II

Il gran disegno di ridurre tutto il clero maggiore e minore in balìa

del Pontefice era attuato a mezzo fino a che un altro potere, il

laicale, avesse in sua mano i beneficii; onde Gregorio non dubita

di trarre le estreme conseguenze, e contrastare all'Imperatore

antichissimi diritti. Ora si chiariva il segreto pensiero del Papa.

La potestà pontificia dovea essere la fonte di tutte le autorità e

temporali e spirituali. Il clero non dovea inchinarsi ad altro capo

fuor del sommo Gerarca, e da lui solo avea a riconoscere non pure

l'ufficio suo spirituale, ma benanco il possesso dei beni ed il dominio

temporale. Nè faceva intoppo che per tal guisa si sarebbero capovolte

tutte le norme giuridiche e politiche del tempo; e che il feudatario

in omaggio al Papa avrebbe talvolta negata obbedienza al suo signore.

Ormai il supremo signore era il Pontefice, e le parti tra il Papato

e l'Impero affatto invertite. L'Imperatore avrebbe nominato il Papa,

non il Papa l'Imperatore, perchè se il sommo sacerdote ha la potestà

d'immettere nel loro ufficio alcuni principi dell'Impero, è naturale

che eserciti lo stesso diritto sul Principe dei Principi. E questo era

veramente l'ideale di Gregorio VII, la costituzione di una società

mondiale, il cui capo fosse il vescovo di Roma, suprema autorità

feudale, da cui come vassalli dipendessero tutti i principi, e primo

fra tutti l'Imperatore.[412]

Ma ora si scopriva una strana contraddizione tra il principio e la

fine del movimento riformatore, il quale cominciato dal contrastare

il fasto, la dissolutezza e talvolta il potere principesco dell'alto

clero, finiva col mettere in mano del Papa la maggior copia di

ricchezze, onori e potestà mondana. Se al supremo Gerarca è lecito di

circondarsi degli splendori di una corte, perchè non debbono seguire

il suo esempio e vescovi ed abbati? La riforma disciplinare sarà dunque

messa in seconda linea, ed or che nè l'arcivescovo di Milano, nè altro

al mondo può fare ombra alla Curia Romana, non si contrasterà più la

potestà territoriale dei prelati. E purchè questi riconoscano nel Papa

la fonte dell'autorità loro, vivano a lor modo, e camminino pure sulle

orme degli Ariberti e dei Guidi.

Per tal guisa i mali della Chiesa s'esacerbavano, e secondo la

testimonianza preziosa di S. Bernardo, le intemperanze del clero

metteano nuove radici e tanto più profonde, per quanto la Chiesa

grandeggiava di potenza e splendore.[413] Nettampoco la quistione

politica era risoluta, chè non ostante i trionfi di Canossa la vittoria

del Papato vacillava non poco, e dopo tanto battagliare Callisto II,

ebbe a sottoscrivere il compromesso del 1122, il quale se chiudeva

la grande lotta delle investiture, non ispengeva il germe di nuovi

contrasti. Il dissidio tra la Chiesa e l'Impero, insorto una volta

non sarà più per comporsi; nè solo colla Germania avrà da battersi il

Papato, ma colla Francia, coll'Inghilterra, col Senato di Roma, con

tutti quei governi in una parola, che mal tolleravano le usurpazioni e

frammettenze del potere ecclesiastico. E queste lotte in quell'età di

violenti e rudi costumi tornavano egualmente funeste allo Stato ed alla

Chiesa; e minacciavano l'esistenza stessa di ogni civile consorzio.

L'eresia nel Medio Evo · 第 28 / 57 题