Alleanza la maggior forza materiale, il più arcaico assolutismo
politico. Pronta a rovesciare mezzo milione di soldati ovunque
scoppiasse una rivoluzione, aveva nullameno secondata quella di Grecia
contro il sultano nel disegno secolare di conquistare la sublime Porta:
più tardi alla rivoluzione del quarantotto scrollante tutti i troni essa
sola rimase salda; ma per quanto la situazione europea le fosse
propizia, colla Francia sconvolta dalla republica, l'Austria in preda
alle sommosse, la Prussia disordinata da ribellioni, la Germania
assorbita nella dieta di Francoforte, l'Inghilterra isolata ed incerta,
non osò gettarsi sulla Turchia. Parve che l'imperatore Niccolò si
preoccupasse: anzitutto, di salvare il principio monarchico: quindi
soccorse l'Austria contro l'Ungheria, e minacciò tutte le rivoluzioni
congedando persino il legato sardo da Pietroburgo. Ma col ritorno della
pace lo rimorse il desiderio della conquista. L'idea russa lo traeva
irresistibilmente ad accaparrarsi la sovranità di quei Principati
Danubiani, che la Turchia aveva già cominciato a cedere da tempo con una
mezza emancipazione e un incerto protettorato. Quindi la questione, così
detta d'Oriente, si riaccese: tutte le diplomazie europee n'andarono
sossopra. L'Inghilterra, costretta alla rivalità colla Russia nell'Asia,
intese a frenarla in Europa; questa col vanire dell'impero ottomano
entro una conquista russa perdeva ogni equilibrio politico. L'Austria,
eteroclita federazione di popoli antagonisti riuniti nella servitù
dell'antica dinastia Asburghese, si sentiva minacciata dall'espansione
slava, che avrebbe riaccese le ribellioni appena spente infiammandone
altre; la Francia tornata all'unità imperiale con Napoleone III, e però
smaniosa di riprendere in Europa la perduta preponderanza, vedeva con
terrore estendersi un impero già occupante mezza Europa, e che
affacciandosi al Mediterraneo vi avrebbe incontrastabilmente dominato.
La Grecia invece si preparava con patriottica esultanza a un'altra
guerra contro i turchi.
Le preparazioni s'allungarono, corsero trattative, si tesserono i soliti
imbrogli diplomatici per guadagnar tempo. La Russia minacciava la guerra
al sultano come a difesa dei cristiani disseminati e soggetti all'impero
turco: le potenze occidentali invece dichiaravano questo ancora
barbarico impero necessario all'assetto europeo malgrado tutti i recenti
principii rivoluzionari. Per una delle solite antitesi storiche la
Russia ieratica della Santa Alleanza diventava improvvisamente fautrice
dei popoli e vessillifera della rivoluzione; Francia ed Inghilterra, la
nazione dell'89 e la patria della libertà parlamentare, si facevano d'un
tratto sostenitrici della più ribalda ed arcaica tirannide contro la
civile emancipazione di popoli cristiani.
Dopo tanti secoli i discendenti delle crociate si preparavano a morire
per la salvezza dell'impero maomettano; ma la guerra determinata da
ragioni di storia universale non doveva produrre grandi risultati
immediati. L'Austria, ristabilitasi per l'aiuto della Russia, nicchiava
ora alle sollecitazioni francesi ed inglesi per gettarsi forse meglio
sulla preda maggiore o dal canto del più forte: Napoleone III trascinato
dalla tradizione militare bonapartista ad avventure militari secondava
l'Inghilterra atterrita per l'avvenire delle proprie colonie asiatiche;
l'uno e l'altra, incapaci a sostenere coll'immane potenza russa una
guerra così lontana, corteggiavano l'Austria numerosa di soldati e
accampata sul confine del nemico.
