PATARINI ED ARNALDISTI

Il Decreto di Lucio III oltre ai Catari, Passagini, Poveri di Lione

colpisce anche i Patarini e gli Arnaldisti. Chi erano i Patarini? La

stessa cosa dei Catari o Catarini, o una setta affatto differente? E

gli Arnaldisti sono eretici anch'essi, e qual dottrina professano?

Rimontano ad Arnaldo da Brescia, ovvero, come par che voglia il

Giesebrecht, ad un vescovo cataro di nome Arnaldo? Per rispondere a

queste dimande dobbiamo rifarci molto indietro, e seguire passo per

passo la storia di quel partito che voleva la riforma della Chiesa non

certo nel domma, come opinavano i Catari ed in parte anche i Valdesi,

bensì nel costume e nella disciplina. E non che peccare d'eresia, ne

accusava invece gli avversarii, perseveranti negli antichi abusi ed

insofferenti delle riforme.

I

Nel secolo XI, in quell'età funesta, in cui il Papato era in balìa or

dei Crescenzi, or dei conti di Tusculo, il partito delle riforme prese

nome e colore imperiale. Nessun'altra potenza all'infuori dell'Impero

sarebbe riescita a liberare la Chiesa dalla soggezione de' nobili

romani, e per conseguire quest'alto scopo i migliori ecclesiastici

acconsentirono che l'elezione del Papa, sottratta al popolo romano,

fosse affidata all'Imperatore, ed accolsero con gioia i pontefici

nominati da lui Clemente II (1046-47), Damaso II (1048), Leone IX

(1049-54), Vittore II (1054-57).[370]

Prima della nomina imperiale tre papi si contendevano l'alto ufficio,

Benedetto IX dei conti di Tuscolo, nominato ancor dodicenne nel 1033;

Silvestro III, levato su dalla fazione, che nel 1044 si ribellò contro

il dissoluto pontefice; e finalmente Gregorio VI, il buon arciprete

di S. Giovanni che per far cessare lo scisma avea comprata nel 1045

la tiara pel reddito dell'obolo di S. Pietro. Tutti e tre i papi

furono deposti nel concilio di Sutri,[371] ed in luogo loro fu scelto

da Enrico III il vescovo di Bamberga Clemente II, il quale convocato

ben presto un solenne concilio nel gennaio del 1047 fulminò il primo

decreto contro la simonia del clero, riconfermato due anni dopo da

Leone IX.[372] Questo della compra e della vendita degli ufficii

ecclesiastici era il primo abuso al quale si dovea por riparo, chè

tutti gli ecclesiastici dal _supremo Gerarca all'ostiario_[373]

non erano mondi di colpa. Ma insieme con questa un'altra riforma

si reputava necessaria, quella del matrimonio dei preti. Perchè,

sebbene il celibato fosse sino dai tempi remoti della Chiesa tenuto

in grandissimo pregio, pure nel secolo decimoprimo eran tanti i preti

ammogliati ed in Italia e fuori, che Leone IX temendo di mettere sul

lastrico tante povere donne, permise che seguitassero a vivere coi loro

mariti, purchè cessasse tra loro ogni commercio carnale.[374]

