VI

Con Giovanni XXII comincia un'altra fase del movimento francescano. Ad

istanza del generale Michele da Cesena il nuovo Papa non solo scrisse

lettere più incalzanti a principi e vescovi contro i dissidenti,[806]

ma nell'aprile del 1317 in loro danno pubblicò la costituzione

_Quorundam_ per stabilire che la qualità della tunica e le sue

dimensioni debbono essere determinate dai superiori locali, ed al loro

giudizio venga lasciato se pei bisogni del convento si debbano tener

provvisti e granai e cantine.[807] La povertà, aggiunge il Papa, è

una grande cosa, ma al di sopra di lei sta la conservazione di sè,

e al di sopra di entrambe l'obbedienza ai legittimi superiori.[808]

Così la quistione dai meschini piati frateschi era sollevata alla

sua vera altezza. Da una parte s'affermava come primo dovere quello

dell'obbedienza assoluta, senza di che è impossibile la rigida

gerarchia, dall'altro si teneva duro a metter l'osservanza scrupolosa

della regola innanzi a qualunque altro dovere. Imperocchè, la regola

è come l'Evangelo di Cristo, e chiunque porti offesa a lei, viola la

fede; nè c'è persona, per quanto alto sia il suo ufficio, che stia

al di sopra della Regola; talchè quando o il Papa o altro chiunque

comandi qualche cosa che sia contro questa, gli si deve per la

salvezza dell'anima negare obbedienza. Tali dottrine sostenevano

gl'intransigenti francescani, e quattro di essi nel 1318 in Marsiglia

anzi che sconfessarle, preferirono di lasciare la vita sul rogo[809]

e molti altri fuggirono appo gl'infedeli.[810] Certo non eran nuove,

e l'inquisitore a ragione ne riconobbe la prima fonte nell'Olivi,

le cui opere vennero in quel tempo ancora una volta esaminate e

condannate.[811] Ma se l'Olivi aveva detto che S. Francesco era come un

nuovo Cristo, che sofferse al pari di lui, e forse come lui risorgerà,

ora s'aggiunge che la Regola bandita da S. Francesco, per diretta

inspirazione di Dio è da tenersi non meno del Vangelo, ed al pari di

quello non può essere nè abolita, nè forse anco modificata.[812] E la

vita povera, che essa prescrive, è la vera vita evangelica, perchè nè

Cristo, nè gli Apostoli possedevano nulla in proprio, ed a simiglianza

dei frati spirituali andavan ramingando e stentando la vita.[813]

La quistione, come si vede, si faceva grossa. Non si trattava più

di sapere quanti centimetri dovesse esser lunga la tunica, o di

qual rozzo panno contesta; nè si chiedeva più se fosse lecito tener

granai e cantine, o stringere contratti per mezzo dei procuratori.

Gl'intransigenti sotto questi meschini pretesti miravano ben più

alto, a dichiarare cioè che la vita prescritta dalla regola non

differisce dall'evangelica, e che ad essa si fosse conformato Gesù, e

gli Apostoli, e ad essa quindi dovrebbero conformarsi non soltanto i

frati Minori, ma i cristiani tutti che debbono porre l'Evangelo a norma

della loro vita; il che è come dire che non solo il clero, ma tutta la

Cristianità dovesse tramutarsi in un vasto cenobio francescano. Contro

siffatte massime protestavano già da un pezzo i frati domenicani, emuli

dei francescani, e professanti anche loro il vòto di povertà, ma così

temperato che ben poco differivano per codesto capo degli altri ordini;