Ma questo precipitando gl'indugi occupa (3 luglio 1853) i principati
Danubiani e poco dopo a Sinope assale la squadra turca: Francia ed
Inghilterra gl'intimano indarno lo sgombero dei Principati entro un mese
con un ultimatum del 27 febbraio 1854; poi il 12 marzo si alleano alla
Turchia guarantendole l'integrità del territorio in Asia e in Europa e
non chiedendole in ricambio che di non scendere a trattative col nemico
senza il loro consenso. Il 10 aprile a Londra le due grosse potenze
stipulano un secondo trattato di alleanza per ristabilire su basi
durature la pace fra la Russia e la Turchia, valendosi di ogni mezzo più
efficace a liberare il territorio del sultano dall'invasione straniera e
ad assicurare l'integrità dell'impero ottomano. Laonde dichiaravano di
rinunciare a qualunque conquista nell'interesse dell'equilibrio europeo
e di essere pronte ad accogliere nella loro alleanza qualunque altra
potenza europea.
Quest'ultima dichiarazione era una riserva ed un complimento per
l'Austria, che rispose colle solite tergiversazioni di non potersi
cimentare ad una guerra d'Oriente coll'Italia alle spalle pronta ad
insorgere per istigazione del Piemonte. L'argomento abbastanza buono per
sè trasse le due grandi potenze a trattare l'Austria come il sultano
assicurandole l'incolumità di tutte le sue provincie.
Il Piemonte aombrò. Il suo legato a Parigi nel leggere queste
assicurazioni all'Austria sul giornale ufficiale credette di doversi
lagnare per la sospettata lealtà del Piemonte; gli si rispose
ipocritamente coll'accusare il partito rivoluzionario italiano, ed egli
ribadì l'accusa. Ma l'Austria anche così garantita, proseguendo nel
giuoco di stancheggiare le diplomazie per meglio accreditare i propri
timori del Piemonte, fece proporre dal governo toscano all'inviato
inglese in Firenze una temporanea guarnigione di truppe austriache in
Alessandria. La grossolana manovra fallì, specialmente per opera di
James Hudson, ambasciatore inglese a Torino, che smentì a Londra i
denunciati apparecchi del Piemonte.
Nullameno questo sentivasi minacciato. Così ad una improvvisa domanda
dello stesso ambasciatore, se il Piemonte fosse mai per partecipare alla
guerra mandando nella Crimea un corpo di esercito, il conte di Cavour
annuì prontamente. La sua penetrazione di statista gli scopriva nella
temerità la sola via della prudenza: ma ritorcendo contro l'Austria il
giuoco diplomatico, chiedeva garanzie per l'indipendenza del Piemonte.
L'ardita idea parve poco dopo arenare nelle secche della diplomazia.
Francia ed Inghilterra nell'invito al Piemonte non avevano mirato che a
decidere l'Austria coll'assicurarle la pace in Italia. Infatti i
ministri inglesi Clarendon e Russell, proponendo più tardi al governo
sardo l'accessione al trattato del 10 aprile, intendevano patteggiare
con un subalterno, del quale l'esercito sarebbe stipendiato e comandato
dal generalissimo britannico. Cavour, solo al ministero nell'idea di
così temeraria avventura, cansò con nobile avvedutezza il pericolo anche
maggiore di questa umiliazione, pretese trattamento d'alleato, e mutò il
soccorso inglese di due milioni di sterline in un prestito al 3%. Pure
le difficoltà crescevano. La pubblica opinione avvertita del trattato,
vi si chiariva contraria: i vecchi piemontesi se ne sdegnavano come di
una follia rivoluzionaria, i rivoluzionari invece come di un tradimento
all'Italia per lo sperpero delle vite e del danaro italiano fuori di
essa e nell'alleanza indiretta dell'Austria ancora ostinata nei
sequestri sui beni degli emigrati. Una scusa italiana era necessaria a
questa guerra; quindi il ministro degli esteri generale Dabormida fu
inflessibile sull'aggiunta di due articoli al trattato, che obbligassero
anzitutto le potenze alleate ad ottenere dall'Austria la revocazione dei
sequestri e a prendere più tardi in considerazione nel futuro trattato
di pace le condizioni d'Italia.
Era giusto, ma impossibile diplomaticamente.
