AMORICO DI BENA ED IL MOVIMENTO FRANCESCANO

I

La fama di Gioacchino par che non tardasse a diffondersi fuori

d'Italia, e già dicemmo che il re d'Inghilterra e l'abate di Perseigne

nel loro viaggio in Italia vollero conoscere di persona quest'uomo

misterioso, che tanto facea parlar di sè. Nè parrà strano che l'eco

delle sue idee si ripercuotesse in Francia, ove i discepoli di Amorico

di Bena le accolsero per innestarle alle loro dottrine filosofiche.

Il Rousselot crede che l'innesto si debba ad Amorico stesso.[642]

Nè certo la cronologia porrebbe inciampo a codesta opinione, perchè

sebbene le opere dell'abate Gioacchino siano state pubblicate intorno

al 1200, e non molto più tardi quelle di Amorico, che venner condannate

dall'Università parigina nel 1204,[643] pure dopo questo tempo Amorico

andò a Roma per appellarsi dalla sentenza dell'Università, e nulla

vieta che a Roma sapesse qualche cosa delle dottrine di Gioacchino,

come nove anni prima era occorso all'abate di Perseigne. Nè sarebbe

temerità il supporre che a tergere la sua dottrina da ogni macchia,

ne mostrasse l'accordo con quella di un santo uomo, fondatore di un

ordine religioso, e tenuto dalla S. Sede in grande venerazione. Questa

prova in verità non avrebbe fruttato, perchè il Papa ribadì la condanna

dell'Università, ed Amorico, tornato a Parigi, fu costretto nel 1207 a

ricredersi pubblicamente, e ne morì, come dicevasi, dal dolore;[644] ma

ciò non toglie che la prova, pur non giovando alla causa del filosofo,

avrebbe contribuito non poco al successo della dottrina.

Non ostante questi nuovi argomenti da me addotti, io non saprei

accettare l'opinione del Rousselot, perchè le più antiche fonti

attribuiscono la teoria dei tre stati non ad Amorico stesso, nè a

Davide di Dinan, bensì ai loro discepoli.[645] Quando dunque sia nato

siffatto innesto del razionalismo filosofico col misticismo religioso,

mal si saprebbe dire; ma quando sia nato, o a chiunque appartenga, è

certo meritevole di studio.

La filosofia di Amorico di Bena rinnova il realismo di Scoto Erigena

con colorito più spiccatamente panteistico. Amorico, al pari di Scoto,

move dalla dottrina delle idee mediane tra il mondo e Dio, rispetto

a quelle creatrici, rispetto a questo create. E come le idee eterne

e la mente divina, che le pensa, sono in fondo la stessa cosa, così

parimenti si confonderanno in uno le idee creatrici e gli effetti che

da loro promanano. E così tutte le cose si unificheranno in Dio, e

tutte avranno la stessa natura, come della stessa natura sono Abramo

ed Isacco. Onde si può ben dire che tutte le cose tornano ad una, e

tutte sono Dio, imperocchè Dio è l'essenza di tutte le creature. Ed a

quel modo che la luce non si vede in sè stessa, ma nell'aere, così Dio

nè dagli uomini nè dagli angeli può essere veduto in sè stesso, bensì

nelle sue creature.[646]

La stessa dottrina venne insegnata dal discepolo di Amorico, Davide di

Dinan. Se non che pare che il discepolo si giovasse a preferenza di

concetti aristotelici, laddove il maestro più volentieri adoperava i

platonici. S. Tommaso ci dice che Davide soleva dividere le cose (il

mondo) in tre parti, corpi, anime e sostanze eterne separate. L'entità

indivisibile, onde sono formati i corpi la diceva ile o materia prima;

l'entità indivisibile, o sostrato delle anime la chiamava nous o mente;

l'entità indivisibile delle sostanze eterne, Dio. E come tutte e tre

queste entità sono prime ed indivisibili, vale a dire hanno gli stessi

attributi, è pur gioco forza che in fondo sieno la stessa entità.

Dal che consegue che tutte le cose nell'essenza loro si riducono ad

uno.[647]

Da questa dottrina metafisica potevano ricavarsi conseguenze

arditissime. Due sole ci vengono ricordate da Martino Polono. La

prima, riguarda la distinzione dei sessi, la quale al pari di tutte le

differenze, che separano cose da cose, sarebbe affatto provvisoria. Un

tempo siffatta tenzone dei due sessi non esisteva, cominciò soltanto

dal peccato di Adamo, e dopo la resurrezione si tornerà all'unità

primitiva.[648] Con queste sentenze, il cui senso appena si coglie,

e che certo ricordano i miti dell'androgino del _Convito_, forse

si connette l'entusiasmo per l'amore, per quella forza arcana e

misteriosa, che riduce gli esseri diversi all'unità della loro natura.

Certo questa seconda conseguenza traevano gli Almariciani dal loro

panteismo, che allorquando la forza d'amore investe gli uomini, vince

le loro volontà, e rende le loro azioni inimputabili.[649]

A queste teorie filosofiche Amorico avea già saputo dare un colore

ed espressione religiosa. Ei soleva dire, secondo la testimonianza

di Guglielmo Armorico riprodotta da Vincenzo di Beauvais, che il

primo domma da essere insegnato e creduto è questo: ogni cristiano

essere membro di Cristo, e non potere salvarsi alcuno, che non creda

in questo domma più fermamente della incarnazione o passione di

Gesù.[650] Così pure ammetteva bene che il corpo di Cristo fosse nel

sacro pane, perchè parimenti è in ogni pane, ed in ogni cosa.[651] In

altre parole ei sapeva col magistero dell'allegoria torcere i dommi

tradizionali a quei significati, che la sua filosofia richiedeva.

