cuore i magnanimi ideali democratici, pensarono di aiutarla malgrado le
sue inevitabili contraddizioni forse più dolorose dei martirii sofferti.
Al grande distacco parve primo Manin nobilmente esule e silenzioso a
Parigi da molti anni. Poichè John Russell, uno dei migliori statisti
inglesi, a proposito dell'insurrezione greca nel 1854, consigliava
gl'italiani a tenersi tranquilli sotto l'Austria, perchè solo così
questa avrebbe potuto un giorno essere più umana verso di loro, con
sdegno eloquente Manin respinse il prono consiglio per riaffermare anche
una volta il diritto alla fede nella libertà e nell'unione d'Italia;
quindi facendosi interprete del pensiero di molti disperati in cuor loro
del programma mazziniano, sospinto da Giorgio Pallavicino, il venerato
martire dello Spielberg, coll'assenso di Garibaldi più capace d'ogni
altro a giudicare della potenza rivoluzionaria d'Italia, lanciò il nuovo
verbo in una serie di lettere politiche che fecero il giro di tutta la
stampa europea. La sua doppia formula: «Italia e Vittorio Emanuele --
Indipendenza ed Unificazione», era la consacrazione dell'egemonia
piemontese. Il passo era così decisivo che per nessun avvenimento si
sarebbe poi potuto ritrarsene. «Io repubblicano -- egli scrisse a Lorenzo
Valerio nel settembre 1855 -- pianto il vessillo unificatore. Vi si
rannodi, lo circondi, lo difenda chiunque vuole che l'Italia sia. Il
partito repubblicano dice alla casa di Savoia: fate l'Italia e sono con
voi; se no, no». E ai costituzionali dice: «Pensate a fare l'Italia e
non ad ingrandire il Piemonte; siate italiani e non municipali, e sono
con voi; se no, no». Poi scende a spiegare la parola unificazione: «Io
dico unificazione -- scriveva -- e non unione o unità; perchè la parola
unità sembra escludere la forma federativa, e la parola unione
sembrerebbe escludere la forma unitaria. Un'unificazione; può esser
unitaria o federativa. L'unitaria può essere monarchica o repubblicana.
La federativa non può essere che repubblicana: monarchica non sarebbe
che una lega di principi contro i popoli. Accetto la monarchia, purchè
sia unitaria: accetto casa Savoia, purchè concorra lealmente ed
efficacemente a fare l'Italia».
Fu uno strappo nel grande partito rivoluzionario, che Manin accusò
ingiustamente in una lettera di fondarsi particolarmente sulla teoria
del pugnale. Così lo si rendeva responsabile delle solitarie vendette, e
gli si toglieva nell'opinione d'Europa la poca stima rimastagli dopo
tanti rovesci d'insurrezioni e tante calunnie di governi. Mazzini ferito
al cuore rispose con lettera intenerita e severa, sfolgorante di logica
e di fede, ma non potè impedire lo sbandarsi di molti fra i migliori del
partito, nè ristabilire nelle masse la confidenza distratta dal nuovo
programma di Manin.
Nullameno questo programma così logico appariva pochissimo pratico.
La mossa politica di Manin nel passare dalla repubblica alla monarchia,
dalla iniziativa rivoluzionaria alla direzione regia, siccome trascinava
alla dedizione di quasi tutto il partilo liberale così non poteva
conservare ad esso vero programma. La saldezza degli ordini liberali era
oramai indiscutibile nel Piemonte, la sua facoltà d'iniziativa più che
provata al congresso di Parigi. Ma la sua politica di destreggiarsi coi
governi per cercarvi un alleato contro l'Austria lo costringeva
fatalmente alla rinunzia di ogni affermazione unitaria italiana. Il
Piemonte non poteva sognare che la conquista del Lombardo-Veneto, sola
regione limitrofa in mano allo straniero e che potesse venire annessa
senza rivoluzioni.
Quindi Manin, tracciando il programma della nuova Società nazionale
fondata a Parigi contro il grande partito nazionale riordinato da
Mazzini dopo la caduta di Roma, cadde nelle più misere contraddizioni.
