domate le Calabrie, riconquistata con nefande crudeltà la Sicilia, re
Ferdinando non osò ancora trarsi la maschera di re costituzionale
ritirando la costituzione. L'elezione di Luigi Bonaparte alla presidenza
della republica francese l'inanimì: il piccolo tiranno fiutava nel nuovo
presidente il futuro grande despota. Così prorogò il parlamento. Poi
rassicurato dalla caduta di Carlo Alberto e della republica romana lo
sciolse per non più convocarlo, rinviando in Sicilia il truce Filangeri
e mutando i ministri diventati da ultimo suoi complici. S'iniziarono
processi: spie testimoniavano, giudici accusavano, si mirava sopratutto
a disonorare gli accusati, si mutava la suprema corte di giustizia in
corte speciale perchè le condanne fossero più spicce ed infami.
Sessantacinque cittadini fra i più illustri, Zuppetta, Saliceti,
Imbriani, Spaventa, Pisanelli, Poerio, Leopardi, Massari, furono
denunciati da una inquisizione senza nome: Navarra, presidente della
corte, ve ne aggiunse altri trentasette, fra i quali Scialoia e De Meis;
pochi giunsero a salvarsi nell'esilio, la maggior parte vennero gettati
nelle prigioni. Settembrini, Agresti, Faucitano furono condannati a
morte, tratti in conforteria e graziati dopo due giorni; altri sette
condannati più tardi a morte ebbero la pena commutata in quella dei
ferri dagli otto ai trent'anni. Re Ferdinando non osando più le condanne
di morte raffinava i supplizi. Tutti quegl'illustri furono mischiati
nelle carceri immonde coi più immondi ribaldi, e vi durarono lunghi
anni, laceri, affamati, incatenati, sublimi di dolore e di costanza.
Guglielmo Gladstone celebre ministro inglese che li visitò nelle
prigioni di Nisida e di Santo Stefano (1851), ne rimase così inorridito,
che scrivendone a lord Aberdeen, in lettere rimaste poi celebri, definì
il governo borbonico: «negazione di Dio».
Nella Sicilia la reazione fu anco peggiore. Incendi e massacri
guastarono intere città: cinquecento liberali riempirono nei primi
giorni le carceri dell'isola; il generale Filangeri sostituiva tribunali
militari agli ordinari, giovandosi d'ogni fremito del paese per crescere
il rigore delle repressioni; imprigionava, condannava a caso, per
denunzia, per capriccio. Unico sollievo all'isola infelice fu la
rivalità scoppiata fra il Filangeri ed il Cassisi nuovo governatore; ma
anche questa di lieve durata, giacchè il richiamo del generale e la sua
sostituzione col principe di Castelcicala lasciò al tristo proconsolo
libertà d'inseverire.
Tutto lo stato languiva sebbene le finanze del governo fossero
relativamente prospere: si compì qualche opera pubblica, s'unirono al
mare i laghi di Lucrino e d'Averno, ma lo spirito del paese immiserì.
L'esercito, rimasto ligio al re e adoperato come micidiale strumento di
polizia, non crebbe a valore di disciplina e di coscienza; la
costituzione non cassata rimase satira sanguinosa per coloro che
l'avevano creduta, e scusa alle rimostranze dei gabinetti europei
forzati dall'eco delle miserie napoletane ad uscire dalle solite
riserve. Di governo, nel vero senso della parola, non era a dire: un
sinistro brigantaggio dominava corte, polizia e magistratura; una parte
della borghesia benchè priva dei propri capi seguitava a cospirare in
silenzio, ma la distanza dalla grande valle del Po, centro del vero moto
politico, la tradizione, l'indole e sopratutto la forza del governo non
consentivano vera efficacia alle sue congiure. Fra le troppe incoerenze
politiche d'allora si pensò a sostituire il principe Murat a Ferdinando
di Borbone; corsero pratiche; Napoleone III mestava nell'intrigo, il
ricordo del primo regno murattiano e la vanità di autonomia favorivano
il disegno; Lisabe Ruffoni ed Aurelio Saliceti, già triumviro della
republica romana, vi si mescolarono perdendo senno e reputazione, mentre
lo stesso conte di Cavour nelle inestricabili ambagi della propria
politica sembrava subire l'imperiale volontà francese, e i più illustri
esuli napoletani protestavano fieramente dalle carceri contro questo
insano baratto di padroni e di servi.
