popolo italiano è sorprendente di verità e di costanza: egli solo nella
rivoluzione del quarantotto aveva misurato il vôto di tutte le imprese.
Federazione di principi, egemonia papale, republiche regionali,
insurrezioni municipali, eserciti regolari e milizie di volontari, tutto
gli si era rivelato del pari insufficiente. Tutto era fallito, e solo il
Piemonte restava. Il popolo d'Italia non era nè rivoluzionario nè
guerresco; il popolo non si batteva; tutto lo sforzo della guerra e
della rivoluzione era stato sopportato da appena trentamila volontari;
eroismi parziali non contavano: la massa dei ventidue milioni, che
componevano la popolazione d'Italia, non s'appassionava nè di
rivoluzioni nè di guerra. L'Italia era incapace di espellere l'Austria
liberandosi contemporaneamente di tutti i principi e costituendosi in
republica: il problema del papato, ora che la Francia vi si era annidata
stanziando a Roma, era peggio che impossibile all'iniziativa italiana.
La rettorica nazionale malgrado la sublime verità di certi particolari
non aveva fatto presa sullo spirito di Cavour. Nullameno questo scettico
aveva una fede ancora confusa ma salda; poichè l'Italia incapace di
compiere la propria rivoluzione aveva pure per una necessità
dell'assetto europeo a mutare di condizione e ad essere conquistata, il
Piemonte si doveva a questa conquista. Quindi prima l'indipendenza e poi
la libertà; invece di costituente, annessioni e fusioni immediate, a
stimolo di queste l'esempio della libertà costituzionale; ma siccome il
Piemonte non bastava nè solo, nè aiutato da volontari italiani a lottare
contro l'Austria, bisognava ingrandirlo nella stima italiana ed europea,
aspettando dal caso l'aiuto di sufficienti alleanze.
Il grido di Giulio II «fuori i barbari!» diventa tutto il programma del
nuovo statista.
Il genio italiano, che aveva delirato in Gioberti risognando col papa il
primato universale d'Italia, e che errava ancora attraverso l'Europa con
Mazzini predicando una impossibile iniziativa italiana per una terza
epoca europea, s'impiccioliva solidificandosi nella ragione di Cavour
sprezzante di ogni sistema, italiano a forza di essere piemontese,
liberale per necessità di conservatore, rivoluzionario nell'orbita dei
parlamenti e delle diplomazie, conquistatore per influenza di alleanze e
per destrezza manipolatrice degli stessi inconciliabili elementi
rivoluzionari.
Nessuno forse in questo secolo lo pareggiò come organizzatore
all'infuori di Napoleone I, e questi lo era in modo diverso.
Così Cavour spiegando nel ministero la miracolosa attività di Mazzini
nella propaganda rivoluzionaria, prenderà singolarmente e
cumulativamente tutti i portafogli: una inesausta scienza dei
particolari lo renderà ammirato e temuto da subalterni e da avversari
senza che la stanchezza fra tante battaglie parlamentari e brighe
diplomatiche lo sorprenda mai appesantendogli la mano o velandogli
l'intelligenza. Nell'amministrazione anzi brillerà tutto il suo ingegno:
in essa rinnovando tutti i trattati di commercio e mutando arditamente
la politica da protezionista in libero-scambista si mostrerà
rivoluzionario; spingerà il moto ferroviario colla stessa rapidità e
sicurezza di Frère Orban nel Belgio; primo in Europa, colle finanze
sempre stanche e nullameno sempre alacri di uno stato costretto ad una
disastrosa preparazione di guerra, oserà il grande foro del Cenisio,
riprenderà il concetto di Napoleone I sul golfo della Spezia creandovi
il massimo arsenale piemontese all'ultimo confine dello stato con
temeraria e superba affermazione italiana. La concentrazione nel
Piemonte delle migliori forze nazionali, se non avrà con lui quel largo
concetto di Mazzini, sarà non pertanto un capolavoro di destrezza e di
costanza; l'altalena della sua politica ora favorevole ai moti di
ribellione ora repressiva sino all'ingiustizia, esprimendo le
insufficienze del suo pensiero davanti alla rivoluzione, rivelerà
tuttavia un diplomatico sempre capace di riguadagnare in nuova
combinazione il troppo concesso durante una crisi inevitabile alle
recriminazioni di governi alleati: ma sopratutto un alto sentimento di
libertà parlamentare e d'indipendenza piemontese lo salverà dalle quasi
inevitabili dedizioni dei piccoli stati costretti a muoversi nell'orbita
delle maggiori potenze.