I mercatanti dei beneficii spirituali furon detti simoniaci da quel

Simone Mago degli _Atti degli Apostoli_, che si fece cristiano per

comprare a contanti il segreto dei miracoli apostolici, superiori

ai suoi sortilegi.[375] Nicolaiti poi eran detti i sacerdoti o

ammogliati o concubinari in ricordo di un'antica setta, menzionata

nell'Apocalisse.[376] Ma non si deve credere che sotto questi nomi

di Simoniaci o Nicolaiti rivivessero eretici, sostenenti con ragioni

dommatiche la legittimità del traffico dei beneficii, o del matrimonio

dei preti. Certamente non mancavano argomenti e storici e dottrinali

in favore di quello che era allora il costume più generale. Si poteva

ad esempio distinguere l'ufficio ecclesiastico dal beneficio temporale

annesso; e sostenere che quest'ultimo al pari di tutti i beni e

possessi fosse ben lecito cedersi od acquistarsi.[377] Si poteva

aggiungere che la mercede chiesta dai chierici pei loro ufficii si

dovesse tenere come una pia elemosina, perchè i ministri del Signore

era ben giusto che vivessero a spese della comunità.[378] In quanto poi

al matrimonio dei preti si poteva fare appello, come fecero i prelati

milanesi, all'antica comunità cristiana, e alla autorità degli Evangeli

e di S. Paolo.[379] Ma benchè non facessero difetto le ragioni, nè

temessero di dirle coloro che dai decreti pontificii venivan colpiti,

pure vere sètte eretiche allora non sursero per questi due capi. E

la ragione forse sta in questo, che il moto ereticale di quel tempo

era fieramente avverso tanto al matrimonio, quanto al possesso delle

ricchezze, talchè i Catari si unirono piuttosto coi seguaci del Papa,

che cogli avversarii suoi. E per tal guisa la simonia ed il concubinato

vennero da tutti tenuti pel frutto non di un convincimento teorico,

ma di una intemperanza pratica, che s'ha da punire e svellere dalle

radici.

I decreti dei Papi, che richiamavano gli ecclesiastici a norme più

rigorose di vita, incontravano dappertutto tenaci resistenze, ma

più che altrove in Lombardia, dove il maggior numero dei sacerdoti

per antica consuetudine avean moglie e figliuoli, e la vendita dei

beneficii era uno dei maggiori proventi della nobiltà.[380] Oltrechè

l'arcivescovo milanese, capo ad un tempo della Chiesa e dello Stato,

s'era pressochè liberato dalla soggezione di Roma,[381] e sin da gran

tempo antico la Chiesa di Lombardia si distingueva da tutte le altre

in qualche particolarità liturgica.[382] Ma tutte queste ragioni,

che rendevano così difficile l'introduzione delle riforme, servivano

maggiormente ad eccitare lo zelo degli ecclesiastici che le voleano.

Perchè un partito riformatore non poteva al certo mancare in Lombardia

dove più aperto era il contrasto tra l'alto clero, ricco e sfarzoso, ed

il basso povero ed oppresso. Tra queste due parti della Chiesa dovea

esistere lo stesso antagonismo che separava la nobiltà maggiore o dei

capitani dalla minore o dei valvassori, e l'una e l'altra dal popolo

minuto. E coll'andare del tempo le due opposizioni formarono una sola,

e gli artigiani, i commercianti, i servi della gleba si strinsero

intorno al clero minore, e gli assicurarono la vittoria sull'alto

clero. Così nacque in Lombardia la setta dei Patarini, a capo della

quale si misero un sacerdote della classe dei valvassori, di nome

Arialdo, ed un nobile della classe dei capitani, Landolfo.[383]

Chi erano codesti Patarini, e onde trassero il loro nome? E qual

rapporto corre tra i Patarini, e i Catari, che di lì a poco vengono

chiamati con evidente analogia di suono, Catarini? Che nei secoli

posteriori i due nomi si scambino, e che l'abate Gioacchino non chiami

in altro modo gli eretici dualistici se non _patharenos_, è fuor di

discussione. Ma al principio il nome di Patarini ebbe un'origine ed

un significato del tutto differente. Come ci dice Arnolfo, questa

denominazione nacque per caso, e forse fu un termine d'ingiuria, che i

fautori dell'alto clero appiccarono ai loro avversarî, come se dessero

loro del _cenciajuoli_ o _cenciosi_. Pataria infatti si diceva in

Milano il luogo ove s'adunavano i Patari, ovvero i rivenduglioli di

panni vecchi, e forse o perchè in quel luogo si tenessero le prediche e

le adunanze dei novatori, o perchè il grosso del partito fosse formato

da questi minuti trafficanti, o infine per le due ragioni insieme,

certo è, secondo la testimonianza di un contemporaneo che da Pataria fu

tratto il nome di Patarini.[384]

Non è a dire però che tra i Patarini non si cacciassero i Catari.