Quando il conte di Cavour dopo la gloriosa e fortunata guerra di Crimea
sollevò la questione d'Italia al congresso di Parigi, i gabinetti
francese ed inglese instarono presso re Ferdinando per ridurlo a qualche
mitezza coi sudditi, sino a ritirare da Napoli i propri ambasciatori; ma
questi sicuro di non essere militarmente assalito rimase sordo ad ogni
rimostranza. Poco più tardi un vano tentativo d'insurrezione in Sicilia,
guidato da un Francesco Bentivegna (1856), e un altro di regicidio
arrischiato da Agesilao Milano, fanatico ammirabile di coraggio,
finirono di persuadergli a non allentare i freni al popolo. Infatti
nessuna concessione avrebbe potuto riconciliare questo col re.
L'antitesi politica era insolubile: o il regno napoletano sorpassando il
Piemonte nella politica nazionale avrebbe mirato alla conquista
d'Italia, o contraddicendovi indietreggerebbe fatalmente nella reazione.
Il dilemma storico si era troppo rasserrato per consentire ancora il
vecchio gioco degli espedienti.
Re Ferdinando parve accorgersene, ma non reggendo più al peso della
stessa sua reazione, consentì alla deportazione di molti fra i più
illustri prigionieri, per chiudersi nel castello di Caserta incalzato da
inconfessabili terrori. Napoli e tutto lo stato rimasero alla mercè
della più ignobile delle polizie.
Stato pontificio.
E di polizia era il governo papale, piuttosto soffocato che sorretto
dalla doppia occupazione francese ed austriaca.
Caduta la republica romana, mentre i più nobili rivoluzionari
riprendevano in esodo più doloroso la via dell'esilio, il generale
Oudinot assunse nella città la dittatura militare. I suoi primi decreti
scioglievano governo, assemblea, guardia nazionale, circoli: intimato il
disarmo a tutti i cittadini, soppressi i giornali, vietata ogni
adunanza. Poichè l'odio popolare irritato dalla burbanza francese
prorompeva a coltellate, furono prese le più severe misure, sostituendo
i tribunali militari agli ordinari pei delitti politici. Roma pareva
conquistata. Il papa sempre chiuso nella fortezza di Gaeta non
affrettava il ritorno; poi da Portici diramò una enciclica, nella quale,
calunniando bassamente gli uomini della republica, vantava con ingenua
senilità la crociata cattolica, che lo rimetteva sul trono contro la
volontà dei propri sudditi. Infatti 256 municipii, e fra questi i
maggiori, avevano per un ultimo afflato rivoluzionario protestato contro
la reintegrazione politica del papato. A riordinare lo stato, imitando
inconsciamente la republica, fu delegato un triumvirato di cardinali,
che il popolo dalla veste e dal sangue versato chiamò rosso: lo
componevano i cardinali Della Genga, Vannicelli ed Altieri. Intanto
nelle Provincie settentrionali i generali austriaci con irresistibile
tracotanza s'erano impadroniti d'ogni potere e satrapeggiavano; delegati
e prolegati pontifici strillavano indarno all'esautorazione; il
cardinale segretario Antonelli, favorevole un tempo alle riforme piane,
lasciava correre per castigare più acerbamente le ribelli popolazioni
togliendo loro per sempre la voglia degli statuti. A Bologna il generale
Gorzkowsky arrestò e multò di duemila scudi il senatore Zanolini ed
altri diciotto consiglieri, perchè dopo aver protestato contro la
violenza di siffatta ristorazione clericale chiedevano la conservazione
dello statuto. E questa rappresentanza comunale, punita come
rivoluzionaria dagli austriaci, era la stessa che poco prima aveva
mandato a Gaeta una deputazione a pregare il pontefice di scegliere
Bologna a nuova capitale. Ciceruacchio, suddito pontificio, era già
stato fucilato dai tedeschi nel Polesine; Ugo Bassi, barnabita
garibaldino, anima gentile di poeta e di tribuno, caduto a Comacchio in
mano dei gendarmi papalini e consegnato da questi al comandante
austriaco, venne fucilato a Bologna. Una reazione spaventosa desolava le
Provincie: preti e tedeschi inseverivano, quelli per odio alle passate
rivoluzioni, questi per necessità di conquista. Giammai l'autorità del
pontefice sulle proprie terre era stata più oltraggiata.
