IV

Qual'era la dottrina di Arnaldo, per quanto almeno possiamo

raccoglierla dalle scarse testimonianze? Noi dicemmo già quali erano

le lotte che scoppiarono in quel tempo tra l'autorità religiosa e

la civile, e di quanti mali fosse cagione questo dissidio.[453] A

questi mali così profondi ed annosi un rimedio solo s'aveva energico,

infallibile e tale che li avrebbe tagliati dalla radice, e la grande

mente del bresciano seppe scoprirlo. Perchè il mondo abbia pace,

ei diceva, fa d'uopo che la Chiesa torni alla purità e semplicità

dei tempi apostolici, e ben si persuada che il Vangelo non tollera

anzi vieta ai ministri del Signore il possesso di beni temporali, e

che i preti e frati renitenti a spogliarsi delle molte ricchezze si

danneranno irreparabilmente. Non al clero spetta la proprietà delle

terre che ora sfrutta, bensì al Principe o allo Stato, al quale deve

restituirsi questa gran massa di beni, perchè sia adoperata in servigio

non di una casta, ma della società tutta.[454] Fatidiche parole, che

sembrano scritte ai nostri giorni, ma di quei tempi doveano riuscire

ben dure ad intendersi. Ricordiamo che prima di Arnaldo un Papa d'alta

mente, Pasquale II (1099-1118), a por fine alla guerra con Enrico V,

avea pattuito che l'Imperatore rinunziasse alle investiture, e per

compenso i vescovi restituissero i lor feudi all'Impero.[455] Ma il

pensiero geniale del Papa, benchè meno radicale di quello di Arnaldo,

non fu meglio accolto da entrambi i partiti. La società non era ancor

matura per queste ardite innovazioni, e come nel 1109 Enrico V ai

vescovi tedeschi, tumultuanti nel S. Pietro, dichiarava non desiderare

la separazione propostagli dal Papa, così parecchi anni più tardi, nel

1154, il Barbarossa si fa esecutore della vendetta pontificia contro

quel sacerdote che sosteneva a viso aperto i diritti dello Stato.

Ma se le idee di Arnaldo non erano conformi allo spirito dei tempi,

non per questo si doveano tenere per eretiche. Lo stesso Pasquale

II nel trattato stretto con Enrico V avea dichiarato contrario ai

canoni, che il clero coprisse un ufficio politico, e prestasse servizio

nell'esercito, e si fosse insieme servi dell'altare e della Corte.[456]

Nè suonavano diverse le dichiarazioni di S. Bernardo, il quale ben

comprendeva come tutte le idee di Gregorio VII non potessero attuarsi

di pari passo, essendo il primato politico della Chiesa il più forte

ostacolo alla riforma della disciplina. Non fa dunque meraviglia che

qualche ecclesiastico abbracciasse le opinioni di Arnaldo, senza

credere per questo di venir meno alla sua fede ed al suo ufficio.

Questo sappiamo dallo stesso breve di Eugenio III, il quale, com'è

stato più volte notato, chiama Arnaldo scismatico non eretico.[457]

E certamente se le dottrine arnaldistiche avessero avuta attinenza

soltanto col potere politico o la posizione economica del clero, non

potrebbero esser dette ereticali. E dovremmo assentire al Giesebrecht

che scagiona Arnaldo di ogni accusa di eresia. Ma non possiamo negare

che con quelle dottrine politiche ed economiche strettamente si

legavano altre, che non sono rigidamente ortodosse. Arnaldo stesso,

come già riferimmo dalla _Historia pontificalis_, sosteneva il Collegio

dei cardinali non essere la Chiesa di Dio, il Papa non essere un uomo

apostolico, e a lui non doversi nè obbedienza nè riverenza.[458] Non

più aspro era il linguaggio degli eretici, le cui invettive, imagini,

e citazioni son fedelmente riprodotte dagli arnaldisti. Basta leggere

la lettera, che uno di essi il Wezel,[459] scrive a Federico I. I

preti d'oggi, ei dice, sono i falsi dottori di cui parla Pietro, che

per avarizia mercanteggiano le anime loro affidate, gozzovigliano nei

conviti, e gli occhi han pieni di adulterio. Ei son quelli per cui

la via della verità sarà bestemmiata, e di loro si può dire essere

fonti senz'acqua.[460] Nè possono ripetere con Pietro: _tutto abbiamo

lasciato e te abbiamo seguito, o signore_, nè molto meno: _io non ho nè

argento nè oro_. Nè di loro si può dire che sono il sale della terra,

o la luce del mondo come dice Matteo: ma piuttosto lor conviene il

versetto che segue: _se il sale diviene insipido, con che salerassi

egli? non val più nulla siffatto sale, se non ad essere gittato

via, e calpestato dagli uomini_.[461] Chi dice di credere in Cristo

deve camminar come lui, e chi non conosce Dio, e non osserva i suoi

comandamenti mentisce. E Cristo stesso disse: _se non farò le opere del

padre, non mi credere_. E se a Cristo che fu senza peccato non s'avea a

credere senza le opere, come mai si dee prestar fede a costoro, che mal

s'avvisano ed operano il male pubblicamente? Come potete parlare del

bene, quando siete cattivi? Non ha detto il signore stesso _la vostra

fede senza le opere è morta_?[462] E come mai costoro, ingordi di ogni

ricchezza, possono ascoltare il primo tra i precetti dell'Evangelo:

_beati i poveri di spirito_?

