenuto a Strasburgo nel 1282 fu
accusato d'eresia, e l'anno dopo il generale Bonagrazia si recò a bella
posta in Francia per fare esaminare gli scritti di lui, che da una
Commissione di quattro dottori e tre baccellieri, furono condannati
come pericolosi. Nel frattempo il generale morì, ed essendosi l'autore
sottomesso,[763] le persecuzioni cessarono per ricominciare nel 1285,
quando il nuovo generale, Arlotto da Prato, lo chiamò a Parigi per
difendersi dalle accuse, che gli movevano Riccardo di Middleton e
Giovanni di Muro. Pietro v'andò e si difese abilmente, e confuse così
i suoi accusatori, che il generale non ebbe animo di condannarlo.[764]
Cinque anni dopo ricominciarono le persecuzioni non in verità contro di
lui, bensì contro i suoi discepoli, che per ordine dell'antico generale
Girolamo Ascolano, divenuto ora papa Niccolò IV, vennero inquisiti e
condannati. Il maestro fu risparmiato per quella volta;[765] ma nel
1292 ebbe novamente a scolparsi innanzi ad un Capitolo tenuto a Parigi,
e fu salvo in grazia di alcune accorte dichiarazioni.[766] Morì il 6
marzo 1297, e dal letto di morte par che abbia ribadita la dottrina
esposta nei suoi scritti.[767]
Di questi scritti io non conosco se non alcuni opuscoli intorno alla
povertà, ed i commenti all'Evangelo di Matteo e di Luca manoscritti
nella Laurenziana. Frammenti delle quistioni quodlibetali ci sono
conservati nella sentenza pronunziata dai sette dottori nel 1282. Del
_Commento all'Apocalisse_ abbiamo molti estratti nel rapporto della
Commissione dei teologi incaricata da Giovanni XXII dell'esame di
questo scritto.[768]
Qual'era la dottrina insegnata in codesta opera? La quistione
dell'interpetrazione da dare alla Regola di S. Francesco, quando
meglio si credeva sopita rinasceva con maggior furore. Si era cercato
di sfuggirle dando la proprietà dei beni al Papa, e l'uso di essi ai
frati. Ma codesta finzione legale salvava solo in apparenza la regola,
che sotto il pretesto di farne omaggio al Papa, i minoriti avrebbero
potuto accettare lasciti e doni non meno degli altri ordini religiosi,
e per tal guisa quelli, che si dicevano mendichi o poveri di Cristo,
poteano vivere più lautamente dei benedettini. Rinacque dunque la
quistione, e gl'intransigenti con a capo Pier Giovanni Olivi dicevano,
che per conformarsi alla regola di S. Francesco non bastasse rinunziare
alla proprietà dei beni, ma anche il loro uso dovesse andare ristretto
nei più angusti confini. Per essere veramente poveri bisognava che
l'uso fosse povero del pari. Certo era difficile definire in che cosa
consistesse l'uso povero, e codesta difficoltà dava buon gioco agli
avversari di cogliere in fallo la dottrina degl'intransigenti;[769] ma
chi voleva intendere, sapeva bene a che tenersi. E si capiva benissimo
che i difensori dell'uso povero voleano proscrivere tutto ciò che non
fosse strettamente indispensabile pel sostentamento della vita.[770]
Così ad esempio è necessaria la casa, ove i frati possano convivere,
ma un comodo ed elegante fabbricato non è lecito possederlo nè in
proprietà nè tampoco in usufrutto. È permesso servirsi del pane, che
s'accatta di porta in porta, ma è severamente proibito di tenere ben
provvisti i granai e le cantine del convento.[771] Il seppellire i
morti nella propria chiesa è certo un'opera meritoria, ma i frati, a
cui è vietato di accettar denaro, non possono riscuotere i diritti, che
il clero secolare ricava dalle sepolture. E se a cagione di siffatti
guadagni il clero contende ai frati questo pio ufficio, come tanti
altri parimenti lucrosi, dev'essere proibito severamente di mover
liti, che sono così contrarie allo spirito della Regola.[772] La quale
impone severamente codesto uso povero, e quelli, che le abbiano giurata
obbedienza, debbono osservarlo, se anche diventino vescovi o cardinali.
