successe il concordato colla Chiesa, abolendo tutte le guarentigie
leopoldine del secolo passato col pretesto di armonizzare le leggi
civili colle religiose. Così l'autorità civile perdeva il diritto di
sindacare l'esercizio abusivo della giurisdizione canonica episcopale,
riconosceva esclusivamente ai vescovi la facoltà di giudicare delitti di
apostasia, eresie e simili, e s'obbligava ad applicare le pene criminali
da essi inflitte sino a quella di morte se venisse ristabilita. E lo fu
con editto del 16 novembre 1852, come corollario dell'abolizione dello
statuto. L'autorità secolare avrebbe quindi dovuto mandare al patibolo
qualunque condannato a morte per eresia con sentenza vescovile; e mentre
pei laici giudicati dal clero la legge era tanto inesorabile, pei preti
venivano tolte le pene corporali, e si assegnavano speciali prigioni. Di
demenza in demenza il granduca per suggestione del confessore dichiarò
inalienabile il patrimonio della Chiesa e proibita la stampa delle opere
di Lodovico Muratori.
Un attentato in pieno giorno alla vita del Baldasseroni, presidente del
Consiglio, che ne uscì lievissimamente ferito, provocò con nuovi rigori
l'espulsione di oltre un migliaio di fuorusciti politici: una pia
dimostrazione in Santa Croce (29 maggio 1851) con grande concorso di
popolo recante corone alle lapidi dei caduti a Curtatone e a Montanara
trasse la gendarmeria a far fuoco sul popolo, e il governo a decretare
si togliessero dalla chiesa le lapidi, che poi la pietà e lo sdegno
degli esuli riprodussero a Torino col permesso del municipio sotto i
portici del palazzo di città.
Intanto nella febbre di congiure, che ardeva tutta Italia provocando
nuovi martirii di illustri patrioti, qualche crollo impauriva pure la
Toscana, ove la mitezza remissiva della popolazione e la forza delle
truppe straniere occupanti consigliavano anche ai più caldi un'attesa
prudente di futuri rimpasti italici per opera specialmente del Piemonte.
Alcuni tentativi nella Lunigiana parvero piuttosto scorribande di
fuorusciti che levate di ribelli; le indomabili agitazioni di Livorno,
se mantennero vivo l'odio allo straniero e le speranze del patrio
riscatto, non crebbero eventi e non produssero risultati politici.
Lo stesso enorme processo fatto al Guerrazzi dopo tre anni di carcere
per reato di lesa maestà con sfarzo di testimoni e di prove che gli
diedero l'effimera e chiassosa importanza di uno spettacolo teatrale,
conchiuse meglio contro il fiero tribuno che contro il fedifrago
granduca; giacchè quegli nella propria Apologia volendo dimostrare di
aver solamente inteso alla restaurazione del principato, dopo che i
fautori della repubblica lo avevano atterrato, discese più basso di
questi, che nel tradimento alla rivoluzione poteva almeno pretendere
alla scusa di difendere la propria Casa. In fatti il granduca con abile
diversione, dopo i molti rigori commutando la lunga pena dell'ergastolo
al Guerrazzi e a' suoi correi Montanelli, Mazzoni, Mordini e Modena in
quella del bando, si mostrò più bonario principe che il Guerrazzi
medesimo non si fosse provato sincero rivoluzionario e saldo statista.
La restaurazione toscana prima soggiaciuta, poi volontariamente
prosternatasi all'Austria ed al clero, non potè assimilarsi alcuna idea
della vinta rivoluzione, ma rinculando fatalmente nella storia
indietreggiò di quasi un secolo col tradimento della grande tradizione
leopoldina. Il suo governo si restrinse a soli due compiti, frenare
colla polizia l'insofferenza liberale del popolo e persuadere a Vienna
lo sgombro delle milizie imperiali dal granducato. Questo le fu concesso
nel 1855, quando le finanze del piccolo stato impoverite non reggevano
più a tanta spesa. Quindi il granduca restava colle sole armi della
polizia e delle truppe indigene, che nullameno valsero a tenere in
rispetto il popolo persuaso di un pronto ritorno degli austriaci a
qualunque moto rivoluzionario.
