storico, e l'insufficienza di dottrine economiche che le tolgono ogni
valore fra i tanti studi socialistici di Francia, di Germania e di
Russia, sono vivamente compensate dalle sue ammirabili contraddizioni
colla natura spirituale dell'autore. Questo ateo ha la passione di tutti
gli ideali, questo anarchico distruggitore non invidia e non odia:
nessun vizio ha mai contaminato la sua vita, nessuna ambizione diminuito
il merito dei suoi molti sacrifici. Volontario nella rivoluzione e nel
socialismo, non si è mai ricordato di essere nato principe, e vi è
rimasto gran signore; la sua nuova famiglia cresciuta da un adulterio
vive nella castità di un unico amore; la sua utopia non è che il voto di
un gran cuore, e rimane incompresa in quella tormenta di passioni
politiche, che si esauriscono alla vigilia della rivoluzione unitaria.
Infatti Pisacane, riattirato dalla generosità dell'animo nelle lotte del
momento, a trentanove anni gitta i libri come inefficaci alla patria, e
si vota alla morte per sollevare con uno sforzo supremo le due Sicilie
contro il Borbone. Il suo testamento politico è sublime d'ingenuità.
Dopo aver dichiarato di non credere al beneficio di nessuna
costituzione, e che neppure la rivoluzione politica gioverà al popolo,
nullameno si avventura nella più arrischiata delle spedizioni. Il suo
istinto maggiore della sua ragione, il suo cuore più alto del suo
intelletto, lo spronano ad un olocausto senza fede e senza speranza,
meraviglioso ed assurdo.
Ma nell'azione egli sembra ritrovare tutto se stesso. Le sue più belle
qualità sfolgorano improvvisamente: dimentica il breve dissidio con
Mazzini, si rituffa nelle cospirazioni coll'ardore di un neofita e la
bravura di un cavaliere. Preso nell'irresistibile illusione di Mazzini
che fida sempre nel popolo, egli napoletano crede che i napoletani
aspettino solo un esempio per insorgere: scendere sulle rive del
mezzogiorno con un pugno di congiurati, ribellarlo, cacciare i Borboni,
sollevare tutta Italia, diventa il suo sogno. Nella miseria di mezzi del
partito rivoluzionario e per la necessità di eludere la sospettosa
polizia piemontese, egli medita d'imbarcarsi con pochi compagni sopra un
vapore postale, d'impossessarsene sorprendendo l'equipaggio, e con esso
approdare nel regno. La prima prova gli fallisce, quindi si avventura
solo a Napoli per meglio saggiare il terreno. Tutto gli pare pronto; la
fatalità di una vera rivoluzione dopo gli ultimi insuccessi nella
Lunigiana lo incalza. Il 25 giugno 1857 s'imbarca con alcuni amici sul
_Cagliari_, vapore sardo, diretto verso la Sardegna: Rosolino Pilo,
altro principe siciliano del sangue d'Angiò, deve raggiungerlo in mare
con una seconda imbarcazione di congiurati; ma, sbattuto dalla tempesta
e sviato dalla nebbia, vi si smarrisce: nullameno Pisacane riesce ad
impadronirsi del _Cagliari_. Allora si dirige sull'isola di Ponza, vi
sbarca, vi libera 323 prigionieri, per la maggior parte politici, e si
difila sul golfo di Policastro. A Genova nulla è ancora trapelato
dell'impresa, a Napoli nessuno sospetta di uno sbarco. I congiurati
toccano la spiaggia di Sapri al grido di: viva l'Italia e viva la
republica! ma i contadini sbigottiti guatano senza comprendere. Una
prima vittoria dei ribelli sopra alcune squadre di gendarmi non basta a
persuadere le campagne. Allora Pisacane colla piccola schiera s'addentra
nella terra per la via di Sala, cercando di guadagnare i monti e
sperandovi migliore accoglienza; se non che una grossa mano di regi
spiccata da Salerno lo arresta e lo sconfigge. L'impresa è perduta, ogni
scampo precluso. Un nucleo di cinquanta superstiti stretto intorno a
Pisacane può nullameno ritirarsi sul Cilento, ma la novella della
disfatta, il timore delle milizie incalzanti i fuggiaschi, l'avidità dei
premi promessi, le feroci eccitazioni del clero scatenano la plebe alla
strage. Pisacane, sopraffatto dopo eroica difesa, è finito a colpi di
ronca dai villani, quasi tutti i suoi compagni scannati; i soldati regi
vollero o poterono appena salvarne alcuni per trarli in trionfo a
Napoli. Fra questi fu Giovanni Nicotera, robusta tempra di soldato e di
politico, divenuto poi ministro del regno d'Italia, e che venne allora
cogli altri condannato a morte. Il processo al solito passò d'infamia in
infamia, si tentò di disonorare gli accusati; peggio ancora i
murattiani, aspramente combattuti da Nicotera negl'interrogatorii
levarono indegne grida di tradimento, associandosi al governo borbonico.