Codesto era un punto molto delicato. La regola avea consigliato di
schivare gli onori ecclesiastici, ma in pratica anche i zelanti, come
il Salimbene, non che avversare, favorivano le promozioni dei frati,
per fermo assai vantaggiose all'ordine. Volevano solo che anche nel
nuovo stato si sentissero tuttora membri dell'antico sodalizio, ed alla
regola strettamente si conformassero,[773] perchè dal loro giuramento
neanche il Pontefice li poteva sciogliere. Dottrina ardita codesta,
che limitava il potere del sommo gerarca, ed apriva il varco a teorie
più radicali. Per ora il pericolo era lontano, perchè il pontefice
Onorio III nella bolla _Qui exiit_ l'avea data vinta agl'intransigenti
prescrivendo l'uso povero, e condannando qualunque interpetrazione o
attenuazione che si volesse ulteriormente dare della Regola.[774] Ma
l'esperienza avea provato che non sempre i pontefici se l'intendevano
col partito del rigore, e si poteva ben prevedere, quello che di
fatto avvenne, che la pace non sarebbe durata lungo tempo.[775] Perchè
gl'intransigenti non aveano scordate le idee gioachimite, e contro il
clero secolare e la Chiesa di Roma seguitavano a nutrire la diffidenza
e l'odio, punto dissimulati nell'_Evangelo eterno_.
Che Pier Giovanni Olivi fosse tenero delle idee gioachimite,[776] e
le modificasse per adattarle ai tempi nuovi, è fuor di dubbio. Una
prova inconfutabile ce la porge il _Commento all'Apocalisse_ scritto
nello stile non di Gioacchino, ma dei suoi più fervidi commentatori,
e dove son fatte all'interpetrazione gioachimita quelle mende e
ritocchi, necessarie ormai per le mutate condizioni dei tempi. Così il
re dell'_Apocalisse_ non sarà più Federigo II, già morto da un pezzo,
bensì qualcuno del seme maledetto, che sarà per conquistare non pure
l'impero romano, ma la Francia eziandio.[777] Il terzo periodo che
per Gioacchino cominciava da S. Benedetto, e per i gioachimiti dal
1200 (anno in cui Gioacchino pubblicò i suoi libri) per l'Olivi invece
comincia dal tempo in cui la regola di S. Francesco fu impugnata e
condannata dalla Chiesa carnale.[778] Per i gioachimiti l'angelo che
porta l'_Evangelo eterno_ è Gioacchino stesso, per l'Ulivi invece
è S. Francesco, il quale ad imitazione di Cristo risorgerà al tempo
delle tribolazioni, come ad imitazione del Crocifisso portò le sacre
stimate.[779] Per Gioacchino tutta la storia dell'umanità va divisa
in sette periodi, per l'Ulivi invece soltanto quel tratto di storia
che corre dalla predicazione di Cristo alla consumazione dei secoli,
sicchè a ciascuno di questi periodi poneva cominciamento e fine diversi
da quel che solessero e Gioacchino, e i Gioachimiti insieme.[780] Ma
queste differenze non toccano l'accordo fondamentale delle dottrine.
