Dal 1815 al 1848 la Russia aveva sempre rappresentato nella Santa

Alleanza la maggior forza materiale, il più arcaico assolutismo

politico. Pronta a rovesciare mezzo milione di soldati ovunque

scoppiasse una rivoluzione, aveva nullameno secondata quella di Grecia

contro il sultano nel disegno secolare di conquistare la sublime Porta:

più tardi alla rivoluzione del quarantotto scrollante tutti i troni essa

sola rimase salda; ma per quanto la situazione europea le fosse

propizia, colla Francia sconvolta dalla republica, l'Austria in preda

alle sommosse, la Prussia disordinata da ribellioni, la Germania

assorbita nella dieta di Francoforte, l'Inghilterra isolata ed incerta,

non osò gettarsi sulla Turchia. Parve che l'imperatore Niccolò si

preoccupasse: anzitutto, di salvare il principio monarchico: quindi

soccorse l'Austria contro l'Ungheria, e minacciò tutte le rivoluzioni

congedando persino il legato sardo da Pietroburgo. Ma col ritorno della

pace lo rimorse il desiderio della conquista. L'idea russa lo traeva

irresistibilmente ad accaparrarsi la sovranità di quei Principati

Danubiani, che la Turchia aveva già cominciato a cedere da tempo con una

mezza emancipazione e un incerto protettorato. Quindi la questione, così

detta d'Oriente, si riaccese: tutte le diplomazie europee n'andarono

sossopra. L'Inghilterra, costretta alla rivalità colla Russia nell'Asia,

intese a frenarla in Europa; questa col vanire dell'impero ottomano

entro una conquista russa perdeva ogni equilibrio politico. L'Austria,

eteroclita federazione di popoli antagonisti riuniti nella servitù

dell'antica dinastia Asburghese, si sentiva minacciata dall'espansione

slava, che avrebbe riaccese le ribellioni appena spente infiammandone

altre; la Francia tornata all'unità imperiale con Napoleone III, e però

smaniosa di riprendere in Europa la perduta preponderanza, vedeva con

terrore estendersi un impero già occupante mezza Europa, e che

affacciandosi al Mediterraneo vi avrebbe incontrastabilmente dominato.

La Grecia invece si preparava con patriottica esultanza a un'altra

guerra contro i turchi.

Le preparazioni s'allungarono, corsero trattative, si tesserono i soliti

imbrogli diplomatici per guadagnar tempo. La Russia minacciava la guerra

al sultano come a difesa dei cristiani disseminati e soggetti all'impero

turco: le potenze occidentali invece dichiaravano questo ancora

barbarico impero necessario all'assetto europeo malgrado tutti i recenti

principii rivoluzionari. Per una delle solite antitesi storiche la

Russia ieratica della Santa Alleanza diventava improvvisamente fautrice

dei popoli e vessillifera della rivoluzione; Francia ed Inghilterra, la

nazione dell'89 e la patria della libertà parlamentare, si facevano d'un

tratto sostenitrici della più ribalda ed arcaica tirannide contro la

civile emancipazione di popoli cristiani.

Dopo tanti secoli i discendenti delle crociate si preparavano a morire

per la salvezza dell'impero maomettano; ma la guerra determinata da

ragioni di storia universale non doveva produrre grandi risultati

immediati. L'Austria, ristabilitasi per l'aiuto della Russia, nicchiava

ora alle sollecitazioni francesi ed inglesi per gettarsi forse meglio

sulla preda maggiore o dal canto del più forte: Napoleone III trascinato

dalla tradizione militare bonapartista ad avventure militari secondava

l'Inghilterra atterrita per l'avvenire delle proprie colonie asiatiche;

l'uno e l'altra, incapaci a sostenere coll'immane potenza russa una

guerra così lontana, corteggiavano l'Austria numerosa di soldati e

accampata sul confine del nemico.

