Soffocata per le vie di Napoli la rivoluzione nel sangue dei cittadini,

domate le Calabrie, riconquistata con nefande crudeltà la Sicilia, re

Ferdinando non osò ancora trarsi la maschera di re costituzionale

ritirando la costituzione. L'elezione di Luigi Bonaparte alla presidenza

della republica francese l'inanimì: il piccolo tiranno fiutava nel nuovo

presidente il futuro grande despota. Così prorogò il parlamento. Poi

rassicurato dalla caduta di Carlo Alberto e della republica romana lo

sciolse per non più convocarlo, rinviando in Sicilia il truce Filangeri

e mutando i ministri diventati da ultimo suoi complici. S'iniziarono

processi: spie testimoniavano, giudici accusavano, si mirava sopratutto

a disonorare gli accusati, si mutava la suprema corte di giustizia in

corte speciale perchè le condanne fossero più spicce ed infami.

Sessantacinque cittadini fra i più illustri, Zuppetta, Saliceti,

Imbriani, Spaventa, Pisanelli, Poerio, Leopardi, Massari, furono

denunciati da una inquisizione senza nome: Navarra, presidente della

corte, ve ne aggiunse altri trentasette, fra i quali Scialoia e De Meis;

pochi giunsero a salvarsi nell'esilio, la maggior parte vennero gettati

nelle prigioni. Settembrini, Agresti, Faucitano furono condannati a

morte, tratti in conforteria e graziati dopo due giorni; altri sette

condannati più tardi a morte ebbero la pena commutata in quella dei

ferri dagli otto ai trent'anni. Re Ferdinando non osando più le condanne

di morte raffinava i supplizi. Tutti quegl'illustri furono mischiati

nelle carceri immonde coi più immondi ribaldi, e vi durarono lunghi

anni, laceri, affamati, incatenati, sublimi di dolore e di costanza.

Guglielmo Gladstone celebre ministro inglese che li visitò nelle

prigioni di Nisida e di Santo Stefano (1851), ne rimase così inorridito,

che scrivendone a lord Aberdeen, in lettere rimaste poi celebri, definì

il governo borbonico: «negazione di Dio».

Nella Sicilia la reazione fu anco peggiore. Incendi e massacri

guastarono intere città: cinquecento liberali riempirono nei primi

giorni le carceri dell'isola; il generale Filangeri sostituiva tribunali

militari agli ordinari, giovandosi d'ogni fremito del paese per crescere

il rigore delle repressioni; imprigionava, condannava a caso, per

denunzia, per capriccio. Unico sollievo all'isola infelice fu la

rivalità scoppiata fra il Filangeri ed il Cassisi nuovo governatore; ma

anche questa di lieve durata, giacchè il richiamo del generale e la sua

sostituzione col principe di Castelcicala lasciò al tristo proconsolo

libertà d'inseverire.

Tutto lo stato languiva sebbene le finanze del governo fossero

relativamente prospere: si compì qualche opera pubblica, s'unirono al

mare i laghi di Lucrino e d'Averno, ma lo spirito del paese immiserì.

L'esercito, rimasto ligio al re e adoperato come micidiale strumento di

polizia, non crebbe a valore di disciplina e di coscienza; la

costituzione non cassata rimase satira sanguinosa per coloro che

l'avevano creduta, e scusa alle rimostranze dei gabinetti europei

forzati dall'eco delle miserie napoletane ad uscire dalle solite

riserve. Di governo, nel vero senso della parola, non era a dire: un

sinistro brigantaggio dominava corte, polizia e magistratura; una parte

della borghesia benchè priva dei propri capi seguitava a cospirare in

silenzio, ma la distanza dalla grande valle del Po, centro del vero moto

politico, la tradizione, l'indole e sopratutto la forza del governo non

consentivano vera efficacia alle sue congiure. Fra le troppe incoerenze

politiche d'allora si pensò a sostituire il principe Murat a Ferdinando

di Borbone; corsero pratiche; Napoleone III mestava nell'intrigo, il

ricordo del primo regno murattiano e la vanità di autonomia favorivano

il disegno; Lisabe Ruffoni ed Aurelio Saliceti, già triumviro della

republica romana, vi si mescolarono perdendo senno e reputazione, mentre

lo stesso conte di Cavour nelle inestricabili ambagi della propria

politica sembrava subire l'imperiale volontà francese, e i più illustri

esuli napoletani protestavano fieramente dalle carceri contro questo

insano baratto di padroni e di servi.