La mollezza toscana mantenne la pace nel granducato. Solo Livorno tentò
nel 1857, per la tragica spedizione di Pisacane a Sapri, una sommossa
contro la quale bastarono le soldatesche granducali. Della brutta
giornata di sangue, il Bargagli, governatore della città, annunziava
l'esito ai cittadini in proclama, ammonendo che «coloro i quali
resisterono e furono sorpresi colle armi alla mano ne pagarono il fio
colla morte».
Più trista e più feroce la reazione di Carlo III a Parma faceva parere
tollerabile il governo toscano.
Carlo Lodovico di Lucca, divenuto per diritto di riversibilità signore
di Parma alla morte di Maria Luigia e allo scoppio della rivoluzione,
aveva finto sul principio di secondare la guerra nazionale mandando al
campo di Carlo Alberto il proprio figlio, che invece fu sorpreso
fuggiasco e travestito vilmente verso Mantova e ricondotto a Milano, ove
il governo provvisorio lo relegò guardato a vista in un albergo. Ma
spaventato poi dalla piega degli avvenimenti Carlo Lodovico era fuggito
delegando ogni potere ad una reggenza concordata col municipio.
All'armistizio Salasco il conte Thurn occupò militarmente i ducati e vi
rispettò la guardia nazionale, la costituzione e le leggi emanate dal
governo autorizzato da Sua Altezza Reale; questi invece qualificò
d'intrusa la reggenza e ne cassò tutti gli atti. Sciaguratamente per
l'Italia non era questa la prima volta che conquistatori stranieri vi si
erano mostrati migliori dei principi indigeni.
Poi cedendo alla propria natura di volgare libertino Carlo Lodovico, con
manifesto datato da Weisstropp 21 agosto 1848, abdicava in favore del
proprio figlio Carlo III.
Il nuovo principe, vile e sozzo, cadde come una nuova sventura sul
ducato. Il 5 aprile 1849 il generale D'Aspre, invasi i ducati, vi
componeva sotto la propria dipendenza due giunte, l'una per Parma e
l'altra per Piacenza. Fra i chiamati a farne parte il Lombardini e il
Guadagnini ricusarono, il Cornacchia e l'Onesti, anche peggiori della
propria fama tristissima, accettarono. La reazione fu crudele: i
generali di Radetzky ruinarono sugli insorti; imposto il disarmo;
proclamato lo stato d'assedio; verghe, forche, fucilazioni prodigate a
capriccio.
Carlo III accodato agli austriaci, fece poco dopo il proprio ingresso
solenne, promettendo con insana beffa un nuovo statuto e riconfermando
invece lo stato d'assedio e la legge stataria colla pena infame delle
verghe per qualunque reato potesse parergli politico. Il conte Torök,
gentiluomo austriaco comandante la fortezza di Piacenza, tentò per
misericordia alla popolazione di resistere alla riconferma di queste
leggi, ma il tiranno ricorse al Radetzky che redarguì severamente il
nobile soldato. Istantaneamente la nuova corte formicolò di abbietti
cortigiani e di più turpi ministri sospingenti a peggiori esagerazioni.
Una epilettica smania di assolutismo esagitava quest'ultimo borbonide,
che la corruzione del sangue e la viltà dei tempi resero singolare per
qualche anno. Fondò un ordine cavalleresco e ne insignì primi i
credenzieri del re di Napoli e della regina di Spagna, destituì
lunaticamente impiegati e professori, soppresse l'università, chiuse il
famoso collegio Alberoniano accusandone i padri della Missione di
parteggiare per la rivoluzione; e Roma allora in lotta violenta col
Piemonte per le leggi Siccardiane annuì al sopruso. Quindi prodigò
milioni al teatro e ad inutili fortificazioni in Parma, profuse amnistie
ai peggiori galeotti, tolse ai comuni la nomina dei propri magistrati,
sovvertì tribunali, imponendo loro arbitrarie interpretazioni di legge e
cassando le sentenze. Con inane imitazione di Metternich, che aveva
sguinzagliato contro l'aristocrazia liberale i villani di Gallizia, mutò
l'applicazione della legge stataria nelle campagne, lusingando i
contadini coll'alterare i contratti rurali a loro favore e col proibire
ai proprietari di dare loro licenza senza il consenso del sovrano,
studiandosi d'accendere una guerra civile, nella quale la borghesia
liberale perisse sotto le violenze delle plebi campagnole e cittadine.
