l'estreme ore della rivoluzione succedevano le antinomie parlamentari
delle parti che accettando lo statuto volevano serbarlo intatto come
un'egida, o affinarlo come un'arma contro l'Austria e a pro'
dell'Italia. La tradizione piemontese e l'idea italica, mascherandosi
con ogni più fragile drappeggio parlamentare, dovevano fatalmente
combattersi in qualunque proposta di legge. Pei vecchi piemontesi lo
Statuto concesso da Carlo Alberto per beneplacito, e conservato da
Vittorio Emanuele per magnanimità non poteva mutare l'assetto politico
dello stato; l'aristocrazia del nome e del censo vi sarebbe rimasta
negli aviti privilegi imperando, quella con più lustro, questa con
maggior comando: il clero conserverebbe nello stato e nella società
l'indiscutibile primazia; il Piemonte abituato da secoli ad essere il
migliore principato italiano, durerebbe sicuro e felice entro i propri
confini abbandonando alla tragica fortuna della storia il resto
d'Italia. La cattiva prova della recente rivoluzione, che pesava e
peserebbe ancora a lungo sul Piemonte, persuadeva così al suo prudente
orgoglio la piccola antica autonomia colla gerarchia intatta delle
classi, cogli ordini politici inalterati, cogli usi sociali escludenti
il popolo da ogni alta funzione politica. Lo statuto doveva
cristallizzarsi in un ambiente di rispetto religioso e col sottinteso
furbesco d'un egoismo ricusante di slargare i propri privilegi per tema
di maggiori pericoli. Il re costituzionale ridiventerebbe così re
assoluto, servito da una oligarchia parlamentare di censiti: l'idea
democratica, sepolta nella gloria dello statuto, come i Faraoni in
quella delle piramidi, non disturberebbe il facile e proficuo impero sul
popolo. Del governo non restava quindi che un'amministrazione: il
parlamento, anzichè assemblea di rappresentanti popolari, si riuniva
come un collegio di padroni nello studio dei propri interessi.
Per gli altri costituzionali occorreva invece la consacrazione d'un
nuovo ordine nello stato. Comunque concesso e redatto, lo statuto
affermava la sovranità popolare: il re v'era bensì parte integrante ma
non più superiore; bisognava consultare il popolo, farlo a poco a poco
capace di maggiori libertà, idoneo a più alti diritti. Lo statuto
svolgendosi aveva a correggersi e ad ampliarsi; era non il presente ma
l'avvenire, e non solo del Piemonte d'allora ma d'un altro possibile
Piemonte che dall'Alpi giungesse all'Adriatico. L'irresistibile senso di
modernità, ond'erano spinti questi più abili conservatori ad un graduato
progresso delle istituzioni, si spaventava però al solo nome di
rivoluzione, mentre questa si appiattava non vista sotto ogni più
anodina riforma, si scopriva in ogni urto di discussione, s'allargava
ogni giorno in minuti ed incalcolabili mutamenti della vita. Se i vecchi
piemontesi avevano nella loro conservazione dello stato il sottinteso di
mantenerlo immobile per passione di antiche idee e di più antiche
abitudini, e però non erano in fondo che aristocratici; gli altri
parlando sempre d'Italia e di libertà non osavano precisare a se
medesimi l'idea dell'uno e dell'altra nella necessità d'una nuova
rivoluzione nazionale.
Gli estremi partiti clericali e radicali, pari nell'odio e nella
energia, affettavano invece il disprezzo dello statuto: quelli
qualificandolo d'empietà, questi d'ipocrisia: gli uni accusandolo di
negare la religione, gli altri di perdere l'Italia; i preti minacciavano
la dinastia dei castighi di Dio, i mazziniani la denunziavano alle
assise della nazione, affermando in ogni necessaria contraddizione della
sua politica un tradimento. Nessuna idea era ancora chiara, quantunque
l'istinto procedesse già sicuro.