Degli stessi testi si servivano i Catari e si varranno i Valdesi per

combattere la supremazia del Papa. Ma da queste premesse traevano

agevolmente la conclusione: che se i preti sono ormai così lontani dal

Vangelo non si può loro obbedire senza peccato. Il sacerdote, dicevan

gli eretici, è capo della Chiesa, ed a quel modo che ove sia infermo il

capo, tutte le membre illanguidiscono, così il sacerdote non può essere

indegno senza coinvolgere nella colpa sua tutta la Chiesa che governa.

Onde egli è come il lievito di cui al dir di S. Paolo, poca quantità

empie di sè la pasta tutta. Non si possono servire due padroni nello

stesso tempo, secondo Matteo; onde il prete malvagio non può servire

Dio, ei che serve il diavolo, nè può essere di quello il degno ministro

presso i fedeli.[463] Traevano le stesse conseguenze gli Arnaldisti.

A loro non si rimprovera nè il dualismo, nè la metempsicosi, nè

l'abolizione delle dignità ecclesiastiche o delle feste e delle

pratiche religiose. No, il solo punto nel quale essi differiscono dai

Cattolici è questo, che dicono non doversi accogliere i sacramenti dal

prete che si riconosce malvagio;[464] tutto al contrario della dottrina

cattolica secondo la quale il carattere sacro è indelebile, qualunque

sieno le opere del sacerdote, fino a che non abbia avuto luogo la

deposizione. E fino a questo punto non è lecito negare obbedienza al

sacerdote, e molto meno disdegnare la somministrazione del sacramento.

Il sacerdote in rapporto del sacramento non è se non uno strumento

passivo, nè perchè si compia il miracolo eucaristico importa che il

celebrante sia puro. Anche contro i meriti di chi lo consuma, il pane

si converte nel corpo di Cristo; e sia pure indegno il confessore,

l'assoluzione che ei pronunzia ha sempre la stessa efficacia di lavare

ogni macchia di peccato.[465]

Possiamo dunque concludere che se rispetto agli altri sacramenti

Arnaldo e gli Arnaldisti erano ortodossi schietti, nè abbiamo alcuna

prova che errassero intorno all'eucaristia; per quel che riguarda

l'ordine sacro la pensavano invece tutt'altrimenti dai Cattolici.

Prima degli Arnaldisti erano venuti alle stesse conclusioni i Patarini,

i quali nel combattere i preti concubinari o simoniaci, finivano collo

sconoscerne il carattere sacerdotale, prima che l'autorità competente

si fosse pronunziata. Ricordammo altre volte quel tale di Cambray che

predicava intorno al 1077 non doversi obbedienza ai preti simoniaci o

concubinari, nè potere essi celebrar messa, nè i fedeli ricevere da

loro i sacramenti. Il patarino francese fu giudicato come eretico,

e condannato al rogo, e sebbene Gregorio VII protestasse contro la

selvaggia esecuzione, e volesse punirne gli autori, pure non si può

negare che l'accusa di eresia non fosse niente affatto infondata.[466]

Senza dubbio la dottrina del predicatore di Cambray non era diversa da

quella che Gregorio VII sosteneva,[467] ed avea fatto accogliere nei

varii concilii che si succedettero dal 1059 in poi ma non per questo

diveniva più ortodossa,[468] e non andrà molto tempo che la Curia

stessa la ripudierà condannando negli Arnaldisti quei Patarini che un

tempo avea levati sugli altari.

Se occorressero altre prove della scarsa ortodossia degli Arnaldisti,

potrei addurre questa che mi sembra di non poca importanza. Già dicemmo

a suo tempo che i Valdesi si dividevano in Poveri di Lione, e Poveri

Lombardi. La dottrina particolare di questi ultimi, come apparisce

dall'anonimo di Passau, afferma non potere il cattivo sacerdote

consacrare il corpo di Cristo, nè Dio discendere alle preghiere di

lui. Notammo già nel capitolo precedente, che su questo punto i Poveri

Lombardi si mostravano inconciliabili con quelli d'oltremonti. Il

che ci fa intravvedere che i Valdesi, venuti in Lombardia e trovati

ivi i seguaci di Arnaldo, che al dir dell'_Historia pontificalis_ si

chiamavano già eretici lombardi, si fusero con loro, e tra gli altri

punti di dottrina questo misero in evidenza, in cui e Valdesi ed

Arnaldisti concordavano, che al ministro creduto indegno non si debba

prestare nè onore nè obbedienza. Quali conseguenze si possano trarre da

questo concetto non è mestieri che dica. Solo noterò che coll'elevarsi

il fedele a giudice dei sacerdoti viene scossa dalle fondamenta la

gerarchia cattolica, e crollato questo edificio così sapientemente

architettato, è aperta la via ad ulteriori e più radicali riforme.