La sua bella affermazione di libertà e di unificazione italiana per
mezzo del Piemonte, concluse a «continuare l'agitazione in Italia,
diffondere l'idea nazionale, esigere dai napoletani e dai siciliani
l'esecuzione delle costituzioni del 1848 ed organizzare il rifiuto delle
imposte; i toscani e i popoli dello stato pontificio sottoscrivere
petizioni pel ristabilimento delle costituzioni abolite; i
lombardo-veneti agitarsi come meglio potranno, prepararsi agli eventi,
non fare alcuna sommossa che non abbia probabilità di rivoluzione.
Appena scoppiata la rivoluzione, chi ne è alla testa proclami Vittorio
Emanuele re d'Italia e convochi un'assemblea nazionale italiana, che
rappresenti l'Italia insorta e possa, in caso di esitazione o ritardo
per parte del Piemonte, continuare l'opera del riscatto, usando tutti
gli elementi di forza che può somministrare la nazione».
Così l'unificazione d'Italia diventava impossibile in questo sogno
rinnovato dei riformisti e dopo la tristissima esperienza delle
restaurazioni.
Del problema di Roma non altra parola che questa da Manin: «Roma non si
muova». Egli sentiva bene che Roma era il cardine della rivoluzione
italiana, e che la sua questione risorgeva sempre improvvisa su tutte le
altre; ma republicano veneto, che non aveva osato applaudire alla
republica romana e aveva trattato col papa a Gaeta, non osava nemmeno
ora la proclamazione di Roma capitale d'Italia.
Nullameno l'efficacia della dichiarazione di Manin fu immensa. Tutti
coloro che aspettavano un illustre esempio per passare dal campo
disperato della repubblica in quello trincerato della monarchia
piemontese, si affrettarono sulle orme dell'esule glorioso contro il
quale nessuna accusa era possibile. Se il congresso di Parigi aveva
riconosciuto l'egemonia del Piemonte all'estero, Manin la consacrava
all'interno; il suo programma naturalmente assorbito da quello di
Cavour, non era più che l'ultima eco della grande declamazione
rivoluzionaria.
Alla Società nazionale di Parigi, che alla morte di Manin (22 settembre
1857) perdette naturalmente d'importanza, ne corrispose un'altra a
Torino per opera del La Farina, republicano preso recentemente
nell'òrbita di Cavour come un satellite. Con essa si mirò a disciplinare
entro metodi ed intenti regi quei republicani che dietro l'esempio di
Manin s'arrendevano alla monarchia piemontese pur conservando maggior
larghezza di propositi e più italiano ideale.
Invano Mazzini e Cattaneo, l'uno unitario, l'altro federalista,
sostennero con pari nobiltà d'ingegno e di fede la tradizione
republicana contro la tradizione regia: invano accusarono il Piemonte di
conquista, sperando così sollevare contro di esso gl'istinti democratici
moderni; più invano con logica inesorabile e stile luminoso esumarono
tutti gli errori e i tradimenti di casa Savoia, e cacciando con feroce
pietà la penna nelle ferite ancora sanguinolenti aperte da Carlo Alberto
nel corpo della nazione italiana tentarono sottrarla al fascino della
nuova illusione monarchica: storia e vita davan loro torto. L'ultima
tradizione italiana era regia. Da quando le signorie tramontando nei
principati e questi nei regni l'Italia si divise in quattro o cinque
stati, dei quali la Sardegna e le due Sicilie soltanto ebbero vera
importanza, il Piemonte dominando la valle del Po ed essendo a contatto
con tutta la maggiore varietà di spiriti e d'interessi italiani
rappresentò l'Italia in Europa. Le guerre e le catastrofi incessanti
invece di rovinarlo lo ampliarono: esso solo fu stato militare ed
indipendente. Le due Sicilie, maggiori di territorio e di popolazione,
vissero e soffrirono quasi straniere al resto d'Italia. La rivalità
storica di questi due stati si era risolta colla rivoluzione del '48: il
Piemonte col mantenere lo statuto aveva assunto di costituire l'Italia
conglomerandola in un solo grosso regno. Tre secoli di storia
esprimevano questa tendenza monarchica, giacchè le ultime repubbliche di
Venezia e di Genova erano perite nella peggiore inanizione, e quelle
improvvisate dalla grande rivoluzione francese erano state una conquista
altrettanto straniera che violenta.
