d'Italia. Se la gelosia di Mazzini lo inceppa e la rivalità di Rosselli
gli annulla la fortunata vittoria sul re di Napoli, che sarebbe rimasto
prigioniero: se la republica romana deve fatalmente perire, perchè
ammalata di tutti gli errori del federalismo contrasta col proprio fatto
alla stessa unità d'Italia, che vorrebbe e dovrebbe proclamare e non
può; quando la republica soccombe e Roma s'arrende, Garibaldi, solo
nella fede dell'unità d'Italia che nessuno in quell'ora conserva (2
luglio), raduna le proprie truppe per uscire da porta S. Giovanni a
nuova guerra. Il suo disegno è semplice: gettarsi all'Appennino,
sollevarne le forti popolazioni, vincere le prime battaglie, onde tutte
le città rinnovellino le proprie rivoluzioni, e circondando tutti i
nemici sopraffarli, annientarli sotto l'impeto irresistibile della
nazione. L'anabasi incomincia: tre eserciti lo cingono, lo perseguono.
Garibaldi li cansa, scivola fra i loro vani, li delude: guadagna i
monti, vi si perde sempre inseguito e sempre in salvo, moltiplicando
stratagemmi ed eroismi, lasciando ad ogni tappa un ricordo ed una
speranza. Il popolo non si muove: le campagne aizzate dal clero sono
ostili, i villaggi diffidenti, le città chiudono le porte. Le diserzioni
assottigliano la piccola truppa alla quale i villani del vescovo di
Chiusi osano fare prigionieri: la miseria spinge i resti di quella
falange a vessazioni, che sono rappresaglie e le provocano. Ma l'Italia,
esaurita dallo sforzo infelice della rivoluzione federale, si è già
ricoricata nell'antica servitù per ristorare le proprie forze.
Garibaldi, giunto di monte in monte sino alla piccola repubblica di San
Marino, vi discioglie il resto dell'esercito, non conservandone che un
ultimo drappello per drizzarsi con esso su Venezia assediata. Senonchè,
imbarcatosi su tredici bragozzi a Cesenatico, è sorpreso da un
brigantino austriaco: egli solo scampa colla moglie incinta e un
capitano. L'epopea si muta in romanzo; la ritirata è finita, il
pellegrinaggio incomincia. Riparato nella pineta di Ravenna, Garibaldi
vi perde Anita, che non può nemmeno seppellire e della quale i cani
vaganti rosicchiarono a notte alta le ossa; ma protetto da oscuri
popolani, dopo lunghi rigiri e continui pericoli è salvato a Modigliana
da don Giovanni Verità, semplice ed eroica figura di prete, che
riconcilia così la coscienza religiosa colla coscienza rivoluzionaria
nella coscienza del popolo. Quindi traversa la Toscana incontrando ad
ogni passo un salvatore, sfuggendo alla ricerca delle polizie, insino al
deserto delle maremme, al golfo di Sterbino, donde salpa per la Liguria.
Quivi il generale Lamarmora, commissario regio a Genova della quale ha
domato l'insurrezione, lo incarcera; l'opposizione parlamentare ne
tempesta, il ministro Pinelli dichiara che Garibaldi suddito piemontese
avendo preso servizio senza autorizzazione sotto la repubblica romana ha
perduti tutti i diritti di cittadinanza e non può più invocare il favore
delle franchigie costituzionali; D'Azeglio presidente del ministero non
se ne vergogna, la Camera vota contro il ministero e Camillo Cavour
contro Garibaldi.
Così nel regno piemontese, il solo tuttavia che avesse tentato
un'impresa italiana e conservato lo statuto, era poco vivo il senso
dell'italianità.
Poi fu imposto a Garibaldi di scegliersi un luogo d'esilio: Garibaldi
elesse Tunisi.
Ultima republica di Venezia.
Mentre il più grande degl'italiani riprendeva la via dell'esilio,
Venezia capitolava.
L'infelice città tradita da Carlo Alberto si era indarno, con uno
slancio d'entusiasmo, riconfermata republica per morire nell'orgoglio
della propria autonomia.