Anche per l'Ulivi si debbono distinguere tre fasi nel corso religioso
dell'umanità; la prima, che appartiene al Padre, ove regna il timore e
la legge; la seconda, che appartiene al Figlio ove domina la sapienza,
e si predica l'evangelo; la terza che appartiene allo Spirito, ove si
svela tutta la verità, e la legge evangelica viene intesa ed osservata
in tutta la purità sua.[781] E come l'Evangelo pose fine alla legge
mosaica, così l'Evangelo nuovo farà cadere l'antico,[782] ed al clero
secolare che mal si conforma ai precetti di Cristo sottentrerà il
monacato che spoglio di effetti terreni menerà una vita di sacrifizi e
di povertà, in una parola la Chiesa carnale, simboleggiata nell'impura
donna dell'_Apocalisse_, farà luogo alla Chiesa spirituale.[783] Ma
prima del trionfo la Chiesa spirituale sarà combattuta aspramente
dalla carnale, come il Cristianesimo fu perseguitato a morte dalla
Sinagoga.[784] E se S. Francesco non fu condannato al pari di Cristo,
e la guerra contro al sodalizio francescano scoppiò non nel suo
cominciamento, ma alquanto più tardi, ciò si deve a varie ragioni,
tra le quali la principale che l'analogia non esclude le differenze, e
benchè la Chiesa carnale dovesse comportarsi come la Sinagoga, non era
necessario che agisse con pari prontezza.[785] Codeste lotte però non
debbono scoraggiare i fedeli seguaci dell'uso povero, perchè l'avvenire
è loro, nè molto andrà che sarà pronunziato il tremendo giudizio sulla
nuova Babilonia.[786]
Queste idee doveano incontrare fiera opposizione non pure nel partito
moderato, ma benanco in quella parte degl'intransigenti, che pur
professando la teoria dell'uso povero, non volevano romperla colla
corte di Roma. E forse fino dalle prime persecuzioni contro Giovanni
Olivi si formarono i tre partiti, a cui accenna la testimonianza di
un beghino, i Conventuali che si attenevano all'interpetrazione più
larga della Regola, i Fraticelli che abbracciavano la più rigida ma
non accoglievano per questo le idee gioachimite, infine gli Spirituali
che aspettavano il trionfo dell'uso povero dalla totale rinnovazione
della Chiesa e del mondo.[787] Il nome di fraticelli sarà stato ancor
prematuro al tempo di Giovanni Olivi, ma non è men vero che il partito,
che più tardi prese questo nome, era già formato ed ottenne dal
pontefice Celestino V che si staccasse dal resto dell'ordine e formasse
una corporazione a sè sotto il nome di Celestini o _pauperes heremitae
domini Coelestini_. Codesto sodalizio che aveva a capo fra Liberato,
ed a poeta fra Jacopone, fu costretto ad esulare in Grecia, quando al
Papa che fece per viltate il gran rifiuto successe Bonifacio VIII.[788]
E neanche lì potè vivere in pace, ed i suoi membri perseguitati per
sollecitazione del Papa dal patriarca di Costantinopoli ebbero a far
ritorno in Italia. E fra Jacopone stette molti anni in prigione, e fra
Liberato morì di stenti e di crepacuore.[789] Simili travagli ebbero a
sostenere alcuni frati della Marca, che condannati ad una carcere dura,
non ne uscirono se non per ripartire verso il lontano oriente, ove
parecchi subirono eroicamente il martirio.[790]
Ma più gravi furono le persecuzioni contro gli Spirituali. Essi eran
cresciuti così di numero che quando fu assunto al cardinalato il
generale Matteo d'Acquasparta, al quale Dante rimprovera la fiacca
interpetrazione della regola, riuscirono a far nominare all'alto
ufficio uno dei loro, Raimondo Gaufrido, amico ed ammiratore
dell'Olivi.[791] E per fino fuori dell'ordine francescano par che
trionfasse la loro propaganda, quando dopo due anni e tre mesi di
vacanza i cardinali levarono al soglio pontificio l'eremita Pietro de
Morrone (1294). Ma queste fortune durarono ben poco. Che dopo pochi
mesi il buon Celestino depose la tiara, e il suo successore rimosse
dall'ufficio fra Gaufrido sostituendogli quel Giovanni di Muro, che era
stato tra i più fieri persecutori dell'Olivi. Allora ricominciarono le
dolorose prove per gli Spirituali. Il loro capo non venne risparmiato
neanco morto, chè il nuovo generale avendone fatte condannare le opere
da un Capitolo generale, ordinò che si bruciassero insieme al cadavere
dell'autore, tolto alla pace del sepolcro sei mesi dopo che v'era stato
calato con solenni esequie.[792] Fu proibito ai frati di leggere e
serbare libri maledetti, ed un fra Ponzio, che non volle consegnarli al
suo superiore morì in prigione tra stenti e sofferenze incredibili, e
molti altri frati furono perquisiti ed incarcerati.[793]
Ma codeste misure di rigore non scoraggiavano i seguaci dell'Olivi,
ed uno fra essi, Ubertino da Casale, ebbe il coraggio di prenderne le
difese, e scrivere contro i potenti accusatori una calda apologia.
