II

I veri interpetri del pensiero di Gioacchino non furono i fratelli del

libero spirito, bensì i frati minori, che nel silenzio delle loro celle

ne studiarono e commentarono i libri e formarono una scuola, detta

gioachimita o gioachita, e crearono una completa letteratura profetica,

e pseudonoma. Sarebbe interessante lo studio di questa letteratura, in

parte già pubblicata nel secolo decimosesto, ed in parte sepolta nella

polvere delle nostre biblioteche. Ma pel nostro compito la notizia, che

ne demmo nel parlare delle opere di Gioacchino è più che bastevole.

Ci restringeremo a studiare le idee direttive dei Gioachimiti, ed

il modo come germogliarono tra le lotte del sodalizio francescano.

Giace tuttora inedito nelle nostre biblioteche un antico racconto

dei dissidii francescani, che va sotto il nome di _Cronaca delle

Tribolazioni_.[662] Si conserva una redazione in latino, ed un'altra

in italiano, ma entrambe evidentemente sono composte di frammenti di

cronache più antiche, legate insieme col manifesto disegno di mostrare

non pure la successione cronologica, ma l'intima connessione delle

lotte, che ebbe a durare una parte dei francescani.[663] In codesto

centone, come nei _Fioretti di S. Francesco_, composti nello stesso

modo e collo stesso intendimento se non col medesimo disegno, gli

errori storici e cronologici spesseggiano. Nè certo l'anonima _Cronaca

delle Tribolazioni_ può stare a petto di quella fonte preziosa, che è

il Salimbene, gioachimita anche lui, ma temperato, e narratore ingenuo

dei fatti accaduti sotto i suoi occhi. Ma non ostante questi gravi

difetti nè la Cronaca nè i _Fioretti_ perdono la loro importanza, e

debbono essere posti da banda, come crede l'Affò.[664] Tutte e due

valgono, e la _Cronaca_ a parer mio più dei _Fioretti_, essendo il

primo saggio di una ricostruzione della storia dell'ordine da S.

Francesco ad Ubertino da Casale. Certo codesta ricostruzione, fatta con

intendimento polemico in servigio d'un partito, non ha nè può avere

grande esattezza e schiettezza storica, ma come manifestazione delle

idee e dei sentimenti di quel partito, è certo un documento prezioso. E

tale la reputava il Wadding, che se ne giovò più di quel che dovesse.

Il cronista conta sei tribolazioni, alle quali bisogna aggiungere per

settima quella che ei stesso soffre e di cui crede più prudente tacere.

Secondo codesta partizione della storia francescana si possono bene

agguagliare le tribolazioni francescane alle sette piaghe d'Egitto,

alle calamità predette nell'_Apocalisse_. E da siffatto riscontro il

pio cronista può ben trarre la speranza che la settima tribolazione sia

l'ultima, nè si faccia aspettare il giorno del trionfo; ma perchè il

numero torni deve mettere la prima tribolazione negli ultimi anni di S.

Francesco, il che difficilmente si può ammettere da chi studii le più

antiche fonti, come ci faremo a dimostrare.

Il Santo d'Assisi nel fondare un nuovo ordine religioso, ebbe in

mente idee più larghe e più feconde dell'Abate di Fiore. Ei ben vide

che il miglior mezzo a combattere gli eretici era quello d'imitarli

nei costumi, e sulle loro orme far getto della propria fortuna,

vestire ruvidi panni, e andar raminghi di città in città, predicando

dappertutto la buona novella. Anche Francesco al pari di Valdez

apparteneva ad un'agiata famiglia, e menava parimenti una vita frivola

e spensierata; ma anche lui, tocco dalle parole del Vangelo, si tolse

in un punto agli agi ed ai piaceri, e abbandonati amici e parenti,

cacciossi animoso nell'ingrata via dell'apostolato.[665] E dappertutto

predicava la sola via della salute essere la povertà, perchè chi non sa

spogliarsi delle ricchezze, nè vende il suo per distribuirlo ai poveri,

non è penetrato da quell'amore del prossimo, che Cristo mette a capo

della sua legge.[666] La povertà volontaria era per Francesco come pel

Valdez la fonte delle virtù, un ideale di sagrifizio e di generosità,

che scaldava il cuore e commovea la fantasia.[667] Nè gli parea di

averlo mai conseguito codesto ideale, al quale sempre si volgeva con

novello ardore. Nulla hai a possedere, neanco il mantello che porti

indosso; una rozza tonaca basta, e se logora, tanto meglio; sarà prova

di umiltà rattopparla con tela da sacco, come l'ultimo mendico della

via.[668]

L'umiltà è un altro tratto che compie l'ideale della vita mendica. S.

