Se non che all'urto delle contraddizioni scoppianti in seno al partito

stesso nazionale, Mazzini, costretto a precisare meglio il proprio

programma, rispiega la bandiera republicana, e torna coll'incrollabile

fede del popolo a risognare una rivoluzione di congiure. Il suo ideale

democratico, svaporando, lascia nuda l'inguaribile miseria del disegno

rivoluzionario. I maggiori capi l'osteggiano. Maestri, illustre

economista, scorato, sconsiglia Mazzini dalla lotta per ritornare

all'innocua propaganda dei libri; Montanelli, ancora esaltato di

republicanismo, lo accusa di piaggiare il Piemonte; Cattaneo, che sulle

prime aveva riconosciuta valida la costituzione in parlamento nazionale

degli avanzi dell'assemblea romana, ostinato nell'idea del federalismo

italiano, si isola iracondo nella scienza: Cernuschi declama sulla

necessità di republicanizzare Mazzini; Sirtori, l'eroe della difesa di

Venezia, si dimette geloso dal comitato nazionale; Manin a Parigi si

chiude in un silenzio di disapprovazione; Garibaldi erra povero ed

abbandonato per le Americhe; Giuseppe Ferrari discende nella lizza per

scrivere un libro violento di critica, paradossale nella forma,

ammirabile di penetrazione, nel quale, soffiando su tutti i sogni

rivoluzionari, sostiene che l'Italia per risorgere deve farsi scettica e

francese. E tale scetticismo non sarebbe poi stato che l'abbandono di

tutte le formule idolatriche così mazziniane che papali, mentre la

Francia sola poteva col proprio intervento integrare tutte le

insufficienze dell'Italia alla rivoluzione. Così il grande filosofo

della storia concordava inconsciamente nell'idea e nell'opera di Cavour.

Ma Ferrari, dominato dai propri studi storici, restava federalista. La

disgregazione del partito mazziniano aumentava di giorno in giorno: alla

fede crescente nel Piemonte corrispondeva una sfiducia sempre più

sconsolata nell'efficacia del programma rivoluzionario. Cesare Correnti,

spirito fine e carattere oscillante, esprimeva per tutti questa

incertezza politica colla formula scettica «nessun programma: ecco il

nostro programma».

D'altronde il partito monarchico piemontese spingeva alla dissoluzione

del partito republicano con ogni mezzo. I giornali ministeriali con

perversa abilità vilipendevano in esso uomini, idee, intenzioni,

risultati: si seminava lo scetticismo, si dipingeva il partito come una

setta, si confondevano ad arte i migliori patriotti coi ribaldi

fatalmente assoldati o più fatalmente ancora penetrati nelle sue file,

si spezzavano le riannodate congiure per compiangerne i martiri e

calunniarne i proscritti. Nicomede Bianchi, diventato poi utile

storiografo raccogliendo in vasta opera i materiali diplomatici per la

storia moderna d'Italia, scrisse sulle _Vicende del mazzinianismo_ un

libro inane e velenoso, che nullameno nocque gravemente al partito:

Bianchi-Giovini scaricò sovra questo grossa parte del proprio odio al

papato; il Gallenga si fece corrispondente del _Times_, allora massimo

fra i giornali inglesi, per vituperare l'opera degli esuli italiani;

Carlo Pisacane, generoso ed intelligente ufficiale, che aveva ben

meritato della difesa di Roma, si staccò da Mazzini per seguire

Proudhon: Ausonio Franchi, dialettico poderoso, che di prete divenuto

razionalista doveva poi dissolvendo ogni stazione del proprio pensiero

ridiventare prete, nella _Religione del secolo XIX_ sgretolava con

critica penetrante la formula fondamentale di Mazzini _Dio e popolo_.

Altri republicani nobili ed austeri, come l'Anelli e il Vannucci, che

aveva scritto l'ammirabile libro sui _Martiri italiani_, si rifuggivano

negli studi o instavano più poco nella battaglia; giovani soldati come

Giacomo Medici, o politici come Emilio Visconti-Venosta subivano già

l'ascendente piemontese e si preparavano a disertare il campo.

Nullameno Mazzini resisteva.

