VI

Con Guglielmo Occam, (morto intorno al 1349) il vigoroso ristauratore

del nominalismo, s'apre l'ultimo periodo, o vogliam dire, la

dissoluzione della Scolastica. Il Realismo, travagliato dalle interne

scissure di tomisti e scotisti, battuto in breccia da opposti lati

per opera dei mistici e degli esperimentalisti, era già un edifizio

scrollato, quando l'ardimentoso minorita gli dette l'ultimo assalto.

Non bisogna, ei diceva, moltiplicare gli Enti senza necessità[68] nè

attribuire un'esistenza sostanziale ai concetti della nostra mente.[69]

La realtà può venir colta soltanto dalla diretta intuizione;[70] ciò

che supera i confini della percezione immediata, o non può da quella

essere mediatamente raccolto, non è argomento di scienza; onde mal

s'appongono i realisti di ragionare di Dio, e del modo come ei pensi,

e delle idee che in lui si accolgano; mentre il nostro circoscritto

intelletto non può penetrare i misteri dell'Essenza divina.[71] Nè

meno assurdo è dimandare il principio dell'individuazione, perchè

l'individuo è posto fin dall'origine tale qual'è, nè acquista per via

le note individuatrici.[72] Questo audace filosofo seppe al pari di

Dante sostenere le teoriche ghibelline, e quando gli se ne porse il

destro, si offerse campione del loro diritto a Re ed Imperatori «_Tu

me defendas gladio_, diceva a Ludovico il Bavaro, _ego te defendam

calamo_». Ormai la teorica dell'indipendenza dello stato avea fatti

grandi passi. E per quanto la chiesa perdurasse negli antichi concetti,

e Bonifacio VIII li esagerasse fuor di misura[73] altrettanto energica

fu la protesta che da tutte parti si sollevava. E Filippo il bello

respinse le pretensioni della Curia, ed una fiera polemica insorse, di

cui abbiamo anche oggi parecchi documenti, a cominciare dallo scritto

intitolato: _disputa tra un cavaliere ed un chierico intorno alla

potestà commessa ai prelati della chiesa ed ai principi della terra_.

Codesto è un dialogo molto vivace ed arguto, dove sono messi alle prese

un prete, che rincalza con sillogismi scolastici le boriose pretensioni

del papa, ed un cavaliere che con apparente bonomia li ribatte ad uno

ad uno. Il prete tenendosi stretto all'argomentare tradizionale esce ad

esempio in questa tirata _a majori ad minus_: Se non negate che Cristo,

padrone del cielo e della terra possa disporre dei beni temporali,

come potrete senza rossore negare questa stessa facoltà al suo vicario

in terra? Ma il buon cavaliere non si lascia prendere all'amo, e

tranquillamente risponde: _audivi a viris sanctis ac devotissimis

duo tempora in Christo distingui, alterum humilitatis et alterum

potestatis. Humilitatis usque ad suam passionem, potestatis post suam

resurrectionem ... Petrus autem constitutus est Christi vicarius pro

statu humilitatis, non pro statu gloriae et majestatis_. Questo dialogo

venne attribuito all'Occam, ma non pare che gli appartenga.[74] Certo

pel concetto che vi domina dell'autonomia dello stato non sarebbe

indegno del filosofo francescano, il quale in un trattato intorno

alla giurisdizione imperiale nelle cause di matrimonio mise in tanto

rilievo l'indipendenza del potere politico, che a lui si deve il primo

schizzo della teorica del tutto moderna del matrimonio civile[75] oltre

a questo piccolo scritto del 1342 Occam scrisse altre opere più vaste.

Giova ricordare le otto quistioni del 1339 e il dialogo del 1343, che

va diviso in tre parti, la prima distinta in sette libri riguardava la

chiesa e le eresie; la seconda riproduceva il trattato composto sin dal

1333 intorno ai dommi di Giovanni XXII; la terza infine dovea andare

suddivisa in nove trattati di cui sono pervenuti infino a noi ed anche

mutili, soltanto i primi due. In questi lunghi e faticosi lavori, non

senza le solite sottigliezze scolastiche, vengon combattuti ad uno

ad uno tutti gli argomenti papalini, e non pure i filosofici, ma i

tradizionali ricavati dai testi biblici, e gli storici fondati sulla

pretesa donazione di Costantino e la successiva traslazione dell'Impero

nei Franchi. Una gran parte di queste critiche non è certo nuova, ma

nuovo è senza dubbio lo spirito che informa la polemica. Il misticismo

medievale scompare affatto, chè l'Impero, se non è una creazione

del Papa, non è neanco una istituzione divina, ma schiettamente

storica. Essa nacque _ex ordinatione humana et non ex divina lege_ per

conservare la pace e la tranquillità delle genti. Quando questo scopo

fallisse, e l'elezione dell'Imperatore lungi dal portar concordia,

dovesse provocare nuove guerre, _non esset talis assumptio attentanda;

quia quod provisum est ad concordiam, non debet tendere ad noxam_.[76]

