Ma l'aridezza materialistica che ne rende più squallido il dilettantismo

storico, e l'insufficienza di dottrine economiche che le tolgono ogni

valore fra i tanti studi socialistici di Francia, di Germania e di

Russia, sono vivamente compensate dalle sue ammirabili contraddizioni

colla natura spirituale dell'autore. Questo ateo ha la passione di tutti

gli ideali, questo anarchico distruggitore non invidia e non odia:

nessun vizio ha mai contaminato la sua vita, nessuna ambizione diminuito

il merito dei suoi molti sacrifici. Volontario nella rivoluzione e nel

socialismo, non si è mai ricordato di essere nato principe, e vi è

rimasto gran signore; la sua nuova famiglia cresciuta da un adulterio

vive nella castità di un unico amore; la sua utopia non è che il voto di

un gran cuore, e rimane incompresa in quella tormenta di passioni

politiche, che si esauriscono alla vigilia della rivoluzione unitaria.

Infatti Pisacane, riattirato dalla generosità dell'animo nelle lotte del

momento, a trentanove anni gitta i libri come inefficaci alla patria, e

si vota alla morte per sollevare con uno sforzo supremo le due Sicilie

contro il Borbone. Il suo testamento politico è sublime d'ingenuità.

Dopo aver dichiarato di non credere al beneficio di nessuna

costituzione, e che neppure la rivoluzione politica gioverà al popolo,

nullameno si avventura nella più arrischiata delle spedizioni. Il suo

istinto maggiore della sua ragione, il suo cuore più alto del suo

intelletto, lo spronano ad un olocausto senza fede e senza speranza,

meraviglioso ed assurdo.