Intanto Mazzini a Genova falliva nell'ultimo conato di sollevare la
città, e il governo piemontese rivaleggiava col napoletano nella ferocia
della repressione contro i ribelli.
Maurizio Quadrio a Livorno non era stato più fortunato, tentando una
insurrezione contro il granduca. Il partito rivoluzionario era vinto.
La pubblica opinione, unanime nel condannare l'infelice impresa di
Pisacane, non volle nemmeno ammirarne l'eroismo: la stampa liberale
monarchica ne vilipese idea, uomini e risultato; quella reazionaria ne
parlò come di un caso di brigantaggio; l'Europa abituata a tali
insuccessi delle rivoluzioni italiane, non se ne commosse. Solo Victor
Hugo coll'infallibile divinazione dei poeti comprese il fato di questi
nuovi argonauti della libertà e scrisse: «John Brown è più grande di
Washington, Carlo Pisacane più grande di Garibaldi».
La disfatta di Pisacane prostrò il partito rivoluzionario: il Piemonte
crebbe d'importanza, il mazzinianismo non fu più che una setta, il
federalismo una scuola. I murattiani, indipendenti o ligi al Piemonte,
non miravano che a migliorare il proprio governo napoletano con una
nuova dinastia, abbandonando ogni ideale italiano e democratico: alcuni
altri, dotti e dottrinari, come Cesare Cantù, predicavano possibile la
libertà in qualunque forma di governo anche straniero, e, separandola
così dall'indipendenza e dalla democrazia, la rendevano parola senza
senso e senza attrazione. In fondo nessun partito aveva un programma
limpido e un ordinamento adeguato di mezzi. Iniziativa regia e
iniziativa rivoluzionaria si rivelavano del pari insufficienti:
l'iniziativa anche questa volta doveva essere francese.
Mazzini, abbandonato dai migliori seguaci, ridiventava nuovamente
apostolo, scrivendo di se stesso con accento disperato: «Io non sono che
una voce che grida azione»; e la gridava su tutti i toni, ammonendo,
rampognando, difendendosi, accusando gli avversari, chiedendo
l'elemosina all'Europa per questo popolo d'Italia, Belisario della
libertà, e nullameno accendendogli sulla fronte la fiamma del proprio
genio, per mostrarlo come campione di una terza epoca civile.
La preparazione rivoluzionaria cominciata dal 1831 era compiuta.
CAPITOLO QUINTO.
La mediocrità politica e letteraria.
Scadimento del genio nazionale.
Alla vigilia della rivoluzione, che doveva finalmente ricostituire
l'Italia, il genio nazionale sembrava oscurarsi.
L'immenso moto di studi cominciato col secolo si era rallentato dopo gli
ultimi disastri politici. La maggior parte dei grandi scrittori erano
morti o ritirati dalla lotta: l'originalità si faceva più scarsa. Una
specie di stanchezza prostrava il pensiero italiano. Le passioni
consunte dalle rivoluzioni infelici del '21, del '31 e del '48, o
assorbite dalle estreme sanguinose avventure delle cospirazioni, non
animavano più i libri: un maggiore contatto colle nazioni, che tenevano
in Europa il campo intellettuale, sembrava avere scoraggiato la
produzione dello spirito nazionale. Al vecchio orgoglio scolastico, che
ci faceva credere ancora i maggiorenti della civiltà colla gloria
insuperata delle antiche opere, era succeduta una tacita disistima delle
nostre cose presenti: si cominciava a comprendere come nell'immenso
lavoro del pensiero europeo, fecondante ancora tutto il mondo, la nostra
parte fosse secondaria. Nemmeno l'ammirabile sforzo tentato con sì ricca
concordia d'ingegni e di risultati al principio del secolo era bastato
per rimetterci a paro colla Francia, coll'Inghilterra e colla Germania.
