II

Gli scrittori valdesi per fini apologetici negano di avere tolto il

loro nome da Pietro Valdez, mercatante lionese, che cominciò a spargere

le sue dottrine nel 1170, e credono che la loro Chiesa rimonti assai

più indietro nel tempo. Anche gli antichi Valdesi si davano il vanto

di essere gl'immediati successori degli apostoli.[244] Ma certo essi

intendevano che durante il lungo tempo che corse tra Costantino

e Pietro Valdez non mancarono santi uomini, mondi dalla generale

corruzione,[245] non certo che il loro patriarca fosse contemporaneo

di papa Silvestro.[246] Ed il prof. Comba opportunamente ricorda che

i primi scrittori valdesi come il Perrin ed il Gillio accettano la

comune ed antica tradizione dell'origine lionese.[247] Fu il primo

Léger che prese a favoleggiare di una origine più remota, e dietro a

lui seguirono altri scrittori fino al Muston, al Monastier, all'Hahn.

Le ragioni più forti le traevano codesti scrittori dall'antica

letteratura valdese, che facevano rimontare al 1100 o giù di lì. Ma il

Dieckhoff prima[248] e poi l'Herzog dimostrarono evidentemente, che le

opere, credute antiche erano invece posteriori ai taboriti. Più tardi

trovati i celebri manoscritti di Cambridge, che si credevano dispersi,

fu constatato che anche la Nobla Leyczon, creduta antichissima dal

Raynouard, è posteriore al 1400, perchè nel famoso verso: _Ben ha

mil et cent ancz_ si deve aggiungere un piccolo quattro, visibilmente

raschiato in un codice, ed altrove scritto a tutte lettere.[249] Così

fu tolto ogni valore alle fonti valdesi, e benchè l'Herzog seguitasse a

farne gran conto, pure è fuori di dubbio che senza le fonti cattoliche

sarebbe ben difficile sceverare negli scritti valdesi la parte antica

della dottrina dalle moderne aggiunte.[250]

In questa sentenza convengono ormai tutti gli scrittori più autorevoli.

Solo il Muston non si dà per vinto, e con nuovi argomenti rincalza

l'antica sua tesi, che i Vaudois delle valli piemontesi e pel dialetto

che parlano e pei libri che scrissero si chiariscono molto più

antichi di Pietro Valdo, ed indigeni dei luoghi, ove da tanti secoli

abitano.[251] Ma la teoria del Muston, che il dialetto valdese sia

d'origine schiettamente italiana, e non provenzale contraddice ai

risultati più certi della filologia neolatina, come ha dimostrato

un'autorità ben competente, il prof. Förster di Bonn.[252] E la

quistione dell'antichità dei Valdesi si può dire ormai con certezza

risoluta nel senso delle fonti cattoliche.