Francesco non è nè un cinico, nè uno stoico, odia le ricchezze, ma non

disprezza i ricchi, nè li tiene da meno di sè. Abborrisce le mollezze

e gli agi, indura il suo corpo alle fatiche, ma non sente l'orgoglio

di chi sapendo di bastare a sè medesimo, sfida superbamente i colpi

della fortuna. Questa fiera coscienza di sè medesimo e del proprio

valore sarebbe troppo ripugnante alle massime cristiane, che rintuzzano

l'orgoglio inspirando una salutare diffidenza delle proprie forze. E

conforme a questa massima raccomanda ai suoi fratelli l'umiltà, insiste

perchè secondo il precetto evangelico cedano alla violenza, nè ammette

che l'uno si faccia o si tenga superiore dell'altro. Non ci debbono

essere priori nel nuovo sodalizio, ma ministri, servi della comunità,

scelti democraticamente col suffragio di tutti, e revocabili.[669]

Anche i Valdesi in opposizione al fasto del clero secolare avean

levata la bandiera dell'umiltà, nè solo poveri, ma umiliati si solevan

chiamare. E in prova d'umiltà curvavan la fronte, e stendeano la mano

elemosinando. S. Francesco non esclude il precetto dei benedettini,

adottato dai Catari, che debbasi procacciare il vitto col lavoro delle

proprie mani;[670] ma ove non basti, anche lui raccomanda ed esalta

l'accattare di casa in casa.[671]

Questo spirito di sagrifizio e di umiltà dovea eliminare le lotte tra

gli uomini, che non avrebbero potuto avere luogo nè per rivendicare

i diritti, nè per respingere le offese. Ed il regno di Dio sarebbe

finalmente stabilito, e la legge dell'amore avrebbe avuta la sua piena

attuazione. S. Francesco non poteva comprendere la grande efficacia

morale della lotta pel diritto, egli avea sortita una natura così larga

ed espansiva da comprendere nell'amor suo non pure gli uomini, ma gli

esseri tutti, che ei chiama fratelli a cominciare dal sole cui volge

un canto,[672] agli agnelli, che riscatta dal macello, ai lupi che

ammansisce col fascino della parola. Pochi uomini si conoscono nella

storia così riboccanti d'affetto, come il Santo d'Assisi, che a mal

grado le sue ripugnanze stende la mano ai lebbrosi, diventa l'amico ed

il compagno dei poveri e degli abbietti, e si stima felice se possa col

danno suo soccorrere alle altrui miserie.[673] Il sacrificio era per

lui più che un obbligo morale, un bisogno del cuore e tale desiderava

che diventasse pei suoi fidi, sicchè non si desse contrasto nel loro

animo, e il loro dovere si confondesse coll'amor loro, e dell'interna

serenità fosse specchio il volto sempre ilare e composto.[674]

Ma se il francescano a differenza del valdese non dovea atteggiare

il suo volto a mestizia, non per questo la sua vita era men dura

e faticosa. Ei non si dovea chiudere, come l'antico anacoreta nel

silenzio del cenobio e assorbirsi nella contemplazione. I tempi non

consentivano più questi ozii speculativi, e facea d'uopo operare

energicamente, incessantemente per riguadagnare l'affetto dei popoli.

E se gli eretici sull'esempio degli apostoli non perdonavano a fatiche

e disagi per diffondere la loro fede, certo non si poteva far da meno

di loro. Per queste ragioni, benchè l'istituto della predicazione

non fosse proprio dei francescani, ma dell'altro sodalizio istituito

nello stesso torno da S. Domenico, pure non era estraneo neanche a

loro.[675] Chè anzi i francescani si possono ben dire i frati vaganti.

La necessità di accattare la vita li facea andare di porta in porta,

di borgata in borgata; oltrechè la loro stessa regola non consentiva

riposo, chè alla santa milizia facea d'uopo mutar guarnigione soventi,

per non poltrire nell'immobilità, come era uso dei cenobiti. A

questo fine Francesco raccomanda ai suoi compagni di andare due a due

pellegrini pel mondo a piedi nudi.[676] Non si vincono le battaglie

senza indurare il soldato alle marce faticose, ed il milite di Cristo,

come il legionario di Cesare, non ha da conoscere stanchezza.

Queste erano le ardite innovazioni che Francesco portava alla vita

cenobitica, e quanto ei ben s'apponesse lo mostrarono i fatti; chè

nessuno istituto religioso si è mai diffuso con tanta rapidità, come

il francescano. Parevan tornati i tempi degli antichi apostoli, e

come allora si fondava una chiesa dopo l'altra, così ora a convento

s'aggiungeva convento, e ben presto il novo sodalizio si sparse per

tutto l'orbe. Ma senza dubbio la regola di S. Francesco era tale,

che nessun uomo poteva adattarvisi senza restarne schiacciato dal

grave peso. Innocenzo III, che pure avea approvato l'istituto di

Durando di Osca, non sapeva dare la sua sanzione alla regola di S.