Ma nell'azione egli sembra ritrovare tutto se stesso. Le sue più belle

qualità sfolgorano improvvisamente: dimentica il breve dissidio con

Mazzini, si rituffa nelle cospirazioni coll'ardore di un neofita e la

bravura di un cavaliere. Preso nell'irresistibile illusione di Mazzini

che fida sempre nel popolo, egli napoletano crede che i napoletani

aspettino solo un esempio per insorgere: scendere sulle rive del

mezzogiorno con un pugno di congiurati, ribellarlo, cacciare i Borboni,

sollevare tutta Italia, diventa il suo sogno. Nella miseria di mezzi del

partito rivoluzionario e per la necessità di eludere la sospettosa

polizia piemontese, egli medita d'imbarcarsi con pochi compagni sopra un

vapore postale, d'impossessarsene sorprendendo l'equipaggio, e con esso

approdare nel regno. La prima prova gli fallisce, quindi si avventura

solo a Napoli per meglio saggiare il terreno. Tutto gli pare pronto; la

fatalità di una vera rivoluzione dopo gli ultimi insuccessi nella

Lunigiana lo incalza. Il 25 giugno 1857 s'imbarca con alcuni amici sul

_Cagliari_, vapore sardo, diretto verso la Sardegna: Rosolino Pilo,

altro principe siciliano del sangue d'Angiò, deve raggiungerlo in mare

con una seconda imbarcazione di congiurati; ma, sbattuto dalla tempesta

e sviato dalla nebbia, vi si smarrisce: nullameno Pisacane riesce ad

impadronirsi del _Cagliari_. Allora si dirige sull'isola di Ponza, vi

sbarca, vi libera 323 prigionieri, per la maggior parte politici, e si

difila sul golfo di Policastro. A Genova nulla è ancora trapelato

dell'impresa, a Napoli nessuno sospetta di uno sbarco. I congiurati

toccano la spiaggia di Sapri al grido di: viva l'Italia e viva la

republica! ma i contadini sbigottiti guatano senza comprendere. Una

prima vittoria dei ribelli sopra alcune squadre di gendarmi non basta a

persuadere le campagne. Allora Pisacane colla piccola schiera s'addentra

nella terra per la via di Sala, cercando di guadagnare i monti e

sperandovi migliore accoglienza; se non che una grossa mano di regi

spiccata da Salerno lo arresta e lo sconfigge. L'impresa è perduta, ogni

scampo precluso. Un nucleo di cinquanta superstiti stretto intorno a

Pisacane può nullameno ritirarsi sul Cilento, ma la novella della

disfatta, il timore delle milizie incalzanti i fuggiaschi, l'avidità dei

premi promessi, le feroci eccitazioni del clero scatenano la plebe alla

strage. Pisacane, sopraffatto dopo eroica difesa, è finito a colpi di

ronca dai villani, quasi tutti i suoi compagni scannati; i soldati regi

vollero o poterono appena salvarne alcuni per trarli in trionfo a

Napoli. Fra questi fu Giovanni Nicotera, robusta tempra di soldato e di

politico, divenuto poi ministro del regno d'Italia, e che venne allora

cogli altri condannato a morte. Il processo al solito passò d'infamia in

infamia, si tentò di disonorare gli accusati; peggio ancora i

murattiani, aspramente combattuti da Nicotera negl'interrogatorii

levarono indegne grida di tradimento, associandosi al governo borbonico.

Intanto Mazzini a Genova falliva nell'ultimo conato di sollevare la

città, e il governo piemontese rivaleggiava col napoletano nella ferocia

della repressione contro i ribelli.

Maurizio Quadrio a Livorno non era stato più fortunato, tentando una

insurrezione contro il granduca. Il partito rivoluzionario era vinto.

La pubblica opinione, unanime nel condannare l'infelice impresa di

Pisacane, non volle nemmeno ammirarne l'eroismo: la stampa liberale

monarchica ne vilipese idea, uomini e risultato; quella reazionaria ne

parlò come di un caso di brigantaggio; l'Europa abituata a tali

insuccessi delle rivoluzioni italiane, non se ne commosse. Solo Victor

Hugo coll'infallibile divinazione dei poeti comprese il fato di questi

nuovi argonauti della libertà e scrisse: «John Brown è più grande di

Washington, Carlo Pisacane più grande di Garibaldi».

La disfatta di Pisacane prostrò il partito rivoluzionario: il Piemonte

crebbe d'importanza, il mazzinianismo non fu più che una setta, il

federalismo una scuola. I murattiani, indipendenti o ligi al Piemonte,

non miravano che a migliorare il proprio governo napoletano con una

nuova dinastia, abbandonando ogni ideale italiano e democratico: alcuni

altri, dotti e dottrinari, come Cesare Cantù, predicavano possibile la

libertà in qualunque forma di governo anche straniero, e, separandola

così dall'indipendenza e dalla democrazia, la rendevano parola senza

senso e senza attrazione. In fondo nessun partito aveva un programma

limpido e un ordinamento adeguato di mezzi. Iniziativa regia e

iniziativa rivoluzionaria si rivelavano del pari insufficienti:

l'iniziativa anche questa volta doveva essere francese.

Mazzini, abbandonato dai migliori seguaci, ridiventava nuovamente

apostolo, scrivendo di se stesso con accento disperato: «Io non sono che

una voce che grida azione»; e la gridava su tutti i toni, ammonendo,

rampognando, difendendosi, accusando gli avversari, chiedendo

l'elemosina all'Europa per questo popolo d'Italia, Belisario della

libertà, e nullameno accendendogli sulla fronte la fiamma del proprio

genio, per mostrarlo come campione di una terza epoca civile.

La preparazione rivoluzionaria cominciata dal 1831 era compiuta.

CAPITOLO QUINTO.

La mediocrità politica e letteraria.

Scadimento del genio nazionale.

Alla vigilia della rivoluzione, che doveva finalmente ricostituire

l'Italia, il genio nazionale sembrava oscurarsi.

L'immenso moto di studi cominciato col secolo si era rallentato dopo gli

ultimi disastri politici. La maggior parte dei grandi scrittori erano

morti o ritirati dalla lotta: l'originalità si faceva più scarsa. Una

specie di stanchezza prostrava il pensiero italiano. Le passioni

consunte dalle rivoluzioni infelici del '21, del '31 e del '48, o

assorbite dalle estreme sanguinose avventure delle cospirazioni, non

animavano più i libri: un maggiore contatto colle nazioni, che tenevano

in Europa il campo intellettuale, sembrava avere scoraggiato la

produzione dello spirito nazionale. Al vecchio orgoglio scolastico, che

ci faceva credere ancora i maggiorenti della civiltà colla gloria

insuperata delle antiche opere, era succeduta una tacita disistima delle

nostre cose presenti: si cominciava a comprendere come nell'immenso

lavoro del pensiero europeo, fecondante ancora tutto il mondo, la nostra

parte fosse secondaria. Nemmeno l'ammirabile sforzo tentato con sì ricca

concordia d'ingegni e di risultati al principio del secolo era bastato

per rimetterci a paro colla Francia, coll'Inghilterra e colla Germania.

