La prima cura del Dottore Angelico, come del suo maestro Alberto Magno
fu di comporre il dissidio tra nominalisti e realisti che travagliò il
periodo precedente. Concedevano ai nominalisti l'universale non essere
un'entità a sè,[33] e indipendente dall'intelletto che lo forma pel
noto processo di astrazione o eliminazione;[34] ma nel contempo davan
ragione ai realisti in quanto che la formazione dei concetti di generi
e specie non è punto arbitraria, ma ben fondata sulla natura delle
cose. In una parola l'Universale non è sostanza separata, ma legge di
natura. Per ben intenderci adunque bisogna distinguere l'universale
_ante rem_, _in re_, _post rem_.[35] L'_ante rem_ sono le idee di
Dio creatore; quello _in re_ il divino pensiero, divenuto legge delle
cose; il _post rem_ infine il concetto o volgare o scientifico, che
noi uomini acquistiamo dopo un lungo lavorìo di astrazione. O per
dirla con un noto esempio, l'universale _ante rem_ è il concetto
che l'artista vagheggia nella sua mente; l'_in re_ è l'attuazione di
quello nel marmo o nei colori; il _post rem_ la sua riproduzione nella
mente dello spettatore e del critico. Posto termine in tal guisa agli
interni dissidii, si sperava di raccogliere in un fascio tutte le forze
contro l'eterno nemico, Averroè, il quale di qui innanzi diviene il
rappresentante dell'incredulità pervicace. Ed a prostrare un avversario
così formidabile, S. Tommaso non risparmia nessun'arte; nè contento
di combatterlo nelle opere generali, scrive contro di lui trattati
speciali, come ad esempio il celebre opuscolo: _De unitate intellectus
contra Averroistas_.[36]
La quistione dell'Intelletto nacque, come è noto, dalle oscurità
della psicologia aristotelica. Nel terzo libro del _De Anima_ lo
Stagirita avea distinto l'intelletto passivo dall'attivo, e l'uno avea
fatto mortale, l'altro eterno e separato. Cosa intendesse Aristotele
per questo doppio intelletto è difficile dire;[37] ma secondo il
principio fondamentale della psicologia aristotelica che le potenze
inferiori sono grado ed avviamento alle superiori, il _Nous_ passivo
dovea significare un intelletto non ancora sviluppato o in potenza, e
l'attivo un intelletto pervenuto al suo più alto grado di energia.[38]
Se non che i caratteri, che separano i due intelletti, sono così
spiccatamente opposti, che le loro differenze più che di grado si
dovrebbero tenere invece per specifiche; onde quell'Essere che è
fornito dell'Intelletto attivo non potrebbe identificarsi con l'Ente
fornito di solo intelletto passivo.[39] In altre parole l'Intelletto
attivo sarebbe estrinseco al passivo; e più che il supremo grado
della mente umana sarebbe invece l'intelligenza divina, ovvero quella
Νόησις νοήσεως che nel XII della metafisica si confonde col Motore
immobile. Tanto vero che uno dei più sottili e fidi interpetri della
dottrina aristotelica, Alessandro, che pure ha la tendenza di eliminare
ogni elemento mistico dalla filosofia peripatetica, mentre considera
l'intelletto passivo come il compendio e l'integrazione delle potenze
inferiori dell'anima, pervenuto all'intelletto attivo cangia metro, e
lo dice tutt'uno con Dio, e lo pone fuori dell'uomo. Qual meraviglia
adunque che i filosofi arabi, dominati dalle intuizioni neoplatoniche,
non pure accettino questa interpetrazione, ma la guastino e complichino
fuor di misura? Era conforme all'indirizzo del loro filosofare
l'accrescere il numero delle entità intermediarie tra l'Unità suprema
e il mondo sensibile; onde a quel modo che Aristotele avea moltiplicato
tante volte il motore estrinseco, per quante sfere celesti gli offriva
l'astronomia del suo tempo, nella stessa guisa i filosofi arabi
moltiplicano l'intelletto attivo, e per ciascuna sfera ne immaginano
uno, che ha la doppia funzione di muovere la sfera ed illuminare
le menti degli abitatori. Nè questo è tutto, ma ben altra stortura
conviene aspettarci. Avicenna (980-1038) avea tenuto come sostanza
separata il solo intelletto attivo, il quale aderisce o serve all'anima
razionale siccome la luce all'occhio.[40] Averroè (1126-1198), come se
ciò non bastasse, dichiara esterno anche l'intelletto passivo, che per
tutti i suoi predecessori era stato tenuto come intrinseco all'anima
umana, o per meglio dire, come la sua funzione più alta. Se è esterna,
ei dice, la sorgente luminosa, esterni sono anche i raggi che da quella
piovono su le cose. E come la sorgente s'agguaglia all'intelletto
attivo, ed i raggi all'intelletto passivo; ragion vuole che l'uno
e l'altro si tengano per esterni all'anima umana; e l'uno e l'altro
siano un solo e medesimo intelletto per tutti gli uomini.[41] E se
volete sapere che cosa sia questo intelletto unico, che illumina le
nostre inferme fantasie, è subito detto. È il motore dell'ultima sfera
celeste, che secondo l'antica astronomia è quella della luna; onde non
a torto Astolfo sale fin lassù per pescarvi il senno di Orlando.[42] Le
conseguenze di questa dottrina sono facili ad intendere. In quel tempo
le prove, che si adducevano dell'immortalità dell'anima, eran tutte
cavate da questo concetto, che l'anima, avendo attività o funzioni
sue proprie, affatto separate dalle corporee, debba essere di una
sostanza diversa da quella del corpo, ed agevolmente separabile. Il
quale ragionamento sarebbe venuto meno quando fossero state accolte
le dottrine averroistiche. Imperocchè se l'intelletto, da qualunque
aspetto si consideri, è estrinseco all'anima, a lei non restano di
proprio se non le funzioni del senso e dell'istinto, le quali, comecchè
legate indissolubilmente coll'organismo, cessano quando questo si
dissolva, e traggono nella loro rovina il soggetto stesso senziente.
