In questo tempo appare nella storia la misteriosa figura di Arnaldo da
Brescia.[414]
Il moto patarino ebbe per risultato di togliere in molti luoghi
ai vescovi la potestà territoriale che passò nei comuni, e così
nacquero quelle repubbliche medievali con consoli e consigli e
diritti e pretensioni baronali sui minori comuni. Questo accadde in
Milano, e sarà accaduto anche in Brescia, ove però il vescovo non fu
spogliato di tutta l'autorità, ma sembra prendesse parte coi Consoli
all'amministrazione della Repubblica.[415] Si comprende come dovesse
riescire faticoso questo governo misto, nel quale gli opposti elementi
si odiavano e sospettavano a vicenda; e come le scissure del governo
si ripercotessero nel popolo, diviso anche lui in partiti e fazioni.
Uno dei capi del partito antivescovile par che fosse il famoso
Arnaldo, il quale benchè prete e frate,[416] s'ispirava alle tradizioni
patariniche, tal che pareva in lui rivivesse lo spirito austero degli
Arialdo ed Erlembardo, santificati dalla Chiesa.
Questo rigido sacerdote, che al dire dell'_Historia pontificalis_
carnem suam indumentorum asperitate et inedia macerabat,[417] mal
tollerava che il clero s'inframmettesse nei negozii mondani,[418] e
contro il proprio vescovo, semprepiù avido di maggior potere, levava
alta la voce, infiammando il popolo a tal segno, che nel tornare quel
prelato da Roma, a fatica potè rientrare nella sua diocesi.[419] Non
diversamente s'era condotto un tempo Arialdo, e contro l'arcivescovo
milanese e il clero maggiore ben più gravi tumulti avea sollevato
nel popolo. Ma ora i tempi eran mutati, nè sulla cattedra di S.
Pietro sedevano gli Alessandro II e i Gregorio VII, nè gl'interessi
della Corte pontificia del secolo decimosecondo pareggiavan quelli
dell'undecimo.
Di queste condizioni consapevole il prelato bresciano s'appellò a
Roma contro il mal capitato canonico, e se non ottenne dal Concilio
lateranense del 1139[420] la condanna esplicita delle dottrine
arnaldiane, ebbe dal Papa quello che più gli premea di conseguire,
l'allontanamento del pericoloso oratore. Arnaldo infatti fu deposto
con decreto pontificio dall'uffizio suo, e cacciato in bando
oltremonti.[421] È dubbio se gli fosse proibito anche il predicare.
Ottone di Frisinga lo dice apertamente;[422] ma S. Bernardo non sa
nulla di questo divieto; nè forse alla Curia romana premeva di chiudere
la bocca all'esule sacerdote, convinta che fuori della patria la
sua parola non sarebbe nè cercata nè temuta. Comunque sia, è fuor di
dubbio che Arnaldo riparò in Francia, ove secondo Ottone di Frisinga
era già stato da giovane per udirvi le lezioni d'Abelardo.[423] E vi
tornò appunto in quel tempo, in cui il Concilio di Sens dovea decidere
sulle sorti del filosofo palatino, accusato da San Bernardo. L'esule
bresciano s'adoperò gagliardamente pel suo maestro,[424] e quando
fu pronunziata la sentenza, e l'infelice condannato si ridusse nella
solitudine di Cluny, ei restò impavido sulla breccia, ed occupata la
cattedra deserta, seguitò ad esporre la Bibbia nello stile di Abelardo,
e forse più di lui insisteva sul contrasto tra i primi vescovi
della Chiesa, e quelli che allora disonoravano il loro ministero
coll'avarizia ed il desio di beni mondani, e alle mollezze del secolo
s'abbandonavano, e voleano edificare la Chiesa sul sangue.[425]
Dell'efficacia di questo insegnamento non è a dubitare. Chi
l'impartiva, educato agli studii classici, possedeva il segreto
dell'eloquenza, che vince le menti,[426] e maggiore autorità dava
alle sue parole coll'esempio di una vita intemerata ed austera che
imponeva il rispetto anche ai nemici. Talchè S. Bernardo, ben conto dei
pericoli che sovrastavano all'opera sua, s'adoperava in tutte le guise
per ridurre al silenzio questo nuovo apostolo, pari al maestro per
ingegno e dottrina, ma d'animo più gagliardo. Già fin dalla chiusura
del concilio con lettere affannose avea sollecitata da Innocenzo II
la condanna del palatino e del bresciano insieme; pervenutogli poi il
decreto pontificio, che non pure condannava i novatori ma ne ordinava
l'arresto,[427] si mise in cerca di chi si prestasse ad eseguirlo. E
fallitogli il tentativo presso il re di Francia, dal quale ottenne
solo ed a stenti l'espulsione di Arnaldo,[428] si volse al vescovo
di Costanza nella cui diocesi s'era quegli rifugiato,[429] pregandolo
di far discacciare il ramingo, se pur non gli riescisse di chiuderlo
in prigione.[430] Ma non tutti la pensavano come l'impetuoso abate.