La letteratura francese restava al disopra della nostra, la filosofia

tedesca era diventata universale mentre l'italiana non aveva potuto

passare le Alpi, lo sviluppo delle scienze presso di noi non resisteva

al confronto della loro prodigiosa espansione in Inghilterra. Malgrado

ogni vanteria, bisognava confessare che Manzoni non valeva Victor Hugo,

che Gioberti e Rosmini non bastavano contro Hegel e Schelling, che quasi

tutte le più meravigliose scoperte ci venivano dall'estero. L'Italia non

aveva e non avrebbe uno scienziato da opporre a Darwin.

Ma Alessandro Manzoni ancora giovane si era arrestato sul culmine della

propria parabola per non abbassarsi discendendola, e taceva da oltre

vent'anni; Gioberti era morto povero ed esule a Parigi; Rosmini si era

spento nel silenzio tranquillo di un lago, e le loro due scuole

filosofiche non avevano illustri scolari che le diffondessero come le

scuole tedesche; Niccolini, ritirato dal teatro, cercava l'oblio

tracciando una storia di casa sveva; Giusti dormiva per sempre fra gli

oliveti di Monsummano; Berchet, rimbambito dalla vecchiaia, si era

pentito delle proprie canzoni di rivolta per diventare senatore

piemontese; Guerrazzi si ostinava ancora nei romanzi, ma la sua arte si

guastava ogni giorno più nell'artificio, e delle irresistibili passioni

di un tempo non gli restava più che l'abitudine del gesto e

dell'accento; Rossini, il Napoleone della musica e di lui non meno

egoista, viveva a Parigi ammutolito da quasi trent'anni, non ascoltando

più che il coro instancabile delle proprie lodi ripercosso dagli echi di

tutte le contrade d'Europa; Bellini, il suo giovane rivale, era

scomparso come una di quelle comete, che illuminano per poche notti

tutta una zona di cielo; Donizetti era stato soffocato dalla follìa.

Qualcuno della fortissima generazione lottava ancora, ma non poteva al

di là del grande periodo già consunto ottenere dalle nuove lotte altre

vittorie. Cesare Cantù, prodigioso di attività, dopo compita la _Storia

Universale_, ne accumulava altre gettandosi su tutti gli argomenti,

riordinando archivi, superando Lodovico Muratori nell'opera, e nullameno

non oltrepassando mai i confini del proprio sistema e non ricorreggendo

mai il proprio metodo. Egli camminava sempre, mentre le scienze storiche

progredivano altrove. La grande scuola neo-guelfa finiva in lui.

Le nuove scuole.

Ora nella filosofia tenevano il campo Terenzio Mamiani e Silvestro

Centofanti, l'uno piuttosto un letterato e l'altro un erudito della

stessa; Ausonio Franchi e Giuseppe Ferrari, quegli un critico e questi

uno scettico, esprimevano meglio nel razionalismo la tendenza delle

nuove generazioni; Carlo Cattaneo aspirava al positivismo senza

raggiungere in esso nè la grande scuola francese del Comte, nè l'altra

inglese anche più importante dello Spencer. A Napoli Augusto Vera, il

maggior scolaro di Hegel, il maggior filosofo del secolo, aveva

importato un sistema d'idealismo che doveva nella propria breve durata

produrre molti frutti, ma del quale allora non vedevasi ancora il

lustro. Nella poesia lottavano Giovanni Prati ed Aleardo Aleardi, lirici

entrambi, più colorito e di maggior volo il primo, elegiaco e disadorno

il secondo; ma in essi la passione di patria non era più che un tema di

arte: il soffio di Manzoni, l'ira di Berchet, l'impeto di Niccolini non

davano più al loro verso quella irresistibile potenza di attrazione che

accomuna le anime e le infiamma. Prati, dopo aver elogiato Carlo

Alberto, seguitava a blandire il Piemonte, cantandone i re come un bardo

antico; Aleardi, in canzoni piuttosto scritte in prosa rimata che in

verso, aveva gemuto sui supplizi di Mantova, e ripreparava qualche mite

invettiva contro Pio IX; Giuseppe Mazzini nei proclami, negli appelli e

nelle lettere era il solo poeta di patria.