L'ultima grande tradizione italiana era regia; in essa si verificava il
passaggio dalla forma federale all'unitaria colla forma obbligatoria
della conquista. Che se gl'istinti e i principii democratici moderni
sembravano contrastare a questa fatalità, la storia abituata da tempo a
procedere per contraddizioni si serviva di essi come di elementi
piuttosto atti a difendere il vecchio edificio italico che a dare forma
al nuovo: la democrazia nell'imminente rivoluzione italiana doveva
essere idea ed avvenire, la monarchia tradizione e forma.
Quindi Cavour crebbe gigante nell'opinione universale.
La sua politica non mirava che all'espulsione dell'Austria dal
Lombardo-Veneto: nel Piemonte governo, camere, costituzione, secondo un
motto giusto e spiritoso, tutto non era più che il conte di Cavour.
L'opposizione del conte Solaro della Margherita e del Brofferio,
dell'estrema destra e dell'estrema sinistra, passavano nell'aria satura
di passioni politiche senza determinarvi il più piccolo scoppio. La
dittatura parlamentare del grande ministro si consolidava ad ogni
scossa, saliva sempre più alto ad ogni discussione, come quei picchi che
paiono alzarsi all'occhio del viaggiatore che vi si inerpica. La lunga
pratica e la facile natura avevano identificato il conte di Cavour col
Piemonte: vi reggeva tutti i ministeri, vi assorbiva tutte le idee, vi
dava tutti gli ordini, vi portava tutte le responsabilità. Metternich,
vecchio ed esule dalla politica, diceva di lui: «L'Europa non ha più che
un diplomatico e questo è contro di noi». Alessandro Manzoni con più
fine penetrazione seguitava: «Egli ha tutto dell'uomo di stato, le
prudenze, e le imprudenze».
_Alere flammam_, era la sua divisa. Il Piemonte già povero ed ora più
impoverito dalla guerra di Crimea e dalla preparazione ad una guerra
maggiore, pareva a tutti oramai incapace di altre temerità economiche;
ma Cavour, profittando della sottoscrizione aperta da Manin a Parigi per
cento cannoni da regalarsi alla fortezza d'Alessandria, ne raddoppiava
le opere militari, le riallacciava a quelle di Casale e di Valenza sul
Po: sarebbe la prima barriera contro l'Austria e salverebbe il Piemonte,
dando tempo al suo alleato di accorrere. Così fu. Il Piemonte è la
regione più montanara d'Italia, ma questa il paese più marittimo
d'Europa, e quindi ha d'uopo d'un grande arsenale. Cavour risuscita
quindi il concetto napoleonico della Spezia, allora ai confini del
piccolo regno, e vi prodiga milioni, avventurandovi il massimo arsenale
dello stato. Il Piemonte aveva già sbalordito l'Italia per lo sviluppo
delle proprie ferrovie: nullameno Cavour, secondato da Paleocapa,
confida primo nel genio di Sommeiller e vuole stupire l'Europa forando
il Moncenisio.
Tutto piega alla sua volontà. In questa febbre d'iniziativa il suo scopo
più immediato è di esautorare la rivoluzione. Accetta i cento cannoni
per Alessandria dalla sottoscrizione aperta a Parigi da Manin e permessa
da Napoleone III, perchè torna a gloria del nuovo partito nazionale e
accenna già ad un non lontano accordo colla Francia; ma si oppone
tirannicamente ad un'altra aperta dai mazziniani per diecimila fucili da
offrirsi alla prima città capace d'insorgere: bersaglia di sequestri
incessanti il giornale repubblicano _Italia e Popolo_: profitta
dell'attentato di Agesilao Milano contro re Ferdinando di Borbone e
dell'infelice moto insurrezionale di Francesco Bentivegna in Sicilia,
per disapprovare tutti i disegni rivoluzionari e gittare replicatamente
sul partito republicano ogni più orribile accusa; prodiga persecuzioni
poliziesche, sguinzaglia la stampa contro Mazzini, contrapponendo
astutamente lo splendore dei propri risultati al suo fecondo e segreto
lavoro, la regolarità della propria preparazione diplomatica e
parlamentare alla necessaria anormalità della sua propaganda
rivoluzionaria; mescola ignobili arbitrî a replicate affermazioni
liberali, mescendo alla nazione, nel vino del nuovo entusiasmo
monarchico, il veleno d'una diffidenza sprezzante contro le più grandi
anime republicane intese a mantenere nelle ultime congiure la passione
patriottica necessaria fra non molto ad integrare con ribelli iniziative
i suoi stessi disegni di guerra falliti.
