E in questa mediocrità politica e letteraria, che armonizzava,

esaurendole, le grandi idee rivali della monarchia e della democrazia,

della federazione e dell'unità, per creare un regno a base plebiscitaria

con conquiste regie e popolari, la rivoluzione non aveva ancora che

volontari politici e militari. L'immensa massa del popolo rimaneva

estranea, se non ostile. Però in questi volontari, piuttosto

conquistatori che rappresentanti della nazione, si fondevano

mirabilmente le più disparate qualità: cospiratori, soldati,

parlamentari, letterati, spesso avventurieri, gettati dalle vicende

della vita attraverso drammi inesauribili, avevano esperimentato tutti i

partiti, ceduto a tutte le illusioni, imparato tutti i tradimenti: erano

scettici ed ancora capaci d'entusiasmi, abbastanza moderni per non

credere più che alla sovranità popolare e nullameno troppo pratici per

non servirsi ancora di un re; fisi all'interesse nazionale credevano

indifferentemente a tutti i sistemi, amavano sopra ogni cosa la patria,

e non volevano rivoluzionarvi niente al di là del necessario. La

mediocrità spirituale permetteva loro di agire in un accordo

indefinibile, con transazioni sempre giustificabili, e con evoluzioni

sicure.

La fede al Piemonte era divenuta dogma politico, come dieci anni prima

quella in Pio IX.

Nessuno tradiva più, mutava: non si era più veramente di alcun partito,

ma italiano; l'interesse più immediato si riconosceva per il più giusto,

il risultato momentaneamente più utile diventava il maggiore. Non vi era

tempo a grandi pensieri. Si abbandonava ogni costruzione sistematica per

costruire davvero: ai pensatori dovevano succedere gli uomini pratici.

Bisognava conservare il fuoco rivoluzionario senza abbruciarsi alle sue

vampe o accecarsi al suo fumo. Invece delle tragiche passioni, già

inspiranti capolavori e martirii, cresceva un fermento nella

moltitudine, che la disponeva a nuove cose. Nello scadimento dell'arte

vi si moltiplicavano i soggetti patriottici, che, mediocri, divenivano

più accessibili e quindi più efficaci.

Siccome ogni provincia italiana aveva deputati o ministri al parlamento

piemontese, il governo nazionale era già tacitamente ed anticipatamente

stabilito. Fra gli illustri, che allora vi brillavano, Luigi Carlo

Farini vi era l'uno e l'altro, e doveva per l'indole dello spirito e le

vicende della vita rimanere forse il migliore rappresentante di questa

mediocrità politica e letteraria, così fatalmente indispensabile alla

costituzione del regno italiano.

Luigi Carlo Farini.

Molti lo superavano d'ingegno e di carattere, nessuno riassumeva in se

medesimo tante opposte qualità. La sua vita non ancora insigne aveva

nullameno acquistato un'alta importanza. Colla foga di un temperamento

romagnolo egli aveva cominciato tempestando patriotticamente

all'università di Bologna, attirandosi sul capo sospetti ed ammonizioni;

quindi n'era uscito medico piuttosto di mestiere che di dottrina. Una

baldanza passionata lo traeva alla politica, una inguaribile vanità del

pensiero lo faceva sognare di letteratura. Sulle prime divenuto

naturalmente mazziniano predicava stragi nelle conventicole segrete con

fanatismo giacobino: ma il misticismo religioso e l'elevatezza

filosofica del mazzinianismo lo stancarono presto. Il suo carattere

focoso e volubile non gli permetteva le resistenze sistematiche ed

eroiche di un partito, nel quale nessuna eresia era consentita e dal

quale non si potevano aspettare trionfi. Quindi disertò.

Come letterato subiva le tradizioni pedantescamente classiche della

scuola romagnola, arzigogolando nello stile senza nè esperienza di

lingua nè gusto d'arte: come cospiratore aveva la veemenza rettorica

dell'oratore e la prudenza forse anche troppo remissiva di quei capi del

'31, che procrastinavano sempre il giorno della rivolta e transigevano

ad ogni passo sul programma e sui fatti. Benchè romagnolo, mancava di

fierezza: quindi, staccandosi da Mazzini per schierarsi fra i

riformisti, l'ardore naturale del suo carattere dovette agghiacciarsi

sino a mutarlo in moderato intransigente. Pei moti romagnoli del 1845

scrisse un _Manifesto delle popolazioni dello stato romano ai principi e

ai popoli d'Europa_, vantandovi la sudditanza al Santo Padre e chiedendo

le solite riforme; ma il manifesto non ebbe maggiore espansione della

stessa insurrezione con bandiera bianca e finita senza sangue. L'antico

mazziniano aveva tutto rinnegato.