Ma questo precipitando gl'indugi occupa (3 luglio 1853) i principati

Danubiani e poco dopo a Sinope assale la squadra turca: Francia ed

Inghilterra gl'intimano indarno lo sgombero dei Principati entro un mese

con un ultimatum del 27 febbraio 1854; poi il 12 marzo si alleano alla

Turchia guarantendole l'integrità del territorio in Asia e in Europa e

non chiedendole in ricambio che di non scendere a trattative col nemico

senza il loro consenso. Il 10 aprile a Londra le due grosse potenze

stipulano un secondo trattato di alleanza per ristabilire su basi

durature la pace fra la Russia e la Turchia, valendosi di ogni mezzo più

efficace a liberare il territorio del sultano dall'invasione straniera e

ad assicurare l'integrità dell'impero ottomano. Laonde dichiaravano di

rinunciare a qualunque conquista nell'interesse dell'equilibrio europeo

e di essere pronte ad accogliere nella loro alleanza qualunque altra

potenza europea.

Quest'ultima dichiarazione era una riserva ed un complimento per

l'Austria, che rispose colle solite tergiversazioni di non potersi

cimentare ad una guerra d'Oriente coll'Italia alle spalle pronta ad

insorgere per istigazione del Piemonte. L'argomento abbastanza buono per

sè trasse le due grandi potenze a trattare l'Austria come il sultano

assicurandole l'incolumità di tutte le sue provincie.

Il Piemonte aombrò. Il suo legato a Parigi nel leggere queste

assicurazioni all'Austria sul giornale ufficiale credette di doversi

lagnare per la sospettata lealtà del Piemonte; gli si rispose

ipocritamente coll'accusare il partito rivoluzionario italiano, ed egli

ribadì l'accusa. Ma l'Austria anche così garantita, proseguendo nel

giuoco di stancheggiare le diplomazie per meglio accreditare i propri

timori del Piemonte, fece proporre dal governo toscano all'inviato

inglese in Firenze una temporanea guarnigione di truppe austriache in

Alessandria. La grossolana manovra fallì, specialmente per opera di

James Hudson, ambasciatore inglese a Torino, che smentì a Londra i

denunciati apparecchi del Piemonte.

Nullameno questo sentivasi minacciato. Così ad una improvvisa domanda

dello stesso ambasciatore, se il Piemonte fosse mai per partecipare alla

guerra mandando nella Crimea un corpo di esercito, il conte di Cavour

annuì prontamente. La sua penetrazione di statista gli scopriva nella

temerità la sola via della prudenza: ma ritorcendo contro l'Austria il

giuoco diplomatico, chiedeva garanzie per l'indipendenza del Piemonte.

L'ardita idea parve poco dopo arenare nelle secche della diplomazia.

Francia ed Inghilterra nell'invito al Piemonte non avevano mirato che a

decidere l'Austria coll'assicurarle la pace in Italia. Infatti i

ministri inglesi Clarendon e Russell, proponendo più tardi al governo

sardo l'accessione al trattato del 10 aprile, intendevano patteggiare

con un subalterno, del quale l'esercito sarebbe stipendiato e comandato

dal generalissimo britannico. Cavour, solo al ministero nell'idea di

così temeraria avventura, cansò con nobile avvedutezza il pericolo anche

maggiore di questa umiliazione, pretese trattamento d'alleato, e mutò il

soccorso inglese di due milioni di sterline in un prestito al 3%. Pure

le difficoltà crescevano. La pubblica opinione avvertita del trattato,

vi si chiariva contraria: i vecchi piemontesi se ne sdegnavano come di

una follia rivoluzionaria, i rivoluzionari invece come di un tradimento

all'Italia per lo sperpero delle vite e del danaro italiano fuori di

essa e nell'alleanza indiretta dell'Austria ancora ostinata nei

sequestri sui beni degli emigrati. Una scusa italiana era necessaria a

questa guerra; quindi il ministro degli esteri generale Dabormida fu

inflessibile sull'aggiunta di due articoli al trattato, che obbligassero

anzitutto le potenze alleate ad ottenere dall'Austria la revocazione dei

sequestri e a prendere più tardi in considerazione nel futuro trattato

di pace le condizioni d'Italia.

Era giusto, ma impossibile diplomaticamente.