Quando il conte di Cavour dopo la gloriosa e fortunata guerra di Crimea

sollevò la questione d'Italia al congresso di Parigi, i gabinetti

francese ed inglese instarono presso re Ferdinando per ridurlo a qualche

mitezza coi sudditi, sino a ritirare da Napoli i propri ambasciatori; ma

questi sicuro di non essere militarmente assalito rimase sordo ad ogni

rimostranza. Poco più tardi un vano tentativo d'insurrezione in Sicilia,

guidato da un Francesco Bentivegna (1856), e un altro di regicidio

arrischiato da Agesilao Milano, fanatico ammirabile di coraggio,

finirono di persuadergli a non allentare i freni al popolo. Infatti

nessuna concessione avrebbe potuto riconciliare questo col re.

L'antitesi politica era insolubile: o il regno napoletano sorpassando il

Piemonte nella politica nazionale avrebbe mirato alla conquista

d'Italia, o contraddicendovi indietreggerebbe fatalmente nella reazione.

Il dilemma storico si era troppo rasserrato per consentire ancora il

vecchio gioco degli espedienti.

Re Ferdinando parve accorgersene, ma non reggendo più al peso della

stessa sua reazione, consentì alla deportazione di molti fra i più

illustri prigionieri, per chiudersi nel castello di Caserta incalzato da

inconfessabili terrori. Napoli e tutto lo stato rimasero alla mercè

della più ignobile delle polizie.

Stato pontificio.

E di polizia era il governo papale, piuttosto soffocato che sorretto

dalla doppia occupazione francese ed austriaca.

Caduta la republica romana, mentre i più nobili rivoluzionari

riprendevano in esodo più doloroso la via dell'esilio, il generale

Oudinot assunse nella città la dittatura militare. I suoi primi decreti

scioglievano governo, assemblea, guardia nazionale, circoli: intimato il

disarmo a tutti i cittadini, soppressi i giornali, vietata ogni

adunanza. Poichè l'odio popolare irritato dalla burbanza francese

prorompeva a coltellate, furono prese le più severe misure, sostituendo

i tribunali militari agli ordinari pei delitti politici. Roma pareva

conquistata. Il papa sempre chiuso nella fortezza di Gaeta non

affrettava il ritorno; poi da Portici diramò una enciclica, nella quale,

calunniando bassamente gli uomini della republica, vantava con ingenua

senilità la crociata cattolica, che lo rimetteva sul trono contro la

volontà dei propri sudditi. Infatti 256 municipii, e fra questi i

maggiori, avevano per un ultimo afflato rivoluzionario protestato contro

la reintegrazione politica del papato. A riordinare lo stato, imitando

inconsciamente la republica, fu delegato un triumvirato di cardinali,

che il popolo dalla veste e dal sangue versato chiamò rosso: lo

componevano i cardinali Della Genga, Vannicelli ed Altieri. Intanto

nelle Provincie settentrionali i generali austriaci con irresistibile

tracotanza s'erano impadroniti d'ogni potere e satrapeggiavano; delegati

e prolegati pontifici strillavano indarno all'esautorazione; il

cardinale segretario Antonelli, favorevole un tempo alle riforme piane,

lasciava correre per castigare più acerbamente le ribelli popolazioni

togliendo loro per sempre la voglia degli statuti. A Bologna il generale

Gorzkowsky arrestò e multò di duemila scudi il senatore Zanolini ed

altri diciotto consiglieri, perchè dopo aver protestato contro la

violenza di siffatta ristorazione clericale chiedevano la conservazione

dello statuto. E questa rappresentanza comunale, punita come

rivoluzionaria dagli austriaci, era la stessa che poco prima aveva

mandato a Gaeta una deputazione a pregare il pontefice di scegliere

Bologna a nuova capitale. Ciceruacchio, suddito pontificio, era già

stato fucilato dai tedeschi nel Polesine; Ugo Bassi, barnabita

garibaldino, anima gentile di poeta e di tribuno, caduto a Comacchio in

mano dei gendarmi papalini e consegnato da questi al comandante

austriaco, venne fucilato a Bologna. Una reazione spaventosa desolava le

Provincie: preti e tedeschi inseverivano, quelli per odio alle passate

rivoluzioni, questi per necessità di conquista. Giammai l'autorità del

pontefice sulle proprie terre era stata più oltraggiata.