Gli emigrati, per iniziativa di Achille Mauri, con magnanima abnegazione
firmarono una lettera, nella quale chiedevano di essere trascurati per
l'interesse d'Italia; Francia ed Inghilterra, intente a trascinare
l'Austria riluttante, non osavano accettare simili condizioni:
finalmente la cancelleria austriaca in un nuovo trattato (2 dicembre
1854), così ambiguo che le riserbava libera azione nella guerra e i
maggiori diritti ad ogni probabile negoziato di pace, mentre rigettava
sulle altre due potenze tutto il peso della guerra, le rese impossibili.
Ma nemmeno qui finirono le ambagi tedesche; si dovette tenere una grande
conferenza a Vienna per un tentativo di componimento colla Russia, che
abortendo per l'opera subdola dell'Austria permise a questa di esimersi
dalla cooperazione delle armi. Così la guerra non pareva più che un
ostinato capriccio della Francia e dell'Inghilterra. Nonpertanto
l'Austria restava loro alleata.
La posizione del Piemonte peggiorava. Se l'Austria coll'invocare contro
di esso la garanzia della Francia e dell'Inghilterra lo aveva di primo
tempo esposto alle ostilità di una coalizione europea, ora il Piemonte
ritirandosi dalla guerra come l'Austria avrebbe trovato contro di sè
tutti egualmente nemici. La sua crescente importanza in Italia ne
sarebbe scossa, le nascenti simpatie in Europa mortificate. Cavour lo
comprese. Comunque l'impresa fosse per riuscire profitterebbe al
Piemonte; se l'Austria rimanesse inerte, il piccolo stato la
soverchierebbe colla gloria di aver ardito concorrere in tanta guerra
europea; se spingendo all'estremo la propria perfidia si alleasse colla
Russia, la questione italiana scoppierebbe spontaneamente.
Ma osando bisognava abbandonare ogni riserva.
Vittorio Emanuele lo aveva confessato francamente al duca di Grammont,
legato francese; il ministro Dabormida più generoso si ostinava nei due
articoli addizionali: Cavour soppresse articoli e ministro assumendo
anche il portafoglio degli esteri e presentando il trattato alla Camera.
La lotta parlamentare fu così violenta che il ministro per vincere
dovette scoprire la corona, già moralmente impegnata colle due grandi
alleate, e solleticare il patriottismo della sinistra col parlare degli
interessi della nazione invece di quelli del Piemonte. Lo czar sdegnato
aveva già dichiarata la guerra al Piemonte prima che le Camere
ratificassero il trattato.
L'opinione pubblica, incerta fra l'entusiasmo e la paura, fremeva:
Mazzini da Londra mandò un infelice manifesto ai soldati per spingerli
alla rivolta chiamando la loro impresa una deportazione.
Il 21 aprile 1854 il corpo di spedizione salpò da Genova; nel maggio era
già attendato sotto Sebastopoli. La guerra mal disegnata, peggio
condotta per gelosia di comando fra i generali inglesi e francesi e per
contraddizioni di propositi politici negli stessi governi, volgeva al
termine. Dopo una serie di errori, che avevano sollevato a sdegno la
pubblica opinione inglese contro i ladroni dell'amministrazione militare
e l'arrogante insufficienza di lord Raglan, generalissimo imposto dalla
corte, le truppe alleate stringevano d'assedio la terribile fortezza.
L'Austria occupati i Principati Danubiani, spiava coll'arma al piede:
Kossuth, il grande agitatore ungherese rifugiatosi a Costantinopoli,
tentava invano secondato da Omer Pascià, il migliore generale turco, una
sollevazione di patrioti contro di essa. Gli alleati in questo concordi,
non volevano guerra di popoli per timore di nuove rivoluzioni; quindi
fiaccarono prontamente la Grecia insorta, disdissero la Polonia,
contraddissero alle aspirazioni dei Principati.
La guerra, ormai concentrata sopra Sebastopoli, era mortificata da
sventure di ogni sorta. Triste l'inverno, più triste l'estate, malsano
il clima, colèra e tifo imperversanti. Alfonso Lamarmora, generalissimo
dei piemontesi, seppe conquistarsi tosto nel consiglio di guerra la
dignità di voto non assicuratagli dai trattati di Cavour. In tanto
sfacelo di ordini la sua piccola truppa, appena un quindicimila uomini,
parve un capolavoro: i soldati, consci di difendere l'Italia in quelle
plaghe lontane e frementi di rivalità colle famose milizie d'Inghilterra
e di Francia, si copersero di gloria. Alle prime arroganze di lord
Raglan, che pretendeva assegnargli come a subalterno ausiliario
dell'esercito britannico il posto da presidiare, il generale Lamarmora
rispose con orgoglio tranquillo facendo radunare il consiglio di guerra
e ottenendo di guardare Kadikoi, villaggio pericoloso, dal quale i russi
potevano sboccare nel mezzo delle trincee nemiche.