ed uno di essi, l'inquisitore fra Giovanni di Belna,[814] citò al suo

tribunale un beghino narbonese per avere affermato secondo un'antica

cronaca «che Cristo e gli apostoli, via di perfezione seguitando, niuna

cosa ebbono per ragione di proprietade e di signoria nè in ispeziale,

nè eziandio in comune. Il quale inquisitore, seguita la cronaca,

vogliendo giudicare il detto bighino, chiamò a consiglio tutti i priori

e guardiani e lettori de' religiosi e molti altri savi. Intra' quali

fu presente frate Beringario Talloni, lettore nel convento de' frati

minori da Nerbona. Et intra l'altre cose che il predetto inquisitore

fece leggere, (si fu) il predetto articolo della povertade di Cristo

e degli appostoli suoi, per lo quale voleva condannare questo cotale

bighino. Ma il predetto frate Beringario lettore, sopra il detto

articolo richiesto, rispuose che questo dire non era eretico, ma era

dottrina sana, cattolica e fedele massimamente, conciò sia cosa che

questo fosse diffinito per la chiesa cattolica nella dicretale che

comincia: _Exijt q. seminat_. La quale cosa fatta, nè più nè meno, come

se il detto lettore avesse affermata eresia, il predetto inquisitore

comandò a questo medesimo lettore che il detto suo immantinente, in

presenza di tutti, rivocasse. Il quale lettore non volse rivocare

per niuno modo, ma imperò ch'era costretto a rivocare quella cosa

che era sana e cattolica, e come sana e cattolica diffinita per la

chiesa. E temendo per questo d'essere agravato per molti modi contra

la giustizia, alla sedia appostolica solennemente appellò, e colla

sua appellazione venne a Vignone dove il predetto papa Giovanni allora

colla sua corte risedeva».[815]

La quistione, sottoposta al Papa, era ben grave. Deciderla contro i

francescani non si poteva senza contraddire alla bolla _Qui exiit_,

ben a proposito invocata da fra Berengario;[816] deciderla contro i

domenicani sarebbe stato lo stesso che darla vinta agl'intransigenti,

contro i quali Giovanni avea già cominciato a pronunziarsi. In tanta

incertezza il Papa sottopose la vertenza ai più dotti teologi, e tra

gli altri ad Ubertino da Casale, il quale per mostrarsi nello stesso

tempo grato al suo protettore, che gli avea concesso il passaggio

ai benedettini e fedele al suo partito emise un parere, che dovea

contentar tutti, e tutti scontentò.[817] Le mezze misure ormai

a nulla approdavano. Al punto cui erano giunte le cose bisognava

prender partito o per l'uno o per gli altri,[818] e Giovanni lo prese

animosamente, e dopo un lungo concistoro,[819] si decise a revocare la

bolla di Niccolò III, dichiarando: la vera interpetrazione della Regola

non essere peranco trovata; e dopo le nuove quistioni insorte occorrere

nuovi studii per risolverle, ed esser quindi necessario, di togliere

il divieto delle glosse e commenti, per lasciar campo alla libera

discussione,[820] dalla quale sarebbe emersa la verità.

Questa misura radicale provocò le proteste di tutti i francescani.

Non solo gli spirituali ed i fraticelli, ma benanco i conventuali

se ne risentirono, e lo stesso generale fra Michele da Cesena, che

sinora avea agito con tanta energia contro i dissidenti, ed insieme

all'inquisitore narbonese avea dichiarate eretiche le dottrine dei

beghini e spirituali, ora credendo minacciate le fondamenta stesse

dell'ordine, si mise a capo dell'opposizione contro il Papa. E

convocato un Capitolo generale in Perugia il 4 giugno 1322, fece

dichiarare solennemente «che la renunziazione della proprietà di

tutte le cose sì in speciale come eziandio in comune fatta per Dio,

è meritoria e santa, la quale renunziazione Cristo, via di perfezione

mostrando, per parola la 'nsegnò, e per esemplo la confermò; e la quale

i primi fondatori della Chiesa militante, cioè li apostoli, sì come

da essa fonte, cioè Cristo, aveano attinto, in coloro che volgliono

perfettamente vivere, per rivi di dottrina e di loro vita, dirivarono.