Le annessioni provocate da Carlo Alberto e ottenute con suffragio
universale a rovescio di quello ristrettissimo dello statuto, il
vessillo tricolore sostituito alla bandiera azzurra dei Savoia, la
costituzione conservata, legavano il Piemonte alla rivoluzione italiana,
mentre l'idea rivoluzionaria costretta ad essere republicana oppugnava
sopratutto il nuovo regno costituzionale. Così il Piemonte aveva contro
di sè tutti i principi italiani, l'Austria e Mazzini, non trovandosi in
questa lotta disuguale altra arma che il proprio statuto. Bisognava
isolare l'Austria in Europa, annullare col confronto del proprio esempio
tutti i principi d'Italia alzando il principio della monarchia fino a
quello di nazionalità, assorbire dall'eroico ed inorganico partito
democratico tutta la verità della sua idea e l'inesauribile forza della
sua passione per darle corpo in uno stato costituzionale e nazionale; e
ciò venne fatto con processo sovente inconsapevole, con mezzi quasi
sempre contraddittori. Il risultato ne riuscì anche maggiore delle
intenzioni; il favore delle circostanze dovette compensare molte
inabilità politiche.
Ma le prime difficoltà apparivano terribili.
Anzitutto era d'uopo esistere. Guerra e rivoluzione avevano stremato il
paese, quella rivelando i pessimi ordini dell'esercito, questa
sconvolgendo le idee e scrollando sulle vecchie basi tutti gl'interessi.
Le finanze erano esauste, disfatta la milizia, poche le risorse, le
istituzioni economiche sbaragliate, le politiche mal certe: bisognava
ricreare non ripristinare. La conservazione dello statuto obbligava il
Piemonte ad una preparazione rivoluzionaria più costosa della guerra
passata per potersi rimettere in un momento ancora imprecisabile alla
testa della nazione contro l'Austria. Ma il paese era povero:
aggravandolo di nuove tasse bisognava schiudergli altre ricchezze;
spingendolo sulla via della rivoluzione conveniva mantenerlo
inflessibilmente nell'orbita monarchica; togliendogli l'entusiasmo
democratico si doveva dargli un'ardente fede monarchica; limitandogli lo
sviluppo della libertà era sopratutto necessario assicurargli in una
prossima rivincita il trionfo della indipendenza nazionale.
Mai problema politico si presentò più avviluppato e grandioso.
Vittorio Emanuele, malgrado la volgarità della propria natura, ne
assicurava buona parte della soluzione, giacchè accettando lo statuto
non aveva conservato sottintesi. Prode, fremente della sconfitta,
lealmente operoso, era pronto a tutte le conseguenze di questa prova
ancora mal compresa di costituzionalismo rivoluzionario; nessun principe
d'Italia, nessun re d'Europa aveva forse allora migliori intenzioni di
lui e più salda volontà di mantenerle. Il parlamento incomparabilmente
superiore a quelli di Napoli di Firenze e di Roma, era nullameno inetto
al difficile esperimento. La sua destra, capitanata dal conte Solaro
della Margherita, era ancora più dinastica che monarchica; lo statuto
non le pareva che una prepotenza rivoluzionaria mantenuta nel governo da
una irragionevole necessità, e della quale bisognava limitare lo
sviluppo. La sinistra, guidata da Brofferio, avvocato, retore sino
all'eloquenza, tribuno e letterato, irrequieto ed impetuoso, nobile ed
imprudente, capace di grandi idee ed inabile nella pratica, democratico
intransigente e non pertanto costituzionale arrendevole, si componeva di
radicali. Fra essi molti fuorusciti diffidenti ancora della monarchia o
feriti dalla rivoluzione spasimavano di rivolta, pronti a scambiare ogni
prudenza di governo per una viltà e qualunque manovra diplomatica per un
tradimento; impazienti nella preparazione ed eccessivi nei dibattiti,
altrettanto ingiusti nelle accuse quanto magnanimi nelle intenzioni, più
italiani che piemontesi, mentre bisognava essere più piemontesi che
italiani per poter un giorno essere solamente italiani.
