Il gran disegno di ridurre tutto il clero maggiore e minore in balìa
del Pontefice era attuato a mezzo fino a che un altro potere, il
laicale, avesse in sua mano i beneficii; onde Gregorio non dubita
di trarre le estreme conseguenze, e contrastare all'Imperatore
antichissimi diritti. Ora si chiariva il segreto pensiero del Papa.
La potestà pontificia dovea essere la fonte di tutte le autorità e
temporali e spirituali. Il clero non dovea inchinarsi ad altro capo
fuor del sommo Gerarca, e da lui solo avea a riconoscere non pure
l'ufficio suo spirituale, ma benanco il possesso dei beni ed il dominio
temporale. Nè faceva intoppo che per tal guisa si sarebbero capovolte
tutte le norme giuridiche e politiche del tempo; e che il feudatario
in omaggio al Papa avrebbe talvolta negata obbedienza al suo signore.
Ormai il supremo signore era il Pontefice, e le parti tra il Papato
e l'Impero affatto invertite. L'Imperatore avrebbe nominato il Papa,
non il Papa l'Imperatore, perchè se il sommo sacerdote ha la potestà
d'immettere nel loro ufficio alcuni principi dell'Impero, è naturale
che eserciti lo stesso diritto sul Principe dei Principi. E questo era
veramente l'ideale di Gregorio VII, la costituzione di una società
mondiale, il cui capo fosse il vescovo di Roma, suprema autorità
feudale, da cui come vassalli dipendessero tutti i principi, e primo
fra tutti l'Imperatore.[412]
Ma ora si scopriva una strana contraddizione tra il principio e la
fine del movimento riformatore, il quale cominciato dal contrastare
il fasto, la dissolutezza e talvolta il potere principesco dell'alto
clero, finiva col mettere in mano del Papa la maggior copia di
ricchezze, onori e potestà mondana. Se al supremo Gerarca è lecito di
circondarsi degli splendori di una corte, perchè non debbono seguire
il suo esempio e vescovi ed abbati? La riforma disciplinare sarà dunque
messa in seconda linea, ed or che nè l'arcivescovo di Milano, nè altro
al mondo può fare ombra alla Curia Romana, non si contrasterà più la
potestà territoriale dei prelati. E purchè questi riconoscano nel Papa
la fonte dell'autorità loro, vivano a lor modo, e camminino pure sulle
orme degli Ariberti e dei Guidi.
Per tal guisa i mali della Chiesa s'esacerbavano, e secondo la
testimonianza preziosa di S. Bernardo, le intemperanze del clero
metteano nuove radici e tanto più profonde, per quanto la Chiesa
grandeggiava di potenza e splendore.[413] Nettampoco la quistione
politica era risoluta, chè non ostante i trionfi di Canossa la vittoria
del Papato vacillava non poco, e dopo tanto battagliare Callisto II,
ebbe a sottoscrivere il compromesso del 1122, il quale se chiudeva
la grande lotta delle investiture, non ispengeva il germe di nuovi
contrasti. Il dissidio tra la Chiesa e l'Impero, insorto una volta
non sarà più per comporsi; nè solo colla Germania avrà da battersi il
Papato, ma colla Francia, coll'Inghilterra, col Senato di Roma, con
tutti quei governi in una parola, che mal tolleravano le usurpazioni e
frammettenze del potere ecclesiastico. E queste lotte in quell'età di
violenti e rudi costumi tornavano egualmente funeste allo Stato ed alla
Chiesa; e minacciavano l'esistenza stessa di ogni civile consorzio.