Ma se è vana la pretensione dei Valdesi di far rimontare la loro setta

sino ai tempi di papa Silvestro, non è punto falso per lo contrario,

che nei secoli passati si scoprano qua e là segni precursori delle

nuove eresie. La continuità della Chiesa valdese dai tempi apostolici

sino a noi è una favola; la lenta preparazione delle sue dottrine

nei secoli anteriori è un fatto storico. Così non a torto i Valdesi

adducono tra i loro predecessori Claudio, cappellano di Ludovico il

Pio, e vescovo di Torino dall'822 all'839.[253] Certo le sue opinioni

iconoclastiche non lo metton fuori dalla Chiesa cattolica, chè le

decisioni del concilio Niceno del 787, non che accolte negli Stati

occidentali, furono invece respinte nel concilio di Francoforte del

794; e lo stesso Carlo Magno e molti prelati non dissimulavano la loro

avversione al culto delle immagini. Ma è strano che Claudio proscriva

perfino l'adorazione della Croce, rappresentante agli occhi suoi,

come a quelli dei Catari, non un pio ricordo della passione di Gesù,

ma uno strumento d'ignominia.[254] Questo difetto di ogni senso pel

simbolismo religioso non è però il tratto che più raccosta il vescovo

di Torino ai moderni valdesi; perchè più della stessa condanna del

culto delle imagini, le ragioni che adduce per sostenerla arieggiano

al fare protestante. Lui move la tema che il volgo, confondendo il

simbolo col simboleggiato, insieme li adori ricascando nell'antico

paganesimo. A questo timore s'aggiunge il convincimento, che si debba

inchinare solo al Creatore non alla creatura per grande che sia, e

a Dio solo rivolgerci senza l'inutile scorta d'intermediarii; onde

insieme al culto delle imagini proscrive anche l'invocazione dei Santi

e le litanie. Non col metterci nel seguito dei Beati noi partecipiamo

alla loro beatitudine, ma coll'attingere alla stessa fonte di giustizia

e di carità assoluta, a cui attinsero quelli. Siffatta condanna di usi

e riti tradizionali vien giustificata dalla profonda differenza che

corre tra l'essenza della religione e le sue manifestazioni storiche;

che per quanto pura ed elevata è la prima, altrettanto imperfette e

facili a corrompere son le seconde. E l'essenza intima della religione

non è aperta a tutti, bensì a pochi ingegni privilegiati, come quello

di Agostino, cui il nostro Claudio, al pari dei Protestanti, mette al

di sopra degli altri padri della Chiesa. È per questo appunto che la

spiritualità della religione ideale si offusca nel corso della storia,

è necessario che di tempo in tempo nascano coraggiosi prelati, i quali

combattano senza tregua gli errori, e faccian rifiorire la purità

primitiva. In questi pensieri è racchiusa in germe non solo la riforma

della dottrina cattolica, ma benanco un'ulteriore trasformazione

razionalistica.[255]

Al pari di Claudio vescovo di Torino, è iconoclasta Agobardo

arcivescovo di Lione,[256] autore di un libro _contra eorum

superstitionem, qui imaginibus et picturis sanctorum adorationis

obsequium deferendum putant_. Ma l'opera di Agobardo giovò più alla

causa del razionalismo che a quella della riforma, e la maggior parte

degli scritti di Agobardo sono indirizzati contro le superstizioni

popolari. Nel libro _de grandine et tonitruis_, combatte l'ignoranza

del volgo, il quale crede che con preghiere ed esorcismi si possa

torcere il corso della natura. Il che importerebbe non pure che Dio

possa mutare i suoi consigli, ma che nel governo del mondo abbiano

parte quelli, mediante i quali accadono questi mutamenti. Contro il

duello giudiziario scrive un prezioso trattato, _Liber adversus legem

Gundobaldi_, in cui mette a nudo l'assurdo di chieder la divinità di

opere, che spetta a noi compiere, come la ricerca della verità. Chi ci

assicura che la Divinità si presti al piacer nostro, e che la vittoria

non sia dell'innocente, ma del più abile? La virtù lungi dal trionfare,

anzi il più delle volte suole essere oppressa; talchè al cristiano

s'insegna di nulla sperare e nulla temere da questo mondo. Questi

trattati si rivolgono contro pregiudizii e superstizioni popolari; nè

certo in essi, ma in quelli schiettamente teologici troveremo qualche

accenno alle idee che più tardi saranno sostenute dai Valdesi. Così

nel libro contro Fredegiso sostiene non doversi la Bibbia intendere

sempre alla lettera, chè il contenuto è certo divino, ma la forma,

vale a dire imagini e parole, sono umane, e adatte alla condizione dei

tempi. Tutto ciò che è umano non può pretendere mai all'infallibilità,

e la principale virtù dell'uomo è l'umiltà, nella quale si riconosce

la propria fragilità. Dal che l'avversario Fredegiso nell'interesse

polemico dedusse che Gesù, praticando l'umiltà, si riconosceva capace

di peccare. Conseguenza giusta, a cui Agobardo s'argomenta di sfuggire

adducendo esser l'umanità di Cristo di una natura sua propria, e non

assimilabile a quella degli altri uomini. La qual risposta avrebbe

porto argomento a discutere del rapporto delle due nature in Cristo;

ma la polemica non ebbe seguito. Come anche non ebbe seguito l'altra

discussione sull'eternità della Redenzione. Agobardo volendo conciliare

insieme i due punti, che non si è salvi se non per opera di Cristo,

e che la salute abbia potuto aver luogo in tutti i tempi, ammetteva

la preesistenza del Salvatore all'Incarnazione. Il che veniva negato

da Fridegiso sull'autorità di Agostino.[257] Ma nè questa quistione

nè la precedente si connettono colle polemiche riformistiche; onde

non a torto il Monastier tien più conto di Claudio che di Agobardo, e

questo ultimo solo in un senso molto largo si potrebbe annoverare tra i

predecessori dei Valdesi.