Cacciato indegnamente dalla Svizzera per le pressioni di tutti i

governi, da Londra dirigeva con prodigiosa energia il moto

rivoluzionario. Nulla lo atterriva, nulla lo stancava; la sua fede

reagiva sull'evidenza di ogni fatto contrario; la sua passione gli

mostrava nell'orgasmo di pochi magnanimi un fermento irresistibile di

tutto il popolo. Giovanni Battista Carpaneto, console sardo a Tangeri,

ove aveva ospitato Garibaldi esule e derelitto, tentando una pubblica

sottoscrizione per fornirgli un minuscolo bastimento mercantile, col

quale potesse guadagnarsi la vita, non era riuscito che a venderne tre

azioni; il prestito nazionale non era andato molto più oltre; ma questi

due sintomi umilianti non scoraggiavano l'indomabile agitatore. Genova

era la capitale dei rivoluzionari; Nicola Fabrizi, severa figura di

soldato e di patriota, degna di campeggiare fra gli eroi di Plutarco,

rifuggitosi dopo la caduta di Roma in Corsica e quindi in Malta,

organizzava le congiure nel mezzogiorno; a Milano altre società

politiche ricostituitesi malgrado il terrore della polizia ripreparavano

altre giornate; Mantova era centro alle speranze ribelli del Veneto; i

Ducati fremevano; Livorno sembrava pronta ad insorgere d'ora in ora.

Mazzini spingeva e al tempo stesso era spinto dai più temerari fra i

ribelli; ma tutte le congiure abortivano; l'ecatombe dei martiri,

cominciata a Milano collo Sciesa, crebbe di giorno in giorno, i supplizi

spesseggiarono, Mantova s'infamò di patiboli, la sommossa del 6 febbraio

a Milano infelicemente condotta fu atrocemente soffocata, i moti nella

Lunigiana e a Parma violentemente e facilmente repressi, l'ultimo

tentativo nel Cadore del maggiore Calvi mancò. Evidentemente la

rivoluzione era impossibile: fuorusciti e popolani si arrisicavano soli

nelle sue disperate fazioni e morivano intrepidamente, o, sottraendosi

colla fuga fra i rischi di ogni persecuzione, ritornavano più fieri alla

prova; ma la massa del popolo guatava sbigottita, e la maggioranza della

borghesia condannava quei conati, che peggioravano la sua situazione.

Mazzini, gridato da tutti solo responsabile di tanti disastri, si mutava

in un simbolo sinistro e fascinatore, mentre il Piemonte, unendosi agli

altri governi per combatterlo, giustificava la reazione di coloro, che,

alieni da tali modi rivoluzionari, volevano pur restare italiani di

cuore. La sua posizione politica si faceva ogni giorno più

insostenibile, dacchè agli antichi avversari si era aggiunto questo

nuovo a pretendere l'indipendenza nazionale coll'iniziativa di un

governo francamente parlamentare. Se Mazzini nella propria opera di

democrazia europea dava al problema italiano un'irresistibile

popolarità, che presto o tardi doveva renderlo accetto alla pubblica

opinione, il conte di Cavour, oppugnando con destrezza spinta talvolta

alla perversità il partito rivoluzionario, persuadeva i governi

dell'attitudine degl'italiani ad un ordinato vivere politico compatibile

cogl'interessi dinastici ancora dominanti in Europa.

L'opposizione rivoluzionaria doveva dunque vedere fatalmente nel

Piemonte il maggiore nemico. Con esso l'avvenire d'Italia non avrebbe

potuto evitare una conquista regia troppo poco promettente malgrado ogni

vanteria costituzionale, giacchè, per compiacere alla Francia e per

terrore di Vienna, imprigionava i generosi scampati alle sommosse o alle

condanne austriache. In questa lotta disuguale Mazzini sentiva che senza

un'insurrezione almeno parzialmente trionfante era impossibile

controbilanciare l'influenza del Piemonte. I ricordi guerreschi

dell'ultima rivoluzione ribollivano nel suo spirito mantenendogli la

fede nella potenza popolare: le concordi aspirazioni della democrazia

europea gli facevano sperare una più vasta rivoluzione continentale, che

ricomponesse la sbranate nazionalità. A Londra aveva costituita una

società di _Amici d'Italia_, che lo sovvenivano di denaro; a Genova il

suo giornale, _L'Italia del Popolo_, diretto da Savi e da Quadrio,

combatteva aspramente la politica di Torino analizzandone con

implacabile logica tutte le deficienze, mentre il governo lo vessava

invano di sequestri, senza osare sopprimerlo per rispetto alla libertà

statutaria. Le difficoltà aumentavano ogni giorno. Alla guerra di

Oriente le diplomazie avevano ironicamente lusingato il Piemonte sino a

fargli sperare la corona di Spagna pel duca di Genova e la Lombardia per

Vittorio Emanuele, pur garantendo invece all'Austria l'integrità de'