Quindi la guerra precipitò. Il generale Pelissier, succeduto al
Canrobert con ordine di prendere la fortezza a qualunque costo,
raddoppiò di vigore ed ammassò tutte le forze contro la torre di
Malakoff, massimo fra i baluardi di Sebastopoli: i russi guidati da
Gortschakoff avanzarono verso la linea della Cernaia per costringere il
nemico ad abbandonare gli approcci. All'alba del 16 agosto 1855 i russi
protetti dalla nebbia discendendo dal colle Makensie, assalirono
violentemente: difendevano la valle della Cernaia le milizie sarde e
circa quindicimila francesi: questi piegarono sulle prime, poi sostenuti
dai piemontesi ressero all'assalto. Era battaglia e fu vittoria
decisiva. Lamarmora aveva vinto salvando gli assedianti, resistendo,
respingendo con un pugno di uomini tutto lo sforzo della Russia.
La vergogna di Novara era cancellata.
A distanza di secoli la vittoria di Traktir pareggiava quella di Zama:
Scipione aveva liberato Roma in Africa, Lamarmora riscattava l'Italia in
Crimea; nessun'altra vittoria della lunga storia italiana, fra le molte
ottenute fuori d'Italia, potrà mai paragonarsi loro per l'arditezza
dell'idea e la grandezza dei risultati politici.
Tre settimane dopo la torre di Malakoff rovinava fulminata dalle
artiglierie francesi, e i russi evacuavano Sebastopoli dopo averla
incendiata secondo il loro barbaro patriottismo.
La guerra tornò a languire. Le perdite erano enormi da ambo i lati: la
Russia contava seicentomila morti, la Francia oltre centomila. Napoleone
III contento della vittoria, che gli otteneva vero riconoscimento
d'imperatore da tutti i grandi stati d'Europa, non intendeva spingersi
oltre nel pericolo di una guerra, che poteva sviare da un giorno
all'altro; l'Inghilterra, rassicurata sull'incolumità della Turchia, era
stanca; l'Austria, dopo aver perfidamente nicchiato durante la grande
impresa, stimò giunto il momento di trarne profitto imponendosi arbitra
fra i belligeranti.
Quindi con prepotente iniziativa sottopose ai gabinetti di Parigi e di
Londra alcune proposizioni di pace: neutralità del mar Nero chiuso a
tutte le navi da guerra e aperto a tutte le bandiere, rinuncia della
Russia al protettorato dei Principati Danubiani che ricadrebbero con
nuovo assetto sotto quello della Turchia, libero il commercio del
Danubio sino alla foce, limitato il dominio russo alla sponda sinistra
del fiume stesso, guarentigie dalla Turchia pei suoi sudditi cristiani.
Francia ed Inghilterra annuirono: la Russia vinta, piegò all'impreveduta
intimazione austriaca. L'armistizio si concluse il 1º febbraio 1856; il
congresso europeo a Parigi era indetto pel 25 dello stesso mese.
Congresso di Parigi.
Dopo tanto armeggio diplomatico e tanta guerra di armi, l'Austria
giganteggiava arbitra della situazione. La magnifica temerità del conte
di Cavour conchiudeva contro di lui. La democrazia esasperata denigrava
adesso nel disastro dei risultati la magnanimità delle intenzioni,
giacchè la guerra d'Oriente immorale, costosissima di sangue e di
denaro, aveva conculcato ogni principio di rivoluzione e di civiltà per
la sola difesa d'inconfessabili interessi materiali. L'astro di Cavour
sembrava tramontare: si buccinava che il Piemonte sarebbe escluso dal
congresso, il pericolo anche troppo probabile di questa umiliazione
avrebbe ridotto l'impresa di Crimea ad un parricidio per il Piemonte.