La maggioranza governativa, mobile e indeterminata, non avea programma
esplicito. Balbo, ultimo e più illustre fra i neo-guelfi, rappresentava
i vecchi liberali ora incompresi ed incomprensibili. Alfonso Lamarmora,
cavaliere antico, più nobile di un re e più austero d'un cenobita, era
la speranza dell'esercito, ma fanatico di fede costituzionale non vedeva
l'Italia che attraverso la dinastia. Molti insigni emigrati si tenevano
pronti a servire. Genova era rientrata nella calma, ferita e pensosa;
Torino non comprendeva ancora se stessa, sollevata dal soffio ardente
d'italianità che infiammava tutte le sue vie; la Sardegna, una volta
così importante pel Piemonte, non era adesso che la sua più remota
provincia.
Massimo D'Azeglio governava. Leale e generoso nella nuova pratica
costituzionale, procedeva nullameno lento ed impacciato sentendosi
spinto e temendo d'inoltrare troppo. Una nervosità di artista
gl'impediva la destrezza e la calma d'una politica naturalmente
bordeggiante fra gli scopi per riannodare i rapporti diplomatici con
tutte le potenze e dominare i partiti. Quindi era più amato, che
stimato, si credeva meglio alla sua parola che alla sua forza, valeva
piuttosto nella diplomazia per qualità personali che nel parlamento per
sicurezza di metodo o abilità d'espedienti.
La prima grossa battaglia parlamentare dopo la legge sulla ripartizione
dei collegi elettorali, che la sinistra osteggiò per malata diffidenza
verso il governo, s'accese per l'abolizione dei privilegi ecclesiastici.
La legge fatalmente rivoluzionaria discendeva dallo statuto e ne
slargava il principio reintegrando la sovranità civile contro le viete
dominazioni del diritto canonico. I partiti vi si accanirono: la vecchia
destra si schierò francamente all'opposizione; i più condiscendenti fra
essa arrivarono sino ad un nuovo concordato con Roma, infelice negazione
del nuovo diritto statutario che ne avrebbe sottomesso la parte migliore
agli arbitrii della curia papale. La sinistra si strinse intorno al
governo; Roma, che sopportava l'occupazione francese ed austriaca senza
protestare nemmeno alle esorbitanze dei generali stranieri malmenanti
vescovi e paesi, sentì la minaccia e minacciò. I suoi giornali politici,
guidati dalla _Civiltà Cattolica_, apersero una campagna furibonda
d'insolenze, nauseante di perfidia. Il ministero vacillò, scese a
tentare accordi: il conte Siccardi fu mandato a Portici, allora
residenza papale, ma indarno. Quindi D'Azeglio con abile intrepidezza lo
chiamò al ministero commettendogli di presentare al parlamento un
disegno coordinato di leggi sull'abolizione del fôro e delle immunità
ecclesiastiche, sul divieto alle manimorte di acquistare beni senza
l'autorizzazione regia e sulla riduzione delle feste religiose. Senato e
parlamento approvarono, il re sanzionò, il popolo esultante proruppe a
tali eccessi di dimostrazioni che si dovettero frenare colla forza,
mentre la curia inviperita s'abbandonava alle peggiori escandescenze,
negando persino i conforti religiosi al morente ministro Santarosa. I
vescovi di Torino e di Cagliari vennero imprigionati.
Il conte Camillo Benso di Cavour sostenendo validamente quelle leggi si
mostrò per la prima volta sulla scena politica, che doveva poi riempire
di se stesso; Vittorio Emanuele trovava finalmente in lui il proprio
grande ministro.
Il Conte di Cavour.
Questo torinese era nato (1810) fra le tempeste del primo impero.
La sua casa, una fra le più antiche del Piemonte, aveva imperato sulla
piccola repubblica di Chieri, nella quale componeva l'eptarchia dei _B_,
i Balbo, i Balbiano, i Biscaretti, i Bruschetti, i Broglio, destinati
agli splendori di una lunga illustrazione in Francia, i Bertone e i
Benso. Razza e parentela erano molto miste; san Francesco di Sales era
un suo antenato; fra i suoi congiunti più intimi, tutti legittimisti
piemontesi e francesi della più ostinata intransigenza nella fede
cattolica ed aristocratica, brillavano anche dei protestanti svizzeri
dallo spirito colto e di tradizioni liberali. La sua educazione fu
quella della sua famiglia e del suo tempo. A dieci anni entrò cadetto
nell'accademia militare dei nobili, a diciotto ne uscì ufficiale col
solito leggero bagaglio di istruzione, ma sospetto già ai superiori per
aver servito mal volentieri fra i paggi del principe di Carignano. Poco
dopo, le giornate di luglio a Parigi gli strappano frasi così liberali
da meritargli la relegazione in un forte e da costringerlo a dare le
dimissioni.