La quale determinazione della Chiesa nel VI libro per essa Chiesa

cattolica è inframessa e per altra decretale nel Concilio di Vienna

promulgata e divulgata...... Et ultimamente per lo santissimo padre

e signiore, messer Giovanni, per divina provvidenzia, papa vigesimo

secundo, in alcuna sua dichiarazione fatta sopra la regola e sopra

lo stato de' frati minori, che comincia: _Quorundam exiit_, è questa

medesima dichiarazione molto commendata, come santamente composta,

soda, lucida e con molta maturità esaminata».[821]

Tale protesta fu come un guanto di sfida al Papa, e Giovanni

lo raccolse. E per tutta risposta pubblicò la celebre bolla _ad

Conditorem_, nella quale sostenne esser lecito di revocare i decreti e

le costituzioni dei predecessori, quando l'esperienza, maestra della

vita, dimostra che falliscono al fine per cui furono promulgate. E

criticò con vigore l'espediente imaginato dai suoi predecessori di

attribuire alla Chiesa la proprietà di quello, che i frati minori

usano per le necessità della vita. Imperocchè, ei dice, v'ha cose

che struggendosi coll'uso non consentono ne sia proprietaria una

persona diversa da chi le adopera. E nel fatto i mendicanti più che

usufruttuari ne sono i veri padroni, e le vendono e le barattano,

quando loro torni, per mezzo dei loro procuratori, talchè la Chiesa

ha solo di nome siffatta proprietà, della quale altri raccoglie i

frutti, ella invece i danni e l'onta d'interminabili liti. Per queste

ragioni Giovanni dichiarò di rinunziare alla proprietà dei beni

spettanti ai frati minori all'infuori degli stabili, o degli arredi

delle chiese,[822] sicchè i minoriti contro loro volere tornavano

proprietarii a simiglianza degli emuli loro, i frati predicatori.

Era una misura audace codesta, ed i francescani per mezzo del loro

procuratore Buonagrazia da Bergamo[823] seppero ben rilevare come

rompesse contro la tradizione pontificia da Gregorio IX a Clemente

V; ma Giovanni tenne duro, e messo in prigione l'audace autore della

protesta, ritirò la prima bolla per pubblicarne un'altra più diffusa

sotto la stessa data e colla stessa iniziale della precedente.[824]

Nè di ciò pago, più tardi con decretale del 12 novembre 1323 condannò

come eretica la dottrina sostenuta dal Capitolo generale di Perugia

intorno alla povertà di Cristo e degli apostoli.[825] E facendosi

contro codesta bolla sempre più vive le opposizioni, alle quali fece

eco Ludovico il Bavaro nella protesta di Sachsenhäusen,[826] non dubitò

Giovanni di difenderla nella decretale del novembre 1324, combattendo

punto per punto gli argomenti degli avversarii.[827]

Ma non ostante che la lotta fosse già così ardente, pure i minoriti non

seguirono l'esempio dell'Imperatore, e per tre anni di seguito agirono

copertamente senza romperla del tutto col Papa; talchè il loro generale

quando fu chiamato alla corte pontificia,[828] si fece scusare per la

malattia, che lo tratteneva a Tivoli,[829] e non appena ristabilito si

recò in Avignone. Se non che ben presto le cose volsero al peggio. Il

Papa nell'udienza solenne del 9 aprile 1328 amaramente rimproverava il

generale francescano della sua resistenza ai decreti pontifici,[830] e

dal suo canto il generale non pure tenne fermo nelle sue idee, ma per

sottrarsi all'ira pontificia fuggì la notte del 25 maggio accompagnato

dai frati Occam e Bonagrazia, e tutti insieme ripararono in una nave

imperiale, che li trasportò a Pisa.[831] Gli avvenimenti incalzavano

rapidamente. In un'adunanza tenuta nella Piazza di S. Pietro in Roma

il 18 aprile dello stesso anno Ludovico, mettendo in pratica le idee

rivoluzionarie dei suoi consiglieri Marsilio da Padova e Giovanni di

Gianduno, avea deposto come eretico il papa Giovanni, e nel 12 maggio

successivo gli avea sostituito a voce di popolo il minorita Pietro

da Corbara, che prese il nome di Niccolò V.[832] Non occorre dire

che all'Imperatore s'unirono i francescani fuggiti d'Avignone, ed una

testimonianza della loro opera ce la porge la nuova edizione fatta a

Pisa della sentenza, già pubblicata a Roma contro papa Giovanni.[833]