Intanto il governo francese insisteva perchè il papa concedesse qualche

libertà ai proprii popoli. Luigi Bonaparte, intento a prepararsi il

trono d'imperatore ma costretto a nascondere il vero scopo della

spedizione francese a Roma davanti agli assalti della sinistra

parlamentare, alla testa della quale tuonava terribile la voce di Victor

Hugo, mandava per nuova lustra diplomatica il colonnello Ney al generale

Rostolan, succeduto all'Oudinot, perchè avvisasse ad impedire le

trascendenze papali. I legati francesi alla conferenza di Gaeta dovevano

intanto chiedere al papa amnistia generale, amministrazione laica,

codice napoleonico e reggimento liberale.

Era la stessa impossibilità, per la quale Pellegrino Rossi era morto.

Naturalmente non ne fu nulla. Il papato, che lasciava trascendere gli

austriaci nella repressione, inalberò ai consigli liberali di Francia,

pei quali avrebbe dovuto ricominciare l'assurda prova delle riforme.

Luigi Bonaparte, che a diventare imperatore aveva d'uopo sopratutto

dell'appoggio dei clericali francesi, non osando guastarsi col papa

finse di accontentarsi «delle istituzioni municipali, provinciali e

governative, che nel vero interesse da cui Sua Santità è animata pel

bene de' suoi sudditi» Pio IX era disposto ad accordare.

Un _Motu proprio_ bandito da Portici (12 settembre 1849) le rivelò.

Erano un Consiglio di Stato consulente in materia di legislazione e di

amministrazione, e una Consulta di finanza senz'altro ufficio che di

dare pareri; si mantenevano i consigli provinciali, da cui il principe

estraeva i consultori di finanza; si confermavano le rappresentanze

comunali eleggibili da cittadini di un dato censo, e queste

rappresentanze compilavano le liste per la scelta dei consiglieri

provinciali; si promettevano riforme nell'ordinamento giudiziario e

nella legislazione civile, criminale ed amministrativa da proporsi da

una commissione all'uopo nominata; ultima veniva un'amnistia a tutti

coloro «i quali dalle limitazioni, che verranno espresse, non rimangano

esclusi da questo benefizio». Si ritornava così press'a poco ai tempi

anteriori allo statuto. Il triumvirato rosso, incaricato delle

limitazioni all'amnistia, ne escludeva tutti i membri del governo

provvisorio e dell'assemblea costituente, del triumvirato e del governo

della republica, i comandanti le milizie e coloro che compresi nella

prima amnistia, avevano partecipato «agli ultimi rivolgimenti».

Nullameno erano tolti agli amnistiati gli uffici governativi,

provinciali e comunali. Nessuno dei colpevoli rimaneva quindi degno di

perdono. Dopo i rivoluzionari dovettero esulare i moderati neo-guelfi,

che più avevano osteggiato la republica: Mamiani, Galeotti, il padre

Ventura ricalcarono le orme di Mazzini, di Garibaldi e di Saffi.

Consigli di censura improvvisati per vagliare la classe degli

stipendiati così dello stato come delle provincie e dei comuni

soffiarono il terrore persino nelle file dei servitori della reazione:

la republica romana aveva rispettato il clero, la reazione papale gettò

cinquanta preti nelle prigioni di Castel Sant'Angelo rei di liberalismo,

e a Bologna e più tardi a Mantova si macchiò del loro sangue.

Per contraccolpo in quest'assenza di governo e giovandosi delle ostilità

delle popolazioni alla polizia papale e alle truppe straniere

pullularono bande di masnadieri nelle provincie: una di esse guidata da

un tal Passatore potè impunemente assaltare villaggi e cittaduzze;

l'anarchia crebbe poi; la legge stataria bandita dal maresciallo Thurn

governatore civile e militare delle quattro legazioni, statuendo che il

rapporto poliziesco dovesse servire di base ad ogni inquisizione pel

delitto di ritenzione o porto d'armi, annullò qualunque procedura

giudiziaria, mentre un proclama del generale Pfanzelter stabiliva unica

pena al giudizio statario la morte e di morte puniva persino la

ritenzione d'armi. Contro questi eccessi la corte papale volle indarno

protestare; la violazione austriaca più violenta di ogni negazione

rivoluzionaria, passò oltre. Lo stesso vescovo di Cesena si vide negato

il diritto di tenere le armi nel proprio palazzo, poco prima

saccheggiato da una banda di ladri; ai condannati a morte non si

concedeva nemmeno il tempo necessario per le pratiche religiose.