Ubertino nacque nel 1259, e quattordicenne entrò nell'ordine dei
Minori. Lesse per nove anni nello studio parigino, e tornato in Italia
continuò nell'insegnamento per altri quattro; poscia abbandonata la
cattedra si mise alla predicazione, fino a che gli fu imposto silenzio
dai suoi superiori, che lo mandarono nell'eremo della Vernia, ove
scrisse un libro, tuttora esistente, _arbor vitae crucifixae_.[794]
La ragion per cui fu imposto silenzio al focoso predicatore non è
difficile scoprire. Egli apparteneva al partito intransigente, e
forse pubblicò la sua prima apologia di Giovanni Olivi alla morte di
Bonifazio VIII, quando si sperava che col nuovo papa cessassero le
fiere persecuzioni contro gli spirituali. Mi pare molto improbabile
che ei l'avesse scritta prima, come sospetta il Wadding, perchè da
una parte non sarebbe andato impunito, e dall'altra la _Cronaca delle
Tribolazioni_ dice espressamente che fra Ubertino fu accusato al papa
Benedetto XI (1303-1304), e seppe così abilmente difendersi da andare
assolto.[795] Ma quando che fosse scritta, l'apologia era intesa a
provare: 1º che Pier Giovanni nè nella Postilla all'_Apocalisse_ nè in
altro libro non parlò mai irreverentemente della Chiesa, alla quale
invece si mostrò sempre devoto; 2º che l'uso povero è siffattamente
ortodosso da potersi dire la lampada della nostra fede;[796] 3º che
le persecuzioni, patite dai rigidi osservatori della Regola, sono
mostruose, ed il Papa deve interporre la sua autorità per farle
cessare.
Così si rinnovarono le contese tra i conventuali e gli zelanti, ed
entrambi concordemente se ne appellavano al Papa. Benedetto XI morì
prima di poter dare alcun provvedimento, ma il successore Clemente V
credette opportuno di riprendere la cosa in esame. E chiamò in Avignone
molti francescani, tra i quali il generale dell'ordine che sosteneva
le ragioni dei conventuali, e l'ex generale fra Gauffrido, insieme ad
Ubertino da Casale, fra Siccardo ed altri molti, che rappresentavano la
parte degli spirituali. E comandò che fin che la controversia non fosse
composta dal collegio dei vescovi e cardinali da lui stesso nominato,
dovessero cessare tutte le misure di rigore per ragione di opinione.
E principalmente quegli tra gli Spirituali, che egli aveva chiamati
alla Corte, sottrasse alla giurisdizione dei loro superiori,[797] e
volle che si riprendesse l'esame delle dottrine di Pier Giovanni, e si
definissero i punti controversi della regola più chiaramente che non
fosse riescito a Niccolò III.
Le discussioni durarono lungamente, i due partiti si rimandarono le
opposte accuse di licenziosi od ipocriti colla consueta acredine.