Dopo questi fatti scoppiò aperta la guerra tra la Curia e gli uomini

più eminenti dell'ordine francescano. Il Papa depose Michele di

Cesena dal suo ufficio, e scomunicò con lui i compagni Bonagrazia ed

Occam,[834] e dal canto suo il generale francescano pubblicò in Pisa

prima una lettera giustificativa della sua condotta[835] e poi due

proteste contro i decreti del Papa, dei quali si appellava al giudizio

di tutta la Chiesa.[836] Alle ragioni addotte in codesti scritti il

Papa credette di rispondere nella bolla _Quia vir reprobus_,[837] e di

rimando il generale minorita pubblicò un'altra protesta, che ribadiva

le accuse contro Giovanni, combattendone le difese.[838] Al generale

si associarono altri minoriti, nè solo i suoi compagni di fuga Occam

e Bonagrazia, ma benanco il provinciale tedesco Enrico di Thalheim

e Francesco d'Ascoli. Ed insieme pubblicarono uno scritto contro la

nomina del nuovo generale frate Oddone fatta nel Capitolo di Parigi il

10 giugno 1329,[839] e quando da molte parti si faceano vive premure al

Cesenate perchè si riconciliasse col Pontefice, ei lo incoraggiavano

a tener fermo salvando il suo diritto e l'autorità sua.[840] Il più

celebre tra loro era certo il provinciale inglese Guglielmo Occam,

non meno forte d'ingegno che d'animo, il quale ben protestava, che

se pure i più piegassero, se pure lo coprissero di vituperii, ei

seguiterebbe sempre a difendere la verità, finchè gli bastino la mano e

la penna.[841]

E tenne per fermo la promessa, e nel corso di venti anni non ismise

mai di scrivere per la causa, che i più l'un dopo l'altro disertavano.

Intorno al 1330[842] compose in novanta giorni un'opera voluminosa, in

cui seguendo passo per passo la bolla _Quia vir reprobus_, riassume

da prima le ragioni ivi addotte, e poi con più largo discorso espone

le risposte degli avversarii.[843] Più tardi, poichè Giovanni XXII in

concistoro ebbe dichiarato che della visione beatifica non potessero

godere i trapassati se non dopo ripreso il loro corpo, scrisse

animosamente contro la nuova dottrina del Papa.[844] Ed alla morte

di lui, quando fu certo che il successore Benedetto XII seguiva la

stessa via del predecessore, ritornò anch'egli sull'antica polemica,

pubblicando il compendio degli errori di Giovanni XXII.[845] In

questi faticosi lavori, col vuoto argomentare scolastico, infarcito

di sottili distinzioni e di citazioni infinite, vengono provate le

tesi francescane sulla povertà assoluta e sulla vita apostolica, e

contro alle teorie di Giovanni XXII è rifermata la distinzione tra la

proprietà e l'uso anco nelle cose consuntibili. Ma in fondo a codeste

quistioni, che paiono e sono oziose, si nascondeva un'altra ben più

grave sui limiti della potestà papale. E l'Occam, d'accordo colle

proteste del suo generale, credeva che il Papa non potesse revocare le

decisioni dei suoi predecessori in fatto di costumi o di domma,[846]

tanto più se codeste dottrine sono o chiaramente insegnate nei libri

sacri, o approvate dalla Chiesa universale. E se ardisce di farlo

è manifestamente eretico, e per conseguenza perde ipso facto ogni

autorità e dignità.[847] Nè alcun cattolico è tenuto ad obbedirgli,

anzi tutti debbono fuggirlo se non vogliono intingersi della sua pece.