Nullameno questa borghesia aveva così poco il senso della propria
dignità che l'Anzianato di Parma ordinava si coniasse una medaglia ad
eternare la memoria dell'avvenimento al trono di Carlo III.
La manìa militare gli fece costituire un corpo di volontari reclutato
tra villani, come i centurioni di Gregorio XVI, per accrescere lo
spavento nei borghesi e dare a lui le soddisfazioni di un generale da
parata. La pena delle verghe, applicata pazzamente da scherani, umiliava
i migliori cittadini: si calcolò che il numero dei percossi salisse al
migliaio, ogni pretesto bastava alla polizia per incrudelire, il
principe ne inventava di atrocemente ridicoli prescrivendo e condannando
fogge e colori di cravatte e di cappelli. Le finanze dello Stato, già
esauste dalla perversa amministrazione, subivano ora l'ultimo malanno
confondendosi con quelle private del principe, che dietro l'esempio del
padre accollava all'erario i propri debiti e attingeva alle casse
pubbliche per le proprie spese più oscene; e, come ciò non bastasse, una
lega doganale contratta coll'Austria finiva di compiere il dissesto del
paese.
Ma avendo poi il duca chiesto all'Austria per mezzo di Tommaso Ward, lo
stalliere fatto barone da suo padre ed ora da lui gratificato del
monopolio gratuito di tutte le miniere appartenenti allo stato e del
grado di ambasciatore a Vienna, che l'impero pagasse al ducato la quota
dovuta sui settantacinque milioni sborsati dal Piemonte per indennizzo
dei danni di guerra, s'intese rispondere sprezzantemente dal principe di
Schwarzenberg che se non si fosse rimesso al beneplacito dell'Austria
verrebbe considerato come potenza belligerante nella guerra passata e
tassato nella proporzione medesima della Sardegna.
Le umiliazioni della doppia tirannide indigena e straniera, e le
provocazioni del duca vagabondante per la città a svillaneggiare le
donne e a percuotere gli uomini col frustino fecero prorompere la
pubblica indignazione. Al solito un popolano si eresse vindice. Certo
Carra, sellaio, lo pugnalò (26 marzo 1854) nella pubblica strada e con
incredibile agilità sfuggì alle guardie, deluse i giudici, riparò in
America. Le parole, colle quali la duchessa vedova annunciava al popolo
«che era piaciuto a Dio onnipotente di chiamare a sè l'amatissimo suo
consorte e sovrano» fecero supporre a molti che essa fosse complice del
regicidio, postume rivelazioni parvero accreditare la diceria senza che
la storia abbia potuto fino ad ora mutarla in vero giudizio.
Morto Carlo III ed assunta la reggenza da Maria Luisa, al governo
violento della gendarmeria ne succedette un altro di frati: nullameno
gl'inizi ne parvero lusinghieri ai popoli angariati. Vennero rimossi
tutti i ministri precedenti ad eccezione del Saldati, meno inviso ma non
troppo migliore degli altri, riaperta l'università mantenendola però
serva nell'insegnamento, tolti i sequestri ai beni dei fuorusciti che
avevano retto lo stato nella rivoluzione, ridotto l'esercito già portato
dalla vanità del defunto tiranno ad oltre seimila uomini, scemate le
spese e la dotazione della corona quantunque la confusione proseguisse
fra i beni di questa e quelli dello stato, restituita una mezza libertà
alla magistratura. Dei nuovi ministri, il Lombardini, buon aritmetico ed
economista retrivo, fiscaleggiava a pro' del tesoro senza sollievo del
paese, il Catani abile gesuitante si destreggiava a corte nell'oblio di
ogni debito di statista, il Pallavicino gentiluomo tronfio e tristo
ubbidiva nel ministero degli esteri ad ogni più umiliante ingiunzione
dell'Austria. Peggiore di tutti un conte Zileri, marito di un'ultima
figlia della duchessa di Berry, madre della Reggente, capitanava la
reazione clericale, aprendo il ducato a frati e a suore d'ogni risma. A
breve andare la corte per influenza della duchessa di Berry, ultima
avventuriera del legittimismo francese, divenne centro d'inani intrighi
contro Napoleone III in favore dell'influenza austriaca in Italia. Il
fermento rivoluzionario di Lombardia, propagandosi ai ducati ed
esplodendo in risse parziali o in vani tentativi di sommossa,
giustificava nella poliziesca politica del governo il mantenimento dello
stato d'assedio. Un moto di mazziniani a Parma (22 luglio 1854),
represso con feroce energia dagli sgherri ducali, insanguinò la città.