suoi possessi italiani: ma alleanza e guerra avevano dato non pertanto

nuova importanza al piccolo stato. Ora i disegni napoleonici di una

nuova dinastia murattiana a Napoli, fatalmente secondati da Cavour,

attiravano sull'Italia il pericolo di un'altra dominazione straniera. In

tale cospirazione entrarono infelicemente prima il Saliceti e il

Ruffoni, poi il Montanelli e il Sirtori. Mazzini fu pronto al riparo,

denunziando con eloquenti proteste i colpevoli tentativi: dalle prigioni

napoletane Carlo Poerio e Silvio Spaventa risposero tragicamente

«preferire di morire in carcere che stendere le loro mani pure a

quell'avventuriero»; tutti gli esuli napoletani si unirono loro.

Nullameno il disegno non fu politicamente abbandonato.

La gloria conquistata dal Piemonte nella guerra di Crimea stabiliva la

sua egemonia sull'Italia. Invano Mazzini per le persecuzioni prodigate

agli insorti del 6 febbraio aveva posto ai ministri piemontesi il

terribile dilemma: siete coll'Austria o con noi? Invano per l'accessione

del Piemonte al trattato del 10 aprile 1854 ripetè al conte di Cavour:

siete coll'Austria! Invano con uno sciagurato proclama ai soldati

piemontesi chiamò una deportazione la loro andata in Crimea incitandoli

alla rivolta, e previde mirabilmente tutti gli errori diplomatici della

guerra: la vittoria morale ottenuta dal conte di Cavour al congresso di

Parigi umiliava l'inutile eroismo di tutte le precedenti ribellioni.

Finalmente la conversione di Manin al Piemonte affrettava l'ultimo

schianto nel partito mazziniano.

Con Mazzini non rimasero più che i republicani puri. Garibaldi, assalito

dall'_Italia del Popolo_ con ingiusta violenza per le vecchie gelosie

del Rosselli nel comando durante l'assedio di Roma, dopo tutti quegli

inutili e sanguinosi tentativi di rivolta, accettava l'iniziativa

piemontese pur riserbandosi di sorpassarla. Allora il grande partito

rivoluzionario fondato colla Giovine Italia rimase appena una setta, che

Manin ingiuriò atrocemente, accusandola di predicare la teorica

dell'assassinio politico, e sulla quale Garibaldi pei moti di Parma

aveva gettato le terribili parole: Ingannati ed ingannatori!

La tradizione republicana era vinta. Il sangue dei tremila martiri,

straziali da tutti i tiranni indigeni e stranieri, non era bastato a

rinvigorire la coscienza nazionale estenuata da tanti secoli di

schiavitù: il prodigioso apostolato di Mazzini non aveva convertito che

i migliori, ed anche questi, riconoscendo l'impossibilità immediata del

suo programma, si rassegnavano all'iniziativa piemontese, per

raggiungere col sacrificio della libertà democratica l'indipendenza

nazionale.

Mazzini medesimo ne fu scosso. La sua ultima formula «Per la nazione e

colla nazione» meno esclusiva delle altre, non mirò che a mantenere il

partito democratico all'avanguardia della rivoluzione, accettando il

concorso del Piemonte, ma procrastinando a dopo la vittoria la decisione

del paese sulla forma di governo. Era un principio di abdicazione,

giacchè l'esiguità dei mezzi rivoluzionari in confronto dei forti

preparativi guerreschi del Piemonte e delle sue necessarie alleanze in

una guerra contro l'Austria avrebbe fatalmente subordinata la democrazia

alla monarchia. D'altronde senza una poderosa insurrezione la democrazia

non poteva essere accettata per vero partito d'azione. Mazzini come

risposta alla sottoscrizione aperta da Manin in Francia per fornire

cento cannoni ad Alessandria ne ideò un'altra di diecimila fucili da

regalarsi alla prima città insorgente: ma Cavour vietò questa colletta

pericolosa, che, armando i rivoluzionari poteva guastargli il sapiente

giuoco di approcci, col quale circuiva la Francia. Ma senza denaro e

senza armi un'insurrezione era impossibile. Peggio ancora la nuova

Società Nazionale del La Farina, disciplinata da Cavour, intralciava

ogni mossa ai vecchi mazziniani.