Mentre Mazzini è prima riformatore che rivoluzionario, Cavour si
presenta subito come un politico di governo, intento ad ingrandirlo
moralmente e materialmente: quelli riassume tutta l'idealità italiana,
questi nè unitario nè federalista condensa nella propria opera tutta la
praticità possibile, oppugnando anzitutto lo straniero e preparando
nell'inconfutabile superiorità del Piemonte la possibilità all'Italia di
agglomerarvisi in un modo o nell'altro. Se Mazzini vede più lontano,
Cavour vede più giusto; l'uno vuole l'Italia in una rivoluzione così
liberale che la rimetta alla testa d'Europa con un miracolo di genio
popolare, l'altro riconoscendo impossibile questo disegno e giudicandone
pazzi o criminosi tutti i mezzi, non mira che all'alta Italia per
costituirvi un forte regno del nord che potrà poi un giorno avvallare
oltre il Po. La politica, che per Mazzini è la sintesi di una educazione
spirituale, per Cavour non sorpassa un calcolo di combinazioni
diplomatiche parlamentari, militari ed economiche; Mazzini vede per
l'Italia un disastro quasi peggiore della divisione in tanti stati e
della servitù allo straniero nella possibilità di ricostruirsi entro una
conquista regia; Cavour pone il proprio supremo trionfo nel
conseguimento della indipendenza dall'Austria e nella formazione di uno
stato parlamentare, che armonizzandosi ai migliori governi europei fonda
la tradizione monarchica colla libertà popolare, distribuendo equamente
il potere fra le varie classi sociali e limitando al minimo lo
spostamento degli ordini stabiliti.
Ma diffidente della rivoluzione per indole e per ufficio, Cavour saprà
qualche volta osarne le temerità impadronendosi de' suoi metodi e de'
suoi uomini avvolgendosi nelle più intricate contraddizioni senza che nè
l'impresa gli si svii, nè l'opera gli si indebolisca.
In faccia al problema politico e religioso di Roma Mazzini appellerà
_dal Papa al concilio e dal concilio a Dio_, dichiarando morto il papato
in nome di una nuova rivoluzione cristiana: Cavour affermerà da Torino
Roma capitale d'Italia, subordinandone la conquista al beneplacito della
Francia e guarantendo il papato colla formula «libera chiesa in libero
stato». Cavour morirà precocemente nel sogno di Vittorio Emanuele
regnante al Quirinale; Mazzini, che lo vedrà realizzato, verrà vecchio e
sconosciuto a morire in Toscana profetando con fede sublime la republica
in Campidoglio.
Ma l'Italia non si sarà costituita che per l'opera loro; l'uno sarà
stato il suo genio, l'altro il suo intelletto; questi le avrà inspirato
la rivoluzione, quegli le avrà dato la costituzione; ma la trascendenza
di Mazzini e l'insufficienza di Cavour, egualmente necessarie e
fatalmente antagoniste, non si saranno conciliate che nell'istinto e per
l'istinto di Giuseppe Garibaldi.
CAPITOLO TERZO.
La politica dell'egemonia
Ministero di Cavour.
Malgrado ogni buona volontà l'opera della ricostituzione piemontese si
scopriva ogni giorno più difficile.