Giovane, alacre, ignorante ma superbo di confidenza in se medesimo, si
butta agli affari: compra senza denaro una vasta terra, ne muta la
coltura, s'improvvisa agricoltore e sindaco del proprio villaggio,
scruta la vita nei più umili particolari, impara uomini e cose, mescola
relazioni signorili, borghesi e popolane, si correda di studi pratici,
viaggia in Francia e in Inghilterra, non sospettando ancora se stesso e
nullameno scherzando sulla possibilità di essere un giorno primo
ministro d'Italia. Se scarseggia tuttavia di idee, i suoi istinti sono
molti e sicuri: è un liberale e un aristocratico intento ad assimilarsi
la modernità della borghesia. Le sue opinioni originali per difetto di
coltura derivano dall'esperienza e mirano alla pratica: l'equilibrio
delle sue facoltà mezzane togliendolo al pericolo delle grandi
ascensioni del pensiero lo salva pure dalle incertezze, anche più
perigliose delle discese dai sistemi alle applicazioni quotidiane della
vita reale. Mentre Parigi seduce in lui il giovine libertino,
l'Inghilterra attira già l'uomo colle meraviglie della sua industria e i
miracoli del governo parlamentare. Involontariamente le sue lettere di
viaggiatore tradiscono il progresso del suo spirito: la politica vi
domina, ma piana, senza ideali e senza sistemi, liberale d'istinti e di
metodi, parca d'entusiasmi, pronta a subire le cose dopo averne valutata
la forza irresistibile, con un'antipatia quasi irragionevole per tutte
le forme ed anche le grandezze rivoluzionarie. La sua sola passione è la
libertà parlamentare misurata da leggi regolarmente votate, espressa da
partiti ordinati, praticata dal paese come un'abitudine di benessere
materiale e morale.
Nella sua ignoranza di ufficiale, di agricoltore, di gentiluomo e di
sindaco, che istruendosi non riflette se non a quanto gli cade
sott'occhio e non mira che ad acquistare nozioni scientifiche
praticabili, la storia e la nazione, che conosce meno, è quella
d'Italia; pensa, parla, scrive in francese. Intravede confusamente il
moto ascendente delle plebi, e improvvisa un opuscolo volgare di
pensiero, povero di dottrina ma sicuro di buon senso sul modo di
combattere lo sviluppo delle idee comuniste; avverte l'agitazione
accresciuta allora dal grande tribuno cattolico O' Connell in Irlanda
contro la tirannia inglese, e temerariamente in un libercolo, che la sua
gloria di statista rese poi celebre, affronta il problema della
conciliazione fra i due paesi con un sistema di riforme che non sfiorano
nemmeno il nocciolo della questione, ma accennano già alla futura
destrezza dell'uomo di governo altrettanto scarso di principi quanto
fertile d'espedienti, più abile a coordinare una rivoluzione che a
sorprenderne l'idea e a suscitarne le forze.
Se da principio il suo liberalismo è tale da strappargli in una lettera
l'augurio di poter dare persino ai gesuiti il quadruplo della libertà,
che essi concedevano ai popoli sui quali imperavano; mentre invece tutto
l'eroismo dei rivoluzionari lo lascia nella più perfetta insensibilità,
e i prodigi di pensiero accumulati nei prodromi della grande rivoluzione
federale del 1848 sfuggono alla sua così penetrante attenzione sino a
permettergli di rallegrarsi con Michelangelo Castelli della caduta della
republica romana; presto un implacabile buon senso lo arresta. Della
propaganda e della guerra rivoluzionaria egli non vede che l'arruffio
dei propositi, la sproporzione goffa dei mezzi, l'inconsistenza degli
ordini, l'inanità tragica e spesso ribalda delle sètte, l'assoluta
mancanza di senno pratico e politico. Il segreto ideale della
rivoluzione gli si nasconde, ma nessuna delle sue chimere lo inganna. La
vecchia società aristocratica, donde è uscito, non vuole avanzare; la
nuova, ove sta per entrare, non sa ancora procedere.