Il concetto grandioso dell'Impero, vagheggiato da Dante, era ben

presto venuto meno, talchè Marsilio da Padova al di sopra della maestà

imperiale mise la sovranità del popolo.[77]

E già da gran tempo le idee degli stessi Ghibellini s'erano

profondamente modificate. La lotta tra Bonifacio e Filippo il Bello

scoppiata per quelle stesse ragioni che tante volte avean messi alle

prese il papato e l'impero, mostrava ben chiaro che nelle lunghe lotte

combattute non era in gioco soltanto l'impero, ma gli stati tutti. Il

pronostico di Federico II si avverò ben presto, e la primogenita della

Chiesa vide torcere contro di sè le stesse armi, che avean ferita a

morte la casa sveva. Se non che ciascuno stato difendendosi in questi

contrasti colle sole sue forze, acquistava piena consapevolezza della

sua indipendenza non pure dalla chiesa, ma benanco dall'impero. A quel

fittizio organamento imperiale, che sotto le sembianze di un vasto

accentramento celava in realtà lo sparpagliarsi di mille signorie

feudali, sottentravano ora le monarchie autonome, o già formate, o

in via di rapida formazione. L'individualismo che in filosofia era

rappresentato dalla scuola dei nominalisti, in politica si ripercuoteva

nella costituzione degli stati autonomi. Ed all'acuto sguardo

dello scrittore del dialogo già citato non isfuggirono questi gravi

mutamenti. «Quando, ei dice, per effetto della divisione dell'impero

carolingio il regno franco si separò dal resto dell'Imperio, tutti

quei diritti che pria spettavano all'Imperatore venner trasferiti

integralmente al re francese. Il quale nei confini del suo regno può

promulgare nuove leggi ed emendare o affatto abolire le antiche».[78]

Così l'Imperatore non vien più riconosciuto come la suprema autorità,

intorno a cui gravitano i re ed i principi, come pianeti intorno al

sole. L'impero non è più lo stato per eccellenza, ma uno stato tra gli

stati, il quale per giunta ha minore forza delle potenti monarchie

che lo circondano. Questa era già da gran tempo la vera condizione

di fatto, ma prima d'ora non s'era mai apertamente dimostrato che la

condizione di fatto rispondesse all'intima ragione del diritto. E per

fare questa dimostrazione occorreva che le menti sgombrassero l'errore

del vecchio realismo di dar corpo e consistenza agli astratti concetti.

Quanto cammino abbia fatto la mente umana nel volger di pochi anni

si può raccogliere dal confronto tra i due grandi poeti della nostra

letteratura, Dante e Petrarca. Dante non solo mostra una grande

riverenza per i filosofi scolastici, ma ne accoglie e commenta

poeticamente la dottrina; Petrarca non è stanco mai di colpire dei

suoi frizzi quegl'importuni dialettici, quei barbari dello stile,

che fra le dispute astruse smarrirono la tradizione del divino

Platone, e lo stesso Aristotele da dolce e soave che è, tramutarono

in rude scrittore. _Sic jam sola philosophantis infantia et perplessa

balbuties, innitens supercilio atque oscitans, ut Cicero vocat,

sapientia in honore est._ Nel Petrarca rivive lo scetticismo di

Cicerone, dell'autore latino che sopra tutti gli altri avea caro. E ben

volentieri al pari del suo duca e maestro contro le vane elucubrazioni

dei filosofi invoca l'autorità del buon senso e della tradizione. _Sint

plane Aristotelici, sint philosophi... neque enim clara haec nomina

illis invideo, quibus falsis etiam tument, non mihi invideant humile

verumque christiani nominis et catholici._[79] Il Petrarca non è più

dominato, come Dante, dalle idee medievali; ed a ragione vien da tutti

riconosciuto come il primo restauratore del classicismo. Si comprende

da ciò come in lui il concetto dell'Impero non possa avere quel non so

che di grandioso e mistico che gli presta la fantasia dell'Allighieri.

L'impero pel Petrarca non è più di un ricordo classico, e la grandezza

di Roma e la salute dell'Italia, più che l'unificazione di tutte le

genti, è il suo ideale.[80] Venne notato molto opportunamente che il

Petrarca più che Dante insiste sui confini naturali che separano il bel

paese dalle altre regioni; e con maggior compiacenza ricorda l'antica

opposizione tra barbari e latini:

Che fan qui tante pellegrine spade?