Tutto quel romanticismo del principio del secolo che aveva così

enfaticamente atteggiato arti, scienze, filosofia e politica, sciupando

con inconscie teatralità i migliori momenti della rivoluzione, vaniva

ora al soffio dei minori interessi. Patria, libertà, democrazia

discendevano dalla sfera luminosa dei principii a quella organica dei

fatti: si voleva una ricostituzione d'Italia, ma senza pretendere di

tutto rinnovare in una sola volta; si accettava la monarchia di Piemonte

come un enorme progresso su tutti gli altri stati; si desiderava

l'unità, ma accontentandosi di una unificazione qualsiasi, e si mirava

sopratutto all'espulsione dell'Austria. I grandi problemi politici e

religiosi, posti da Mazzini a capo della rivoluzione, non erano peranco

maturi: bisognava giovarsi dell'opportunità, tradire forse i principii,

mutare programma appena fosse utile, stringere la solidarietà dei

maggiori interessi, mostrarsi scettici e pratici, frazionando il disegno

italico per attuarlo parzialmente. L'epoca delle eroiche passioni era

consunta: queste dovrebbero rianimarsi nei giorni delle imminenti

battaglie, ma la direzione suprema della politica aveva ora a

consigliarsi coi governi di Europa per offrir loro una forma accettabile

di rivoluzione.

Dal '21 al '48 il metodo rivoluzionario aveva sempre fallito. Mazzini

lottava invano contro questa tradizione d'insuccessi. Se a lui solo si

doveva il merito di avere accesa la febbre del patriottismo nell'anima

della nazione, a lui solo del pari si dava la colpa di ritardare il

vicino riscatto d'Italia con una superba caparbietà nel vecchio

inattuabile programma democratico. In questa reazione contro di lui non

si riconosceva più l'efficacia della sua intransigenza, per la quale,

mantenendosi presenti allo spirito italiano i grandi ideali

rivoluzionari, si sarebbe poi potuto con rapido intervento di ribellioni

integrare le probabili insufficienze del disegno cavouriano. Si

dimenticava che la più eccelsa grandezza del genio italiano stava

appunto in questa sublime ostinazione rivoluzionaria di Mazzini, che,

prima di risolvere il problema italiano, lo unificava nel problema

europeo, fondendo in una potente unità questioni religiose e politiche,

prevenendo le più accettabili idee socialiste e fecondando i germi di

quella democrazia, cui la monarchia nella ricostituzione della patria

doveva essere coccia e cuna.

Ma irresistibili necessità dialettiche traevano Mazzini a sempre

maggiori sforzi di ribellione. Poichè l'Austria era troppo forte nel

Lombardo-Veneto, e i Ducati troppo incerti, e la Toscana troppo molle,

eccettuandone Livorno, solo le due Sicilie offrivano qualche probabilità

di rivoluzione. Già il moto di Bentivegna e il regicidio di Agesilao

Milano tradivano forti impazienze: Palermo, implacabile nell'odio contro

Napoli, sembrava fervere di patriottismo italiano; la corona di Sicilia

offerta al duca di Genova durante la rivoluzione del '48 aveva schiarito

l'idea dell'unificazione; si erano avviate pratiche con lord Palmerston

e coi capi della legione anglo-italiana fondata dal Fabrizi a Malta,

così che l'illustre ministro inglese se ne era servito per contrastare

ai disegni napoleonici sul reame. A Napoli s'allargava il lavoro segreto

dei patrioti divisi fra unitari monarchici, nazionali e murattiani.

Bisognava per resistere all'influenza del Piemonte provocare una

rivoluzione nel mezzogiorno, che come stato libero e lontano

dall'Austria avrebbe potuto ricostituirsi senza immediato intervento

straniero.

Una rivoluzione trionfante a Napoli e a Palermo avrebbe forzato il

Piemonte a dichiarare la guerra all'Austria, sotto pena di perdere il

proprio primato italiano: tutto il resto d'Italia ne andrebbe sossopra.