Nè vale il dire che non essendovi al di sopra del Papa altra autorità,

non si può nè convincerlo d'eresia, e molto meno appellarsi di lui

ad un tribunale superiore;[848] perchè, dice Occam, al di sopra del

Papa sta la Chiesa ed il Concilio che la rappresenta. Così stante

l'appello il Papa deve astenersi da qualunque decisione e rimettersene

al Concilio, che ha da essere immantinenti convocato. Se ardisce di

levarsi a giudice, egli che è parte; se nega di riunire il Concilio e

ne usurpa l'autorità, è eretico manifesto,[849] e tale lo dovrebbero

dichiarare i custodi della fede, i vescovi, e deporlo dall'alto

ufficio, che ei mal sa reggere. E quando i vescovi si rifiutino,

l'Imperatore stesso, se cattolico, varrà a condannarlo.[850]

Quest'ultima sentenza si legge nell'opera pubblicata intorno al 1338,

ove si discutono otto gravi quistioni intorno all'Impero ed ai suoi

rapporti colla Chiesa.[851] L'Occam, al pari degli altri minoriti,

non abbracciava le idee radicali dei consiglieri laici di Ludovico,

come Gianduno e Marsilio da Padova; nè credeva che si dovesse rompere

così contro la tradizione da rimettere nel popolo di Roma la fonte

dell'autorità imperiale, e s'oppose al giurista imperiale Leopoldo di

Bamberga, che in parte rinnovava le idee del _Defensor pacis_.[852]

Ciò non pertanto opinava che le due autorità, la spirituale e la

temporale, non pure non si potessero riunire in una persona, ma

fossero così indipendenti, che l'una non dovesse tenersi per la fonte

dell'altra.[853] Egli in verità era d'avviso che il re dei Romani

non potesse assumere il nome d'Imperatore senza la coronazione e

l'unzione sacerdotale, ed in questo punto certo non andava ai versi di

Ludovico;[854] ma a differenza dei papisti sosteneva che la coronazione

e l'unzione non conferiscono poteri temporali, bensì doni spirituali

soltanto.[855] Talchè allorquando l'autorità ecclesiastica, che per

consuetudine soleva ungere o coronare il re eletto, si rifiuti, può

bene farne le veci un altro arcivescovo,[856] il quale non cessa

pertanto di essere suddito del sovrano che incorona.[857]

Da queste citazioni ben si raccoglie come l'Occam non fosse da meno

di nessuno nel sostenere la causa dell'Imperatore, il quale, non

perchè sia cristiano, ha perduto nulla dei diritti, che spettavano ai

suoi predecessori pagani. E se questi decidevano intorno alle cause

matrimoniali, perchè il loro successore non potrà fare altrettanto? Lo

può, e lo deve quando sopratutto l'interesse di Stato lo consiglia,

come nel caso del figlio di Ludovico e della principessa Margherita,

il cui matrimonio con Giovanni Enrico di Boemia non essendo stato

consumato, si può tenere per apparente più che per reale.[858]

Questi concetti sono chiaramente ripetuti nella terza parte di quella

voluminosa opera intitolata _il Dialogo_, ove l'Occam fa discutere da

un maestro ed un discepolo le quistioni più ardenti del suo tempo.[859]

Anche qui la teoria, che attribuisce al Papa una padronanza assoluta

non pure nelle cose spirituali, ma nelle temporali, vien condannata

come falsa, perniciosa ed eretica, perchè contraddice all'essenza

stessa del Cristianesimo che sta nella libertà; laddove se il Papa

avesse un così sconfinato potere sui fedeli, la legge di Cristo

sarebbe più dura e più tirannica della legge mosaica.[860] Parimenti

eretica e contraria alle sacre carte è l'altra teorica, derivata dalla

precedente, che riadduce al Sommo Pontefice l'autorità imperiale.[861]