Intanto il governo francese insisteva perchè il papa concedesse qualche
libertà ai proprii popoli. Luigi Bonaparte, intento a prepararsi il
trono d'imperatore ma costretto a nascondere il vero scopo della
spedizione francese a Roma davanti agli assalti della sinistra
parlamentare, alla testa della quale tuonava terribile la voce di Victor
Hugo, mandava per nuova lustra diplomatica il colonnello Ney al generale
Rostolan, succeduto all'Oudinot, perchè avvisasse ad impedire le
trascendenze papali. I legati francesi alla conferenza di Gaeta dovevano
intanto chiedere al papa amnistia generale, amministrazione laica,
codice napoleonico e reggimento liberale.
Era la stessa impossibilità, per la quale Pellegrino Rossi era morto.
Naturalmente non ne fu nulla. Il papato, che lasciava trascendere gli
austriaci nella repressione, inalberò ai consigli liberali di Francia,
pei quali avrebbe dovuto ricominciare l'assurda prova delle riforme.
Luigi Bonaparte, che a diventare imperatore aveva d'uopo sopratutto
dell'appoggio dei clericali francesi, non osando guastarsi col papa
finse di accontentarsi «delle istituzioni municipali, provinciali e
governative, che nel vero interesse da cui Sua Santità è animata pel
bene de' suoi sudditi» Pio IX era disposto ad accordare.
Un _Motu proprio_ bandito da Portici (12 settembre 1849) le rivelò.
Erano un Consiglio di Stato consulente in materia di legislazione e di
amministrazione, e una Consulta di finanza senz'altro ufficio che di
dare pareri; si mantenevano i consigli provinciali, da cui il principe
estraeva i consultori di finanza; si confermavano le rappresentanze
comunali eleggibili da cittadini di un dato censo, e queste
rappresentanze compilavano le liste per la scelta dei consiglieri
provinciali; si promettevano riforme nell'ordinamento giudiziario e
nella legislazione civile, criminale ed amministrativa da proporsi da
una commissione all'uopo nominata; ultima veniva un'amnistia a tutti
coloro «i quali dalle limitazioni, che verranno espresse, non rimangano
esclusi da questo benefizio». Si ritornava così press'a poco ai tempi
anteriori allo statuto. Il triumvirato rosso, incaricato delle
limitazioni all'amnistia, ne escludeva tutti i membri del governo
provvisorio e dell'assemblea costituente, del triumvirato e del governo
della republica, i comandanti le milizie e coloro che compresi nella
prima amnistia, avevano partecipato «agli ultimi rivolgimenti».
Nullameno erano tolti agli amnistiati gli uffici governativi,
provinciali e comunali. Nessuno dei colpevoli rimaneva quindi degno di
perdono. Dopo i rivoluzionari dovettero esulare i moderati neo-guelfi,
che più avevano osteggiato la republica: Mamiani, Galeotti, il padre
Ventura ricalcarono le orme di Mazzini, di Garibaldi e di Saffi.
Consigli di censura improvvisati per vagliare la classe degli
stipendiati così dello stato come delle provincie e dei comuni
soffiarono il terrore persino nelle file dei servitori della reazione:
la republica romana aveva rispettato il clero, la reazione papale gettò
cinquanta preti nelle prigioni di Castel Sant'Angelo rei di liberalismo,
e a Bologna e più tardi a Mantova si macchiò del loro sangue.
Per contraccolpo in quest'assenza di governo e giovandosi delle ostilità
delle popolazioni alla polizia papale e alle truppe straniere
pullularono bande di masnadieri nelle provincie: una di esse guidata da
un tal Passatore potè impunemente assaltare villaggi e cittaduzze;
l'anarchia crebbe poi; la legge stataria bandita dal maresciallo Thurn
governatore civile e militare delle quattro legazioni, statuendo che il
rapporto poliziesco dovesse servire di base ad ogni inquisizione pel
delitto di ritenzione o porto d'armi, annullò qualunque procedura
giudiziaria, mentre un proclama del generale Pfanzelter stabiliva unica
pena al giudizio statario la morte e di morte puniva persino la
ritenzione d'armi. Contro questi eccessi la corte papale volle indarno
protestare; la violazione austriaca più violenta di ogni negazione
rivoluzionaria, passò oltre. Lo stesso vescovo di Cesena si vide negato
il diritto di tenere le armi nel proprio palazzo, poco prima
saccheggiato da una banda di ladri; ai condannati a morte non si
concedeva nemmeno il tempo necessario per le pratiche religiose.