È la grande vigilia monarchica. Il partito republicano sta per morire.
Il Lombardo-Veneto si è acquetato, le Romagne sempre agitate si calmano,
gli ultimi tentativi nella Lunigiana hanno conchiuso ad una
insignificante follìa: nel Piemonte l'opposizione si volge appena
distratta ad ascoltare qualche brano di declamazione parlamentare verso
le alture dell'estrema sinistra: Garibaldi ansioso di nuova e vera
guerra ha disapprovato gl'inutili ammutinamenti con frase più terribile
di tutte le insinuazioni cavouriane: «Ingannati ed ingannatori!». Genova
sola, patria di Mazzini, fermenta. Se Torino è la capitale della
rivoluzione monarchica, Genova è la capitale della rivoluzione
republicana. Quindi Carlo Pisacane, esule, illustratosi nella difesa di
Roma, vi concepisce una suprema spedizione per sollevare le due Sicilie,
sventandovi le mene murattiane ed impadronendosi di mezza Italia per
controbilanciare così l'influenza monarchica del Piemonte. La polizia
piemontese non sa nè sorprendere la congiura nè impedire la spedizione.
Allora Mazzini tenta di sollevare Genova contro il governo piemontese,
per sostenere con nuovi invii di armati l'impresa di Pisacane; senonché
tutto gli fallisce e la sommossa conclude alla occupazione di un solo
fortilizio colla morte di un solo sergente, mentre il battaglione di
Pisacane è massacrato a Sapri.
Cavour, al quale lo smacco del suo grande avversario avrebbe dovuto
bastare, sembra invece perdere la solita prudenza. Quasi dubbioso della
sicurezza dello stato, sfoggia rigori, cerca a morte gl'innocui ribelli,
li ammassa nelle carceri, impalca un enorme processo per alto
tradimento, conduce una sozza campagna di calunnie contro gli accusati.
L'opinione lo seconda, ma questa volta egli, così abile a maneggiarla,
vi si ferisce. La persecuzione salva i ribelli dal ridicolo; Mazzini
sfuggito per miracolo agli agguati della polizia, rimbecca da Londra le
contumelie; le violenze infamanti del pubblico accusatore e le servili
parzialità dei giudici durante il processo mutano il collegio della
difesa in un'accademia di tribuni, che alla propria volta accusano il
governo e possono appaiarlo con quello di re Ferdinando, allora
egualmente occupato a disonorare i superstiti compagni di Pisacane;
finalmente le truci sentenze, che condannano Mazzini ed altri cinque
alla pena di morte, finiscono di compromettere il governo nella stima
degli onesti. Nullameno le condanne a morte, per un resto della solita
abilità, non colpivano che i soli contumaci; per gli altri si era
abbondato negli anni di galera.
Contemporaneamente Cavour mandava l'ex-ministro Boncompagni ad
ossequiare Pio IX, che tentava un viaggio nelle Romagne (1857), per
arrestarvi colla propria presenza il progresso delle idee liberali.
Il grande ministro piemontese s'impiccoliva ogni qualvolta per necessità
della propria politica s'affrontasse coll'idea republicana. Se Mazzini,
trascinato dall'antica rivalità col Piemonte, commetteva uno dei soliti
errori, tentando di sollevare Genova in aiuto di Pisacane, invece di
ribellare piuttosto Livorno o qualche altra città di uno stato
reazionario per non mostrare di cominciare l'attacco dall'unico governo
liberale d'Italia; Cavour, scendendo a persecuzioni peggiori delle
borboniche contro di lui, mentre nella politica interna si umiliava
indarno a Pio IX e nell'esterna subiva il disegno di Napoleone III per
un secondo regno murattiano nelle due Sicilie, scopriva il lato debole
della propria italianità.