La letteratura francese restava al disopra della nostra, la filosofia
tedesca era diventata universale mentre l'italiana non aveva potuto
passare le Alpi, lo sviluppo delle scienze presso di noi non resisteva
al confronto della loro prodigiosa espansione in Inghilterra. Malgrado
ogni vanteria, bisognava confessare che Manzoni non valeva Victor Hugo,
che Gioberti e Rosmini non bastavano contro Hegel e Schelling, che quasi
tutte le più meravigliose scoperte ci venivano dall'estero. L'Italia non
aveva e non avrebbe uno scienziato da opporre a Darwin.
Ma Alessandro Manzoni ancora giovane si era arrestato sul culmine della
propria parabola per non abbassarsi discendendola, e taceva da oltre
vent'anni; Gioberti era morto povero ed esule a Parigi; Rosmini si era
spento nel silenzio tranquillo di un lago, e le loro due scuole
filosofiche non avevano illustri scolari che le diffondessero come le
scuole tedesche; Niccolini, ritirato dal teatro, cercava l'oblio
tracciando una storia di casa sveva; Giusti dormiva per sempre fra gli
oliveti di Monsummano; Berchet, rimbambito dalla vecchiaia, si era
pentito delle proprie canzoni di rivolta per diventare senatore
piemontese; Guerrazzi si ostinava ancora nei romanzi, ma la sua arte si
guastava ogni giorno più nell'artificio, e delle irresistibili passioni
di un tempo non gli restava più che l'abitudine del gesto e
dell'accento; Rossini, il Napoleone della musica e di lui non meno
egoista, viveva a Parigi ammutolito da quasi trent'anni, non ascoltando
più che il coro instancabile delle proprie lodi ripercosso dagli echi di
tutte le contrade d'Europa; Bellini, il suo giovane rivale, era
scomparso come una di quelle comete, che illuminano per poche notti
tutta una zona di cielo; Donizetti era stato soffocato dalla follìa.
Qualcuno della fortissima generazione lottava ancora, ma non poteva al
di là del grande periodo già consunto ottenere dalle nuove lotte altre
vittorie. Cesare Cantù, prodigioso di attività, dopo compita la _Storia
Universale_, ne accumulava altre gettandosi su tutti gli argomenti,
riordinando archivi, superando Lodovico Muratori nell'opera, e nullameno
non oltrepassando mai i confini del proprio sistema e non ricorreggendo
mai il proprio metodo. Egli camminava sempre, mentre le scienze storiche
progredivano altrove. La grande scuola neo-guelfa finiva in lui.
Le nuove scuole.
Ora nella filosofia tenevano il campo Terenzio Mamiani e Silvestro
Centofanti, l'uno piuttosto un letterato e l'altro un erudito della
stessa; Ausonio Franchi e Giuseppe Ferrari, quegli un critico e questi
uno scettico, esprimevano meglio nel razionalismo la tendenza delle
nuove generazioni; Carlo Cattaneo aspirava al positivismo senza
raggiungere in esso nè la grande scuola francese del Comte, nè l'altra
inglese anche più importante dello Spencer. A Napoli Augusto Vera, il
maggior scolaro di Hegel, il maggior filosofo del secolo, aveva
importato un sistema d'idealismo che doveva nella propria breve durata
produrre molti frutti, ma del quale allora non vedevasi ancora il
lustro. Nella poesia lottavano Giovanni Prati ed Aleardo Aleardi, lirici
entrambi, più colorito e di maggior volo il primo, elegiaco e disadorno
il secondo; ma in essi la passione di patria non era più che un tema di
arte: il soffio di Manzoni, l'ira di Berchet, l'impeto di Niccolini non
davano più al loro verso quella irresistibile potenza di attrazione che
accomuna le anime e le infiamma. Prati, dopo aver elogiato Carlo
Alberto, seguitava a blandire il Piemonte, cantandone i re come un bardo
antico; Aleardi, in canzoni piuttosto scritte in prosa rimata che in
verso, aveva gemuto sui supplizi di Mantova, e ripreparava qualche mite
invettiva contro Pio IX; Giuseppe Mazzini nei proclami, negli appelli e
nelle lettere era il solo poeta di patria.