Le esorbitanze austriache provocarono le francesi: il generale Baraguay
d'Hilliers (11 febbraio 1850) ordinava la fucilazione immediata di
chiunque fosse in Roma trovato armato di coltello o d'altra arma; non si
riconoscevano più nè cittadini nè sudditi. Soldati stranieri imperavano
uccidendo senza legge e senza misura: la crociata cattolica finiva alla
peggiore delle invasioni. Finalmente il papa ritornò accolto freddamente
malgrado tutti gli sforzi teatrali del clero e dell'aristocrazia, ma più
che il rimpianto della republica il popolo significava così il proprio
odio per la tirannide soldatesca di Francia. All'ombra di questa il
governo pontificio si riattivò nell'antica maniera piuttosto rimescolata
che riordinata dalle riforme piane: il cardinale Antonelli fu
onnipotente, i prelati ripresero tutte le funzioni politiche, pochi
laici, e questi pessimi, si aggiunsero loro. Si apersero come a Napoli
processi politici, s'inventarono congiure per spaventare il papa, che le
credette, mentre alcune erano tutt'altro che false. Si gettarono ladre
accuse sui commissari di finanza della republica, si condannò nel capo
Calandrelli triumviro dell'ultim'ora tentando infamarlo coll'accusa di
furto e colla grazia, si ghigliottinò un preteso uccisore di Pellegrino
Rossi dopo un'incredibile istruttoria, nella quale su prove segrete e
testimonianze anonime si affermava la complicità di moltissimi uomini
politici. Il ghigliottinato, certo Sante Costantini, lo fu «perciò che
dalle deposizioni dei testimoni (anonimi) si raccogliesse che il sicario
fosse per vari connotati a lui somigliante».
La viltà di questa reazione aiutava il latente lavoro delle sètte
riordinate dal comitato nazionale di Londra. A Roma le dirigeva Giuseppe
Petroni, oscuro avvocato che diciotto anni di carcere magnanimamente
sofferti ricusando ogni grazia, resero poi illustre; senonchè l'opera
settaria, ammirabile di sagacia e di costanza, non potè produrre
risultati sotto la pressione della doppia occupazione tedesca e
francese. Alcuni giovani delle Romagne insorti pei moti di Milano nel
febbraio del 1853 finirono miseramente nelle carceri senza raggiungere
nemmeno l'onore di uno scontro. L'isolamento prodotto intorno al governo
pontificio divenne però tale da strappargli in una nota diplomatica alla
cancelleria tedesca la confessione umiliante «che il governo di Sua
Santità in un momento supremo si troverebbe in seno della sua stessa
capitale abbandonato all'odio delle passioni, che cospiravano alla sua
perdita».
Intanto che l'autorità politica del papato cadeva così basso, la sua
monarchia spirituale cresceva. Al vasto e simultaneo atteggiarsi
sovranamente della democrazia in Europa la più antica e profonda
autorità religiosa rispondeva per la legge dei contrasti con un
accentramento, che rinsaldando la fede nelle coscienze cattoliche
permettesse di resistere alla nuova guerra universale indetta con
miglior disciplina e maggior coerenza di programma contro la chiesa.
Nella gerarchia ecclesiastica, un tempo così democratica e sviluppatasi
poi monarchicamente, il papato con una ultima audacia stava per
sopprimere la funzione legislativa dell'episcopato. L'occasione fu porta
dal dogma dell'Immacolata Concezione, ultima ascensione della donna
pareggiata nel cristianesimo all'uomo con questa immunità dal peccato
originale in Maria. Pio IX dopo un'enciclica a tutti i vescovi per
interrogarli sul nuovo dogma, lo definì alteramente di propria autorità:
il pontefice assorbiva così il Concilio; tale proclamazione sovrana di
un dogma conduceva all'altro dell'infallibilità personale.
All'infallibilità democratica del suffragio universale il cattolicismo
doveva rispondere con quella del papa: dogma contro dogma, legge storica
contro legge divina, verità umana contro verità soprannaturale.