Nè si può contare a stretto rigore neanche Berengario (999-1088),

sebbene nella polemica che questo coraggioso prete sostenne contro

Lanfranco sono ben messi in rilievo due punti di molto interesse

nel Protestantesimo; il carattere simbolico dell'Eucaristia, e la

preferenza data alla Bibbia (purchè la s'interpetri nel suo spirito)

in confronto della tradizione religiosa. Ma più ci avviciniamo al

secolo XII, ed in maggior numero scopriamo precursori della dottrina

valdese. Verso l'anno 1110 un laico di Amsterdam, di nome Tanchelino,

insurse contro il clero corrotto. Par che cominciasse dal combattere

la dottrina agostiniana, che i doni di Dio arrivano sempre a chi

li riceve con fede, anche se il messo che li porta sia indegno come

Giuda.[258] Egli invece predicava non giovare il sacramento se non in

ragione della santità di chi l'amministra.[259] Dottrina, che s'era

già fatta strada tra i Patarini, e per averla prima di Tanchelino

predicata un tale di Cambray fu arso vivo, esecuzione iniqua contro

la quale protestò Gregorio VII, chiedendone stretto conto al clero

cameracense.[260] Ma pare che non s'arrestasse a questo punto

l'eresiarca di Amsterdam. Se i Sacramenti non valgono di per sè, ma

solo in quanto mettono in comunione le anime pie e devote, non sono

dappiù di un simbolo; nè hanno alcuna virtù sovrannaturale, e ogni

uomo pio può somministrarli.[261] Non c'è dunque ragione di prestare

un ossequio superstizioso ai sacerdoti e vescovi. Ogni fedele, di

anima pura, è sacerdote, massime se è sotto l'ispirazione diretta del

Santo Spirito. E tale è Tanchelino, che predicando la schietta verità,

non è solo al di sopra dei sacerdoti e vescovi, ma può aspirare a

ben più alti onori. Nè la madre stessa di Gesù, la Vergine Maria, gli

rifiuta la sua mano. Anzi queste mistiche nozze, a quel che dice un

cronista, furono celebrate con pompe e donativi. Tanto potere s'era

acquistato sulle turbe il nuovo Profeta, che vestito di gemme, e legati

i capelli da triplice nastro, procedeva alla testa di tremila persone

che lo veneravano più che santo, fino al punto da bere l'acqua del suo

bagno.[262] Non ostante questo favore popolare, Tanchelino fu ucciso da

un prete nel 1125 secondo alcuni, nel 1115 secondo altri.[263]

Contemporaneamente a questo movimento nelle Fiandre ne scoppia un

altro nel mezzogiorno della Francia, e dalla provincia arelatense si

estende e si dilarga _more pestis validae_, dice l'abate di Cluny. Il

capo di questa eresia è Pietro di Bruys, il quale nega il battesimo

dei bambini, la necessità di consacrare fabbricati appositi al culto,

l'adorazione della croce, l'eucaristia, infine le messe, orazioni

ed elemosine in suffragio dei defunti.[264] Dottrine che abbiamo

già viste mescolate a tante altre nel Catarismo, e che fra non molto

saranno accolte nella loro integrità dai Valdesi. Il numero dei seguaci

s'ingrossava rapidamente, ed uno dei discepoli, il monaco Enrico,

ebbe tal seguito che gli eretici di quel tempo vanno più col nome di

Enriciani, che non Petrobrusiani.[265]

Enrico cominciò in Tours le sue predicazioni contro il fasto e la

dissolutezza del clero. E l'argomento non era fuor di proposito, chè

non ostante i rigori dei Pontefici, i preti perduravano nelle antiche

consuetudini, e più d'un secolo dopo le riforme gregoriane il concilio

lateranense del 1177 fu costretto ad inserire un canone contro i

sacerdoti concubinarii.[266] Il terreno era dunque bene scelto, e la

vittoria certa. Adoperava le stesse armi dei Patarini e di Tanchelino,

e, nuovo Arialdo, sapeva accendere l'animo del popolo così, che

il vescovo Ildeberto ebbe a durar fatica se volle salvare dall'ira

della turba i sacerdoti e i lor figli.[267] Espulso dalla diocesi di

Tours, continuò la sua propaganda nel Poitou, e di là sino a Tolosa.