L'eccesso della reazione fu tale che le elezioni generali, seguite poco
dopo, diedero un pericoloso sopravvento ai clericali: a Genova certo
avvocato Bixio, una nullità reazionaria, riuscì eletto contro Giuseppe
Garibaldi; molti canonici entrarono in parlamento; il conte Solaro della
Margherita trionfò contemporaneamente in quattro collegi. Il vecchio
Piemonte risorgeva contro il nuovo Piemonte italiano, per tentare una
suprema rivincita dopo otto anni di sconfitte. Cavour dimise dal
ministero dell'interno il Rattazzi, e ne assunse egli medesimo il
portafoglio, raddoppiando coraggiosamente la propria responsabilità per
meglio resistere al nuovo assalto.
Fortunatamente i tempi maturavano con benefica rapidità, e i successi
nella diplomazia estera riavvaloravano il ministero scrollato dalle
imprudenze commesse all'interno.
Poichè la pace del 30 marzo 1856 aveva lasciato molti punti indecisi
nella questione d'Oriente, e la loro questione facevasi ogni giorno più
difficile coll'Austria sempre più ostile, e la Francia sempre più
condiscendente alla Russia, Cavour si assunse destramente la parte di
paciere. Favorì l'unione della Moldavia colla Valacchia, secondo il
principio di nazionalità contro l'Austria; conquistò le simpatie dello
czar, al quale concesse una specie di diritto costante di rifugio in
pieno Mediterraneo nella rada di Villafranca; s'affaccendò a mantenere
l'Inghilterra unita alla Francia per averle più probabilmente entrambe
favorevoli; ma sopratutto corteggiò in Napoleone III le tendenze
avventuriere e la tradizione bonapartista, che lo traevano
inconsciamente d'impresa in impresa.
Così rifece con lui un disegno di ricostituzione del primo regno italico
con due principi francesi regnanti a Firenze e a Napoli. Mazzini era
sempre stato l'unità; Cavour non era ancora l'unificazione d'Italia.
CAPITOLO QUARTO.
L'opposizione rivoluzionaria
Disfatta del mazzinianismo.
In questo periodo l'opposizione rivoluzionaria riassunta con eccelsa
grandezza personale da Giuseppe Mazzini si sdoppiò: la parte migliore
proseguì infaticabile nell'opera contro tutti i tiranni d'Italia;
l'altra, più sistematica ed intransigente, si torse contro il Piemonte,
che mirando ad una egemonia sull'Italia veniva a contraddire fieramente
principio democratico e forma republicana. Naturalmente lo sforzo
maggiore dell'opposizione come partito fu contro il Piemonte. Nella
guerra all'Austria e nell'odio alla reazione indigena convenivano quanti
italiani avessero coscienza di patria mentre nell'idea della futura
Italia tutti i partiti si urtavano. Il fallimento della grande
rivoluzione federale, comprendendo anche la formula mazziniana, dava
sovra essa un forte vantaggio alla nuova affermazione monarchica del
Piemonte serbatosi costituzionale malgrado ogni rovescio. La tradizione
regia e la tradizione republicana in lotta da molti secoli per il
primato nella storia italiana si accingevano ad una suprema battaglia in
quest'ultima preparazione rivoluzionaria. Da un canto stavano costumi,
interessi, ordini costituiti di classi, gerarchie di ogni tempo e di
ogni maniera: era in una parola tutta la vecchia Italia, che, sentendo i
tempi novelli, voleva risorgere a vita politica di nazione, rimutando in
se stessa solo quel tanto, che fosse strettamente necessario alla
propria ricostituzione. Dall'altro urgeva lo spirito moderno rinnovato
dalla grande rivoluzione francese intendendo il ricostituimento d'Italia
nell'abolizione di tutti i privilegi storici e coll'avvento del popolo
al governo.
Capitanava la tradizione regia il conte Camillo di Cavour, guidava
l'opposizione rivoluzionaria Giuseppe Mazzini.
Forse mai nella lunga storia italiana vi fu lotta più grande di
principii politici e di passione drammatica.