Le esorbitanze austriache provocarono le francesi: il generale Baraguay

d'Hilliers (11 febbraio 1850) ordinava la fucilazione immediata di

chiunque fosse in Roma trovato armato di coltello o d'altra arma; non si

riconoscevano più nè cittadini nè sudditi. Soldati stranieri imperavano

uccidendo senza legge e senza misura: la crociata cattolica finiva alla

peggiore delle invasioni. Finalmente il papa ritornò accolto freddamente

malgrado tutti gli sforzi teatrali del clero e dell'aristocrazia, ma più

che il rimpianto della republica il popolo significava così il proprio

odio per la tirannide soldatesca di Francia. All'ombra di questa il

governo pontificio si riattivò nell'antica maniera piuttosto rimescolata

che riordinata dalle riforme piane: il cardinale Antonelli fu

onnipotente, i prelati ripresero tutte le funzioni politiche, pochi

laici, e questi pessimi, si aggiunsero loro. Si apersero come a Napoli

processi politici, s'inventarono congiure per spaventare il papa, che le

credette, mentre alcune erano tutt'altro che false. Si gettarono ladre

accuse sui commissari di finanza della republica, si condannò nel capo

Calandrelli triumviro dell'ultim'ora tentando infamarlo coll'accusa di

furto e colla grazia, si ghigliottinò un preteso uccisore di Pellegrino

Rossi dopo un'incredibile istruttoria, nella quale su prove segrete e

testimonianze anonime si affermava la complicità di moltissimi uomini

politici. Il ghigliottinato, certo Sante Costantini, lo fu «perciò che

dalle deposizioni dei testimoni (anonimi) si raccogliesse che il sicario

fosse per vari connotati a lui somigliante».

La viltà di questa reazione aiutava il latente lavoro delle sètte

riordinate dal comitato nazionale di Londra. A Roma le dirigeva Giuseppe

Petroni, oscuro avvocato che diciotto anni di carcere magnanimamente

sofferti ricusando ogni grazia, resero poi illustre; senonchè l'opera

settaria, ammirabile di sagacia e di costanza, non potè produrre

risultati sotto la pressione della doppia occupazione tedesca e

francese. Alcuni giovani delle Romagne insorti pei moti di Milano nel

febbraio del 1853 finirono miseramente nelle carceri senza raggiungere

nemmeno l'onore di uno scontro. L'isolamento prodotto intorno al governo

pontificio divenne però tale da strappargli in una nota diplomatica alla

cancelleria tedesca la confessione umiliante «che il governo di Sua

Santità in un momento supremo si troverebbe in seno della sua stessa

capitale abbandonato all'odio delle passioni, che cospiravano alla sua

perdita».

Intanto che l'autorità politica del papato cadeva così basso, la sua

monarchia spirituale cresceva. Al vasto e simultaneo atteggiarsi

sovranamente della democrazia in Europa la più antica e profonda

autorità religiosa rispondeva per la legge dei contrasti con un

accentramento, che rinsaldando la fede nelle coscienze cattoliche

permettesse di resistere alla nuova guerra universale indetta con

miglior disciplina e maggior coerenza di programma contro la chiesa.

Nella gerarchia ecclesiastica, un tempo così democratica e sviluppatasi

poi monarchicamente, il papato con una ultima audacia stava per

sopprimere la funzione legislativa dell'episcopato. L'occasione fu porta

dal dogma dell'Immacolata Concezione, ultima ascensione della donna

pareggiata nel cristianesimo all'uomo con questa immunità dal peccato

originale in Maria. Pio IX dopo un'enciclica a tutti i vescovi per

interrogarli sul nuovo dogma, lo definì alteramente di propria autorità:

il pontefice assorbiva così il Concilio; tale proclamazione sovrana di

un dogma conduceva all'altro dell'infallibilità personale.

All'infallibilità democratica del suffragio universale il cattolicismo

doveva rispondere con quella del papa: dogma contro dogma, legge storica

contro legge divina, verità umana contro verità soprannaturale.