Gli emigrati, per iniziativa di Achille Mauri, con magnanima abnegazione

firmarono una lettera, nella quale chiedevano di essere trascurati per

l'interesse d'Italia; Francia ed Inghilterra, intente a trascinare

l'Austria riluttante, non osavano accettare simili condizioni:

finalmente la cancelleria austriaca in un nuovo trattato (2 dicembre

1854), così ambiguo che le riserbava libera azione nella guerra e i

maggiori diritti ad ogni probabile negoziato di pace, mentre rigettava

sulle altre due potenze tutto il peso della guerra, le rese impossibili.

Ma nemmeno qui finirono le ambagi tedesche; si dovette tenere una grande

conferenza a Vienna per un tentativo di componimento colla Russia, che

abortendo per l'opera subdola dell'Austria permise a questa di esimersi

dalla cooperazione delle armi. Così la guerra non pareva più che un

ostinato capriccio della Francia e dell'Inghilterra. Nonpertanto

l'Austria restava loro alleata.

La posizione del Piemonte peggiorava. Se l'Austria coll'invocare contro

di esso la garanzia della Francia e dell'Inghilterra lo aveva di primo

tempo esposto alle ostilità di una coalizione europea, ora il Piemonte

ritirandosi dalla guerra come l'Austria avrebbe trovato contro di sè

tutti egualmente nemici. La sua crescente importanza in Italia ne

sarebbe scossa, le nascenti simpatie in Europa mortificate. Cavour lo

comprese. Comunque l'impresa fosse per riuscire profitterebbe al

Piemonte; se l'Austria rimanesse inerte, il piccolo stato la

soverchierebbe colla gloria di aver ardito concorrere in tanta guerra

europea; se spingendo all'estremo la propria perfidia si alleasse colla

Russia, la questione italiana scoppierebbe spontaneamente.

Ma osando bisognava abbandonare ogni riserva.

Vittorio Emanuele lo aveva confessato francamente al duca di Grammont,

legato francese; il ministro Dabormida più generoso si ostinava nei due

articoli addizionali: Cavour soppresse articoli e ministro assumendo

anche il portafoglio degli esteri e presentando il trattato alla Camera.

La lotta parlamentare fu così violenta che il ministro per vincere

dovette scoprire la corona, già moralmente impegnata colle due grandi

alleate, e solleticare il patriottismo della sinistra col parlare degli

interessi della nazione invece di quelli del Piemonte. Lo czar sdegnato

aveva già dichiarata la guerra al Piemonte prima che le Camere

ratificassero il trattato.

L'opinione pubblica, incerta fra l'entusiasmo e la paura, fremeva:

Mazzini da Londra mandò un infelice manifesto ai soldati per spingerli

alla rivolta chiamando la loro impresa una deportazione.

Il 21 aprile 1854 il corpo di spedizione salpò da Genova; nel maggio era

già attendato sotto Sebastopoli. La guerra mal disegnata, peggio

condotta per gelosia di comando fra i generali inglesi e francesi e per

contraddizioni di propositi politici negli stessi governi, volgeva al

termine. Dopo una serie di errori, che avevano sollevato a sdegno la

pubblica opinione inglese contro i ladroni dell'amministrazione militare

e l'arrogante insufficienza di lord Raglan, generalissimo imposto dalla

corte, le truppe alleate stringevano d'assedio la terribile fortezza.

L'Austria occupati i Principati Danubiani, spiava coll'arma al piede:

Kossuth, il grande agitatore ungherese rifugiatosi a Costantinopoli,

tentava invano secondato da Omer Pascià, il migliore generale turco, una

sollevazione di patrioti contro di essa. Gli alleati in questo concordi,

non volevano guerra di popoli per timore di nuove rivoluzioni; quindi

fiaccarono prontamente la Grecia insorta, disdissero la Polonia,

contraddissero alle aspirazioni dei Principati.