Alla satira di Giusti, sempre amara anche nello scherzo, sibilante e

sferzante sulle anime, seguivano ora nel teatro le declamazioni

rettoriche di Paolo Ferrari, cui una innegabile vena comica aveva dato

la primazia su tutti i commediografi italiani. Nullameno l'Italia anche

dopo di lui doveva restare come prima senza vera commedia. Il dramma

storico cresciuto come un magro pollone dalla grande tragedia del

Niccolini e del Manzoni, erudito nel Revere e melodrammatico col

Marenco, tentando indarno di rinnovare le profonde emozioni

dell'_Adelchi_ e dell'_Arnaldo_, scivolava dai massimi teatri alle arene

divertendone le platee, senza appassionare le piazze. Nel romanzo solo

il Rovani era riuscito a farsi un nome onorevole, derivando dal Manzoni

sino a predicarlo maestro supremo, e non pertanto rimanendo a lui

inferiore così nell'arte che nell'ardore patriottico: classici e

romantici sembravano colpiti dalla stessa decadenza. Superstite

letterato della scuola guelfa, il padre Bresciani gesuita bamboleggiava

con servile pedanteria nella vanità delle parole insultando a tutte le

tragiche glorie della rivoluzione con romanzi, nei quali la goffaggine

dell'arte era pari alla miseria del pensiero e alla ribalderia delle

intenzioni.

Nella pittura Ussi, che doveva brillare per poi eclissarsi, e Morelli,

che vi resterà nella gloria di massimo riformatore moderno, non erano

ancor celebri: Bartolini, ultimo grande scultore italiano, era morto, e

il Duprè e il Vela, contendendosi già il suo posto, non vi recavano

coll'amore dell'arte quell'intrattabile passione di patria, che aveva

costretto Calamatta, l'insuperabile incisore, ad esulare da Roma dopo

averla difesa con Garibaldi contro i francesi. Duprè era ancora un

neo-guelfo, che nell'obbedienza di cattolico al papa comprendeva anche

la soggezione di suddito al granduca Leopoldo; mentre Vela, inspirandosi

alla rivoluzione del quarantotto, aveva già scolpito nello Spartaco

l'irresistibile sforzo dello schiavo che frange le catene; e Ussi invece

doveva attendere il trionfo di quella del cinquantanove per esporre

nella cacciata del duca d'Atene un fasto dell'antico comune fiorentino.

Solo nelle musiche di Giuseppe Verdi fremevano ancora le tempeste, dalle

quali era stata sconvolta la prosa di Guerrazzi e disordinata la lirica

di Niccolini. Povero ed austero contadino di Busseto, egli aveva sempre

ricusato gl'inviti della duchessa di Parma e scriveva indifferentemente

melodrammi su qualunque soggetto, esprimendo nello scoppio di affetti

fulminei il supremo disordine delle passioni rivoluzionarie, che

insanguinavano ancora l'Italia. Il suo genio intermittente e scomposto,

inferiore e nullameno così simile a quello di Victor Hugo, il suo

carattere burbero e malinconico, il bisogno in lui irrefrenabile di

situazioni sempre eccessive, mentre sembravano classificarlo fra la

decadenza dei romantici, lo rendevano il più sospettato ed amato autore

popolare. Con lui solo s'infiammavano i teatri e prorompevano a

dimostrazioni politiche: nella frenesia delle sue frasi di odio e di

amore l'anima nazionale tornava a fremere d'entusiasmo, salendo dalle

emozioni della scena a quelle della vita.

Nonpertanto il melodramma italiano, recato sullo scorcio del 1830 ad

insperata altezza da Rossini e da Bellini, discendeva con Verdi la

parabola del proprio sviluppo: quelli rimanevano insuperati e

conservavano all'Italia la gloria di avere una ultima volta dominato

tutto il mondo coll'arte; questi non bastava solo a mantenere il campo

contro i nuovi campioni della scuola tedesca. Meyerbeer lo vinceva per

abilità di maniera, Wagner lo eclissava per splendore di genio.