Alla satira di Giusti, sempre amara anche nello scherzo, sibilante e
sferzante sulle anime, seguivano ora nel teatro le declamazioni
rettoriche di Paolo Ferrari, cui una innegabile vena comica aveva dato
la primazia su tutti i commediografi italiani. Nullameno l'Italia anche
dopo di lui doveva restare come prima senza vera commedia. Il dramma
storico cresciuto come un magro pollone dalla grande tragedia del
Niccolini e del Manzoni, erudito nel Revere e melodrammatico col
Marenco, tentando indarno di rinnovare le profonde emozioni
dell'_Adelchi_ e dell'_Arnaldo_, scivolava dai massimi teatri alle arene
divertendone le platee, senza appassionare le piazze. Nel romanzo solo
il Rovani era riuscito a farsi un nome onorevole, derivando dal Manzoni
sino a predicarlo maestro supremo, e non pertanto rimanendo a lui
inferiore così nell'arte che nell'ardore patriottico: classici e
romantici sembravano colpiti dalla stessa decadenza. Superstite
letterato della scuola guelfa, il padre Bresciani gesuita bamboleggiava
con servile pedanteria nella vanità delle parole insultando a tutte le
tragiche glorie della rivoluzione con romanzi, nei quali la goffaggine
dell'arte era pari alla miseria del pensiero e alla ribalderia delle
intenzioni.
Nella pittura Ussi, che doveva brillare per poi eclissarsi, e Morelli,
che vi resterà nella gloria di massimo riformatore moderno, non erano
ancor celebri: Bartolini, ultimo grande scultore italiano, era morto, e
il Duprè e il Vela, contendendosi già il suo posto, non vi recavano
coll'amore dell'arte quell'intrattabile passione di patria, che aveva
costretto Calamatta, l'insuperabile incisore, ad esulare da Roma dopo
averla difesa con Garibaldi contro i francesi. Duprè era ancora un
neo-guelfo, che nell'obbedienza di cattolico al papa comprendeva anche
la soggezione di suddito al granduca Leopoldo; mentre Vela, inspirandosi
alla rivoluzione del quarantotto, aveva già scolpito nello Spartaco
l'irresistibile sforzo dello schiavo che frange le catene; e Ussi invece
doveva attendere il trionfo di quella del cinquantanove per esporre
nella cacciata del duca d'Atene un fasto dell'antico comune fiorentino.
Solo nelle musiche di Giuseppe Verdi fremevano ancora le tempeste, dalle
quali era stata sconvolta la prosa di Guerrazzi e disordinata la lirica
di Niccolini. Povero ed austero contadino di Busseto, egli aveva sempre
ricusato gl'inviti della duchessa di Parma e scriveva indifferentemente
melodrammi su qualunque soggetto, esprimendo nello scoppio di affetti
fulminei il supremo disordine delle passioni rivoluzionarie, che
insanguinavano ancora l'Italia. Il suo genio intermittente e scomposto,
inferiore e nullameno così simile a quello di Victor Hugo, il suo
carattere burbero e malinconico, il bisogno in lui irrefrenabile di
situazioni sempre eccessive, mentre sembravano classificarlo fra la
decadenza dei romantici, lo rendevano il più sospettato ed amato autore
popolare. Con lui solo s'infiammavano i teatri e prorompevano a
dimostrazioni politiche: nella frenesia delle sue frasi di odio e di
amore l'anima nazionale tornava a fremere d'entusiasmo, salendo dalle
emozioni della scena a quelle della vita.
Nonpertanto il melodramma italiano, recato sullo scorcio del 1830 ad
insperata altezza da Rossini e da Bellini, discendeva con Verdi la
parabola del proprio sviluppo: quelli rimanevano insuperati e
conservavano all'Italia la gloria di avere una ultima volta dominato
tutto il mondo coll'arte; questi non bastava solo a mantenere il campo
contro i nuovi campioni della scuola tedesca. Meyerbeer lo vinceva per
abilità di maniera, Wagner lo eclissava per splendore di genio.