Ne vennero sentenze capitali non mai consentite nemmeno da Carlo III,
raffinatezza ed efferatezza che nel popolo meritarono alla duchessa
l'atroce nomignolo di Nerone in gonnella. Infatti resa più crudele dalla
paura, dopo aver richiamato a presidio della capitale nuove milizie
austriache, richiese al maresciallo Radetzky il capitano Kraus,
famigerato uditore dei processi di Mantova, per condurre i nuovi
processi politici, e permise al generale austriaco Crenneville di
assumere la dittatura militare della città con un proclama, nel quale
questi dichiarava unica ragione al proprio nuovo grado l'anzianità sul
generale di Parma, quasi i due eserciti fossero un corpo solo.
Finalmente la duchessa strinse un contratto coll'Austria pel
mantenimento dei propri prigionieri, che processati da uditori austriaci
passavano così nelle carceri del Veneto e della Moravia.
Lo stato di Parma, ridotto a feudo dell'impero austriaco e mantenuto da
questo in soggezione permanente di conquista, aveva quindi perduto con
ogni guarantigia giuridica tutte le poche libertà di quella mezza
autonomia largitagli dai trattati del 1815; ma dopo la guerra del
Piemonte in Crimea e il congresso di Parigi, ove il conte di Cavour potè
per la prima volta, sebbene in falsi termini, porre la questione
italiana, anche nel ducato di Parma la reazione parve diminuire. Nel
1857 gli austriaci lo evacuarono, lasciando la duchessa liberaleggiare
ipocritamente per la speranza di acquistare il vicino ducato di Modena,
riversibile all'Austria per difetto di prole nel duca Francesco V, ad un
possibile rimpasto italiano, se mai la Francia dovesse scendere in
Italia a sostituirvi l'influenza austriaca.
Meno pazzo di Carlo III e meno ipocrita della reggente Maria Luisa,
Francesco V di Modena li superava entrambi nella frenesia del
dispotismo. Ligio all'Austria fino al fanatismo di una affettazione
provocatrice, viveva nel sogno di un'altra Santa Alleanza: legittimista
assoluto non riconosceva politicamente altri trattati che quelli del
1815, altro decreto che la proscrizione dei Bonaparte. Il suo disprezzo
per Napoleone III, del quale grottescamente negò sempre di riconoscere
il governo, trascendeva agli insulti; il suo odio al Piemonte, nel quale
crescevano mirabilmente le speranze di un regno italico, superava anche
la sua avversione al mazzinianismo. La sua restaurazione cominciata coi
soliti tribunali militari diretti da uditori austriaci gettò a centinaia
nelle carceri quanti avevano cooperato col pensiero o col cuore, colle
azioni o colle omissioni alla rivolta del '48. Quelle popolazioni
transappenniniche, che si erano date con libero ed unanime voto alla
Toscana allora mite, e dovettero poi ricadere sotto il suo dominio,
furono anche più tristamente aspreggiate. Ma se il nuovo duca aveva
ereditato dal padre Francesco IV la tirannica intrattabilità e l'istinto
politico, non ne aveva derivato l'ingegno e la coltura. Quindi la sua
intromissione nelle leggi e nei regolamenti ne alterava bestialmente i
modi e le intenzioni, moltiplicandovi le pene, appesantendovi le
procedure, disconoscendo ogni diritto nei sudditi. Non contento d'aver
tradotto nel proprio il codice austriaco coll'efferato corteggio delle
penalità corporali, licenziava i giudici quando le loro sentenze non gli
sembrassero abbastanza crudeli, o li esautorava sottoponendo le loro
decisioni a nuovo esame di corti estere e persino di generali austriaci.