Poco dopo, l'utopia costituzionale del papato lo trasse a Roma

segretario di ministero e diplomatico. Come tutti i riformisti credette

al sogno di Mamiani e di Rossi: fu in Parlamento della fazione moderata,

che naturalmente presto sorpassata dovette ritirarsi; difese Pio IX, non

capì nulla del problema politico del momento, non indovinò il

significato di una republica romana, giudicò opera feroce ed insensata

di sètte la caduta del potere temporale, ma imparò rapidamente i modi

parlamentari, ebbe pronto discernimento per le più difficili pratiche e

il coraggio di resistere alle opinioni plateali: rimase suddito

pontificio, federalista abbastanza cattolico ed inflessibilmente

monarchico, ammiratore incondizionato di Carlo Alberto.

In lui il rivoluzionario si arginava volontariamente ed inconsciamente

nell'uomo di governo.

Infatti, esule a Torino, cadde nell'orbita del conte di Cavour a lui

simile benchè troppo maggiore di attitudini, che col costituzionalismo

piemontese lo guarì istantaneamente del costituzionalismo pontificio.

Così all'egemonia del papa Farini potè sostituire quella di Vittorio

Emanuele, e correggere con essa il concetto della federazione nel

disegno di una unificazione per annessioni e conquiste, fanatizzandosi

della monarchia savoiarda per odio di convertito contro la republica e

per saldo convincimento di uomo di governo, che della republica romana

aveva colto solo le incongruenze.

Quindi improvvisò in quei primi ozii forzati una _Storia dello Stato

romano dal 1814 al 1850_, nella quale si ripercossero tutte le

oscillazioni del suo pensiero sprovvisto egualmente di principii

filosofici e di sistema politico. Nella prima parte vi critica

blandamente, ma onestamente il regime romano; nella seconda si accanisce

contro la republica e più contro Mazzini, del quale afferra benissimo

gli errori pratici senza comprenderne nè il genio nè l'eroismo. Ma

sicuro entro la compagine di un governo liberale e regolare, si lascia

presto riprendere dalla foga rivoluzionaria: alzato da Cavour al

ministero vi fa buona prova, lavora segretamente col grande ministro, ne

diventa il consigliere più audace, rannoda alla sua politica gli antichi

cospiratori e riformisti romagnoli, sostiene la spedizione di Crimea,

dirige la campagna contro i mazziniani, trova in se stesso un tesoro di

patriottismo contro tutti i tiranni d'Italia, compreso il papa così

rispettosamente trattato nella propria storia. Non si eleva mai, ma si

raffina; è secondario nell'ingegno e autoritario nel carattere.

Dimenticando facilmente le opinioni passate, agisce sempre colla massima

forza nelle presenti; ama la scienza di governo, e vuole essere fra

coloro che comandano. La sua vanità si balocca puerilmente colle

decorazioni.

Nel gruppo subalterno dei fuorusciti politici stretti intorno a Cavour,

Farini è quello che ha maggiore energia: il mazzinianismo della prima

gioventù gli giova ora nella virilità, mentre la scaltrezza di governo

lo rende scettico sui mezzi e l'egoismo della volontà lo tempra alle più

difficili responsabilità della dittatura. Egli romagnolo deve essere

rivoluzionario per emancipare le Romagne: quindi il problema

dell'unificazione gli si dilata involontariamente oltre il disegno di

Cavour. Infatti lo vedremo fra poco dittatore a Modena, sollevatasi ad

incruenta rivoluzione cacciando il proprio duca dopo le vittorie

sardo-franche nella Lombardia, rompere il trattato di Villafranca che

arresta la liberazione d'Italia e spingere alle annessioni col Piemonte,

contro la stessa volontà sbigottita di questo. Farini dittatore e

rivoluzionario sarà allora la più composita e brillante figura d'Italia.

Fervido di furberia e di vanità, passando da Modena a Parma e a Bologna,

dopo avervi improvvisato un governo dell'Emilia, vorrà fonderlo colla

Toscana per avervi un'ora di regno e assicurare almeno un nuovo stato

centrale all'Italia, se mai la Francia negasse risolutamente al Piemonte

di annettersi queste provincie; ma Bettino Ricasoli con maggiore sagacia

politica e volere più freddamente tenace gli si opporrà. Poi, compite le

annessioni e ritornato Cavour al potere, Farini sarà, come il suo grande

capitano, spaventato delle iniziative garibaldine: osteggerà la

spedizione dei Mille, contrasterà a Garibaldi il passaggio sul

continente e la marcia su Napoli. E quando tutto il napoletano sarà

conquistato, e per riprenderlo a Garibaldi perchè Mazzini non vi tenti

una republica, Cavour si aprirà audacemente il passo attraverso lo stato

pontificio, Farini resterà ancora il suo più temerario consigliere,

redigerà la lettera a Napoleone III, annunziandogli di marciare contro

Garibaldi per sottrarre il Napoletano all'anarchia delle bande rosse;

finalmente, mandato dittatore a Napoli, v'improvviserà il governo

nazionale.