Mentre Gioberti delira nella lirica filosofica del _Primato_, Balbo
s'inganna a studiare per l'Italia _Speranze_ di risorgimento fuori della
sua storia e della sua vita, D'Azeglio si conforta e conforta scrivendo
romanzi migliori di patriottismo che di arte, Cavour nè filosofo, nè
storico, nè letterato, non ancora mescolatosi alla vita pubblica,
osserva e critica. Egualmente lontano dalla rivoluzione e dalla reazione
egli è già un _giusto mezzo_; ma in questo limbo, ove il pensiero
dovrebbe per forza farglisi dottrinario e l'azione diminuire
gradatamente in una improba inefficacia, il suo spirito operoso si salva
collo studio e collo stimolo degli interessi. Come tutti i veramente
forti egli è paziente. Anzichè scomporsi indarno per inoltrare sulla
scena politica affrettando la propria ora, si mette fra i fondatori
della Società agraria, ne redige gli statuti, provoca comizi, nei quali
sotto pretesto di agricoltura s'aguzza lo spirito di discussione, e i
problemi più vitali si famigliarizzano anche alle intelligenze volgari;
col conte di Salmour diffonde la istituzione delle Sale d'Asilo, col
marchese Alfieri fonda un club liberale dal titolo inoffensivo di
Società del Whist, commenta i viaggi agronomici del marchese di
Châteauvieux, s'addentra in tutte le questioni finanziarie senza
preparazione di studi economici, guidato dalla luce del proprio ingegno
e ricorreggendolo continuamente nella pratica universale, s'appassiona a
disegni ferroviari, a trattati di commercio, a istituti di cambio, con
una superba trascuranza di ogni teoria e una sicurezza d'analisi e una
costanza di preferenze, che nel liberalismo economico preparano un più
vasto liberalismo politico.
Mentre intorno a lui la rettorica dell'italianità vaneggia nelle più
sciatte e pericolose pretensioni, a trentasei anni, nel 1847, prima che
la costituzione sia concessa, si preoccupa già della necessaria abilità
parlamentare. Naturalmente simpatie e modelli sono per lui in
Inghilterra. Le riforme di Robert Peel lo esaltano, la livida minacciosa
figura di Pitt lo ammalia benchè troppo a lui opposta di natura,
Canning, Fox, Burke gl'ispirano il desiderio di quell'eloquenza
infallibile nella misura, nutrita di fatti, altrettanto temuta nelle
repliche quanto ammirata nelle esposizioni, così necessaria ad un uomo
di stato, e che l'inartistica aridità della sua natura gli contenderà
sempre, anche nella foga più veemente delle battaglie o nella più
esuberante prepotenza delle vittorie.
Nessuno lo sospetta ancora, molti lo dileggiano per quel continuo
vantare le istituzioni inglesi, e lo chiamano milord.
Ma le tempeste dell'azione lo attirano irresistibilmente. Con D'Azeglio
e con Balbo fonda un giornale, il _Risorgimento_, per sostenere
l'accordo necessario fra popoli e principi; se non che questa tesi dei
riformisti gli si muta improvvisamente fra le mani. Genova alle prime
aure calde del quarantotto manda una deputazione a Carlo Alberto per
chiedere l'espulsione dei gesuiti, e l'antico paggio del principe di
Carignano diventato re, ricordandosi lo spirito del suo signore, con
pronta e meditata temerità sorpassa i più democratici, e propone si
domandi la costituzione. Questa concessa, mentre la rivoluzione scoppia
in tutta l'Europa e la Lombardia è già in fiamme e a Torino i più saggi
titubano ancora, Cavour insta perchè si passi subito il Ticino; combatte
l'ipocrisia democratica di subordinare l'unione della Lombardia col
Piemonte alla chimera di un assemblea costituente, sostenendo
energicamente la necessità della loro fusione immediata. Finita la
guerra nei più dolorosi rovesci, non perde la calma e s'oppone a coloro
che vorrebbero pazzamente proseguirla con un esercito disorganizzato,
senza tener conto nè della forza irresistibile dell'Austria, nè
dell'opinione dell'Europa.