Nè soltanto l'ordine di arresto non fu eseguito;[431] ma perfino
un cardinale di S. Chiesa, e legato per giunta,[432] in luogo di
perseguitare il profugo sacerdote, lo accolse ospitalmente, e della
sua egida lo ricoperse. E indarno il Chiaravallese gli scrisse una
delle sue lettere più ardenti;[433] l'accorto porporato non si lasciò
prendere all'amo, chè ei ben sapea discernere gl'interessi della
Chiesa da quelli del fanatismo. Pare anzi che con lo stesso legato
Arnaldo abbia fatto ritorno in Italia, e che per opera di lui si sia
rappattumato col novo papa Eugenio III.[434]
Sembra molto strano che l'esule bresciano, il proscritto da Innocenzo,
trovi grazia appo Eugenio, presso quello stesso Papa, che avrebbe
dovuto più che altri seguire i consigli di S. Bernardo, stato già
suo maestro;[435] e qualcuno potrebbe essere indotto a dubitare
della veracità dell'_Historia pontificalis_. Ma la testimonianza
del Sarisberiense, come ha dimostrato il Giesebrecht, è fuor di
discussione; ed io stimo che si possano sciogliere le dubbiezze, ove si
studii più addentro nei fatti.[436]
Non appena assunto al pontificato Eugenio III ebbe dal suo venerato
maestro il libro _De Consideratione_, ove è svolta maestrevolmente
la quistione del giorno, quella stessa, che solea trattare Arnaldo
nelle sue predicazioni, e che oggi si direbbe del potere temporale.
S. Bernardo comincia dallo stabilire che la Chiesa non possiede per
diritto apostolico; chè gli apostoli non potevano dare quel che non
aveano.[437] E se non possiede per sè, mal può farsi distributrice di
terre, e giudice di possessi. Quale apostolo mai si attribuì questo
potere?[438] Nè tampoco la Chiesa è fatta per dominare, chè a lei non
lo scettro, ma il sarchio si conviene; e chiaramente traspare dagli
Evangelii il divieto della dominazione mondana.[439] Nè mai Pietro si
ornò di gemme o di seriche vesti, nè su bianco cavallo fu portato, nè
gli si stringevano attorno soldati e ministri.[440] Ed i possessi e
il dominio, e l'aureo manto e l'armi non spettano a chi fu commesso
l'umile ufficio di pascere il suo gregge;[441] bensì ai re e principi
della terra. Nè giova che l'una podestà invada i confini dell'altra,
e meni la sua falce nell'altrui messe.[442] Ma non perchè si spogli
di queste mal tolte attribuzioni, la dignità del sommo sacerdote
vien menomata. Chè per quanto egli si estolga su tutti gli altri
uomini, non può certo farsi maggiore del Signor suo, nè al discepolo
conviene usurpare titoli ed ufficii che al maestro non piacque di
assumere.[443] E d'altra parte ridotta al solo spirituale l'autorità
del Papa non cessa per tanto dal soprastare a quella di tutti i
principi della terra; non essendovi alcun re o imperatore, cui come
al Papa appartengano le due spade, la temporale e la spirituale.[444]
Con questa differenza che quella viene sguainata per suo cenno, ma non
dalla sua mano, questa anche dalla mano. La spada temporale deve essere
adoperata per la Chiesa, non dalla Chiesa.[445]
Da queste citazioni è facile raccogliere la dottrina di S. Bernardo.
Non avendo lo Stato un contenuto morale suo proprio, la podestà terrena
fino a che non sia consacrata dal Capo della Chiesa, pare agli occhi
del Chiaravallese rude forza non ancora tramutata in diritto; concetto
comune a tutto il Medio Evo, e dai ghibellini non meno accettato
che dai guelfi. Ma ciò non importa che la Chiesa stessa debba godere
autorità territoriale. Superiore a tutti i principi della terra, ella
non può discendere al loro livello, nè esercitare un potere materiale
come il loro; fonte di ogni autorità, la impartisce agli altri, senza
serbare per sè nessuna parte che non sia del tutto spirituale. Il
concetto di S. Bernardo dovea menare diritto al vicariato. Il Micado
per dedicarsi esclusivamente agl'interessi spirituali tralascia la
cura delle terrene cose, la cui amministrazione affida al primo tra i
principi del paese. E questi, il Taicun, ha bensì il vero potere nelle
mani, ma l'esercita nel nome del Micado.