I moti della Lunigiana nel 1853 e 1854 irritarono la sua libidine
d'impero. Quindi, affidato il governo di Carrara al maggiore
Wiederkehrn, famigerato anche fra gli austriaci per l'animo truce, vi
bandì la legge marziale, ordinando che tutti i reati politici vi fossero
puniti di morte e che le deposizioni dei soldati e dei poliziotti
bastassero a farne prova. E molte furono le condanne capitali eseguite,
moltissime quelle di galera a vario grado.
Nessuna libertà doveva regnare nel suo piccolo ducato.
Avaro oltre ogni rapacità, tesoreggiando sull'erario non badava che ad
ammassare danaro; despota minuto sino alla frivolezza e assoluto sino
alla demenza osava bisticciarsi coi maggiori potenti quando accennassero
a concessioni, rimproverava all'Austria di piegare nella guerra di
Crimea alla politica napoleonica, rinfacciava all'Austria e al papa nel
loro disegno di un nuovo patto fra i principi italiani contro
l'espansione irresistibile del Piemonte le poche equivoche espressioni
di franchigie municipali come ne guastassero l'idea. Ma tutta la sua
vanità di tirannello non potè salvarlo dalla rovinosa lega doganale con
Vienna, nè ottenergli dalla grossa debitrice la quota sui settantacinque
milioni sborsati dal Piemonte pei danni di guerra.
L'Austria imponendo le restaurazioni dei principi all'Italia ed
annullando la loro autonomia, spingeva quindi i popoli ad un'altra
rivoluzione, nella quale il problema dell'indipendenza dallo straniero
soffocasse tutti gli altri di libertà.
Lombardo-Veneto.
Le provincie del Lombardo-Veneto, focolare ed agone della guerra,
sopportavano intanto il crescendo di una reazione ignota da molti
secoli. Allo splendido sogno di libertà era seguìto il terrorismo di una
conquista avvelenata da tradimenti di ogni idea e di ogni persona. Se
alla novella che Carlo Alberto aveva denunziato l'armistizio, Brescia,
ripetendo il primo eroismo di Milano, ributtava con subita insurrezione
nel castello le milizie del presidio, presto abbandonata da tutti alla
rotta di Novara espiava la propria estrema passione di libertà sotto la
rabbia di Haynau.
Mille e duecento austriaci perirono nelle sue otto giornate, ma Haynau
fece sembrare mite Radetzky proseguendo il massacro anche dopo la
vittoria. Dodici cittadini furono da lui impiccati per festeggiare la
notizia della resa di Roma.
Poichè la ribellione porgeva pretesto a sospendere quello statuto
imperiale del 1849, che del resto non era mai stato applicato, il
vecchio maresciallo rimase re e tiranno del Lombardo-Veneto. Il suo
indulto del 12 agosto non fu quindi che un'ironia, la quale crebbe di
perfidia nell'altro del 18, giorno natalizio dell'imperatore: nessun
impiegato partecipe della rivoluzione fu conservato o rimesso in
ufficio, sospettati tutti i cittadini, violate le case, conculcata ogni
autorità indigena. Un'oscena guantaia spiega ad un balcone un drappo coi
colori dell'impero e colle cifre dell'imperatore per insultare al
pubblico dolore: il popolo fischia, ma le soldatesche caricano
spietatamente la folla inerme, arrestano cinquanta cittadini, li
sottopongono alle verghe, e Radetzky manda al municipio il conto dei
bastoni rotti, e lo condanna a pagare diecimila franchi alla guantaia.
Milano mormora, freme senza muoversi. L'oppressione aumenta la miseria.
I comuni gravati da una sovrimposta di sei milioni al mese pel
mantenimento dell'esercito vacillano sotto al nuovo peso; nullameno, il
commissario Laderchi-Montecuccoli aggrava ancora la mano sull'imposta
prediale aumentandola del 50%: le estorsioni soldatesche dove non
smungono, soffocano, le nuove contribuzioni sorpassano i cento milioni.