Gli uni rimproveravano agli altri di voler scalzare l'ordine colla
fiacca interpetrazione della regola, e l'abbandono di quello spirito
di assoluto sagrifizio e di fervida carità, che l'informa; gli altri
replicavano che la rovina dell'ordine viene da coloro che mettono la
propria opinione al di sopra del dovere d'obbedienza, ed intendono la
regola in modo così rigido da non potersi umanamente osservare.[798]
Il più abile tra tutti par che fosse Ubertino, perchè riuscì non solo
a convincere delle verità dell'uso povero, ma benanco a scagionare Pier
Giovanni dalle accuse che gli si movevano. Ed in virtù di queste difese
il Papa nel Concilio di Vienna condannò alcune dottrine teologiche
di Pier Giovanni, ma tacque il nome dell'autore, e pronunziò la sua
decisione, come se si trattasse di punti controversi, intorno ai quali
prima della decisione si potesse opinare in un modo o nell'altro senza
incorrere in eresia.[799] Le altre dottrine di Pier Giovanni, e certo
le più importanti, come quella dei tre stati e dell'uso povero non
solo furono risparmiate, ma una di esse fu solennemente adottata nella
nuova interpetrazione che Clemente dette della regola francescana.[800]
Gl'intransigenti trionfarono di nuovo, ma anche questa volta per
poco. Il partito dei conventuali, non ostante la vittoria dei loro
avversarii, riuscì nel 1313 a creare generale dell'ordine uno dei suoi,
frate Alessandro di Alessandria, stato già appo Clemente uno dei più
vigorosi difensori dell'ordine contro Ubertino di Casale e gli altri
seguaci dell'Olivi.[801] Il che prova quanto fosse numeroso ed audace
codesto partito, il quale anche dopo le raccomandazioni di Clemente non
cessava di perseguitare gli spirituali.[802]
Per tal guisa seguitarono i dissidii, principalmente nella provincia
toscana, ove gl'intransigenti, seguendo l'esempio dei Celestini,
decisero di staccarsi dall'ordine, e formare un corpo a sè.[803]
Parimenti nelle provincie di Narbona e di Béziers, ove la memoria
di fra Pier Giovanni era più viva, i frati zelanti non vollero più
far vita comune coi loro avversarii, e vestita una tunica più corta
e tutta logora e rattoppata, si ridussero in meschini ricoveri, ove
metteano in pratica le regole dell'uso povero. Codesti frati, che si
dissero per umiltà fraticelli, non poterono certo trarre dalla loro
tutti gli spirituali, e molto meno il capo, Ubertino da Casale, il
quale ben sapeva, che entrando nella nuova comunità avrebbe perduto
in un punto tutto il favore, che s'era acquistato presso il Papa. Nè
furono più fortunati appo Clemente, il quale pur approvando l'uso
povero, non volea a nessun patto che servisse di pretesto ad una
scissione dell'ordine. E scrisse lettere severe ai vescovi di Genova,
Lucca e Bologna per richiamare i dissidenti all'obbedienza, e fulminò
la scomunica contro i ricalcitranti.[804] Perlochè come al tempo di
Celestino, si formarono ora di nuovo i tre partiti nell'ordine dei
francescani, i conventuali, i dissidenti o fraticelli, gli spirituali.
Ma gli ultimi due insieme uniti non eguagliavano nè per numero nè
per forza il primo, il quale ben seppe trarre profitto dall'errore
commesso dai dissidenti toscani e narbonesi per agire più severamente
contro gli avversarii. E le circostanze stesse furono loro propizie,
che a non lungo andare morì Clemente V (20 aprile 1214), e dopo una
vacanza di due anni e quattro mesi fu assunto al trono pontificio
un uomo punto mistico e poco scrupoloso, Giovanni XXII (scelto il
7 agosto, e coronato il 5 settembre 1316). Allora il partito dei
conventuali ebbe la mano libera; il nuovo generale Michele da Capua
potè agire energicamente contro i dissidenti, e lo stesso Ubertino da
Casale ebbe a chiedere in grazia al nuovo Papa il trapasso dall'ordine
francescano a quello dei benedettini. Strano destino del capo degli
spirituali, il quale dopo aver predicata la necessità dell'uso povero,
entra nell'ordine, che a detta di Gioacchino più si allontanava da
quell'uso.[805]