Ma il conte di Cavour pronto al riparo aveva già consigliato a re
Vittorio Emanuele un viaggio in Francia e in Inghilterra, che si mutò in
trionfo: le simpatie alla causa italiana crescevano, l'Europa cominciava
a sentire la grandezza morale del piccolo stato. Ad una enigmatica ed
allora scettica frase di Napoleone III «_que peut-on faire pour
l'Italie?_» che al D'Azeglio era sembrata come quella di Pilato «_quid
est veritas?_» il conte di Cavour, sempre inteso ad annodare col proprio
incomparabile ascendente personale relazioni politiche in favore
dell'Italia, rispose in una lunga lettera del 21 gennaio 1856, dieci
giorni innanzi alla segnatura dei trattati di pace. In essa chiedeva
all'imperatore d'indurre l'Austria a rendere giustizia al Piemonte,
osservando gli obblighi con esso contratti e persuadendole meno aspro
governo nelle provincie del Lombardo-Veneto; di frenare l'anarchica
tirannide del re di Napoli e di ristabilire in Italia l'equilibrio del
trattato di Vienna collo sgombro delle truppe austriache dalla Romagna,
e colla costituzione delle Legazioni sotto un principe secolare.
Questo disegno così povero d'italianità e nel quale il grande
liberalismo unitario doveva necessariamente riconoscere un tradimento
dell'idea nazionale, fu nullameno scartato dal conte Walewski, primo
ministro francese, per riguardi all'Austria e per non complicare il
lavoro già difficile del congresso.
La politica piemontese procedeva di smacco in smacco. L'Austria,
abusando della propria preponderanza, pretendeva di escludere il
Piemonte dal congresso quale potenza di second'ordine, poichè il
trattato d'alleanza firmato audacemente da Cavour come non aveva
assicurato al Lamarmora la dignità di un posto nel consiglio di guerra,
così non aveva guarentito al Piemonte parità di trattamento al congresso
di pace. La tradizione diplomatica era ostile all'ammissione della
Sardegna, stato minuscolo, alleato fatalmente secondario che non avendo
deciso la guerra non poteva stabilire la pace. Ma l'astuto ministro
superò il Lamarmora guadagnando a forza di maneggi la propria entrata al
congresso. La prontezza del pensiero, l'a proposito delle osservazioni,
un tatto fascinatore, gli ottennero ben presto nel solenne consesso
simpatie ed importanza: con generosa avvedutezza egli sostenne la Russia
contro le pretese intrattabili dell'Austria, sedusse lord Clarendon,
persuase a Napoleone III e al conte Walewski, presidente del congresso,
di toccare malgrado ogni impossibilità di procedura al problema
italiano.
Un _Memorandum_ era già stato presentato ai ministri francesi ed
inglesi.
Tutto lo scopo dell'impresa di Crimea si condensava pel Piemonte in
questa presentazione al congresso della questione italiana; naturalmente
il congresso non potrebbe parlarne che platonicamente, ma il Piemonte
otteneva così il riconoscimento della propria egemonia sull'Italia; e
questa uscendo finalmente dal cerchio tempestoso delle insurrezioni
saliva a quello più fecondo dei governi. Tutta la destrezza del conte di
Cavour bastò appena per vincere le difficoltà che l'Austria moltiplicava
per sottrarsi a tale discussione. In un congresso per una guerra
combattuta contro tutti i principii di libertà e di nazionalità, il
miglior argomento per Cavour era la propria politica francamente
liberale ma risolutamente antirivoluzionaria: il suo spietato contegno
contro gl'insorti pei moti del 6 febbraio in Milano, la sua prudenza
nella questione religiosa con Roma, la sua guerra al mazzinianismo, gli
ordini ammirati ed ammirabili costituiti nel Piemonte, gli valsero il
permesso di parlare dell'Italia ad un congresso, nel quale l'Austria
primeggiava. Si credè o si finse di credere che i suoi propositi fossero
non già per una rivoluzione ma contro una possibile rivoluzione
italiana.
