IV

E primo e più geniale fra tutti è S. Bonaventura (1221-1274), che

venne a ragione chiamato _Doctor Seraphicus_. Animo profondamente

mistico non crede che nelle materie comuni alla fede e alla filosofia

il ragionamento possa aggiunger nulla di forza al convincimento

religioso. E la ragione stessa ha un ufficio affatto secondario,

comecchè serva solo di guida per elevare la mente per varii gradi alla

contemplazione beatifica di Dio. Ma pervenuti a quest'alta cima, lo

splendore dell'infinita luce ne abbaglia la vista; la forza del nostro

argomentare si fiacca, e l'anima dimentica di sè stessa, si smarrisce

nell'oggetto della sua contemplazione e dell'amor suo.[56]

Fra gli oppositori del Tomismo si potrebbe annoverare anche l'altro

francescano _Raimondo Lullo_ (1235-1315), strano miscuglio di

capestrerie cabalistiche ed astrologiche e sconfinate pretensioni

razionalistiche. Nel Lullo si rovescia affatto la relazione che pone

Bonaventura tra la fede e l'intelletto. Per Bonaventura l'intelletto

è il mezzo, e la fede o la visione beatifica da lei somministrata

il fine; per Lullo invece la fede è il mezzo per elevarci a Dio, e

l'intenderlo, il conoscerlo razionalmente il fine. La fede può bastare

agli uomini volgari, ai contadini, agl'ignoranti, ai mercenarii; ma

quelli forniti di più alto intelletto non se ne contentano, e fan bene

perchè la ragione non è impotente a svelare i più alti misteri; e col

nudo magistero della ragione il Lullo s'affida di distruggere non solo

le false filosofie, ma benanco le false religioni e le eresie. Escogita

anzi a questo fine una tal macchina ragionatrice, una specie di tavola

pitagorica, coll'aiuto della quale senza scomodarsi molto, si può

scoprire e dimostrare qualunque verità. Si sente in lui il filosofo del

Rinascimento,[57] come in un altro francescano ed oppositore del pari

si ravvisa già il precursore dei tempi moderni.

Intendo parlare di _Rogero Bacone_ (1214-1294), di quel genio

solitario ed infelice, che scontò colle più crude sofferenze il

grave peccato di richiamare sulla buona via le menti smarrite dei

suoi contemporanei. Straniero all'età sua ei ben seppe scoprire dove

stessero i veri impedimenti, e come ei dice _maxima comprehendendae

veritatis offendicula_, che sono la falsa autorità, l'abito inveterato,

l'illusione del senso, il bisogno di nascondere colle lustre di un

falso sapere la propria ignoranza. Ed al falso metodo delle deduzioni

arbitrarie ei vuol sostituire quello di una ben regolata esperienza, ed

ai commenti sui libri naturali degli antichi uno studio diretto della

natura, integrato e compiuto dalle costruzioni matematiche. Povero

Bacone! La tua voce suona nel deserto, e correrà molto tempo prima che

un tuo omonimo riprenda e seguiti con migliori auspicî l'opera da te

intrapresa. Il secolo XIII era per fermo immaturo a tanta riforma, chè

per quante opposizioni gli si movessero, il tomismo pur sempre dominava

le menti, ed alle sue dottrine s'informavano non pure la teologia, ma

benanco le lettere di quel tempo.[58]

V

Una splendida prova del dominio del pensiero filosofico di S. Tommaso

sulla letteratura è senza dubbio la _Divina Commedia_, nella quale con

immagini, spesso nuove, sempre felici, sono chiarite le più astruse

dottrine dell'Aquinate. Valga per tutti il XIII del Paradiso, in cui

Dante mette in bocca a S. Tommaso stesso la dottrina dell'universale

_ante rem_, o pensiero divino e dell'universale _in re_, raggiamento

della divina luce.

Ciò che non muore, e ciò che può morire

Non è se non splendor di quell'idea

Che partorisce amando il nostro Sire.