Mentre D'Azeglio usando del proprio ascendente personale s'affaticava a
rifare la situazione diplomatica dello stato, e il conte Siccardi
prendeva l'iniziativa delle riforme ecclesiastiche, e Alfonso Lamarmora
accogliendo nell'esercito ufficiali di tutte le provincie italiane si
dedicava con incomparabile costanza al miglioramento degli ordini
militari, i partiti politici dentro e fuori del parlamento non avevano
ancora trovato il proprio assetto. Cavour, salito al ministero del
commercio, iniziava con prodigiosa destrezza ogni maniera di riforme
economiche, piuttosto sbalordendo compagni ed avversari che traendosi
dietro un partito capace di sorreggerlo. Le questioni di politica
generale si ripetevano ad ogni incidente, giacchè le frequenti
dissoluzioni delle Camere non avevano bastato ancora a schiarire negli
elettori il grande problema del momento. La destra, subendo la legge
sulle immunità ecclesiastiche, aveva esaurita ogni condiscendenza;
l'estrema sinistra teneva sempre il broncio o declamava; solo al centro
sinistro un forte gruppo capitanato da Urbano Rattazzi, abile avvocato e
più abile parlamentare, che il coraggio di affrontare al potere le
massime crisi della futura rivoluzione doveva poi rendere illustre,
manovrava destramente per accostarsi al governo.
Il colpo di stato del 2 dicembre 1851, scoppiato in Francia
rovesciandovi la republica, scrollava i piccoli stati vicini. Napoleone
III per proclamarsi imperatore dovette necessariamente iniziare un'altra
reazione. Il Piemonte fra le nuove pressioni francesi e le costanti
minacce dell'Austria, non più coraggioso della Svizzera, piegò violando
l'ospitalità accordata ai fuorusciti e restringendo la libertà della
stampa. Con una legge improvvisata nella paura si tolse quindi ai
magistrati d'appello, congiunti ai giudici del fatto, i giudizi sui
reati di stampa per offese ai sovrani esteri, e si attribuirono ai
tribunali ordinari colla condizione della richiesta della parte offesa,
affermata ma non esibita dall'accusatore pubblico. Era una dedizione
della miglior parte della sovranità e per la quale si sottoponeva
all'arbitrio di governi esteri la libertà dei cittadini e dei
fuorusciti; i nuovi processi con denuncie estere e segrete avrebbero
tolto ogni rispettabilità alle sentenze. Nullameno la destra guidata dal
colonnello Menabrea pretendeva di peggio; il centro sinistro s'accostava
invece al governo purchè la reazione non andasse oltre. Cavour con
ardita manovra, profittando dell'assenza del D'Azeglio presidente del
gabinetto, volse le spalle alla destra. L'antico partito savoiardo
rimaneva così distanziato come un battaglione di veterani incapace di
reggere alla fatica di tappe forzate; il nuovo partito italiano arrivava
al potere per scoprire alla nazione il segreto della grande preparazione
piemontese. D'Azeglio, sorpreso e sorpassato, recalcitrò a questa
prepotenza di Cavour, che avendo già preso i portafogli del commercio e
delle finanze, esautorava con un colpo di stato parlamentare la
presidenza del gabinetto. La dittatura cavouriana cominciava con una
combinazione di partiti, ai quali il conte Revel reazionario dette il
nome, rimasto poi celebre, di connubio. Ma il ministero ne rimase
scosso. Luigi Carlo Farini romagnolo vi era dianzi succeduto nel
dicastero della pubblica istruzione al conte Gioia piacentino, come a
mantenervi il carattere italiano colla propria qualità di fuoruscito:
quindi i clericali costrinsero con una carica disperata D'Azeglio a
nuovi rimpasti per dar tempo ai partiti di riorganizzarsi. Un Alessandro
Pernati clericale toccò un momento il ministero dell'interno per
rendervisi ridicolo con severe ordinanze sulla chiusura dei fondachi
nelle domeniche; ma la scissura fra Cavour e D'Azeglio, allargandosi
ogni giorno, rendeva necessaria una separazione. D'Azeglio si credette
per un'ultima volta vittorioso col costringere l'abile avversario a
ritirarsi, mentre invece la rivoluzione parlamentare compìta da questo
era già tale che egli solo avrebbe dovuto padroneggiarla. Infatti
allontanandosi momentaneamente dalla Camera per saggiare in un viaggio a
Parigi e a Londra la pubblica opinione sul problema italiano, Cavour
parve anche più necessario di prima: il ministero D'Azeglio sbattuto
dalle istanze insolenti del legato francese His de Butenval sulla solita
questione degli emigrati e della stampa arenò nella questione del
matrimonio civile. La Camera aveva votato quasi con entusiasmo questa
nuova emancipazione dall'autorità sacerdotale nell'atto più importante
della vita, ma il senato del quale le riforme siccardiane avevano già
consumato il liberalismo, s'impuntò. Roma tempestava da tempo: la legge
sul matrimonio civile raddoppiò quindi l'accanimento della sua
resistenza. Invano il guardasigilli piemontese fece pompa di dottrina
svolgendo in una memoria le ragioni dello stato nel contratto del
matrimonio; più indarno e peggio Vittorio Emanuele si umiliò al
pontefice sino a chiedergli in una lettera autografa l'assenso alla
legge: Pio IX rispose sprezzante, il cardinale segretario Antonelli
eccitò i vescovi alla rivolta contro la nuova eresia, il partito
aristocratico minacciava, nelle campagne cresceva l'ostilità, i liberali
aspreggiavano le titubanze del ministero, quindi D'Azeglio si dimise
additando in Cavour il solo uomo politico capace di fronteggiare la
situazione.