Era ben naturale che i dottori della Chiesa, i quali s'adoperavano a
metter d'accordo la scienza colla fede, si volgessero a combattere
questo punto dell'averroismo. Ed Alessandro e Alberto Magno e S.
Tommaso si fecero a dimostrare esser le teoriche di Averroè non pure
false in sè medesime, ma in aperta contraddizione colle dottrine
aristoteliche. Nè si può negare che la interpetrazione più conforme
allo spirito dell'aristotelismo è quella appunto, che abbraccia
l'Aquinate, secondo la quale l'intelletto attivo ed il passivo
sarebbero bene una stessa cosa, stantecchè l'uno è in potenza quello
che l'altro è in atto; ma e l'uno e l'altro s'han da tenere come
funzioni dell'anima: onde lungi dall'essere unico l'intelletto, o
attivo o passivo che sia, si rompe in quella vece in tanti intelletti
singoli, per quante anime dar si possano.[43] Se non fosse così,
l'anima umana non sarebbe gran fatto diversa dalla parete su cui cadono
i raggi luminosi; e come la parete, benchè illuminata dal sole, non
vede, così l'anima nostra benchè rischiarata dall'Intelletto agente non
intenderebbe nulla di nulla. E se non è lei che intende, così neanco è
lei che vuole e opera, ma quell'Essere dal quale spiccia la fonte della
intelligibilità.[44]
È indubitato adunque che S. Tommaso vide molto più addentro dei
commentatori neo-platonici ed arabi. Ma quel pericolo che crede di
sfuggire da un lato, gli si presenta dall'altro. Imperocchè a quel modo
che l'intelletto attivo s'identifica col passivo piuttosto secondo lo
spirito che la lettera della psicologia aristotelica, così pure s'ha a
dire lo stesso dell'intelletto passivo rispetto alla fantasia ed alla
percezione sensibile. E come Aristotele dice che senza il fantasma non
potrebbe svolgersi l'intelletto,[45] così è impossibile che l'anima
abbia funzioni e vita propria, ove mai si sciolga da quel corpo che in
lei ingenera sensazioni e fantasmi. Lo Stagirita senza dubbio tenne per
mortale l'intelletto passivo, e ove mai l'attivo ed il passivo son la
medesima cosa, con qual diritto affermeremo dell'uno ciò che dell'altro
si nega? All'acume dell'Aquinate non isfugge questo pericolo, dal
quale s'argomenta di scampare, ammettendo nell'anima una misteriosa
tendenza verso il sensibile, la quale perdura sempre anche quando
s'infrangono i lacci corporei.[46] Questa tendenza è come un corpo
interno, del quale l'anima non si sveste mai; onde nè il sentimento nè
i fantasmi le verranno mai meno, ed è per sempre assicurata la base
su cui poggiano le più alte potenze intellettive e pratiche. Teorica
codesta, strana quant'altra mai, e per giunta non nuova ed attinta a
quella stessa fonte neoplatonica, dalla quale rampollava la teorica
degli intelletti, separati, che S. Tommaso ripudia.[47] Se non che ella
era un espediente inevitabile non solo per sottrarsi alle conseguenze
estreme della teorica dell'unità degl'intelletti; ma per conciliare
altresì l'immortalità dell'anima colla teorica dell'individuazione.