Non dobbiamo qui dare un giudizio di questo sistema, il più ecclettico
che sia mai apparso. Ma certo è che ad Eugenio sorrise non poco, e ben
presto messolo in pratica nell'accordo che strinse colla Repubblica
romana, si fece restituire dal popolo romano il diritto di sovranità,
esercitata dai suoi predecessori, ma nel contempo s'impegnò di
trasferirne il potere nel Senato romano, come suo vicario.[446] Non è
improbabile che a questo componimento assentisse anche Arnaldo, e per
tal guisa spiegheremmo agevolmente come andasse assolto dalle antiche
censure, e gli fosse data licenza di starsene a Roma.
Ma non andò molto che si scopersero i vizii di quell'artifizioso
congegno, che metteva alle prese due autorità, una di nome, l'altra
di fatto. Non conosciamo le scissure che ebbero luogo in quel tempo
tra il Papa ed il Senato di Roma; certo è che nella primavera del 1146
Eugenio fuggì da Roma, e l'anno appresso dall'Italia. Fallito così
l'accomodamento ricominciò la lotta con maggior vigore. Ormai non era
più tempo di mezzi termini, ed Arnaldo riprese il linguaggio antico,
e nelle sue calde predicazioni sfolgorava per primo i cardinali,
nuovi scribi e farisei che si adunano nel tempio, come in mercato, a
trattar di negozii mondani e provvedere al loro fasto ed ingordigia. Nè
risparmiava il Papa, a cui negava il nome di uomo apostolico e pastor
delle anime; perchè gli apostoli non promoveano incendi e rapine come
lui; nè nel sangue fondavano il loro regno spirituale.[447] E da queste
premesse diritto conclude non doversi obbedienza nè al Papa nè ai
Cardinali, che non sono la vera Chiesa di Dio; nè aversi a tollerare
che il Papa rientri in quella città, cui vuole ridurre a servitù, lei
la fonte della libertà, la sede dell'impero e la regina del mondo.[448]
Arnaldo era dunque l'oratore della Repubblica, il temuto tribuno che
nel breve giro di pochi mesi avea saputo guadagnarsi il favor popolare
così da movere le masse a suo talento. Ben comprese il Senato romano di
quanto giovamento potesse tornargli questo sacerdote, di vita austera
ed intemerata, che spietatamente metteva a nudo le magagne del clero,
e ad un profondo sentimento religioso aggiungeva il culto della Roma
antica, e la fede invitta nei suoi nuovi destini. E con giuramento
solenne Arnaldo ed il Senato romano si strinsero in un patto, quegli
di consacrare tutta l'opera sua in servigio della Repubblica, questi
di difenderlo a tutti i costi dalle insidie nemiche. L'uno e l'altro
seppero mantenere la lor fede.[449] E quando nel 1149 fu costretto il
Senato a rappaciarsi con Eugenio, non permise che rientrando il Papa
nella città eterna, ne fosse bandito lo scomunicato tribuno. Mirabile
fermezza, che permise ad Arnaldo di seguitare a vivere in Roma, ove
sarebbe rimasto tuttora se il successore di Eugenio e di Anastasio,
Adriano IV, fulminando l'interdetto, non avesse indotto il credulo
popolo a chiederne lui stesso l'allontanamento.
Da quel giorno i destini di Arnaldo furon decisi. Indarno i Visconti
di Compagnatico lo sottrassero al cardinale Odone, in potere del
quale era caduto presso Bricole in Val d'Orcia.[450] Pochi uomini di
Federigo Barbarossa bastarono a ritoglierlo ai suoi salvatori; nè
il re tedesco, cui premeva di sgombrarsi la via all'incoronazione,
dubitò di consegnarlo al Papa. E questi non pago di farlo mandare a
morte,[451] ne fece bruciare il cadavere e disperdere nel Tevere le
ceneri, _ne a stolida plebe corpus ejus veneratione habetur_, come dice
il cronista.[452] Preziosa confessione, che mostra in qual concetto di
santità era tenuto il tribuno, e di quanto odio lo rimeritasse la Curia
Romana.