La mediocrità del pensiero italiano appariva manifesta. Però in essa si

venivano sperimentando tutte quelle qualità di azione necessarie al

ricostituimento di un paese, che, liberandosi per concorso di aiuti

stranieri, si sarebbe all'indomani della propria emancipazione abbattuto

ad un incalcolabile numero di problemi sociali. Se i pensatori

scemavano, crescevano i politici, mentre le letterature decadevano si

diffondevano le scienze, all'entusiasmo delle ribellioni subentrava la

coscienza della disciplina, alla originalità della produzione un

mirabile ed universale lavoro di assimilazione. Nei giornali così poveri

ed assurdi di rettorica, prima e durante la rivoluzione del quarantotto,

si discuteva adesso con abilità e con dottrina la politica quotidiana;

si spropositava molto meno di diritto costituzionale ed amministrativo;

le idee economiche e finanziarie, una volta patrimonio di pochi dotti

ignorati o separati dal popolo, discendevano nel dibattito comune come

alla riprova della propria verità. L'economia politica italiana, che

dopo le opere del Gioia e del Pecchio non aveva avuto altri celebri

saggi che quelli storici del Cibrario e il trattato di Pellegrino Rossi,

abbondava di cultori: Marco Minghetti ne scriveva le _Attinenze colla

Morale e il Diritto_; lo Scialoja, il Boccardo, l'Arrivabene, poi il

Correnti e il Maestri negli _Annali di statistica_, moltiplicavano

studi, monografie, manuali. Innanzi a tutti loro il Ferrara dirigeva a

Torino una raccolta di economisti stranieri riassumendone il pensiero in

ammirabili prefazioni, sovente più preziose delle loro opere stesse; ma

nemmeno nell'economia politica il pensiero italiano, sorpassando

un'eclettismo di assimilazioni, arrivava alla produzione di un sistema

originale. Invece cresceva negli uomini politici, coll'esempio di Cavour

improvvisatosi finanziere, la capacità delle più difficili gestioni

amministrative. Mentre la filosofia si oscurava nel tramonto quasi

simultaneo de' suoi due astri maggiori, la giurisprudenza come scienza

più affine alla politica aumentava mirabilmente di lustro: a Napoli, a

Torino, a Firenze fiorivano scuole di diritto, tutte abbastanza forti

per contendersi il primato e lottare colle migliori scuole straniere:

fra esse giganteggiava a Pisa Francesco Carrara, forse il maggiore

criminalista del secolo.