Quindi i gesuiti fondarono una grossa rivista col titolo di _Civiltà

Cattolica_ per combattere questa nuova guerra del papato, ma libri e

giornali sorsero terribili di forza e di destrezza contro di loro. I

gesuiti poveri a scrittori e a pensatori ressero male all'assalto: il

genio, che li aveva assistiti contro la Riforma, li abbandonò contro la

rivoluzione: parvero piccoli in faccia al pensiero tedesco, deboli

davanti alle invettive francesi, malvagi in confronto del patriottismo

italiano. La politica moderna li sorprese colla necessità delle scienze

da essi oppugnate o limitate: la loro dottrina non fu più che

un'erudizione, la loro abilità divenne inutile contro popoli sovrani,

che eleggendo e controllando pubblicamente i propri governi riducevano

la destrezza a qualità secondaria. La loro guerra al Piemonte per le

leggi ecclesiastiche sembrò una recriminazione del passato contro il

presente, il loro servilismo all'Austria li infamò nella coscienza del

popolo insofferente di tirannide straniera, la loro deificazione del

pontefice e del principe nel papa persuase ai più la necessità di

frenare nel cattolicismo i troppi eccessi idolàtrici. Infatti nel clero

italiano crebbero le diserzioni. Già Rosmini, Gioberti, Ventura, erano

colpiti d'anatema; molti preti avevano predicato la rivoluzione, ed

erano morti per essa; altri si disponevano a morire. L'abbiezione del

governo pontificio in tanto splendere di progresso nei governi europei e

nei più giovani governi d'America diventava irrefutabile accusa alla

politica papale: la sudditanza del pontefice all'Austria e alla Francia

per scopi antinazionali dava ragione ai liberali, che affermando

l'incompatibilità del principato ecclesiastico col civile, offrivano al

papato ogni libertà spirituale in cambio dei poteri politici.

Al Congresso di Parigi (1856), un anno prima che cessasse la

giurisdizione militare straordinaria nelle quattro Legazioni, il conte

di Cavour in un _Memorandum_ sulle condizioni miserrime dello stato

pontificio osò insistere sulla necessità di stralciarne qualche

provincia e di costituirla autonoma. Quantunque il momento e la

circostanza fossero ben scelti dall'abile ministro piemontese, la sua

proposta era troppo falsa e prematura per riuscire: però il congresso

ascoltò simpaticamente quelle rimostranze di uno statista conservatore,

e lord Clarendon rispose per tutti definendo il governo papale «un

obbrobrio per l'Europa».

Ad un congresso europeo il papa era dunque politicamente trattato peggio

del sultano: questi era ancora necessario all'Europa come portinaio

dell'Asia, quegli non era più che un ostacolo putrido all'imminente

rivoluzione d'Italia che affrettando l'altra della Germania doveva

distruggere in Europa il secondo impero napoleonico e spostare le basi

dell'impero austriaco.

Granducato e ducati.