Ricordo che gli eretici di Monforte furono per la prima volta noti nel

1045 in un viaggio che fece per la Lombardia l'arcivescovo Ariberto,

predecessore di quel Guido, contro cui si levavano i Patarini. Ricordo

che il numero dei Catari di Monforte era già salito a tremila e che

i seguaci della nuova dottrina del castello della Contessa si erano

sparsi per tutto il Milanese. Sarebbe veramente strano che gli eretici

non si fossero valsi della propizia occasione, che offrivano i tumulti

milanesi per spandere inavvertitamente la loro dottrina.[385] Tanto

più che nella parte pratica erano del tutto d'accordo coi novatori, e

se condannavano in tutti il matrimonio, tanto più lo doveano aborrire

nei ministri del Signore; se predicavano il disprezzo delle ricchezze e

della gloria mondana non potevano certo approvare il fasto ed il lusso

dell'alto clero milanese. Ed in quanto alla parte teorica sapevano

tacere a tempo quei dommi che non andavano ai versi del maggior numero.

Solo a pochi e più fidi svelavano tutta la loro dottrina; nei nuovi

affiliati bastava che gettassero i semi dai quali col tempo sarebbero

germogliate le nuove convinzioni.[386]

Non è dubbio adunque che coi Patarini si sieno mescolati i Catari,

ma certo i capi del movimento patarinico nè si credevano, nè erano

per quel momento eretici; chè anzi tutti i loro atti, anche i più

audaci e meno rispettosi della dignità sacerdotale furono approvati

da Roma. Nè certo è da meravigliare perchè la Curia romana teneva a

fare osservare i suoi decreti sopra tutto in Milano, ove l'arcivescovo

già da gran tempo era divenuto l'emulo del Papa. Da gran tempo nella

Chiesa milanese alitava tale spirito d'indipendenza, che quando il

legato di Roma, Pietro Damiani, nell'assemblea raccolta in Duomo prese

la presidenza spettante per grado all'arcivescovo, lo stesso popolo

che giorni prima s'era ribellato all'alto clero, levossi quindi in

furore per rivendicarne l'oltraggiata dignità.[387] Urgeva adunque di

ridurre alla soggezione di Roma il riottoso primate, e col fiaccarne

la potenza, che da signore feudale s'era acquistata, si facea un gran

passo.

Ed a questa s'aggiungeva un'altra ragione perchè Roma si stringesse

coi Patarini. L'arcivescovo Guido, creatura di Enrico III, e nominato

da lui all'alta dignità, benchè non fosse della classe più nobile, era

certamente legato alla causa imperiale molto più del suo predecessore

Ariberto.[388] Per lo contrario la Curia Romana ed il partito delle

riforme, che da principio avea commesse le sue sorti all'impero,

alla morte di Enrico III, quando le fazioni presero a travagliare la

corte della debole reggente gli si volse contro. Era ormai maturo

il tempo, perchè il Papato, che per opera di Enrico s'era liberato

dalla prepotenza dei conti romani, si liberasse alla sua volta anche

dalla tutela imperiale. Nè tardò molto ad affermarlo pubblicamente il

nuovo pontefice Niccolò II, il quale nel concilio del 1059 stabilì

che da indi innanzi il Papa non sarebbe scelto nè dal popolo, nè

dall'Imperatore, bensì dal collegio cardinalizio. Fiere opposizioni

dovea suscitare quest'audace misura, e le suscitò di fatto; e la guerra

apertamente dichiarata tra la Chiesa e l'Impero non poteva cessare

nè agevolmente nè presto. In queste congiunture non giovava di certo

alla Curia Romana che l'arcivescovato milanese conservasse e crescesse

il suo prestigio all'ombra del favore imperiale. E ben si comprende

come mettesse in opera tutti i mezzi per favorire i Patarini ai danni

dell'arcivescovo, e della sua potestà temporale. A noi non tocca

di rifare un racconto, già fatto maestrevolmente da altri;[389] ma

ricordando le misure prese dalla Corte Romana lungo il ventennio delle

lotte patariniche, mostreremo come la politica dei varii papi fosse

sempre la stessa, nè si smentisse neanche se per favorire la Pataria ne

fosse andata di mezzo la rigidità dell'ortodossia.