La mediocrità del pensiero italiano appariva manifesta. Però in essa si
venivano sperimentando tutte quelle qualità di azione necessarie al
ricostituimento di un paese, che, liberandosi per concorso di aiuti
stranieri, si sarebbe all'indomani della propria emancipazione abbattuto
ad un incalcolabile numero di problemi sociali. Se i pensatori
scemavano, crescevano i politici, mentre le letterature decadevano si
diffondevano le scienze, all'entusiasmo delle ribellioni subentrava la
coscienza della disciplina, alla originalità della produzione un
mirabile ed universale lavoro di assimilazione. Nei giornali così poveri
ed assurdi di rettorica, prima e durante la rivoluzione del quarantotto,
si discuteva adesso con abilità e con dottrina la politica quotidiana;
si spropositava molto meno di diritto costituzionale ed amministrativo;
le idee economiche e finanziarie, una volta patrimonio di pochi dotti
ignorati o separati dal popolo, discendevano nel dibattito comune come
alla riprova della propria verità. L'economia politica italiana, che
dopo le opere del Gioia e del Pecchio non aveva avuto altri celebri
saggi che quelli storici del Cibrario e il trattato di Pellegrino Rossi,
abbondava di cultori: Marco Minghetti ne scriveva le _Attinenze colla
Morale e il Diritto_; lo Scialoja, il Boccardo, l'Arrivabene, poi il
Correnti e il Maestri negli _Annali di statistica_, moltiplicavano
studi, monografie, manuali. Innanzi a tutti loro il Ferrara dirigeva a
Torino una raccolta di economisti stranieri riassumendone il pensiero in
ammirabili prefazioni, sovente più preziose delle loro opere stesse; ma
nemmeno nell'economia politica il pensiero italiano, sorpassando
un'eclettismo di assimilazioni, arrivava alla produzione di un sistema
originale. Invece cresceva negli uomini politici, coll'esempio di Cavour
improvvisatosi finanziere, la capacità delle più difficili gestioni
amministrative. Mentre la filosofia si oscurava nel tramonto quasi
simultaneo de' suoi due astri maggiori, la giurisprudenza come scienza
più affine alla politica aumentava mirabilmente di lustro: a Napoli, a
Torino, a Firenze fiorivano scuole di diritto, tutte abbastanza forti
per contendersi il primato e lottare colle migliori scuole straniere:
fra esse giganteggiava a Pisa Francesco Carrara, forse il maggiore
criminalista del secolo.
La cultura intellettuale si diffondeva rapidamente nella cresciuta
facilità della stampa e del commercio; a Capolago illustri esuli
editavano una biblioteca delle migliori opere letterarie e scientifiche
con intendimenti patriottici; il Piemonte riboccante di professori e di
professionisti fuorusciti era diventato un potente centro di
irradiazione civile; l'influenza delle letterature estere era tale da
compromettere persino le indigene tradizioni letterarie. Carlo Cattaneo
preparava nel _Politecnico_ immensi materiali di scienza, agitando con
rara competenza le più moderne e difficili questioni; Stefano Jacini
dava all'agricoltura un valore politico e sociale prima piuttosto
oscurato che rivelato da' suoi problemi tecnici; Pacini, prevenendo Koch
di trent'anni, fondava incompreso la bacteriologia; Miola puniva
l'egoismo di Segato, morto col proprio segreto di petrificazione di
cadaveri, trovando il modo di metallizzarli; Piatti inventava la
perforatrice per sventrare le montagne dinanzi alle locomotive; Ascoli,
ereditando l'ingegno del giovine Filosseno, rialzava vigorosamente gli
studi linguistici; il Negri succeduto al Marmocchi sosteneva l'onore
della geografia italiana. Da Napoli Ruggero Bonghi, Francesco De Sanctis
e Luigi Settembrini rinnovavano la critica letteraria nella decadenza
della letteratura. A Venezia Pietro Selvatico, ricco e voltabile
ingegno, apriva e chiudeva sempre nuove prospettive nell'estetica e
nella critica delle arti, quasi subendo nella perplessità del proprio
metodo quell'incertezza politica, onde si confondeva nelle coscienze il
problema italiano. Entro le storie degli ultimi avvenimenti fremevano