Alla morte di Cavour Farini dominerà momentaneamente fra gli eredi più

influenti della sua politica, finchè, sorpreso dalla pazzia, morirà

giovane ancora, povero, avendo vissuto una vita di cospirazioni, di

parlamenti, di esigli, essendo stato medico, ministro, dittatore, avendo

creduto a Mazzini e a Cavour, a Pio IX e a Vittorio Emanuele, alla

federazione e all'unità: diplomatico, letterato di medicina e di storia,

capace come a Modena di rompere un trattato europeo riunendo le due tesi

di Cavour e di Mazzini, abbastanza abile come nell'Emilia per stabilirvi

pressochè da solo un governo; a volta a volta rivoluzionario e

conservatore, colla vanità di un pervenuto nell'onestà di un patriotta,

e colle più difficili qualità di un mediocre in un'anima potente

d'improvvise e grandi iniziative.

La sua generazione era così.

INDICE

LIBRO QUARTO: _Il risorgimento_ _Pag_. 7

CAPITOLO PRIMO: I moti del 1821 9

-- Influenze europee 9

-- La rivoluzione napoletana 11

-- Rivoluzione piemontese 18

-- Repressioni assolutiste 22

CAPITOLO SECONDO: Trame ed insurrezioni del '31 30

-- Incubazione liberale 30

-- Condizioni uniformi dei governi 33

-- La sommossa del centro 41

CAPITOLO TERZO: Il pensiero politico nel moto letterario 55

-- I primi gruppi 55

-- Il dualismo letterario 59

-- Colletta e Botta 63

-- Rosmini e Gioberti 67

CAPITOLO QUARTO: Giuseppe Mazzini e la Giovine Italia 74

CAPITOLO QUINTO: Conati ed imprese rivoluzionarie 88

-- La spedizione nella Savoia 88

-- Stato generale della penisola 97

-- I fratelli Bandiera 110

-- I riformisti 114

LIBRO QUINTO: _L'ultima rivoluzione federale_ 123

CAPITOLO PRIMO: I prodromi 125

-- Effervescenza dell'opinione 125

-- Pio IX 131

-- L'agitazione negli altri stati 137

-- Gli statuti 144

CAPITOLO SECONDO: Le sommosse popolari e la guerra regia 154

-- Le cinque giornate di Milano 154

-- Adesioni di guerra 160

-- La campagna piemontese 168

CAPITOLO TERZO: La reazione federale 171

-- L'allocuzione papale 171

-- Il tradimento di Ferdinando II 173

-- Le annessioni al Piemonte 177

-- Disastri militari 181

-- Catastrofi costituzionali 185

-- Pellegrino Rossi 192

-- La seconda campagna piemontese 205

CAPITOLO QUARTO: Schemi repubblicani 211

-- Firenze 211

-- Proclamazione della repubblica 218

-- Caduta della repubblica romana 231

-- Giuseppe Garibaldi 240

-- Ultima repubblica di Venezia 248

LIBRO SESTO: _L'egemonia piemontese_ 255

CAPITOLO PRIMO: Le ristorazioni 257

-- Riscossa dell'opinione 257

-- Regno napoletano 261

-- Stato pontificio 264

-- Granducato e ducati 271

-- Lombardo-Veneto 282

CAPITOLO SECONDO: La preparazione piemontese 291

-- Prime difficoltà parlamentari 291

-- Il conte di Cavour 302

CAPITOLO TERZO: La politica dell'egemonia 313

-- Ministero di Cavour 313

-- Guerra di Crimea 321

-- Congresso di Parigi 328

-- Adesioni al Piemonte 332

CAPITOLO QUARTO: L'opposizione rivoluzionaria 342

-- Disfatta del mazzinianismo 342

-- Carlo Pisacane 353

CAPITOLO QUINTO: La mediocrità politica e letteraria 361

-- Scadimento del genio nazionale 361

-- Le nuove scuole 363

-- Luigi Carlo Farini 370

* * * * *

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le

grafie alternative (neoguelfi/neo-guelfi, follia/follìa, piane/pïane e

simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 30 / 30 段