Quando i Patarini, cresciuti di numero in grazie della pietà di

Arialdo e dell'eloquenza di Arnolfo, invasero a mano armata il Duomo

per iscacciarne di viva forza l'arcivescovo, celebrante i divini

ufficii, Stefano IX prese sotto la sua protezione i promotori di

questa violenza, che a lui si appellarono dalla scomunica del sinodo

provinciale. Ed i legati che il Papa mandò per comporre i dissidii

della classe milanese, furono i più validi sostegni della Pataria,

Ildebrando ed Anselmo di Lucca.[390] E l'altro legato Pier Damiani,

che il nuovo papa Niccolò II mandò in Lombardia, benchè forse meno

aspro dei suoi predecessori verso l'arcivescovo, lo condannò pure

ad una grave multa in punizione della simonia, e lo costrinse a

prestargli il giuramento, ed a sottoscrivere la dichiarazione, che

d'ora innanzi somministrerebbe gratuitamente gli ordini, nè più oltre

sopporterebbe il matrimonio o concubinato dei preti.[391] La resistenza

dell'arcivescovo era ormai fiaccata, talchè fu obbligato a prender

parte a quel concilio romano, che tra le nuove misure sulla nomina del

Pontefice,[392] e la condanna dei simoniaci cacciò come di soppiatto

un articolo contro le investiture laicali.[393] Ed in omaggio a questo

articolo il primate di Milano ebbe a ricevere novamente dal Papa

l'investitura già avuta da Enrico III.[394]

In questo stesso concilio fu preso per la prima volta contro i

simoniaci ed i concubinarii un grave provvedimento, ripetuto dappoi

molte altre volte. Si prescrisse, non dovere i fedeli ascoltare

la messa di quel sacerdote che riconoscano per certa scienza

concubinario.[395] I cronisti del tempo fecero le più alte meraviglie

quando Gregorio VII ripropose questa misura, che capovolgea tutta la

gerarchia, e facea dei laici i giudici del clero.[396] Ma dessa era

un'arme di guerra, e guerra aperta si combatteva da gran tempo tra la

Curia Romana ed il clero milanese. E le ire vie più si rinfocolarono

quando alla morte di Niccolò i cardinali levarono sul soglio pontificio

quell'Anselmo vescovo di Lucca, già legato in Milano, e creduto

promotore delle agitazioni patariniche.[397] Nello scisma che allora

insorse tra il Papa dei Cardinali e quello dell'Imperatrice, il clero

milanese seguì in grande maggioranza le parti di quest'ultimo. E

provocò nuovi rigori dalla Curia Romana, che ormai non abborriva di

conseguire la vittoria col ferro e col fuoco. Talchè Alessandro II non

dubitò di consegnare una bandiera pontificia nelle mani di Erlembardo,

valoroso guerriero tornato testè dalla Palestina e succeduto al

fratello Arnolfo nella difesa della causa patarinica.[398]

Quest'atto era la consacrazione della guerra civile; ma la Corte Romana

ormai era decisa a tutto, perfino a scomunicare l'arcivescovo, pochi

anni innanzi investito dallo stesso papa. Tale misura però dette il

crollo alla bilancia; ed i Patarini furono sopraffatti dai nemici, e

lo stesso Arialdo, costretto a fuggire, fu preso e messo a morte dalla

nipote dell'arcivescovo.[399] L'alto clero trionfava, ma non sì che

a capo di dieci mesi Erlembardo non potesse rifarsi dei suoi danni,

e muovere armata mano contro l'Isola Madre per riscuotere dall'empia

Jezabel, come ei la chiamava, il corpo del martire suo compagno.[400]