Quindi i gesuiti fondarono una grossa rivista col titolo di _Civiltà
Cattolica_ per combattere questa nuova guerra del papato, ma libri e
giornali sorsero terribili di forza e di destrezza contro di loro. I
gesuiti poveri a scrittori e a pensatori ressero male all'assalto: il
genio, che li aveva assistiti contro la Riforma, li abbandonò contro la
rivoluzione: parvero piccoli in faccia al pensiero tedesco, deboli
davanti alle invettive francesi, malvagi in confronto del patriottismo
italiano. La politica moderna li sorprese colla necessità delle scienze
da essi oppugnate o limitate: la loro dottrina non fu più che
un'erudizione, la loro abilità divenne inutile contro popoli sovrani,
che eleggendo e controllando pubblicamente i propri governi riducevano
la destrezza a qualità secondaria. La loro guerra al Piemonte per le
leggi ecclesiastiche sembrò una recriminazione del passato contro il
presente, il loro servilismo all'Austria li infamò nella coscienza del
popolo insofferente di tirannide straniera, la loro deificazione del
pontefice e del principe nel papa persuase ai più la necessità di
frenare nel cattolicismo i troppi eccessi idolàtrici. Infatti nel clero
italiano crebbero le diserzioni. Già Rosmini, Gioberti, Ventura, erano
colpiti d'anatema; molti preti avevano predicato la rivoluzione, ed
erano morti per essa; altri si disponevano a morire. L'abbiezione del
governo pontificio in tanto splendere di progresso nei governi europei e
nei più giovani governi d'America diventava irrefutabile accusa alla
politica papale: la sudditanza del pontefice all'Austria e alla Francia
per scopi antinazionali dava ragione ai liberali, che affermando
l'incompatibilità del principato ecclesiastico col civile, offrivano al
papato ogni libertà spirituale in cambio dei poteri politici.
Al Congresso di Parigi (1856), un anno prima che cessasse la
giurisdizione militare straordinaria nelle quattro Legazioni, il conte
di Cavour in un _Memorandum_ sulle condizioni miserrime dello stato
pontificio osò insistere sulla necessità di stralciarne qualche
provincia e di costituirla autonoma. Quantunque il momento e la
circostanza fossero ben scelti dall'abile ministro piemontese, la sua
proposta era troppo falsa e prematura per riuscire: però il congresso
ascoltò simpaticamente quelle rimostranze di uno statista conservatore,
e lord Clarendon rispose per tutti definendo il governo papale «un
obbrobrio per l'Europa».
Ad un congresso europeo il papa era dunque politicamente trattato peggio
del sultano: questi era ancora necessario all'Europa come portinaio
dell'Asia, quegli non era più che un ostacolo putrido all'imminente
rivoluzione d'Italia che affrettando l'altra della Germania doveva
distruggere in Europa il secondo impero napoleonico e spostare le basi
dell'impero austriaco.
Granducato e ducati.
Nei granducato di Toscana l'invasione austriaca aveva dilagato peggio
che nelle provincie pontificie, riducendo il sovrano a zimbello di
quella medesima protezione, che sembrava assicurargli il trono. Già
dalle prime ore questi aveva tentato far credere che le milizie
austriache fossero entrate come a sua insaputa, ma il generale D'Aspre
dietro istruzioni della cancelleria imperiale tendenti ad annullare
nella propria influenza ogni potere italiano lo aveva violentemente
sbugiardato, annunziando da Empoli in un proclama, come l'intervento
militare dell'Austria fosse stato chiesto dal principe medesimo. I nuovi
ministri assumendo il potere, mentre gli austriaci entravano in Firenze,
si trovarono di fronte il problema insolubile di conservare lo statuto
secondo le promesse del granduca, dopo che questi aveva spontaneamente
invocata la invasione straniera. Nullameno gran parte del popolo si
cullava ancora in tale illusione prodotta dalla reazione trionfale dei
più illustri moderati contro la dittatura del Guerrazzi. Fra i nuovi
ministri Jacopo Mazzei, il migliore per ingegno, era in buona fede e si
dimise nobilmente, quando il duca traendosi alla fine la maschera, abolì
lo statuto. Intanto il D'Aspre raddoppiava d'improntitudini: quasi a
vendetta di non poter porre Firenze in istato d'assedio aggravò la mano
su Prato, Pistoia, Arezzo, vi disarmò la guardia nazionale, vi proclamò
la legge marziale. Il ritorno del principe da Gaeta, augurato come pegno
di miglioramento, peggiorò la situazione, giacchè questi non abbastanza
sicuro col presidio austriaco mise il bavaglio alla stampa, sottrasse
alla corte d'assise i reati di stampa, impose eccessive cauzioni per la
pubblicazione dei giornali. Quindi ridusse a forza di limitazioni il
concesso indulto pei reati di maestà ad una ignobile ipocrisia
coll'escludere quanti avessero partecipato al governo provvisorio dall'8
febbraio al 12 aprile, o contro i quali fossero già cominciate le
inquisizioni criminali; decretò onoranze ai generali austriaci «per gli
utili servigi resi alla sua causa» e una medaglia col motto -- Onore e
fedeltà -- pei cittadini, che avevano favoreggiato la restaurazione.