Non che l'Occam creda l'Impero sia una istituzione sacra, emanante

direttamente da Dio; imperocchè già notammo nell'Introduzione, che

ei lo tiene per una creazione umana, voluta per fermo da Dio, ma nata

da certi bisogni degli uomini, e vôlta ad alcuni fini, e ben peritura

quando quei bisogni cessino o quei fini falliscano.[862] Però fin che

vige l'Impero, tutti debbono inchinarsegli, e l'Imperatore, il cui

dominio s'estende per quanto gira il mondo, non pure sugli averi e

sulla libertà dei suoi sudditi ha piena potestà (in quanto almeno alla

legge di natura non contraddica, ed al bene pubblico conferisca);[863]

ma benanco sulle cose e persone spirituali esercita diritti. E talvolta

può bene nominare i papi, non in quanto imperatore per fermo, ma come

rappresentante del laicato, ed in particolare del popolo romano, al

quale dev'essere restituito l'antico diritto di elezione, quando gli

elettori ecclesiastici o per eresia o per quale altra ragione se ne

siano mostrati indegni.[864] E se può nominare il Papa, ha diritto

altresì di giudicarlo, e punirlo se occorra, imperocchè se Cristo e

gli Apostoli si sottomisero alla giurisdizione imperiale, ragion vuole

che anche il Papa vi si pieghi, quando pur la comunità cristiana debba

avere, come ogni Stato ben costituito, un solo e supremo giudice.[865]

Nè manca il caso, in cui lo deve anche deporre, se il Papa, poniamo,

sia caduto in eresia, ed i cardinali ed i vescovi, non che richiamarlo

sulla buona strada, si uniscano a lui.[866]

Ma come può darsi codesto caso? Che cosa è mai l'eresia? Ed a quali

caratteri si scopre? E chi dovrà riconoscerla? Non forse il canonista,

che ben sa quali dottrine sieno state condannate dalla Chiesa e quali

no? E quale più autorevole canonista del Pontefice, che non pure può

interpetrare i vecchi canoni, ma crearne di nuovi? E come mai chi è

chiamato a definir l'eresia può cadervi dentro? E poniamo che vi cada,

chi può giudicarlo? E se egli è eretico, saranno altresì quelli che gli

prestano obbedienza? Codeste quistioni furono già discusse dall'Occam

nelle opere precedenti, ma ora nella prima parte del Dialogo vi ritorna

su, dibattendole con maggior larghezza ed ordine.[867] Non può cader

dubbio sulle sue opinioni, sebbene dichiari di non manifestarle, per

tema che altro le abbracci sull'autorità di lui, o le rifiuti in _odium

auctoris_.[868] L'eresia secondo l'Occam, è un domma falso contrario

alla fede ortodossa, attestata non pure dalle sacre carte, ma benanco

dalla tradizione della Chiesa,[869] ed eretico è quel cristiano, che

pertinacemente erri o dubiti di codesta fede.[870] Decidere quale

dottrina sia eretica e se altri sia caduto in eresia spetta ai teologi,

non ai canonisti, come si pretendeva dagli aderenti di Giovanni XXII;

perchè i canonisti ben conoscono le regole di procedura da osservare

nei giudizii di eresia, e il modo di accusare, e le pene da infliggere;

ma se non sono teologi, ignorano le più riposte ragioni della fede,

nè sanno riconoscere quello che vi contraddica, nè possono dare da

per loro l'esatta interpretazione dei canoni.[871] Anche il Papa

stesso, quando sia sfornito di studii teologici, non solo non sa

dare autorevole sentenza intorno agli eretici, ma egli medesimo può

cascare in eresia, come lo provano gli esempi e le ragioni.[872] Ed in

tal caso non manca chi possa e debba giudicare il Papa, perchè al di

sopra di lui sta la Chiesa universale. E se fia impossibile che tutti

i cattolici si raccolgano in assemblea, farà le loro veci il Concilio

generale, il quale non ha d'uopo dell'invito del Papa per adunarsi,

quando gl'interessi della fede lo richieggano.[873] E codesto Concilio,

accertata l'eresia del Papa, deve espellerlo dalla sede, spogliarlo

d'ogni dignità ecclesiastica e consegnarlo, se occorre, al braccio

secolare come farebbe di qualunque altro eretico. E dove il Concilio

non si possa riunire, nè altra autorità ecclesiastica ne faccia le

veci, spetterà, come dicemmo più sopra, ai laici ed alle potestà

secolari di salvare la fede.[874]