La guerra, ormai concentrata sopra Sebastopoli, era mortificata da

sventure di ogni sorta. Triste l'inverno, più triste l'estate, malsano

il clima, colèra e tifo imperversanti. Alfonso Lamarmora, generalissimo

dei piemontesi, seppe conquistarsi tosto nel consiglio di guerra la

dignità di voto non assicuratagli dai trattati di Cavour. In tanto

sfacelo di ordini la sua piccola truppa, appena un quindicimila uomini,

parve un capolavoro: i soldati, consci di difendere l'Italia in quelle

plaghe lontane e frementi di rivalità colle famose milizie d'Inghilterra

e di Francia, si copersero di gloria. Alle prime arroganze di lord

Raglan, che pretendeva assegnargli come a subalterno ausiliario

dell'esercito britannico il posto da presidiare, il generale Lamarmora

rispose con orgoglio tranquillo facendo radunare il consiglio di guerra

e ottenendo di guardare Kadikoi, villaggio pericoloso, dal quale i russi

potevano sboccare nel mezzo delle trincee nemiche.

Quindi la guerra precipitò. Il generale Pelissier, succeduto al

Canrobert con ordine di prendere la fortezza a qualunque costo,

raddoppiò di vigore ed ammassò tutte le forze contro la torre di

Malakoff, massimo fra i baluardi di Sebastopoli: i russi guidati da

Gortschakoff avanzarono verso la linea della Cernaia per costringere il

nemico ad abbandonare gli approcci. All'alba del 16 agosto 1855 i russi

protetti dalla nebbia discendendo dal colle Makensie, assalirono

violentemente: difendevano la valle della Cernaia le milizie sarde e

circa quindicimila francesi: questi piegarono sulle prime, poi sostenuti

dai piemontesi ressero all'assalto. Era battaglia e fu vittoria

decisiva. Lamarmora aveva vinto salvando gli assedianti, resistendo,

respingendo con un pugno di uomini tutto lo sforzo della Russia.

La vergogna di Novara era cancellata.

A distanza di secoli la vittoria di Traktir pareggiava quella di Zama:

Scipione aveva liberato Roma in Africa, Lamarmora riscattava l'Italia in

Crimea; nessun'altra vittoria della lunga storia italiana, fra le molte

ottenute fuori d'Italia, potrà mai paragonarsi loro per l'arditezza

dell'idea e la grandezza dei risultati politici.

Tre settimane dopo la torre di Malakoff rovinava fulminata dalle

artiglierie francesi, e i russi evacuavano Sebastopoli dopo averla

incendiata secondo il loro barbaro patriottismo.

La guerra tornò a languire. Le perdite erano enormi da ambo i lati: la

Russia contava seicentomila morti, la Francia oltre centomila. Napoleone

III contento della vittoria, che gli otteneva vero riconoscimento

d'imperatore da tutti i grandi stati d'Europa, non intendeva spingersi

oltre nel pericolo di una guerra, che poteva sviare da un giorno

all'altro; l'Inghilterra, rassicurata sull'incolumità della Turchia, era

stanca; l'Austria, dopo aver perfidamente nicchiato durante la grande

impresa, stimò giunto il momento di trarne profitto imponendosi arbitra

fra i belligeranti.

Quindi con prepotente iniziativa sottopose ai gabinetti di Parigi e di

Londra alcune proposizioni di pace: neutralità del mar Nero chiuso a

tutte le navi da guerra e aperto a tutte le bandiere, rinuncia della

Russia al protettorato dei Principati Danubiani che ricadrebbero con

nuovo assetto sotto quello della Turchia, libero il commercio del

Danubio sino alla foce, limitato il dominio russo alla sponda sinistra

del fiume stesso, guarentigie dalla Turchia pei suoi sudditi cristiani.

Francia ed Inghilterra annuirono: la Russia vinta, piegò all'impreveduta

intimazione austriaca. L'armistizio si concluse il 1º febbraio 1856; il

congresso europeo a Parigi era indetto pel 25 dello stesso mese.

Congresso di Parigi.

Dopo tanto armeggio diplomatico e tanta guerra di armi, l'Austria

giganteggiava arbitra della situazione. La magnifica temerità del conte

di Cavour conchiudeva contro di lui. La democrazia esasperata denigrava

adesso nel disastro dei risultati la magnanimità delle intenzioni,

giacchè la guerra d'Oriente immorale, costosissima di sangue e di

denaro, aveva conculcato ogni principio di rivoluzione e di civiltà per

la sola difesa d'inconfessabili interessi materiali. L'astro di Cavour

sembrava tramontare: si buccinava che il Piemonte sarebbe escluso dal

congresso, il pericolo anche troppo probabile di questa umiliazione

avrebbe ridotto l'impresa di Crimea ad un parricidio per il Piemonte.