ancora le sdegnose polemiche dell'azione: Cattaneo, Anelli, La Farina,
vi conservavano nell'asprezza republicana il rancore dei vinti; il Tosti
procedeva classicamente nei lavori di storia ecclesiastica; Mauro
Macchi, amabile per mite stoicismo, scriveva con moderno sentimento
democratico quella _dei Dieci di Venezia_; più elegante di forma, vasto
d'erudizione e potente di vero ingegno letterario Atto Vannucci,
rivaleggiando col Troya e col Micali, ricostruiva la _Storia antica
d'Italia_. Alto sullo scoglio di San Marino il Borghesi scopriva a
Teodoro Mommsen i più reconditi segreti della numismatica, confortando
così l'Italia della perdita recente del Canina. Ma nella filosofia della
storia, che, fondata oscuramente a Napoli dal Vico, era poi tanto
cresciuta in Germania e in Francia, creando metodo e scienza storica,
solo Giuseppe Ferrari si mostrava grande. Con ingegno multiplo ed
originale passando dalla _Filosofia della Rivoluzione_ alle _Rivoluzioni
d'Italia_, vi contava tutte quelle della storia medioevale e ne
tracciava la direzione, ne scrutava le leggi dinamiche, ne divideva i
periodi, ne scandeva il ritmo: quindi dalle pulsazioni delle rivoluzioni
italiane costretto al calcolo dell'intero circolo europeo, accordava con
mirabile sintesi le rivoluzioni d'Europa a quelle d'Italia per
riscontrarle più tardi con quelle della China, e dettare moribondo in
una _Nuova Teoria dei Periodi Politici_ i teoremi fondamentali di una
matematica storica. Ma queste creazioni del suo genio, ammirate in
Europa, erano allora pressochè sconosciute in Italia, della quale
trascendeva lo spirito, così da fallare, malgrado una chiaroveggenza
meravigliosa, le necessità del suo attuale periodo rivoluzionario.
Perfino Mazzini e Cavour, quegli coll'anima sempre schiusa a tutte le
grandezze patrie, questi tanto sagace nell'indovinare ogni forza
nazionale, ignoravano la suprema importanza di Ferrari rimasto solo in
Europa a sostenere l'originalità del pensiero italiano.
Ed era anche questa una caratteristica del momento.
La mediocrità politica e letteraria risultava da quelle stesse
condizioni spirituali, che rendevano impossibile all'Italia il trionfo
della rivoluzione colle sole sue forze. L'egemonia conquistatrice del
Piemonte provava l'insufficienza del principio democratico; la politica
angustamente piemontese di Cavour tradiva la debolezza del principio
monarchico: nessuno dei due principii poteva ricostituire l'Italia,
atteggiandola sinceramente nella propria forma. Il popolo da schiavo
dello straniero non doveva mutarsi tutto al più che in suddito di un re
nazionale, giacchè preferiva l'indipendenza alla libertà e una qualunque
unificazione politica alla propria unità democratica. Ma anche in tale
sua dolorosa condizione brillavano le qualità di quel genio, che non lo
aveva mai abbandonato per una storia di quasi tremila anni; l'Europa non
aveva politico più abile del conte di Cavour, apostolo più efficace di
Mazzini, eroe più moderno di Garibaldi. L'inerzia del popolo, facilmente
spiegabile cogli ultimi secoli della sua vita, era mirabilmente
compensata dall'iniziativa dei pochi che riassumevano la sua coscienza.
Quindi l'instancabile accanimento di Mazzini alle rivolte forniva
materia alla politica di Cavour per convincere l'Europa a cacciare
l'Austria dall'Italia e a stabilirvi un forte regno costituzionale come
argine contro le violenze della rivoluzione. Se Mazzini non avesse
mantenuta l'agitazione rivoluzionaria, sarebbe stata impossibile la
politica estera piemontese. Solo nella mediocrità letteraria e politica
potevano accordarsi le antinomie delle tradizioni e delle rivoluzioni
italiane per fondersi nel costituzionalismo dei Savoia: un crescendo di
pensieri e di passioni dopo il disastro del quarantotto avrebbe
necessariamente condotto ad una republica vincitrice della monarchia,
del papato e dell'Austria colle sole forze popolari.
Invece la storia aveva affidato alla Francia il compito di affrettare
aiutando l'una e combattendo l'altra, le due massime nazionalità
d'Italia e di Germania.