Poco dopo Gioberti sale al ministero sul vento di una pericolosa
popolarità e Cavour temendo pel Piemonte un disastro di nuove follie lo
combatte aspramente; ma Gioberti staccandosi dal proprio partito vuole
invece fare del Piemonte uno strumento nazionale per la restaurazione,
riconducendo colle armi il granduca a Firenze e il papa a Roma, e Cavour
ingannandosi questa volta lo sostiene. Così egli ha già fissa e matura
la propria idea: la rivoluzione deve accadere ma senza nè idee nè mezzi
rivoluzionari portando il Piemonte alla conquista d'Italia. Solo in tal
modo l'unità nazionale sarà possibile. Ma questa unità per lui non
significa che l'espulsione dell'Austria; dopo l'egemonia del Piemonte
farà il resto. Il suo disegno si arresta alla ricostruzione del primo
regno italico. Egli non immagina nemmeno come disfarsi del granducato di
Toscana; il problema dello stato pontificio gli si presenta insolubile:
tutto al più si potrebbe staccarne quelle legazioni, che gli austriaci
posseggono militarmente; il regno di Napoli così lungi è appena italiano
per lui e non conta nel calcolo della sua politica. Per ora egli non è
che piemontese; l'Italia sarà una conseguenza del Piemonte.
Quindi nessuno lo comprende.
La sincerità del suo patriottismo ristretto non è riconosciuta, la
temperanza delle sue idee pare insufficienza, la precisione dei suoi
propositi pratici volgarità: gli aristocratici sospettano di lui
novatore, i democratici diffidano di lui costituzionale, il suo vivo
senso piemontese contrasta all'italianismo effervescente ed insieme
profondo dell'ora: nascita, educazione, concetti, modi, tutto gli è
contro. Lo si accusa di codinismo, lo si isola nell'inazione. Ma la sua
fibra si tempra nei contrasti, l'elasticità della sua natura si
raddoppia, l'infallibile sicurezza del suo buon senso costringe grado
grado alla stima: mentre tutti sono sbaragliati egli solo confida,
quando piazza e corte recriminano egli solo è già inteso alla nuova
preparazione. Qualche cosa dell'antica scienza politica italiana è
rimasta in lui. Se nel patriottismo di Mazzini vi è del Machiavelli, in
quello del conte di Cavour traspare Guicciardini: per l'uno la politica
è una lotta di idee, per l'altro una guerra di fatti. Per Cavour tutto è
mezzo, e il problema impostogli dalla scena politica va risolto coi dati
della scena stessa; Mazzini fida nei popoli, Cavour non crede alla loro
forza rivoluzionaria e si prepara a destreggiarsi coi governi. Nel
proprio calcolo deve tener conto dell'Europa, nell'azione sorpassare il
Piemonte senza comprometterlo. Così gli occorre anzitutto il potere, ma
in esso bisogna risolvere prima il difficile problema di una dittatura
parlamentare e ministeriale, non esorbitando mai dalle funzioni e
creando la fede nella monarchia col rispetto alla libertà statutaria. Se
ai tempi di Guicciardini nei mezzi della politica entrava anche
l'assassinio, Cavour nel tempo moderno non potrà che assassinare
moralmente l'avversario per meglio sfruttarne l'opera; ma lo farà con
ammirabile perfidia disonorando Mazzini in faccia all'Italia e accusando
Garibaldi davanti all'Europa. Questa facile e terribile abilità, che
all'ingenuo D'Azeglio strapperà come in un grido di sdegno la parola:
«empio!», congiunta sempre al più aristocratico disinteresse personale,
lo renderà a certi momenti un enigma per amici e nemici. E la sua
ambizione sarà così bonaria, il suo orgoglio così duttile, la sua
ingratitudine così sensata, il coraggio de' suoi mercati così malizioso,
la prontezza al guadagno così fulminea che disegni insufficienti o
sbagliati gli trionferanno imprevedibilmente fra mano, mentre il mondo
stupito li crederà concetti nell'infallibilità e il genio de' suoi
stessi avversari ne parrà sopraffatto.