E l'eresia faceva così rapidi progressi, che Eugenio III[268] fu

costretto a mandare per suo legato nel Tolosano il cardinale Alberico,

che scelse a suo compagno S. Bernardo. Di questo ultimo abbiamo ancora

due lettere, in cui il pericoloso monaco è ritratto coi più neri

colori; lo si rimprovera d'incontinenza, ingordigia e venalità;[269]

gli si appone a colpa sinanco il peregrinare di città in città secondo

il costume apostolico.[270] Ma queste accuse mal nascondono le ansie

del santo abate, il quale ben conosce il valore dell'avversario suo,

nè si dissimula il successo da lui riportato. Vuote son le chiese,

ei dice, il popolo senza sacerdoti, i sacerdoti senza autorità, i

Cristiani senza Cristo.[271] Il che mal s'accorda col ritratto che ei

fa di Enrico, essendo ben difficile che un uomo sì corrotto operi tali

miracoli, ed un freddo ed astuto calcolatore valga a infondere altrui

il fuoco sacro.

La verità non s'ha da cercare nelle studiate accuse dei polemisti,

ma nelle ingenue parole della vecchia cronaca, il cui autore pur

non credendoci, ci parla della fama di santità e di scienza che

accompagnava il novatore.[272] E per testimonianza degli stessi

cattolici gli eretici o manichei o petrobusiani o che altro fossero,

appunto per questo ottenevano presto il favor popolare, che di contro

alla mollezza della maggior parte del clero menavano una vita austera

e faticosa.[273] Pellegrinavano di paese in paese, sempre stranieri

dovunque, non possedendo in alcun luogo o un tetto o un campo per

sè, solleciti soltanto della salvezza delle loro anime, non altro

tesoro portando seco, fuor dell'invitta fede che li animava.[274] In

olocausto alla quale essi sacrificavano la lor vita, gittandosi lieti e

volenterosi nelle fiamme. Costanza eroica, degna dei primi martiri del

Cristianesimo, e non ultima causa del rapido dilatarsi delle dottrine

eterodosse![275]

Gli è vero, che Evervino parla qui dei Catari, ma egli stesso ci narra

di altri eretici, i quali pur non accettando i principii dualistici,

evacuant sacerdotium Ecclesiae et dannant sacramenta praeter baptismum

solum et hunc in adultis.... in suffragiis sanctorum non confidunt ....

orationes vel oblationes pro defunctis annihilant.

Il qual passo della lettera di Evervino ci mostra come in breve

tempo le dottrine di Enrico e di Pietro dalle rive della Garonna

sieno arrivate sino al Reno, ove questi antichi protestanti non pur

si distinguevano dai Catari, ma entravano bene spesso con essi in

polemiche ardenti.[276] Questo ebbe luogo negli ultimi anni di Eugenio

III, e prima ancora che fosse assunto al trono imperiale Federigo

Barbarossa. Dal che si comprenderà come tal movimento si dilatasse e

divenisse più minaccioso negli anni successivi, in cui i papi Adriano

IV ed Alessandro III ebbero a sostenere contro Federigo I una lotta

non meno aspra e difficile di quella che pressochè un secolo prima

s'impegnò tra Gregorio VII ed Enrico IV. Ed in quegli anni appunto in

cui il mondo cattolico era diviso tra Alessandro III e i tre antipapi,

che successivamente gli furono opposti, s'udì in Lione la voce di

Pietro Valdez,[277] che venduto tutto il suo, e distribuitone il prezzo

ai poveri, si mise alla testa di una setta che da lui prese il nome

di Valdesi, e dal luogo onde mosse, e dalla vita mendica che menava si

disse anche dei _Poveri di Lione_.

L'eresia nel Medio Evo · 第 23 / 57 题