Ma il conte di Cavour pronto al riparo aveva già consigliato a re

Vittorio Emanuele un viaggio in Francia e in Inghilterra, che si mutò in

trionfo: le simpatie alla causa italiana crescevano, l'Europa cominciava

a sentire la grandezza morale del piccolo stato. Ad una enigmatica ed

allora scettica frase di Napoleone III «_que peut-on faire pour

l'Italie?_» che al D'Azeglio era sembrata come quella di Pilato «_quid

est veritas?_» il conte di Cavour, sempre inteso ad annodare col proprio

incomparabile ascendente personale relazioni politiche in favore

dell'Italia, rispose in una lunga lettera del 21 gennaio 1856, dieci

giorni innanzi alla segnatura dei trattati di pace. In essa chiedeva

all'imperatore d'indurre l'Austria a rendere giustizia al Piemonte,

osservando gli obblighi con esso contratti e persuadendole meno aspro

governo nelle provincie del Lombardo-Veneto; di frenare l'anarchica

tirannide del re di Napoli e di ristabilire in Italia l'equilibrio del

trattato di Vienna collo sgombro delle truppe austriache dalla Romagna,

e colla costituzione delle Legazioni sotto un principe secolare.

Questo disegno così povero d'italianità e nel quale il grande

liberalismo unitario doveva necessariamente riconoscere un tradimento

dell'idea nazionale, fu nullameno scartato dal conte Walewski, primo

ministro francese, per riguardi all'Austria e per non complicare il

lavoro già difficile del congresso.

La politica piemontese procedeva di smacco in smacco. L'Austria,

abusando della propria preponderanza, pretendeva di escludere il

Piemonte dal congresso quale potenza di second'ordine, poichè il

trattato d'alleanza firmato audacemente da Cavour come non aveva

assicurato al Lamarmora la dignità di un posto nel consiglio di guerra,

così non aveva guarentito al Piemonte parità di trattamento al congresso

di pace. La tradizione diplomatica era ostile all'ammissione della

Sardegna, stato minuscolo, alleato fatalmente secondario che non avendo

deciso la guerra non poteva stabilire la pace. Ma l'astuto ministro

superò il Lamarmora guadagnando a forza di maneggi la propria entrata al

congresso. La prontezza del pensiero, l'a proposito delle osservazioni,

un tatto fascinatore, gli ottennero ben presto nel solenne consesso

simpatie ed importanza: con generosa avvedutezza egli sostenne la Russia

contro le pretese intrattabili dell'Austria, sedusse lord Clarendon,

persuase a Napoleone III e al conte Walewski, presidente del congresso,

di toccare malgrado ogni impossibilità di procedura al problema

italiano.

Un _Memorandum_ era già stato presentato ai ministri francesi ed

inglesi.

Tutto lo scopo dell'impresa di Crimea si condensava pel Piemonte in

questa presentazione al congresso della questione italiana; naturalmente

il congresso non potrebbe parlarne che platonicamente, ma il Piemonte

otteneva così il riconoscimento della propria egemonia sull'Italia; e

questa uscendo finalmente dal cerchio tempestoso delle insurrezioni

saliva a quello più fecondo dei governi. Tutta la destrezza del conte di

Cavour bastò appena per vincere le difficoltà che l'Austria moltiplicava

per sottrarsi a tale discussione. In un congresso per una guerra

combattuta contro tutti i principii di libertà e di nazionalità, il

miglior argomento per Cavour era la propria politica francamente

liberale ma risolutamente antirivoluzionaria: il suo spietato contegno

contro gl'insorti pei moti del 6 febbraio in Milano, la sua prudenza

nella questione religiosa con Roma, la sua guerra al mazzinianismo, gli

ordini ammirati ed ammirabili costituiti nel Piemonte, gli valsero il

permesso di parlare dell'Italia ad un congresso, nel quale l'Austria

primeggiava. Si credè o si finse di credere che i suoi propositi fossero

non già per una rivoluzione ma contro una possibile rivoluzione

italiana.