Chè quella viva luce che sì mea

Dal suo lucente, che non si disuna

Da lui, nè dall'Amor che in lor s'intrea,

Per sua bontate il suo raggiare aduna,

Quasi specchiato, in nove sussistenze,

Eternamente rimanendosi una.

Quindi discende all'ultime potenze,

Giù d'atto in atto, tanto divenendo,

Che più non fa che brevi contingenze;

E queste contingenze essere intendo

Le cose generate, che produce

Con seme e senza seme il Ciel movendo.

La cera di costoro e chi la duce

Non sta d'un modo, e però sotto il segno

Ideale poi più e men traluce:

Onde egli avvien che un medesimo legno

Secondo spezie, meglio e peggio frutta.

E voi nascete con diverso ingegno.

Se fosse a punto la cera dedutta

E fosse il cielo in sua virtù soprema,

La luce del suggel parrebbe tutta.

Ma la natura la dà sempre scema

Similemente operando all'artista

Che ha l'abito dell'arte, e man che trema.

Nelle ultime terzine è sfiorato il problema dell'individuazione, e la

cagione della varietà dei frutti di uno stesso albero vien posta parte

nella materia, o nella cera, in cui s'impronta il segno ideale, e parte

nella scarsa efficacia delle cause seconde. Imperocchè Dante, come

ogni buon aristotelico, attribuisce la creazione delle individualità

terrestri non direttamente al primo motore, ma a quella che Aristotele

chiama _natura_, analoga in un certo senso all'anima del mondo di

Platone. Seguitiamo: Se la materia è il principio individuante, non si

può dare una materia non specificata, come sostenevano gli Scotisti.

Questo cosiddetto sostrato universale è una astrazione filosofica; in

realtà:

Forma e materia, congiunte e purette

Usciro ad atto che non avea fallo

Come d'arco tricorde tre saette.

(_Parad._, XXIX, 22).

Ed a quel modo che la materia non può essere staccata dalla forma,

il corpo non può del tutto separarsi dall'anima, e l'integrità della

persona umana sta appunto nell'intrinsecazione dei due elementi. Onde

Salomone dice nel _Par._ XIV, 43:

Come la carne gloriosa e santa

Fia rivestita, la nostra persona

Più grata fia, _per esser tutta quanta_.

Ed è quindi ben naturale che gli spiriti eccelsi affrettino coi loro

voti il giorno della risurrezione, chè anche nelle loro anime pure v'è

quella tendenza irresistibile verso il corpo, che ammetteva l'Aquinate:

Tanto mi parver subiti ed accorti

E l'uno e l'altro coro a dicer amme,

_Che ben mostrar disio dei corpi morti_.

(_Ivi_, 61).

Il corpo adunque non può essere considerato come talmente estrinseco

all'anima, che ella se ne possa spogliare o vestire come d'un abito,

e debbono andar messe tra le fole le utopie platoniche e neoplatoniche

della preesistenza e trasmigrazione delle anime, se pur sotto il velame

di questi miti il grande filosofo non abbia voluto far trasparire una

verità più peregrina.

Quel che Timeo dell'anima argomenta,

Non è simile a ciò che qui si vede,

Perocchè come dice par che senta.

Dice che l'alma alla sua stella riede,

_Credendo quella quindi esser decisa_,

_Quando natura per forma la diede_.

E forse sua sentenzia è d'altra guisa

Che la voce non suona, ed esser puote

Con intenzion da non esser derisa.

(_Parad._, IV, 49).

Nè questo solo è l'errore dei platonici, e degli interpetri

platoneggianti di Aristotele, chè non contenti di avere così decisa

o staccata l'anima dal corpo, dividono ancora l'anima stessa in parti

tanto opposte fra loro, che, in luogo di frammenti di un tutto solo,

sembrano al contrario diverse totalità, o anime separate. I fatti più

ovvii della esperienza psichica stanno contro questo

error che crede

Che un'anima sovr'altra in noi s'accenda;

E però quando s'ode cosa o vede,

Che tenga forte a sè l'anima volta,

Vassene il tempo e l'uom non se ne avvede.