Francesco, informata ad un ideale di povertà ed umiltà mal rispondente

agli splendori ed alle smodate pretensioni della Corte romana.[677]

Certo non potea respingere queste nuove forze, che gli venivano

inaspettatamente in ajuto per combattere l'eresia, nè si può dubitare

che benedicesse il mendico d'Assisi, senza vietargli di seguitare

nell'opera sua; ma non smise mai i suoi dubbî sulla regola, che a lui

pareva non facesse il debito conto dei reali bisogni e tendenze della

natura umana, nè volle concedere una bolla d'approvazione.[678] Non

smise per questo S. Francesco, ma il disegno presentato ad Innocenzo

colorì nei suoi particolari, e le sue idee giustificò con ragionamenti

e citazioni bibliche. E questa nova regola molti anni dopo presentò

al successore d'Innocenzo Onorio III, e ne ottenne finalmente la

desiderata sanzione con bolla del 1223.[679] Se non che l'approvazione

del papa non rimoveva le difficoltà, e il santo non se le dissimulava.

Pare anzi temesse non poco che morto lui sarebbero nate dispute

e commenti sulla regola, per trarne un senso ben lontano dai suoi

intendimenti. Talchè credette bene restringerla in brevi e succosi

capitoli[680] e con solenne testamento raccomandò ai suoi fratelli,

che codesta regola dovessero mandare a mente, codesta osservare alla

lettera, vietando recisamente qualunque commento, che sotto pretesto

d'interpetrarla, l'avrebbe distrutta.[681] Queste inquietezze di S.

Francesco, attestate da documenti autentici, rendono molto probabile

il sospetto che tra i compagni stessi del Patriarca non mancasse chi

la pensava al modo d'Innocenzo, e credendo la regola molto rigida fosse

ben disposto a tollerarne qualche attenuazione.

Ma questi discorsi erano forse segno di un'aperta opposizione alle

idee del Patriarca? Parrebbe certo se s'avesse a prestar fede alla

_Cronaca delle Tribolazioni_, che ci narra di violente dispute tra S.

Francesco e frate Elia, il quale mal tollerando la pubblicazione della

regola succinta, alla testa di molti frati si sarebbe presentato a S.

Francesco, come un tempo gli Ebrei a Mosè. E d'altro canto il nuovo

legislatore, scendendo anche lui dal monte come l'antico, avrebbe

rinfacciati i protervi suoi compagni, ben ribadendo che alla regola,

datagli direttamente da Dio, tutti fosser tenuti di prestare cieca ed

intera obbedienza.[682] E d'accordo con questo racconto la cronaca

narra ancora, che S. Francesco, stanco forse di combattere contro

l'ostinatezza dei frati, si ritirò sdegnoso dal governo dell'ordine,

lasciando pure che fosse assunto dal suo oppositore Elia.[683] Se

non che codesta narrazione, ripetuta dal Wadding, è falsa di pianta,

come ben dimostra l'Affò.[684] Perchè le fonti più antiche, come

la Vita di Tommaso da Celano, non solo non dicono nulla di codesta

opposizione tra Francesco ed Elia; ma ci parlano per lo contrario del

loro vicendevole affetto, talchè il Patriarca solo per non dispiacere

all'amico suo, acconsentì ad aversi riguardi nell'ultima e mortale

malattia.[685] E ponendo mente alla grande venerazione in cui i

frati tenevano il fondatore del loro ordine, non par verisimile che

scegliessero a farne le veci chi sarebbe stato a capo degli oppositori.

È molto più probabile invece che Francesco, premuto dai molti mali che

avean logorata la sua fibra, nè più gli consentivano le aspre fatiche

dell'apostolato, avesse chiesto e forse scelto lui stesso come suo

vicario prima fra Pietro, e alla morte di costui Elia, uomini di sua

fiducia.[686] Che invece d'Elia avesse indicato a suo successore fra

Bernardo raccontano concordemente e la _Cronaca delle Tribolazioni_ e

i _Fioretti di S. Francesco_.[687] Ma codesto racconto, foggiato sul

biblico del patriarca Giacobbe, non è più vero dei precedenti, perchè

della pietà di Elia, e delle cure che prestò al suo venerato maestro

abbiamo un documento autentico, la lettera che egli stesso scrisse ai

ministri e frati della provincia annunziando la morte di lui.[688]

È certo altresì, che mancato Francesco non Bernardo, ma Elia resse

l'ordine francescano seguitando nel suo ufficio di vicario. Possiamo

dunque conchiudere che finchè visse S. Francesco, e nei primi anni dopo

la morte di lui, non scoppiarono le discordie nel nuovo sodalizio. Gli

animi e le menti occupava un sol pensiero, rendere onore alla memoria

del fondatore, la cui vita fu un lungo e non interrotto sagrifizio,

e la cui parola infocata sonava sempre pace e carità. E forse per

attendere indisturbato a codeste onoranze, ed alla costruzione

del tempio, che per ordine di Gregorio IX si doveva innalzare al

santo mendico, il Vicario di S. Francesco non volle succedergli nel

generalato, e in luogo suo venne scelto Giovanni Parenti.[689]

L'eresia nel Medio Evo · 第 42 / 57 题