Infatti le sue proposte avrebbero piuttosto nociuto che giovato

all'Italia: le fruttò invece moltissimo l'aver sollevato il suo problema

interno a problema europeo.

Durante la discussione, alla quale il conte Buol plenipotenziario

austriaco si ricusò e dalla quale i legati russi finirono per ritirarsi,

il conte Walewski fu guardingo e rispettoso per lo stato pontificio,

giacchè il papa aveva in quei giorni tenuto a battesimo il principino

imperiale, limitandosi ad auguri di componimento fra sudditi e principi

italiani; il generale Manteuffel prussiano si mostrò scettico e

riservato, il solo lord Clarendon condannò impetuosamente i governi

papale e borbonico additandoli al disprezzo d'Europa. La sua foga fu

tale che per poco non ne nacque aspro diverbio col conte Buol, anzi

corsero fra essi tali frasi che non si vollero affidare al protocollo.

Il conte di Cavour illudendosi, malgrado la solita perspicacia,

sull'appoggio dell'Inghilterra in una guerra immediata contro l'Austria,

spinse più oltre l'attacco; ma una visita a Napoleone e un'altra a

Londra lo guarirono dell'illusione.

Naturalmente il congresso si limitò ad inutili consigli di minore

tirannide all'Austria e al re di Napoli: quindi al suo sciogliersi

Cavour presentò al conte Walewski e a lord Clarendon un memoriale, ove

riassumendo tutti gli esposti argomenti minacciava l'Europa di nuove

perturbazioni rivoluzionarie italiane per gl'insoffribili trattamenti

dei governi reazionari verso i sudditi, e lamentava ancora una volta

l'insostenibile posizione fatta al Piemonte fra le indomabili agitazioni

mazziniane e le pressioni minacciose dell'Austria.

In tutta l'Italia l'opera del conte di Cavour al congresso di Parigi

parve di vittoria: fioccarono indirizzi al grande ministro, crebbero le

dimostrazioni verso il Piemonte. I toscani mandarono all'abile

diplomatico un busto scrivendovi sotto il fiero verso di Farinata: A

«colui che la difese a viso aperto». Non si avvertì e non si potè

avvertire quanta insufficienza d'idea italiana e quale abbandono di

patriottici propositi importassero i disegni esposti da Cavour nel

_Memorandum_ col quale non osava nemmeno domandare lo sgombero degli

austriaci dal Lombardo-Veneto. Bastò alla coscienza nazionale il fatto

non piccolo che un congresso di diplomatici avesse condannato tutti i

governi dell'infelice penisola. Si comprese che il Piemonte come stato

non poteva usare il linguaggio nè proporre la rivendicazione della

patria coll'eroica ed intransigente formula di Mazzini; s'indovinò che,

qualunque fossero i suoi disegni pel futuro, aveva dovuto allora non

solamente mascherarli ma nasconderli; si sentì sopratutto che parlando

in nome d'Italia contro tutti gli altri governi in un congresso, al

quale essi non potevano entrare, il Piemonte iniziava quell'unificazione

della patria attribuitagli da Manin.

A conferma di questa interpretazione il conte di Cavour, non contento

delle frasi pronunziate alla camera contro gli ostinati oppositori della

sua politica, spezzando i vecchi metodi diplomatici pubblicò per le

stampe il proprio memoriale come una sfida: l'Austria presa al laccio fu

pronta a rispondere in egual modo con un altro più insolente, mentre

tutti i governi condannati tacquero come riconoscendo in essa il proprio

difensore.

Il conte di Cavour abilmente non replicò.

Adesioni al Piemonte.

Evidentemente la sua politica cominciava a fruttare. Mentre il grande

partito democratico capitanato da Mazzini proseguiva indomabile

nell'opera rigeneratrice della coscienza nazionale, il Piemonte, pur

combattendolo e serbandosi impassibile dinanzi ai dolori della patria,

allargava la propria influenza. La nazione incapace d'insorgere al grido

di Mazzini si rivolgeva consolata a questo governo parlamentare così

forte da parlare all'Europa d'una politica italiana.

L'epoca eroica del metodo rivoluzionario era consunta: un'altra più

fortunata ne cominciava.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 26 / 30 段