Questi, benchè anelante al potere, ebbe l'avvedutezza di lasciare
tentare un ultimo esperimento di accordo con Roma da Cesare Balbo, che
naturalmente fallì. Quindi riafferrò con mano sicura la direzione del
governo. Ma risoluto a frangere tutte le resistenze del partito
clericale non volle momentaneamente rompere l'equilibrio parlamentare
col largheggiare verso il centro sinistro: così mantenne al ministero il
Lamarmora, che gli guarentiva la riorganizzazione militare, il
Paleocapa, ingegnere di grandissimo merito, che rappresentava lo spirito
di progresso nelle opere materiali, e il Buoncompagni calmo e sensato
intelletto, che vi conserverebbe la necessaria misura nella questione
religiosa. Solo qualche mese dopo, per gli accordi stabiliti nel
connubio, a questi successe il Rattazzi.
Il ministero D'Azeglio all'indomani della rotta di Novara era stato
un'amministrazione di tregua; questo di Cavour era una giunta di
combattimento. Infatti Gioberti morente a Parigi nella povertà di un
illustre esilio, quasi profetando, tracciava nel _Rinnovamento civile_
la strada che si sarebbe corsa per raggiungere l'unificazione nazionale.
Ormai la reazione paesana era vinta: la resistenza di Roma non
impedirebbe certo il progresso della nuova legislazione.
Quindi Cavour comprendendo «l'impossibilità pel governo di avere una
politica nazionale e italiana in faccia allo straniero, senza essere
all'interno liberale e riformatore», si accinse febbrilmente a mutare la
situazione del Piemonte. Perchè il piccolo stato potesse sotto
l'insidiosa sorveglianza dell'Austria mettersi alla testa delle speranze
nazionali, doveva non solo umiliare colla propria libertà costituzionale
ogni altro principato italiano, ma spiegando in esiguo quadro tutte le
energie di un grande paese riconquistare la stima dell'Europa con opere
superiori alle proprie forze.
Bisognava anzitutto per salvare il Piemonte farne un istrumento della
rivoluzione nazionale. Le sue finanze oberate dalle spese della guerra e
dell'indennità parevano esauste. Il bilancio delle sue spese, prima non
maggiore di 80 milioni, era salito nel 1849 sino a 216 milioni per
fissarsi tra i 130 e i 140. Il paese era povero di manifatture, scarso a
commerci. Invece di restringere le spese con meschini criteri di
economie, che assestando il bilancio avrebbero lasciato il paese
nell'inerzia e nella miseria di ogni avvenire italiano, Cavour osò
raddoppiarle moltiplicando imposte, debiti ed opere pubbliche per farlo
grande. Il suo bilancio, che nessun finanziere avrebbe potuto approvare,
venne da lui stesso chiamato con frase superba «bilancio dell'azione e
del progresso».