Intorno a codesta preminenza del Concilio, l'Occam va pienamente

d'accordo con Marsilio da Padova; ma dissente da lui intorno al

primato del vescovo romano. L'animoso minorita non è certo tenero

della supremazia papale, e spende un libro intero del Dialogo per

discutere se convenga all'università dei fedeli il governo di un solo.

E benchè non neghi i vantaggi della monarchia, pure dichiara in certi

casi preferibile l'aristocrazia; nè teme che la pluralità dei capi

possa recar danno alla forza e compattezza della Chiesa.[875] Ma ciò

non pertanto non gli basta l'animo di accettare le teorie storiche

di Marsilio, secondo le quali nè S. Pietro avrebbe avuto da Cristo

il primato sugli altri apostoli, nè avanti a Costantino il vescovo

di Roma avrebbe esercitato alcun potere sugli altri vescovi. E gli

argomenti addotti nel _Defensor pacis_ in sostegno di codeste teorie

ei li combatte ad uno ad uno,[876] ed apertamente dichiara che la

dottrina del primato romano è una costante tradizione della Chiesa, a

cui s'ha da prestare piena fede.[877] Nè s'ha da credere che codesta

prova non sia secondo le convinzioni dell'Occam, perchè invece va

d'accordo col suo principio fondamentale, che la tradizione cattolica,

continua e costante, è l'unico e saldo criterio di verità. Può fallire

il Papa; dice l'Occam, e non meno di lui il Collegio dei cardinali; può

fallire lo stesso Concilio, e forse anche in qualche momento d'oblìo la

Cristianità tutta; ma la dottrina canonica non verrà meno per questo, e

dopo gl'intervalli d'oscuramento brillerà di più viva luce.[878] Così

pare assicurata la supremazia di Roma, ma i principii da cui parte

l'Occam menano a ben altre conseguenze; perchè se non solo il Papa,

ma il Concilio e la Cristianità tutta può fallire, non resta nulla

di saldo all'infuori dei sacri libri. È manifesto per tal guisa come

per diversa via l'Occam riuscisse allo stesso risultato di Marsilio,

vale a dire alla negazione della gerarchia medievale. E così il moto

francescano, cominciato da un dissidio interno dell'ordine minorita,

si dilarga oltre misura, e si tramuta in opposizione implacabile contro

l'assolutismo teocratico e nell'ordine religioso e nel politico.

Dal movimento francescano furono provocate alcune sètte più o meno

ereticali, come i flagellanti, gli apostolici, i beghini. I flagellanti

apparvero nell'anno fatale 1260, in cui secondo i gioachimiti doveva

aver luogo la fine del vecchio mondo. Gli apostolici, surti al tempo

delle prime dissensioni francescane, si dettero per i soli e veri

seguaci delle dottrine spirituali. I beghini, nati più tardi, non

erano se non terziarii francescani, i quali mettevano la Regola al pari

dell'Evangelo, e negavano obbedienza a qualunque autorità ecclesiastica

non la interpetrasse a lor modo. Queste sètte solennemente condannate

come eretiche, ci porgono la più chiara prova del fine che sortì

l'agitazione gioachimita. E possiamo ben dire che il secondo periodo

del movimento religioso medievale ha un corso opposto al primo,

comincia dallo scisma e termina nell'eresia.

L'eresia nel Medio Evo · 第 45 / 57 题