Alla caduta di Roma, Mazzini, tardi, con pochi amici, quasi dimentico
del proprio pericolo, riprese la via dell'esilio. Tutto un mondo era
franato su lui, ma egli ne dominava la ruina, dalla quale l'Italia
emergeva a stento come un immenso cadavere. La reazione trionfante
risaliva su tutti i troni d'Italia, si rassodava sui vecchi troni
d'Europa, aveva persino trascinato la republica francese a rovesciare la
republica romana per spianare la strada ad un secondo impero
napoleonico. L'eroico tentativo di Giuseppe Garibaldi, cacciatosi con
quattromila uomini fra gli Appennini per chiamare gl'italiani ad una
suprema riscossa, si era esaurito nella più infelice delle ritirate: il
generale stesso, profugo e cercato a morte, aveva potuto scampare a
stento fra la ressa delle pattuglie nemiche e l'accidia disperata del
popolo.
Mazzini riparò al solito nella Svizzera.
Di là con lettera fiammeggiante di sdegno scrisse ai ministri francesi
per la maggior parte consapevoli strumenti di reazione imperiale,
denunciò all'Europa con accento di profeta le intenzioni liberticide di
Luigi Bonaparte, rispose all'enciclica di Pio IX. Con una foga di
attività, cui i disastri sofferti parevano sprone, fondò a Losanna un
nuovo giornale, l'_Italia del Popolo_, e vi riagitò, instancabile
cavaliere della libertà, tutte le idee della democrazia, moltiplicando
intrepidamente gli avversari con attacchi simultanei a tutte le scuole
socialiste, redigendo con spaventevole sobrietà la cronaca del
dispotismo italiano, riannodando le rotte file delle società segrete a
ripreparare nel fervore delle battaglie recenti più vaste congiure. A
Roma aveva lasciato Giuseppe Petroni, republicano stoico ed oscuro che
una prigionia ventenne illustrò poi, perchè Roma fosse centro ai nuovi
propositi italiani: ma Roma era di tutta Italia la città meno incline
per natura e per storia a passioni di rivolte democratiche. Dalla
Sicilia, da Napoli, dalle Romagne, dai Ducati, dalla Lombardia
sopratutto, gli giungevano voci frequenti di ribellione. Pareva che
tutto il popolo fremesse ancora, nascondendo nel riposo della sconfitta
più fiera preparazione di guerra. E Mazzini sempre fisso nel concetto di
una rappresentanza popolare, prende sul serio l'atto (4 luglio 1849),
col quale gli avanzi dell'Assemblea romana si erano spontaneamente
costituiti in una specie di frammentario parlamento nazionale senza
mandato e senza sede.
Con esso crede possibile mantenere in Europa un'affermazione politica
nazionale: quindi riassorbe questo introvabile parlamento in un
comitato, del quale naturalmente rimane dittatore. Il primo manifesto
(settembre 1850) in nome del comitato nazionale, equivoco a forza di
essere conciliante, non parla che d'indipendenza, di libertà e
d'unificazione come scopo, e ne pone a mezzi la guerra e la costituente:
presso a poco la formula, che pochi anni dopo pronuncierà Daniele Manin.
Ma piemontesi e lombardi fusionisti urlano all'utopia demagogica, mentre
i repubblicani puri vi ravvisano sdegnosamente un atto di abdicazione e
di piemontesismo. Il prestito nazionale italiano per dieci milioni di
lire, da lui ideato ed emesso con cartelle segrete, non raggiunge che
una somma ridicola: tutti i governi d'Italia vegliano sulla propaganda
mazziniana, tutti i governi d'Europa tempestano di domande l'Inghilterra
perchè espella il pericoloso agitatore. Ma egli, sempre maggiore
apostolo che politico, al problema italico aggiunge quello di Europa, e
con Ledru-Rollin, Arnoldo Ruge e Darasz fonda il comitato democratico
europeo per riunire in un solo programma le forze e gli ideali
divergenti della democrazia continentale: poco dopo si allea con Kossuth
per prendere l'Austria fra due fuochi, smarrendo così nell'immensità di
un disegno sempre crescente quel senso della realtà immediata e quel
criterio esatto dei mezzi, che fanno della politica una scienza
piuttosto d'azione che di pensiero.