Le sorti in breve ora mutarono, e rientrato Erlembardo in Milano colla

venerata salma, riprese le persecuzioni contro l'alto clero, certo

più spietate di prima. Non furono risparmiate nè le case nè le vite,

e a tale si venne che i legati pontificii ebbero a dare ordini severi

contro gli stessi loro partigiani.[401]

La lotta s'era fatta sempre più aspra; e non che smettere nuove ragioni

s'apprestarono a rinfocolarla. L'arcivescovo Guido, che da venti

anni reggeva la Chiesa di Milano, stanco dell'interminabile lotta, e

ben sapendo che i Patarini prendevano accordi intorno al successore

da dargli, pensò di cedere il suo ufficio ad un ecclesiastico, più

nobile di lui, a nome Goffredo.[402] L'imperatore, Enrico IV, uscito

da poco di tutela, accolse di buon animo la dimandata investitura,

nella speranza che col nuovo arcivescovo i dissidii sarebbero

cessati e l'autorità imperiale rinvigorita.[403] Ma per le opposte

ragioni il papa non volle saperne di questa nomina, che frustrava i

disegni da lungo tempo concepiti, e contraddiceva al canone contro le

investiture laicali votate nel concilio del 1059. Perlochè Goffredo

fu scomunicato[404] ed alla morte di Guido Erlembardo fece scegliere

coll'intervento del delegato un sacerdote di nome Azzone.[405] Per tal

guisa i partiti tornarono più accanitamente alle prese. L'alto clero

fu talmente irritato dalla nuova scelta, che ruppe in aperta violenza,

ed a furor di popolo fu trascinato il nuovo eletto alla chiesa di S.

Maria, ed ivi più morto che vivo gli fu fatto giurare che non salirebbe

mai sulla cattedra di S. Pietro.[406] Nè vi salì, ma non vi salì

neanche Goffredo, combattuto fieramente da Erlembardo. (1071). A costui

per verità non venne fatto d'impadronirsi del forte di Castiglione, ove

l'arcivescovo scomunicato s'era rinchiuso; ma riescì in quella vece a

sbarrare le porte di Milano, e a ridurre in sua mano il governo della

città.

In quel tempo (1073) fu assunto al pontificato Ildebrando, l'amico ed

il protettore di Erlembardo, e questi si credeva ormai così sicuro del

suo potere, che ogni giorno più cresceva di audacia ed intemperanza.

Così per mostrare il suo odio e disprezzo contro i vescovi, che aveano

riconosciuto a lor capo uno scomunicato, calpestò pubblicamente l'olio

da uno di loro consacrato, sostituendovi altro d'ignota provenienza. E

ricusando i vescovi di somministrare il battesimo nelle ferie pasquali

di quell'anno e del seguente, ingiunse ad un semplice prete Luiprando,

che facesse le loro veci.[407] Contro queste violenze suonarono ben

alte le grida del clero,[408] ed in occasione di un incendio, che in

quel torno distrusse la bella chiesa, ove fu consacrato Attone, si

disse essere codesto un giusto giudizio dell'empietà commesse. L'ira

dei Milanesi allora non conobbe più freno; i nemici di Erlembardo

non posero tempo in mezzo ad irrompere armata mano contro di lui,

ed il valoroso capitano cadde colla spada in pugno, martire della

sua fede.[409] Non però la morte di Erlembardo restaurò le forze di

Goffredo; e lo stesso Enrico lo ebbe ad abbandonare, scegliendo in

sua vece un uomo più accetto, Tedaldo.[410] Ormai i dissidii milanesi

scomparivano nella lotta delle investiture[411] che per la sua

grandezza supera tutte le altre finora combattute.

L'eresia nel Medio Evo · 第 27 / 57 题