Infatti le sue proposte avrebbero piuttosto nociuto che giovato
all'Italia: le fruttò invece moltissimo l'aver sollevato il suo problema
interno a problema europeo.
Durante la discussione, alla quale il conte Buol plenipotenziario
austriaco si ricusò e dalla quale i legati russi finirono per ritirarsi,
il conte Walewski fu guardingo e rispettoso per lo stato pontificio,
giacchè il papa aveva in quei giorni tenuto a battesimo il principino
imperiale, limitandosi ad auguri di componimento fra sudditi e principi
italiani; il generale Manteuffel prussiano si mostrò scettico e
riservato, il solo lord Clarendon condannò impetuosamente i governi
papale e borbonico additandoli al disprezzo d'Europa. La sua foga fu
tale che per poco non ne nacque aspro diverbio col conte Buol, anzi
corsero fra essi tali frasi che non si vollero affidare al protocollo.
Il conte di Cavour illudendosi, malgrado la solita perspicacia,
sull'appoggio dell'Inghilterra in una guerra immediata contro l'Austria,
spinse più oltre l'attacco; ma una visita a Napoleone e un'altra a
Londra lo guarirono dell'illusione.
Naturalmente il congresso si limitò ad inutili consigli di minore
tirannide all'Austria e al re di Napoli: quindi al suo sciogliersi
Cavour presentò al conte Walewski e a lord Clarendon un memoriale, ove
riassumendo tutti gli esposti argomenti minacciava l'Europa di nuove
perturbazioni rivoluzionarie italiane per gl'insoffribili trattamenti
dei governi reazionari verso i sudditi, e lamentava ancora una volta
l'insostenibile posizione fatta al Piemonte fra le indomabili agitazioni
mazziniane e le pressioni minacciose dell'Austria.
In tutta l'Italia l'opera del conte di Cavour al congresso di Parigi
parve di vittoria: fioccarono indirizzi al grande ministro, crebbero le
dimostrazioni verso il Piemonte. I toscani mandarono all'abile
diplomatico un busto scrivendovi sotto il fiero verso di Farinata: A
«colui che la difese a viso aperto». Non si avvertì e non si potè
avvertire quanta insufficienza d'idea italiana e quale abbandono di
patriottici propositi importassero i disegni esposti da Cavour nel
_Memorandum_ col quale non osava nemmeno domandare lo sgombero degli
austriaci dal Lombardo-Veneto. Bastò alla coscienza nazionale il fatto
non piccolo che un congresso di diplomatici avesse condannato tutti i
governi dell'infelice penisola. Si comprese che il Piemonte come stato
non poteva usare il linguaggio nè proporre la rivendicazione della
patria coll'eroica ed intransigente formula di Mazzini; s'indovinò che,
qualunque fossero i suoi disegni pel futuro, aveva dovuto allora non
solamente mascherarli ma nasconderli; si sentì sopratutto che parlando
in nome d'Italia contro tutti gli altri governi in un congresso, al
quale essi non potevano entrare, il Piemonte iniziava quell'unificazione
della patria attribuitagli da Manin.
A conferma di questa interpretazione il conte di Cavour, non contento
delle frasi pronunziate alla camera contro gli ostinati oppositori della
sua politica, spezzando i vecchi metodi diplomatici pubblicò per le
stampe il proprio memoriale come una sfida: l'Austria presa al laccio fu
pronta a rispondere in egual modo con un altro più insolente, mentre
tutti i governi condannati tacquero come riconoscendo in essa il proprio
difensore.
Il conte di Cavour abilmente non replicò.
Adesioni al Piemonte.
Evidentemente la sua politica cominciava a fruttare. Mentre il grande
partito democratico capitanato da Mazzini proseguiva indomabile
nell'opera rigeneratrice della coscienza nazionale, il Piemonte, pur
combattendolo e serbandosi impassibile dinanzi ai dolori della patria,
allargava la propria influenza. La nazione incapace d'insorgere al grido
di Mazzini si rivolgeva consolata a questo governo parlamentare così
forte da parlare all'Europa d'una politica italiana.
L'epoca eroica del metodo rivoluzionario era consunta: un'altra più
fortunata ne cominciava.