Mazzini vi si infervorò. Già Alberto Mario, il più squisito cavaliere

della nuova borghesia, come D'Azeglio era il più amabile della vecchia

aristocrazia piemontese, ma di lui più fine nell'ingegno e più

avventuroso nel carattere, aveva fino dal 1852 proposto di tentare una

sollevazione nel Napoletano anzichè nella Lombardia: più tardi

Garibaldi, aderendo ad un disegno di Panizzi, celebre bibliotecario del

_British Museum_, per liberare Settembrini e gli altri prigionieri dal

carcere di Ventotene, accettava di tentarvi uno sbarco con un battello a

vapore, ma questo affondò traversando la Manica. Quindi Carlo Pisacane

meditò a Genova di scendere sulle coste siciliane o napoletane con poca

truppa ad iniziarvi la rivoluzione.

L'impresa patriottica e romantica affascinò le menti dei maggiori

rivoluzionari. Mazzini, rappattumatosi con Pisacane dopo un breve

dissidio di teoriche politiche, venne segretamente a Genova (1856) per

concordare mezzi e disegni: egli intendeva contemporaneamente sollevare

Genova per forzare il Piemonte alla guerra contro l'Austria e al

soccorso di Pisacane, senza calcolare che una ribellione a Genova in

quel momento avrebbe costretto il Piemonte alla guerra civile per

necessità di difesa, togliendo così alla guerra nazionale il più valido

concorso. Era l'ultimo errore della sua opposizione cominciata colla

spedizione di Savoia, e doveva finire in più infelice tragedia.

Carlo Pisacane fu quindi il martire della nuova impresa, nella quale

pochi anni dopo Garibaldi doveva sfolgorare eroe trionfante: oggi il

giovine partito socialista lo vanta antesignano, e cerca ogni modo

d'ingrandirlo, per farne un rivale di Mazzini.

Carlo Pisacane.

Questo principe, orfano, povero, educato al collegio della Nunziatella

in Napoli sua patria, paggio alla corte borbonica, poi ufficiale ed

ingegnere, si era presto distinto per merito in alcune opere

ferroviarie. Ma sospetto per il carattere mite ed austero ai superiori,

e poco dopo forzato da un amore infelice a fuggire a Londra, si

arruolava nella legione straniera militante per la Francia contro gli

arabi d'Algeria. Di là ai primi scoppi della rivoluzione correva a

Milano, vi ricusava il grado di colonnello per campeggiare tosto sul

Tirolo colla legione Borra, e vi era ferito. Respinto dai capi, che il

disastro sbaragliava dovunque, incontrandosi nella Svizzera con Mazzini,

ne subiva l'irresistibile ascendente: quindi Mazzini, diventato

triumviro della republica romana, lo nominava per la sua bella tempra di

soldato allo stato maggiore per la difesa della grande città. Qui

Pisacane si rivelava fra i migliori ufficiali in ammirabili servigi; ma

Roma cadeva, e l'esodo di tutti lo travolgeva più povero e più nobile di

prima per le contrade d'Europa. Pochi avevano sospettato delle sue

grandi qualità, nessuno aveva ancora avuto campo di misurarle. Il suo

primo libro, _Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49_, passò

inosservato, quantunque fosse forse la migliore scrittura di guerra

allora pubblicata; però in essa Pisacane non aveva compreso il genio

originale di Garibaldi.

Ma ricoverato finalmente a Genova e sopportatovi a stento dal sospettoso

governo piemontese, Pisacane vi si isola nello studio, raddoppiando con

istinti di novatore e con amarezza di esule la ribellione del proprio

pensiero. Come in tutte le più belle figure di quel tempo, anche in lui

fermenta una poesia romantica, che lo attira ad avventure intellettuali

e guerresche: una segreta tristezza gli acuisce il senso critico, una

inesausta generosità lo spinge oltre il problema politico verso il fondo

tenebroso ed ululante delle questioni sociali. Quindi la rivoluzione

italiana non diventa per lui che un incidente, del quale le lotte e il

trionfo non scemeranno di un'oncia l'immane massa di miserie millenarie,

che pesano sul popolo.

Il suo spirito, malgrado la nativa dolcezza, è già ateo, ma questo

ateismo non esprime ancora che una dolorosa reazione del suo sentimento

sull'idea popolare di una provvidenza divina. La religiosità di Mazzini

lo irrita, l'inevitabile e soffocante disciplina del partito

rivoluzionario lo esaspera al punto che la passione della libertà gli si

trasforma inconsciamente in una smania d'insubordinazione.