Nei granducato di Toscana l'invasione austriaca aveva dilagato peggio

che nelle provincie pontificie, riducendo il sovrano a zimbello di

quella medesima protezione, che sembrava assicurargli il trono. Già

dalle prime ore questi aveva tentato far credere che le milizie

austriache fossero entrate come a sua insaputa, ma il generale D'Aspre

dietro istruzioni della cancelleria imperiale tendenti ad annullare

nella propria influenza ogni potere italiano lo aveva violentemente

sbugiardato, annunziando da Empoli in un proclama, come l'intervento

militare dell'Austria fosse stato chiesto dal principe medesimo. I nuovi

ministri assumendo il potere, mentre gli austriaci entravano in Firenze,

si trovarono di fronte il problema insolubile di conservare lo statuto

secondo le promesse del granduca, dopo che questi aveva spontaneamente

invocata la invasione straniera. Nullameno gran parte del popolo si

cullava ancora in tale illusione prodotta dalla reazione trionfale dei

più illustri moderati contro la dittatura del Guerrazzi. Fra i nuovi

ministri Jacopo Mazzei, il migliore per ingegno, era in buona fede e si

dimise nobilmente, quando il duca traendosi alla fine la maschera, abolì

lo statuto. Intanto il D'Aspre raddoppiava d'improntitudini: quasi a

vendetta di non poter porre Firenze in istato d'assedio aggravò la mano

su Prato, Pistoia, Arezzo, vi disarmò la guardia nazionale, vi proclamò

la legge marziale. Il ritorno del principe da Gaeta, augurato come pegno

di miglioramento, peggiorò la situazione, giacchè questi non abbastanza

sicuro col presidio austriaco mise il bavaglio alla stampa, sottrasse

alla corte d'assise i reati di stampa, impose eccessive cauzioni per la

pubblicazione dei giornali. Quindi ridusse a forza di limitazioni il

concesso indulto pei reati di maestà ad una ignobile ipocrisia

coll'escludere quanti avessero partecipato al governo provvisorio dall'8

febbraio al 12 aprile, o contro i quali fossero già cominciate le

inquisizioni criminali; decretò onoranze ai generali austriaci «per gli

utili servigi resi alla sua causa» e una medaglia col motto -- Onore e

fedeltà -- pei cittadini, che avevano favoreggiato la restaurazione.

Molti però fra gli stessi moderati ricusarono coraggiosamente la

vergognosa decorazione.

Prima preoccupazione del ristabilito governo fu di limitare il tempo e

lo spazio all'occupazione del D'Aspre; ma la cancelleria imperiale

rispose sbraveggiando e pretendendo che la cessazione dell'intervento

dovesse dipendere dall'assenso dell'imperatore. A giustificazione di

tale pretesa s'invocava con incredibile sofisticheria il trattato del

1735, già annullato dal diploma imperiale del 1763 e dagli stessi

trattati del 1815 contenenti le più esplicite affermazioni

sull'autonomia della Toscana. Per resistere a tanta pressione il

granduca non avrebbe avuto altro mezzo che di mantenere lo statuto e di

reclamare a tutti gli altri governi d'Europa, gelosi della troppa

influenza austriaca in Italia; ma la fatalità della reazione lo spingeva

invece ad abbandonarsi prigioniero nelle mani dell'Austria e del clero.

Per irresistibile logica d'interesse Leopoldo preferì quindi essere

vassallo dell'impero, da cui avrebbe pur sempre ritratto qualche

apparenza di potere, a mettersi principe costituzionale nella

rivoluzione, che avrebbe dovuto sagrificarlo al conseguimento dell'unità

nazionale.

E lo statuto fu abrogato. Si cominciò dal contrarre arbitrariamente un

prestito con cedole fruttifere ed estinguibili per sorteggio nel periodo

di 26 anni, guarentite sullo spaccio dei sali e tabacchi: poi si trattò

di concedere qualche franchigia ai comuni, ma l'Austria rispose alle

istanze del governo toscano con proposizioni così equivoche di aiuto

materiale e morale a tutti i governi italiani nell'interesse della causa

loro comune con essa che per timore di nuove soperchierie anche nelle

amministrazioni comunali se ne dovette deporre il pensiero. Allora la

reazione non ebbe più freno: si crebbero i tribunali straordinari, si

riarmò di tutte le possibilità dell'arbitrio la polizia, s'imposero e si

aumentarono le tasse a capriccio, non si abbonarono nè si restituirono

le anticipazioni fatte dai cittadini sotto promessa di restituzione;

s'impegnarono le proprietà dello stato, e si creò un debito di trenta

milioni. Trenta milioni circa finì per costare l'occupazione austriaca

sino al 1857. Un editto del 25 aprile 1851 dava facoltà ai consigli di

prefettura di relegare in un'isola o in una fortezza chiunque fosse

sospettato di trame contro l'ordine pubblico. Per la convenzione

stipulata coll'Austria il 20 maggio 1850 le truppe di occupazione in

Toscana dipendevano dal comando generale di Verona e dovevano essere

mantenute dal granduca ridotto a subalterno di Radetzky; il diritto di

amministrare la giustizia, il diritto di vita e di morte e persino

quello di grazia venivano esercitati dagli ufficiali austriaci sui

cittadini toscani. A Livorno il comandante puniva i reati comuni,

secondo il codice militare austriaco, colla pena di morte da tanti anni

soppressa nelle leggi leopoldine, si battevano colle verghe persino gli

adolescenti, i soldati tedeschi si ricusavano di comparire come

testimoni ai tribunali toscani. Radetzky graziò della vita trenta

condannati livornesi senza consultare nè il granduca, nè l'imperatore.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 21 / 30 段