Perchè il verde terreno

Del barbarico sangue si dipinga?[81]

La salute d'Italia, corsa da sfrenate compagnie di ventura, e in

preda a incessanti guerre intestine; la salute di Roma erede del nome

antico, ed ora vilmente abbandonata da Papi, ed Imperatori, questo

è l'unico scopo a cui intende il poeta. Ed ove si possa conseguire,

anche contro l'Impero, e per opera di un generoso romano — come parve

per poco possibile al tempo di Cola — nessuno meglio di lui affretterà

coi suoi voti il compimento della nobile impresa.[82] Certamente

fallita l'impresa di Rienzo il Petrarca si volgerà ora ai Papi, ora

agl'Imperatori perchè abbiano pietà della patria infelice. Gli sarebbe

parso di mancare al suo dovere, se non avesse cercate tutte le vie

di salvezza; ma non si dissimula pertanto che sull'Impero si debba

contare ben poco, nè che altra speranza vi sia fuor della concordia

degl'Italiani. In una lettera al doge Dandolo esprime chiaramente

questi pensieri: _Italiano qual io mi sono ... lascia che parli delle

sventure d'Italia. Ecco già correre all'armi i due popoli più potenti,

le due più fiorenti città, e a dirlo in breve, i due più splendidi

astri d'Italia, che a mio giudizio acconciamente si parve aver la madre

natura quinci e quindi all'ingresso dell'italico mondo collocati,

perchè cotesto vostro al Settentrione ed al Levante e l'altro al

Mezzogiorno ed al Ponente rivolti, e voi padroni del mare di sopra,

gli altri di quel di sotto alle quattro parti del globo mostraste come

debilitato, vacillante e per poco non dissi disfatto al tutto l'Impero

Romano, fosse pure l'Italia signora e regina_.[83] Altre volte avea

sperato che Roberto di Napoli potesse ridurre in sua mano il governo

della penisola, perchè l'Italia prendesse un posto onorato tra le

grandi monarchie d'Europa.[84]

Ma torniamo al nostro minorita, il quale non pure prese parte alle

quistioni politiche del tempo, ma benanco alle religiose. Il vecchio

dissidio tra i due ordini frateschi era ricominciato nel 1321 a cagione

di un'accusa di eresia che il domenicano Giovanni Belna muoveva contro

il francescano Berengario Tolon. Il Papa dette ragione al domenicano,

ma l'assemblea generale dei minoriti, tenuta sotto la presidenza di

Michele da Cesena, proclamò come domma di fede la povertà assoluta

di Cristo, e dichiarò eretici e scismatici quelli che non credevano

in questa dottrina, nè seguivano il divino esempio. Questo domma,

che menava diritto alla distruzione del cosiddetto potere temporale,

per quanto tornasse acerbo al pontefice, di tanto vantaggiava lo

imperatore. Onde allorchè Giovanni XXII lanciò la scomunica contro

i sottoscrittori della nuova dottrina, Ludovico li tolse sotto alla

sua protezione, e ne affidò ai suoi giureconsulti la difesa. L'Occam

era uno dei sottoscrittori, nè è a dire con quanto calore sostenesse

la causa del generale del suo ordine, che era per giunta uno degli

amici della sua giovanezza. E coll'Occam si associò il più dotto

giureconsulto di quel tempo Marsilio da Padova, il quale nel _Defensor

pacis_ avea stabilito non esser la Chiesa costituita dal solo Pontefice

e Cardinali, ma da tutti i fedeli; talchè se il maggior numero di

essi, raccolto in assemblea solenne pronunzia una sentenza, le si deve

inchinare il Papa per il primo.[85] Dottrine che non tarderanno molto a

trionfare nel Concilio di Costanza. Nè contento di questo il giurista

patavino nega che il vescovo di Roma abbia un'autorità maggiore degli

altri primati della Chiesa, dubita della venuta di S. Pietro, e, quel

che più monta, mette la scrittura al di sopra della tradizione. In

queste ardite sentenze si riconosce già il precursore di Vicleffo e

Giovanni Huss. Senza dubbio il Medio-Evo è tramontato, e dall'opposto

lido spunta di già la splendida aurora del Risorgimento.

Riassumiamo. In tre periodi si divide il movimento intellettuale

del Medio Evo. Nel primo di essi mentre il Realismo promuove o si

associa con quelle sètte religiose, che giovandosi dell'allegoria,

trasformavano le credenze tradizionali, il Nominalismo dall'altra parte

vien penetrato da tutte le tendenze razionalistiche di quell'età. Nel

secondo si costruisce quel mirabile sistema, nel quale debbon comporsi

tutti i dissidî dell'età precedente, ed a norma del quale s'hanno a

stabilire immutabili rapporti tra la scienza e la fede, lo stato e

i sudditi, la chiesa e l'impero. Questo sistema non domina solo, e

non pure vien combattuto da molti filosofi contemporanei, ma anche

quelli, che ne accettano le dottrine fondamentali, ricusano poi le più

importanti conseguenze nel campo politico. Nel terzo periodo infine

la dissoluzione della scolastica trae seco la rovina di quel grande

edificio politico e religioso, che fu la gerarchia medievale. Ma in

tutto questo lungo corso di tempo non mancarono profonde agitazioni

religiose. Ed abbiamo citate già molte sette ereticali, i Catari, i

Valdesi, gli Arnaldisti nel primo periodo, i Gioachimiti nel secondo,

i seguaci di Michele da Cesena nel terzo. Quali rapporti hanno queste

eresie colle speculazioni filosofiche e coi moti politici del Medio

Evo? Nel corso del nostro lavoro esamineremo l'origine ed il carattere

di tutte queste eresie, e dopo siffatto studio forse ci verrà fatto di

rispondere al difficile quesito.

L'eresia nel Medio Evo · 第 12 / 57 题