(_Purg._, IV, 5).

Per lo che alla teoria psicologica fondata sulla separazione assoluta

delle facoltà, bisogna sostituire quella più giusta di Aristotele e S.

Tommaso, che fa svolgere le facoltà superiori dalle inferiori; essendo

la radice di queste potenze

un'alma sola

Che vive e sente e sè in sè rigira.

E perchè meno ammiri la parola,

Guarda il calor del sol che si fa vino

Giunto all'umor che dalla vite cola;

(_Purg._, XXV, 74).

E se tutte le facoltà dell'anima si svolgono le une dalle altre, anche

l'intelletto passivo segue la stessa legge, nè v'ha teorica più assurda

dell'averroistica che

fe' disgiunto

Dall'anima il possibile intelletto:

(_Purg._, ivi, 64).

Come pure è assurda la dottrina delle idee innate e la reminiscenza

platonica; perchè

Esce di mano a lui che la vagheggia

Prima che sia, a guisa di fanciulla

Che piangendo e ridendo pargoleggia,

L'anima semplicetta che sa nulla,

Se non che, mossa da lieto Fattore,

Volentier torna a lui che la trastulla.

(_Purg._, XVI, 85).

Potremmo continuare per un bel pezzo a notare le più evidenti

coincidenze tra le teoriche tomistiche e le dantesche e non pure in

metafisica, ma in etica, in teologia, in esegesi biblica. In un sol

punto Dante discorda dal suo maestro, nelle quistioni politiche, dove

il dissidio è tanto più aperto per quanto più pieno fu l'accordo nelle

altre dottrine.

L'antica e tragica lotta tra l'impero e il papato s'era già da un

bel pezzo rinnovata con maggior vigore da Gregorio IX in poi. Non

orpelli, non infingimenti da una parte e dall'altra, ma franca e

solenne dichiarazione delle loro dottrine e dei loro fini. Gregorio

afferma apertamente il diritto del papato alla signoria suprema su

tutti i principi e popoli della terra, perchè lo stato non ha un valore

intrinseco, ma quello solo che gli viene dall'autorità pontificia;[59]

e dal canto suo Federico II, anticipando i tempi moderni, difende

l'autonomia dello stato, l'indipendenza dalla podestà ecclesiastica

ed il dritto e dovere di ridurre il papato alla povertà gloriosa dei

primi secoli.[60] S. Tommaso prese parte alla disputa che ferveva

animosa tra i giuristi imperiali, e i canonisti; e traendo le ultime

conseguenze dai suoi presupposti filosofici sostiene apertamente

le ragioni dei papi. Come l'anima esercita un assoluto dominio sul

corpo, così il pontefice sui principi tutti della terra. Ei solo,

rappresentante di Dio, è la fonte dell'autorità; e di seconda mano

da lui la debbon ricevere tutte le altre potestà. Il pontefice sta

all'imperatore come la splendida luce del sole al pallido chiarore

della luna, e la spada che egli brandisce è di tanto più formidabile

di quella che mette in pugno all'Imperatore, di quanto lo spirito vince

la materia; e gl'interessi celesti sovrastano alle meschine gare della

terra.[61] A queste dottrine, che sotto la sembianza di pietà religiosa

nascondevano le più smodate passioni mondane, non sapeva acconciarsi

l'anima fiera del gran fiorentino, e nella _Divina Commedia_ e nel _De

Monarchia_ sdegnosamente vi si ribella. Strano contrasto tra i due

sommi! S. Tommaso, del gentil sangue dei conti di Aquino, pronipote

del Barbarossa e cugino del secondo Federico, rompendo colle tradizioni

degli avi suoi, si caccia nel fitto della mischia, paladino di quella

corte pontificia, che avea giurato e inesorabilmente compiuto lo

sterminio di casa sveva. Dante, che da giovane combattè nelle file dei

guelfi, ricredutosi per tempo dell'error suo, si converte alla fede

ghibellina, ed il dominio temporale e le cupidigie e le ambizioni della

corte romana sfolgora nelle tremende invettive del poema sacro. A quel

genio divinatore ben presto si discoperse l'assurdo ed il danno della

mistione dei due poteri, e con argomenti che calzano anche ai nostri

giorni, sostenne arditamente l'autonomia dello stato, o per dirla col

linguaggio del tempo, l'indipendenza dell'impero.[62]