Questa libertà d'interpetrazione, questa tendenza alla spiegazione

allegorica, è appunto il tratto che raccosta l'abate calabrese al

filosofo di Chartres. E certo se non Amorico, almeno i suoi discepoli

non dubitano di accogliere la teoria dei tre stati. Ed anche essi

pensano che al tempo della legge mosaica, quando così aperto era il

contrasto tra Dio e l'uomo, non si conosceva la verità, ovvero il

monismo nella loro filosofia insegnato. Nel secondo periodo, in cui

Gesù è considerato come l'Uomo-Dio, la verità comincia a rivelarsi, ma

in forma di simboli, e l'unificazione di Dio coll'uomo è rappresentata

come se avesse avuto luogo una volta sola, e per virtù soprannaturale.

Nel terzo periodo poi la verità è svelata pienamente, in Gesù si vede

raffigurata tutta l'umanità, e ciò che si dice dell'uomo deve dirsi

della natura intera, che è tutt'uno con Dio.[652] Nel primo periodo

domina il Padre, senza l'intervento del Figliolo o dello Spirito.[653]

Nel secondo domina il Figliolo, che assunse carne in Maria non certo

nel senso che l'intende la tradizione, bensì a quel modo che si

può dire anche del Padre essersi incarnato in Abramo, il primo dei

patriarchi, o il rappresentante di Jeova. Nel terzo infine domina lo

Spirito Santo il quale s'incarna, anche lui non più in un uomo solo,

ma in tutti i membri della nuova religione.[654] E come alla venuta

del figliolo cessò il regno del Padre, e fu abolita la circoncisione,

e ci affrancammo dalla schiavitù della legge mosaica; così alla

venuta dello Spirito cesserà il regno del Figliolo, ed i dommi ed

i precetti della nuova legge cadranno al pari dell'antica.[655] Non

che cesseranno i sacramenti, ma s'intenderanno nel loro vero spirito.

Abbiamo già citata la trasformazione razionalistica dell'Eucaristia.

Parimenti è trasformato il domma della risurrezione dei morti, la

quale intesa alla lettera non si può ammettere, ma bensì nel senso

allegorico di un ridestarsi dello spirito della verità dal lungo sonno

che l'opprimeva.[656] Parimenti l'Inferno non è altro se non il peccato

mortale stesso, che è come un dente guasto nella bocca, e il Paradiso

lo porta con sè chiunque arrivi alla cognizione filosofica di Dio.[657]

Seguendo questo spirito razionalistico non fa certo maraviglia che

abbiano condannato anch'essi quegli usi e quelle cerimonie del culto

esteriore, che vedemmo proscritti dai Catari e dai Valdesi. Così pare

che abbiano condannato il battesimo dei bambini,[658] il culto delle

imagini, l'adorazione dei santi, la venerazione delle reliquie,[659]

e la confessione e la comunione l'intendevano come una interna

rinnovazione della coscienza religiosa, prodotta dalla grazia dello

Spirito Santo, senza il soccorso di opere o cerimonie esteriori.[660]

Ben si vede come gli Almariciani andassero molto più in là dell'abate

calabrese, o di qualunque setta religiosa. Ciò non pertanto al pari di

Gioacchino la pretendeano a profeti, e sapeano predire anche loro che

tra cinque anni sarebbero toccate al mondo quattro piaghe. La prima

è la fame, di cui sarebbe morto il popolo, la seconda è la guerra che

avrebbe fatta strage dei principi, la terza un terremoto che avrebbe

fatto inghiottire i Burgensi dalla terra squarciatasi sotto i loro

piedi, la quarta, il fuoco che avrebbe divorato i prelati, che sono

le membra dell'Anticristo, e Roma, la nova Babilonia, che ne è il lor

capo. Allora saranno unificati tutti i regni in un solo, ed il capo di

questa nova società, informata dall'amore dello spirito, sarà Filippo

Augusto, il re di Francia.[661]

Ma non ostante codeste rassomiglianze la dottrina degli Almariciani

e quella dell'abate Gioacchino sono agli antipodi, e l'innesto del

razionalismo filosofico col misticismo, del quale facemmo parola, dovea

riescire piuttosto ad una meccanica mescolanza che ad un concrescimento

organico. Imperocchè tra il monismo neoplatonico e la dottrina di

Gioacchino, che rasentava il triteismo, non poteva aver luogo nessuna

conciliazione. E se i due novatori si servivano dell'allegoria per

accomodare alle loro idee i sacri testi, certo le idee loro erano

affatto disformi; perchè nel mentre Amorico metteva la scienza al

di sopra della fede, e confidava che la religione in avvenire fosse

assorbita nella filosofia, Gioacchino al contrario faceva pochissimo

conto della scienza, e credeva che, non solo nel presente, ma più

ancora nell'avvenire, la religione avrebbe scacciata dal sacro tempio

la filosofia. Pari all'opposizione tra le dottrine è la disformità

dell'indirizzo pratico. Perchè la mèta dell'umanità secondo Amorico è

vivere la vita della natura, di cui l'uomo non è che una piccola parte;

la mèta secondo Gioacchino è tutt'altra, staccarsi più di quel che non

si faccia ora, dalla natura e raccogliersi nelle austere solitudini

dello spirito. L'ideale di Amorico è la riaffermazione del mondo,

l'ideale di Gioacchino invece ne è la piena ed imminente distruzione.

Non è la prima volta nè sarà l'ultima che una dottrina filosofica tolga

in prestito una forma religiosa, che non le appartiene. Talvolta è

codesto l'unico mezzo per assicurare l'avvenire della dottrina.

L'eresia nel Medio Evo · 第 41 / 57 题