A questi Radetzky aggiunge un prestito volontario di centoventi milioni
per levare dalla circolazione quegli altri settanta in biglietti del
tesoro emessi dal governo a carico del Lombardo-Veneto, e lo cambia
tosto minacciando in prestito forzato. La sua prepotenza arriva a tale
che suscitando gelosie nella cancelleria di Vienna si spera per un
momento il suo ritiro dal Lombardo-Veneto; ma l'imperatore protegge il
vecchio maresciallo. Appena appena si toglie l'intendenza generale
dell'esercito d'Italia come uno strettoio guastatosi nella violenza
della fretta.
Però dopo la rivoluzione tutto è mutato nelle provincie. La coscienza
nazionale ridestatavi dall'insurrezione, dai governi provvisori, dalla
guerra, dalle adesioni al Piemonte, cresciuta a fede nei disastri, resa
superba dagli eroismi prodigati, si contrappone alla coscienza imperiale
coll'energia di un odio che nulla verrà più ad estinguere. Poichè
l'Austria tratta le provincie come terre conquistate, esse accettano
quel trattamento come una sfida.
Invano la cancelleria imperiale misurando l'improvvisa profonda ampiezza
di tale distacco, nel pauroso presagio di future insurrezioni, vorrebbe
incorporare il Lombardo-Veneto nella federazione germanica. Inghilterra
e Francia vegliano minacciose, e il disegno fallisce. L'Austria deve
restar sola contro l'Italia, nella quale ha unificato e reso straniero
il dispotismo: il duello fra le due nazioni ricomincia quindi come
preparazione a nuova guerra. Per ora le speranze italiche non
verdeggiano: la Francia ricaduta sotto l'impero napoleonico, se vieta
all'Austria di fondere nella Germania le proprie conquiste, non accenna
però a contendergliele; l'Inghilterra immutata nella propria politica
mercantile orzeggia al solito fra libertà e dispotismo; Russia e Prussia
coagulate dalla stessa reazione sembrano subire l'influenza viennese. Ma
rimangono all'Italia lo stato libero del Piemonte e l'ideale
repubblicano. Fervono cospirazioni: Mazzini ramingante per l'Europa ha
già costituito un comitato nazionale con un programma apparentemente
neutro, nel quale la questione dell'esistenza nazionale prende il passo
sulla questione politica della libertà. È come un comizio armato della
nazione combattente per vivere, che precede il comizio togato della
nazione costituente la propria vita. Mentre i moderati fusionisti di
Lombardia coi costituzionali del Piemonte l'oppugnano e gli
ultra-repubblicani lo respingono come un'abdicazione di principii, la
sua opera prosegue e si allarga: dal Piemonte, popolato di esuli, viene
aiuto di uomini e di denaro alle congiure; comitati e sottocomitati
tessono una rete mirabile di resistenza e di sottigliezza intorno ai
governi nemici. Ma le nuove cospirazioni, per quanto meglio ordite delle
antiche, non possono servire che ad accomunare i propositi e a
rinsaldare gli animi per combattere e vincere l'Austria.
Quindi inevitabili imprudenze affrettano sublimi martirii. Le condanne
politiche del 1849 sommarono a 2414, nel primo semestre del solo anno
1851 salirono a 2552. Sciesa popolano di Milano s'immortala col motto:
_Tiremm innanz_, risposto ai carnefici, che conducendolo alla
fucilazione gli promettevano la grazia se discendesse a farsi spia dei
compagni; dopo lui sfila un corteo di eroi, nel quale abbondano i preti.
A Mantova un enorme processo di 150 cittadini con a capo don Tazzoli,
sacerdote illustre di ingegno, santo di cuore, dura due anni e sembra
riattivarsi con sempre nuove condanne capitali. Tito Speri, l'indomito
difensore di Brescia, vi perisce; gli spalti di Belfiore si mutano così
in calvario, cui tutta Italia fisa rabbrividendo lo sguardo. Ma al
terrore risponde la costanza. Milano si prepara sui primi dell'anno 1853
a insorgere: il moto, questa volta più vasto e meglio concordato,
promette una vera rivoluzione. Kossuth, l'illustre rivoluzionario e
dittatore ungherese, vi aiuta, ma impigliata nei soliti dissensi e
controsensi l'insurrezione si risolve in un tafferuglio (6 febbraio) nel
quale periscono poco oltre un centinaio di austriaci.
Le provincie quantunque preparate non si sono mosse.