Ma non a torto ei protesta di far parte da sè, chè le sue dottrine

politiche, non del tutto conformi a quelle dei ghibellini,[63]

s'inspirano a quello spirito umanistico, che fra non molto farà

rinascere la tradizione ed il culto dell'antichità. Per Dante la storia

antica non era chiusa peranco, nè poteva chiudersi giammai; imperocchè

la Provvidenza affidò al popolo romano il primato su tutto il mondo,

nè altra gente per alte virtù e gesta gloriose se ne rese più degna,

nè accadrà mai che questa veneranda compagine dell'antico stato si

dissolva. Al popolo romano adunque appartiene di diritto l'imperio, ed

ei solo può commetterne a Cesare l'esercizio. Non il pontefice, non

i principi tedeschi sono di diritto gli elettori dell'imperatore, ma

solo il popolo di Roma.[64] Questa teoria bastava a combattere tutte

le prentensioni guelfe; imperocchè se l'imperatore non deve al papa la

elezione sua, non è obbligato a riconoscer da lui la sua autorità. Ma

essa non era nata soltanto da un intendimento polemico, nè si può dire

che sia un sogno da poeta. Fra non molto Ludovico il Bavaro, convocata

un'assemblea popolare nel Campidoglio (11 gennaio 1328) chiederà la

corona imperiale, che per solenne plebiscito gli sarà conferita. E più

tardi campione dei creduti diritti di Roma si leverà un uomo singolare,

il quale assunto il dimenticato nome di tribuno, affermerà l'autorità

sua e il non vano suo potere di contro al papa e all'imperatore. E

gli uomini più celebrati del suo tempo gli crederanno, ed il padre

dell'umanismo, gl'indirizzerà una delle sue più belle canzoni,[65]

e gli scriverà lettere di calda ammirazione, e per cagion di lui si

raffredderà coi Colonna, vecchi suoi amici e protettori.

Ma benchè nel _De Monarchia_ aliti questo spirito classico e

democratico, pure il fondo del ragionamento è schietto medievale, ed

affatto tomistiche le premesse che Dante pone per trarne conseguenze

affatto opposte a quelle dell'Angelico. Anche egli, come tutti i

filosofi di quel tempo, non sa concepire l'ideale se non incarnato

in una meschina ed angusta realtà; onde stabilita la necessità

dell'unificazione delle genti, la quale soffochi il germe di guerre

intestine, vien di conseguenza che quest'unità si debba impersonare

in un corpo politico, l'impero, ed in un uomo, l'imperatore.[66] Ma

altri avrebbe potuto inferire il vero regno unico e cristiano esser

la Chiesa, e la suprema autorità delle genti il Papa. Per toglier le

conseguenze facea mestieri di negare le premesse, e dimostrare come

l'unità del genere umano sia solo ideale, ed a tradurla in realtà vi

si opponga non pure l'ordine delle cose, che vieta uno stato così

mostruosamente sterminato; ma benanco le profonde ed insuperabili

differenze che la natura e il corso della storia hanno poste tra le

nazioni. Per siffatta guisa si scalzava quel falso realismo, che dando

corpo alle ombre, popolava il mondo di realtà immaginarie. Ma opera

siffatta non poteva essere tentata se non da un riformatore della

filosofia, il quale in verità era già nato e negli ultimi anni della

vita di Dante avea acquistata non poca fama nell'insegnamento.[67]

L'eresia nel Medio Evo · 第 11 / 57 题