Nell'irresistibile foga di una prima critica egli non crede più a nulla:

Austria e Piemonte gli sembrano due governi egualmente oppressori,

sebbene quello sia straniero: ogni religione è il capolavoro di una

ipocrisia, ogni idea ultramondana uno sciocco abbandono della terra.

Così cercando istintivamente, come tutti i ribelli, le giustificazioni

della propria rivolta nel passato, si caccia attraverso la storia. Senza

studi e senza metodo critico si vi smarrisce tosto, malgrado l'unicità

dell'idea che lo guida. I suoi autori sono napoletani, Vico, Pagano,

Filangeri: sovra i due primi ridipinge confusamente il quadro

dell'antichissima Italia: ignora gli studi posteriori, interpreta ogni

decadenza come una caduta morale ed economica dovuta alla tirannia del

capitale. Rifà la storia di Roma sui manuali di scuola, vede nel

cristianesimo un regresso, nel papato una frode colossale, nel medio evo

una tenebra, nei comuni un'oasi popolare, che spiega colle odierne

teoriche socialiste. Tutta la lunga storia italica sfugge così alla

penetrazione del suo ingegno, che nullameno ne illumina tratto tratto

qualche problema. Mentre un arido materialismo economico gli contende

pressochè tutte le rivelazioni del passato, la passione degli studi

militari, eccitata dal più nobile patriottismo, lo spinge a vedere nei

romani il modello di tutti i popoli guerrieri. Colla loro legione egli

spiega ogni loro vittoria, esamina minutamente la loro tattica, segue lo

sviluppo della loro strategia, analizza a una a una le loro più famose

battaglie, critica e sentenzia con superba e meditata coscienza della

propria capacità. E dove un patriottismo retrospettivo non lo accieca,

come nello studio sopra Scipione che vorrebbe superiore ad Annibale, i

suoi giudizi lo elevano fra i migliori maestri dell'arte militare.

Quindi, arrivando al rinascimento, coglie magistralmente le

incomparabili qualità guerriere di Francesco Sforza e di Niccolò

Piccinino, assiste fremendo al decadimento delle armi italiane, valuta

l'opera rinnovatrice di Montecuccoli, di Gustavo Adolfo, di Federico II

e di Napoleone I, si appassiona agli inescusabili disastri dell'ultima

rivoluzione italiana; ma, fuorviato dall'esempio della grande

Convenzione francese, che con improvvisati eserciti cittadini

sconfiggeva quelli stanziali di tutta Europa, ricade con Mazzini

nell'illusione di una guerra e di una vittoria popolare.

Perciò, immaginando l'Italia ricostituita in nazione, schizza

coraggiosamente i primi lineamenti del suo esercito sociale.

Nei quattro _Saggi_ che di lui ci rimangono e che furono stampati dopo

la sua morte, quello pel quale ora gli venne vera importanza politica, è

il terzo della _Rivoluzione_. Scientificamente e letterariamente è quasi

senza valore: vi mancano del pari principii filosofici ed economici; è

confuso, diffuso, scarso di argomenti, povero di materiali, incerto nel

metodo, inconsapevole nelle conseguenze. Dei maggiori socialisti

francesi, dai quali deriva, quegli che più vi traspare è Proudhon, ma

senza il rilievo del suo stile e l'irresistibile ingranaggio della sua

logica. Naturalmente vi fa da fondamento il teorema di Bentham sulla

ricerca della felicità; la critica agli ordini della società vi muove da

un concetto di giustizia: solo la formula vacua -- Libertà ed

Associazione -- contraddicendo alle costruzioni sistematiche del

socialismo d'allora, che pretendevano ridurre il mondo ad una monotona

vita mezzo di caserma e mezzo di convento, rivela l'indipendenza del suo

spirito. In questo saggio, dietro i classici esempi di Saint-Simon, di

Fourier, di Cabet, di Proudhon, è redatto anche il nuovo patto sociale

con ingenua facilità e con alcuni commenti, dai quali s'indovina in

Pisacane un convenzionale in ritardo. La necessità di una pronta e

spietata distruzione sociale vi è affermata alteramente.

Questa l'opera del suo spirito, che solo l'ultima impresa della sua vita

ha potuto illustrare così, da alzarlo oggi all'onore di campione del

partito socialista italiano.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 28 / 30 段