Molti però fra gli stessi moderati ricusarono coraggiosamente la
vergognosa decorazione.
Prima preoccupazione del ristabilito governo fu di limitare il tempo e
lo spazio all'occupazione del D'Aspre; ma la cancelleria imperiale
rispose sbraveggiando e pretendendo che la cessazione dell'intervento
dovesse dipendere dall'assenso dell'imperatore. A giustificazione di
tale pretesa s'invocava con incredibile sofisticheria il trattato del
1735, già annullato dal diploma imperiale del 1763 e dagli stessi
trattati del 1815 contenenti le più esplicite affermazioni
sull'autonomia della Toscana. Per resistere a tanta pressione il
granduca non avrebbe avuto altro mezzo che di mantenere lo statuto e di
reclamare a tutti gli altri governi d'Europa, gelosi della troppa
influenza austriaca in Italia; ma la fatalità della reazione lo spingeva
invece ad abbandonarsi prigioniero nelle mani dell'Austria e del clero.
Per irresistibile logica d'interesse Leopoldo preferì quindi essere
vassallo dell'impero, da cui avrebbe pur sempre ritratto qualche
apparenza di potere, a mettersi principe costituzionale nella
rivoluzione, che avrebbe dovuto sagrificarlo al conseguimento dell'unità
nazionale.
E lo statuto fu abrogato. Si cominciò dal contrarre arbitrariamente un
prestito con cedole fruttifere ed estinguibili per sorteggio nel periodo
di 26 anni, guarentite sullo spaccio dei sali e tabacchi: poi si trattò
di concedere qualche franchigia ai comuni, ma l'Austria rispose alle
istanze del governo toscano con proposizioni così equivoche di aiuto
materiale e morale a tutti i governi italiani nell'interesse della causa
loro comune con essa che per timore di nuove soperchierie anche nelle
amministrazioni comunali se ne dovette deporre il pensiero. Allora la
reazione non ebbe più freno: si crebbero i tribunali straordinari, si
riarmò di tutte le possibilità dell'arbitrio la polizia, s'imposero e si
aumentarono le tasse a capriccio, non si abbonarono nè si restituirono
le anticipazioni fatte dai cittadini sotto promessa di restituzione;
s'impegnarono le proprietà dello stato, e si creò un debito di trenta
milioni. Trenta milioni circa finì per costare l'occupazione austriaca
sino al 1857. Un editto del 25 aprile 1851 dava facoltà ai consigli di
prefettura di relegare in un'isola o in una fortezza chiunque fosse
sospettato di trame contro l'ordine pubblico. Per la convenzione
stipulata coll'Austria il 20 maggio 1850 le truppe di occupazione in
Toscana dipendevano dal comando generale di Verona e dovevano essere
mantenute dal granduca ridotto a subalterno di Radetzky; il diritto di
amministrare la giustizia, il diritto di vita e di morte e persino
quello di grazia venivano esercitati dagli ufficiali austriaci sui
cittadini toscani. A Livorno il comandante puniva i reati comuni,
secondo il codice militare austriaco, colla pena di morte da tanti anni
soppressa nelle leggi leopoldine, si battevano colle verghe persino gli
adolescenti, i soldati tedeschi si ricusavano di comparire come
testimoni ai tribunali toscani. Radetzky graziò della vita trenta
condannati livornesi senza consultare nè il granduca, nè l'imperatore.