Questo problema dell'individuazione fu il pomo di discordia tra le
scuole realistiche del secolo XIII, come quello degli universali
travagliò i secoli precedenti. Abbiamo già detto che i Realisti
concordemente ammettevano oltre l'universale _ante rem_, che esiste
solo nella mente di Dio, ed il _post rem_, che sta nella mente umana,
anche un altro universale, che essi dicevano _in re_, vale a dire
insito nelle cose stesse. Ora le cose tutte, secondo i concetti
aristotelici, constano di materia e forma, in che dunque è riposto
l'universale nell'uno o nell'altro di questi fattori? Aristotele
stesso s'era posto in qualche modo questo problema, quando facevasi la
dimanda opposta, cioè che cosa fosse l'individuo. Ed egli dopo lungo
contrasto venne nella conclusione: l'individuo non esser nè la materia,
nè la forma, ma l'unità di entrambi, il _sinolo_, come egli diceva,
dei due universali.[48] Se non che ammessa pure questa soluzione
aristotelica, il problema rinasce sempre sotto un'altra forma. Dei
due fattori, il cui intreccio costituisce l'individuo, quale dei due
è il determinante e quale l'indeterminato, o in altre parole dove sta
il _principium individuationis_? Per un certo rispetto sembra che il
principio individuante stia nella materia: perchè la forma, secondo le
stesse parole di Aristotele, è un tipo unico, il quale si riproduce
in tante differenti impressioni per quanto diverse sono le materie
in cui s'impronta. E questa fu la dottrina seguita da Alberto Magno
e dall'Aquinate;[49] ma non senza gravi e ben fondate opposizioni
da parte delle altre scuole. Come mai, si diceva, sarà la materia il
_principium individuationis_, ovvero la radice di tutte le distinzioni,
e specificazioni quando essa medesima è qualche cosa d'indistinto? Che
cosa è la materia destituita di forma? Non è forse l'indeterminato, la
potenza pura direbbe Aristotele, la quale appunto per opera della forma
acquista limiti e contorni? Il sostrato universale dunque è la materia,
e la forma è il principio che da questo fondo comune cava fuori le
specie e gl'individui.[50] Sembrano discussioni bizantine coteste, e
lo stesso Jourdain così dotto nella filosofia scolastica rimprovera
S. Tommaso di esservisi cacciato dentro. Ma siamo giusti. Non è forse
un profondo bisogno di qualsiasi filosofia realistica la deduzione
o costruzione, che dir si voglia, dell'individuo? Il problema era
adunque inevitabile, e più che a porlo sarebbe occorsa molta industria
per ischivarlo. Comunque sia, egli è fuor di dubbio che il problema
dell'individuazione servì a crear sul finire del secolo XIII due nuove
scuole, che si combattevano non meno aspramente delle antiche, e che
dai loro fondatori tolsero il nome di Tomisti e Scotisti.[51]
A rinfocolare le ire avrà contribuito senza dubbio l'antico livore
tra Domenicani e Francescani; ma il problema intorno a cui disputavano
non era meno grave di quello degli universali, e qualunque soluzione
si accettasse veniva a rompere contro le barriere della teologia.
In verità lo Scotismo, che, mettendo il principio d'individuazione
nella forma,[52] ha l'aspetto di un Realismo più compatto, cade in
quelle conseguenze panteistiche, che vedemmo non iscompagnarsi mai
dalle intuizioni realistiche. Nè il Dottor sottile se ne dissimula
il pericolo, ma aperto e risoluto gli va incontro dichiarando di
tornare alla posizione dell'abborrito Avicembronio, e rappresentandosi
il mondo tutto come un albero bellissimo, la cui radice e seme sia
la materia prima, le foglie gli accidenti, le frondi e i rami il
creato corruttibile, il fiore l'anima umana, ed il frutto la natura
angelica.[53] Ma neanco è mondo di peccato il Tomismo, nel quale le
dottrine filosofiche solo per via di espedienti artificiosi son messe
d'accordo coi dommi tradizionali. Così ad esempio se Averroè seguendo
Aristotele dimostra l'eternità del mondo, S. Tommaso non ardisce di
provare il contrario, ma s'argomenta di mettere in salvo la fede collo
stabilire che non tutto ciò che si crede debba essere dimostrabile e
conoscibile.[54] Parimenti ei non sconfessa le conseguenze della sua
teorica dell'individuazione, ed interpetrando a suo modo la tradizione,
ammette che la natura angelica, comecchè destituita di materia non
sia capace di differenze individuali, bensì delle sole generiche e
specifiche.[55] Ma dell'anima umana non osa dire altrettanto, e per
salvarne ad ogni costo l'individualità escogita quella teorica della
tendenza al sensibile, di cui abbiam fatta parola. A tale dovea ridursi
una mente eletta, come quella dell'Aquinate; segno evidente che il
dissidio tra il contenuto filosofico ed il dommatico è ben superiore
alla volontà degli uomini, e quel semirazionalismo, che vuol comporre
in armonia le più opposte tendenze, riesce invece a dirimerle di
vantaggio. Onde alcuni contemporanei si argomentarono di battere una
via diversa dalla tomistica.