Anche in questo punto il risultato del movimento patarinico dovea

cozzare col suo principio. Cominciato dal combattere quei prelati, che

minacciavano di levarsi in alto contro i diritti e le pretensioni del

sommo Gerarca, finisce coll'introdurre un principio che a lungo andare

sarà per distruggerne l'autorità. Io non voglio affermare che gli

Arnaldisti avessero consapevolezza della loro rottura col cattolicismo;

le loro divergenze erano limitate a pochissimi punti, ed anche in

questi potevano invocare in loro favore l'autorità dei concilii, talchè

più che eretici si potevan dire e furon detti scismatici. Ma ove pure

essi si credessero in buona fede migliori cattolici dei loro avversari,

ciò non prova che fossero in realtà. Anche i Poveri di Lione si

credevano così schiettamente cattolici, che chiesero a due pontefici il

riconoscimento del loro sodalizio.

V

Ed ora possiamo riassumere tutto lo sviluppo di questo moto ereticale.

Il principio di questa profonda agitazione dello spirito religioso s'ha

da porre nel catarismo, che voleva sostituito al domma dell'unicità di

Dio, o del creatore quello del dualismo, ed alla Chiesa cattolica già

gerarchicamente costituita opponeva un'altra, che avesse anch'essa i

suoi sacerdoti e vescovi, e perfino anche un papa. Ma per combattere

la Chiesa di Roma il catarismo dovea accogliere e difendere tutte

quelle dottrine, che nate da ben altre tendenze avean pure lo stesso

risultato di scalzare l'edificio cattolico. Il catarismo è iconoclasta,

berengariano, docetista e simiglianti. Il che fa sì che nella vecchia

eresia si formino due nuclei eterogenei; il primo formato dalle

dottrine dommatiche dualistiche, cagione di austero ascetismo, e di

stravaganti superstizioni; il secondo composto in gran parte dalle

dottrine più o meno razionalistiche, che cercavano di ridurre ognor più

il mistero, limitavano al possibile la sfera d'azione dell'autorità, e

tendevano a sopprimere a poco a poco il bisogno degl'intermediarii tra

l'uomo e Dio. La differenza, anzi opposizione tra queste due parti fece

sì, che la seconda si staccasse dalla prima, e mentre quella si rendea

sempre più estranea al genio occidentale, questa seguia trionfante il

suo corso, e col tempo da valdese tramutossi in protestante.

Ma i Catari ed i Valdesi per quanto discordi nei convincimenti

dommatici si accordano nell'indirizzo pratico delle dottrine, e contro

le ricchezze e gli ozi del clero vogliono far rifiorire i costumi

apostolici, e non apprezzano se non la povertà, il disinteresse, la

rinunzia ad ogni bene o piacere mondano. In questo indirizzo pratico

conviene una terza setta, la quale benchè più ortodossa dei Valdesi,

non è meno di loro sollecita delle riforme dei costumi.

Questa terza setta è quella che al principio delle riforme si chiamò

dei Patarini, e più tardi venne detta degli Arnaldisti. Non è a

dire che in qualche punto dommatico non s'allontani anche lei dalla

Chiesa costituita, ma forse ella si credeva sinceramente cattolica e

si conservò tale fino a che non si fuse coi Valdesi. E quando questa

setta scomparve, un'altra ne sorse in luogo suo predicando con maggiore

energia le stesse massime. E questa è la setta dei Gioachimiti, che

riconoscono a lor capo l'abate calabrese, di spirito profetico dotato,

il quale alla dottrina della povertà e dell'abnegazione attribuisce un

valore e significato più generale, e crede che ella debba rigenerare

non pure i preti e i frati, ma la società tutta, che dovrebbe a mente

sua formare un vasto cenobio; talchè mutato con questa trasformazione

l'ordinamento della società e della Chiesa, sottentrerebbe una nova

età, un terzo periodo nella storia del mondo, il regno dello Spirito

Santo. Con l'abate Gioacchino la storia dell'eresia entra in una nuova

fase, che ha caratteri affatto opposti al precedente. Nel primo periodo

dell'eresia catara per successive attenuazioni si riesce allo scisma

arnaldistico, nel secondo dallo scisma gioachinita per successivi

rinforzamenti si arriva all'eresia degli apostolici.

L'eresia nel Medio Evo · 第 30 / 57 题