Col coraggio di un ingegno egualmente libero da sistemi e da pregiudizi,
respingendo e correggendo ogni altra proposta, conquistò sul
patriottismo della Camera un certo numero di tasse minute per 70
milioni, e ne impiegò tosto 200 per la costruzione delle vie ferrate di
Genova, Lago Maggiore, Novara, Susa, Savoia: sviluppò lo spirito di
intrapresa, ridestò la vita nelle provincie con ogni mezzo di
comunicazione. Quindi, malgrado l'ingrossare del _deficit_, ridusse la
tassa del sale, compì la riforma delle tariffe postali. Una fede
incrollabile nei miracoli della libertà e del lavoro lo sosteneva: però
miglior uomo di stato che economista contraeva debiti per aumentare la
somma circolante di denaro a favore delle industrie, e cresceva loro le
tasse per stimolarle con sapiente gradazione a migliore attività, mentre
colla rinnovazione libero-scambista di tutti i trattati apriva nuovi
sbocchi alla produzione e annodava relazioni diplomatiche capaci un
giorno di frutti politici. Per questo riguardo il suo trattato colla
Francia, dalla quale sentiva la necessità di comprare a qualunque prezzo
simpatie politiche, fu più scarso pel Piemonte di vantaggi materiali che
non quello coll'Inghilterra. Ma come tutto ciò non bastasse, prodigava
denaro all'esercito su ogni istanza del generale Lamarmora, muniva
Casale, fortificava Alessandria, riforniva magazzeni, aumentava i quadri
delle milizie. Un'incomparabile attività si ridestava nel Piemonte:
Torino formicolava d'insigni fuorusciti; nelle scuole ogni giorno
cresceva il numero delle cattedre; l'orgoglio nazionale si rianimava
alla fede, che il ministro mostrava nel paese.
Pochi anni dopo la rotta di Novara nessuno sapeva più riconoscere il
vecchio Piemonte. Il parlamento assorbito nell'unità di una politica
altrettanto varia nei mezzi che fisa in una sola idea, sempre destra
negli espedienti e fertile nei risultati, non era più che una
maggioranza docile ed operosa: l'estrema destra vi si mostrava in rari
fossili, l'estrema sinistra in pochi declamatori. Un forte partito
liberale sosteneva il ministro, anche sembrando talora osteggiarlo.
Tutto piegava presto o tardi sotto lo sforzo della sua ferrea volontà.
La rivoluzione indigata nella costituzione avanzava rapida e sicura.
Naturalmente se nella politica estera tutta l'abilità era usata a
conquistare simpatie per mutarle in alleanze, in quella interna le
difficoltà dovevano venire dai rapporti con Roma. Questa cresciuta a
centro della reazione austriacante combatteva in Torino la nuova
capitale morale d'Italia, giovandosi delle questioni religiose per
sconvolgere la coscienza popolare divisa fra esigenze cattoliche e
speranze italiane. Ma Cavour, cogliendo con pronta intuizione la
necessità di tagliar corto ad accordi impossibili, spinse alacremente le
riforme. Le leggi sul matrimonio civile, sulla riorganizzazione dei beni
ecclesiastici, sulla soppressione degli ordini monastici mendicanti,
incalzarono vivamente la curia vaticana. La rottura fu clamorosa, le
lotte in parlamento e in paese animatissime. Tutti sentirono
confusamente che si combatteva una suprema battaglia: sovranità civile e
potere ecclesiastico, chiesa e stato, dopo un duello di quindici secoli
erano agli ultimi colpi: nella vittoria dello stato trionfava la
nazione, nella sconfitta del Vaticano Torino, provvisoria capitale
d'Italia, salvava il diritto di Roma, eterna, futura capitale d'Italia.
Mentre i reazionari si scalmanavano contro queste leggi nell'ingenua
convinzione di salvare da esse il cattolicismo, e i radicali si
estenuavano a spingere il ministero in una guerra religiosa contro i
preti per vendicare i millenari dolori inflitti all'Italia dal papato,
Cavour nè rivoluzionario, nè reazionario, cattolico in fondo alla
coscienza, di quell'indefinibile cattolicismo che transige coi dogmi
riconoscendoli, dominava la battaglia col motto d'ordine -- Libera chiesa
in libero stato. -- Questa formula indeterminata gli diede la vittoria.