La cultura intellettuale si diffondeva rapidamente nella cresciuta

facilità della stampa e del commercio; a Capolago illustri esuli

editavano una biblioteca delle migliori opere letterarie e scientifiche

con intendimenti patriottici; il Piemonte riboccante di professori e di

professionisti fuorusciti era diventato un potente centro di

irradiazione civile; l'influenza delle letterature estere era tale da

compromettere persino le indigene tradizioni letterarie. Carlo Cattaneo

preparava nel _Politecnico_ immensi materiali di scienza, agitando con

rara competenza le più moderne e difficili questioni; Stefano Jacini

dava all'agricoltura un valore politico e sociale prima piuttosto

oscurato che rivelato da' suoi problemi tecnici; Pacini, prevenendo Koch

di trent'anni, fondava incompreso la bacteriologia; Miola puniva

l'egoismo di Segato, morto col proprio segreto di petrificazione di

cadaveri, trovando il modo di metallizzarli; Piatti inventava la

perforatrice per sventrare le montagne dinanzi alle locomotive; Ascoli,

ereditando l'ingegno del giovine Filosseno, rialzava vigorosamente gli

studi linguistici; il Negri succeduto al Marmocchi sosteneva l'onore

della geografia italiana. Da Napoli Ruggero Bonghi, Francesco De Sanctis

e Luigi Settembrini rinnovavano la critica letteraria nella decadenza

della letteratura. A Venezia Pietro Selvatico, ricco e voltabile

ingegno, apriva e chiudeva sempre nuove prospettive nell'estetica e

nella critica delle arti, quasi subendo nella perplessità del proprio

metodo quell'incertezza politica, onde si confondeva nelle coscienze il

problema italiano. Entro le storie degli ultimi avvenimenti fremevano

ancora le sdegnose polemiche dell'azione: Cattaneo, Anelli, La Farina,

vi conservavano nell'asprezza republicana il rancore dei vinti; il Tosti

procedeva classicamente nei lavori di storia ecclesiastica; Mauro

Macchi, amabile per mite stoicismo, scriveva con moderno sentimento

democratico quella _dei Dieci di Venezia_; più elegante di forma, vasto

d'erudizione e potente di vero ingegno letterario Atto Vannucci,

rivaleggiando col Troya e col Micali, ricostruiva la _Storia antica

d'Italia_. Alto sullo scoglio di San Marino il Borghesi scopriva a

Teodoro Mommsen i più reconditi segreti della numismatica, confortando

così l'Italia della perdita recente del Canina. Ma nella filosofia della

storia, che, fondata oscuramente a Napoli dal Vico, era poi tanto

cresciuta in Germania e in Francia, creando metodo e scienza storica,

solo Giuseppe Ferrari si mostrava grande. Con ingegno multiplo ed

originale passando dalla _Filosofia della Rivoluzione_ alle _Rivoluzioni

d'Italia_, vi contava tutte quelle della storia medioevale e ne

tracciava la direzione, ne scrutava le leggi dinamiche, ne divideva i

periodi, ne scandeva il ritmo: quindi dalle pulsazioni delle rivoluzioni

italiane costretto al calcolo dell'intero circolo europeo, accordava con

mirabile sintesi le rivoluzioni d'Europa a quelle d'Italia per

riscontrarle più tardi con quelle della China, e dettare moribondo in

una _Nuova Teoria dei Periodi Politici_ i teoremi fondamentali di una

matematica storica. Ma queste creazioni del suo genio, ammirate in

Europa, erano allora pressochè sconosciute in Italia, della quale

trascendeva lo spirito, così da fallare, malgrado una chiaroveggenza

meravigliosa, le necessità del suo attuale periodo rivoluzionario.

Perfino Mazzini e Cavour, quegli coll'anima sempre schiusa a tutte le

grandezze patrie, questi tanto sagace nell'indovinare ogni forza

nazionale, ignoravano la suprema importanza di Ferrari rimasto solo in

Europa a sostenere l'originalità del pensiero italiano.

Ed era anche questa una caratteristica del momento.

La mediocrità politica e letteraria risultava da quelle stesse

condizioni spirituali, che rendevano impossibile all'Italia il trionfo

della rivoluzione colle sole sue forze. L'egemonia conquistatrice del

Piemonte provava l'insufficienza del principio democratico; la politica

angustamente piemontese di Cavour tradiva la debolezza del principio

monarchico: nessuno dei due principii poteva ricostituire l'Italia,

atteggiandola sinceramente nella propria forma. Il popolo da schiavo

dello straniero non doveva mutarsi tutto al più che in suddito di un re

nazionale, giacchè preferiva l'indipendenza alla libertà e una qualunque

unificazione politica alla propria unità democratica. Ma anche in tale

sua dolorosa condizione brillavano le qualità di quel genio, che non lo

aveva mai abbandonato per una storia di quasi tremila anni; l'Europa non

aveva politico più abile del conte di Cavour, apostolo più efficace di

Mazzini, eroe più moderno di Garibaldi. L'inerzia del popolo, facilmente

spiegabile cogli ultimi secoli della sua vita, era mirabilmente

compensata dall'iniziativa dei pochi che riassumevano la sua coscienza.

Quindi l'instancabile accanimento di Mazzini alle rivolte forniva

materia alla politica di Cavour per convincere l'Europa a cacciare

l'Austria dall'Italia e a stabilirvi un forte regno costituzionale come

argine contro le violenze della rivoluzione. Se Mazzini non avesse

mantenuta l'agitazione rivoluzionaria, sarebbe stata impossibile la

politica estera piemontese. Solo nella mediocrità letteraria e politica

potevano accordarsi le antinomie delle tradizioni e delle rivoluzioni

italiane per fondersi nel costituzionalismo dei Savoia: un crescendo di

pensieri e di passioni dopo il disastro del quarantotto avrebbe

necessariamente condotto ad una republica vincitrice della monarchia,

del papato e dell'Austria colle sole forze popolari.

Invece la storia aveva affidato alla Francia il compito di affrettare

aiutando l'una e combattendo l'altra, le due massime nazionalità

d'Italia e di Germania.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 29 / 30 段