Lo stato invece di dichiararsi più alto della chiesa si affermò più
vasto, e la contenne. Matrimonio civile, abolizione degli ordini
mendicanti, riorganizzazione di una parte dell'asse ecclesiastico furono
votati. Ma Cavour arrestò la soppressione degli ordini monastici ai più
inutili, e s'oppose all'incameramento dei beni ecclesiastici. La sua
coscienza di liberale rifuggiva dall'idea di un clero salariato e quindi
assoldato dallo stato; la sua fede di cattolico non ardiva risalire
all'antica idea cristiana del clero vivente colle sole elemosine dei
fedeli.
Pio IX e il cardinale Antonelli, dopo aver maltrattato gli ambasciatori
del Piemonte durante la guerra, gettarono alte grida nella rotta: il
pontefice diramò un'enciclica e lanciò la scomunica; il cardinale
pubblicò un sordido libello contro i ministri sardi, al quale rispose
con dignitosa eloquenza Massimo D'Azeglio.
Cavour uscì ingrandito dalla lotta.
Oramai il Piemonte doveva combattere colla stessa impossibilità di
transazione Austria e papato: la sua egemonia sull'Italia conquistava
così un riconoscimento unanime.
Alcune sventure domestiche, malvagiamente interpretate dal clero come
castighi divini, diedero quindi alla dinastia una più nobile aureola di
dolore: la fede al ministro si mutò in fanatismo pel re, cui il popolo
diede l'incredibile nome di galantuomo. E fu meritato.
Intanto l'Austria, esasperata dalla crescente fortuna del Piemonte,
esagerava l'oppressione nelle Provincie del Lombardo-Veneto pei moti del
6 febbraio 1853 in Milano. Dopo aver nauseato l'Europa colla quantità e
colla ferocia dei supplizi, violando ogni giure internazionale sequestrò
i beni degli emigrati divenuti piemontesi per naturalizzazione. Il conte
di Cavour, cui l'infelice tentativo mazziniano veniva a disordinare i
lenti ma sicuri approcci della nuova politica monarchica, fu questa
volta inferiore a se stesso nell'improvvido zelo di persecuzione
spiegato contro i rivoluzionari a richiesta dell'Austria: chiuse le
frontiere piemontesi ai fuggiaschi, imprigionò, sfrattò, deportò,
svillaneggiò a mezzo della stampa ministeriale illustri patrioti con sì
ribaldo accanimento da provocare nobili proteste a loro favore persino
nell'esercito tutt'altro che rivoluzionario. Francesco Crispi, oggi
(1888) presidente dei ministri, fu allora fra gli espulsi; Benedetto
Cairoli, primogenito di cinque fratelli che dovevano poi diventare i
Maccabei dell'imminente rivoluzione, anch'egli salito più tardi alla
presidenza del ministero, venne condannato a domicilio coatto. L'odio al
partito mazziniano spingeva l'illustre ministro a disonorarlo con ogni
mezzo nell'opinione d'Italia a benefizio del Piemonte. Nullameno,
compiuto l'atto malvagio, pensò tosto a sfruttarlo col denunziare
all'Europa la ingiustizia dell'Austria nei sequestri sui beni degli
emigrati, e col troncare con essa le relazioni diplomatiche. L'Italia,
sbigottita nella propria novella fede monarchica dallo spietato
trattamento del Piemonte verso i ribelli, si riconciliò immediatamente
coll'ambiguo ed ardito ministro. I patrioti malmenati e dispersi non
ottennero nemmeno la solita pietà per tutti i vinti: il ministro
dell'interno Ponza di San Martino si vantò alla Camera d'aver fatto
sequestrare a Genova una risposta di Mazzini prima che stampata,
subornando con denari gli stampatori.
La profezia di Cesare Balbo, che la pace del 1849 fra Piemonte ed
Austria sarebbe un semplice armistizio, pareva realizzarsi, quando il
conte di Cavour memore dell'antico Scipione osò per meglio combattere
l'Austria entrare momentaneamente nella sua alleanza coll'Inghilterra e
colla Francia contro la Russia.
Guerra di Crimea.