Il suo governo, vittima fino dalla prim'ora dell'illusione di una lega
italica presieduta dal pontefice, attendeva da Roma l'idea e da Torino
le forze della rivoluzione, proclamandosi anticipatamente soggetta a
quanto di Venezia avrebbe deciso l'impossibile Costituente italiana, ma
intanto ricostituendosi nelle vecchie forme e nella separazione
tradizionale. Poi alla fuga di Pio IX da Roma l'ambasciatore veneto
disapprovava la rivoluzione romana sconsigliando poco dopo dal votare la
republica. Manin come tutti gli altri governi italiani seguitava a
trattare con Gaeta e con Roma chiedendo ancora dopo il patito tradimento
aiuti ed accordi con Torino, stancando l'Italia di appelli patriottici,
protestando e mendicando a tutte le cancellerie d'Europa.
La sua eloquente _Memoria_ a lord Palmerston (21 agosto) in difesa di
Venezia era tuttavia uno degli atti più onorevoli della diplomazia
italiana.
Ma per Venezia il problema politico non aveva più altra soluzione che la
difesa della città. Una suprema illusione di soccorso dalla Francia,
mentre questa pareva mal disposta a sopportare l'assoluta preponderanza
austriaca in Italia dopo l'armistizio di Salasco, durava tuttavia:
Mengaldo e Tommaseo, legati veneti a Parigi, instavano eloquentemente e
pareva, non senza frutto. Già si parlava di 3000 soldati francesi che
dovevano imbarcarsi per Venezia, quando l'astuta diplomazia tedesca,
fingendo d'accettare la mediazione franco-inglese per l'assetto
d'Italia, otteneva si sospendesse ogni spedizione. Poi la mediazione
fallì, le promesse d'una costituzione del Veneto in principato
indipendente e federato con arciduca austriaco, dileguarono; il disastro
di Novara e la proclamazione della republica romana precipitarono da
ultimo gli eventi.
Venezia doveva rimanere sola a morire.
Intanto il suo governo dittatoriale col colonnello Cavedalis,
l'ammiraglio Graziani e Manin, che li assorbiva ambedue in una suprema
funzione di doge, si era abilmente affrettato ad apprestare i mezzi
finanziari nelle crescenti necessità della politica e della guerra. Ma
l'erario era di una povertà ridicola, poichè le rendite ordinarie non
sommavano a più di 200,000 lire mensili; si aperse un prestito nazionale
di 10 milioni, si diede corso legale a cinque milioni della banca
veneta, si aumentarono le imposte sui tabacchi e sulla birra. I soccorsi
chiesti all'Italia mancarono: la Toscana non mandò che 72,000 lire,
qualche altra città 50,000, Roma votò 100,000 scudi, il Piemonte un dono
mensile di 600,000 lire, e non le diede. Mentre tutta l'Italia suonava
di arringhe e di canzoni per Venezia, le borse non s'aprivano; governi e
popoli non si muovevano.
In Venezia, abbondante di generosi volontari, s'abbaruffavano in
un'ultima demenza tutti i partiti politici. I poeti Revere e Dall'Ongaro
veneti, Maestri lombardo, Mordini toscano, tempestavano perchè il
governo si dichiarasse lombardo-veneto; Cesare Correnti, già mazziniano,
quindi avversario di Mazzini nel governo provvisorio di Milano, poi
ancora mazziniano nella catastrofe di questo, predicava ora pel
Piemonte; si accusava Manin di non secondare la Costituente italiana, di
aver sbagliati gli accordi diplomatici colle grandi potenze straniere, e
di non affratellarsi colle ultime rivoluzioni di Toscana e di Roma, di
tirannide interna e di nessuna coscienza rivoluzionaria. E infatti
quella di Venezia non era che una insurrezione contro l'Austria: nessuna
idea era ancora uscita e doveva uscire da quella, che chiamavasi allora
rivoluzione veneta. Ma la popolarità di Manin resisteva a tutti gli
attacchi, dei quali alcuni generosi e savi, la maggior parte indegni o
dementi, provocandogli ovazioni dal popolo che gli permettevano di
prendere contro sobillatori e demagoghi violente misure di polizia.
Intanto l'assemblea, aperta il 13 febbraio, lo nominava con 108 voti
sopra 110 capo del potere esecutivo presidente, con ogni potere per la
difesa interna ed esterna dello stato e con facoltà di prorogare
l'assemblea pur di riconvocarla dopo 15 giorni.
Alla ripresa della guerra fra Austria e Piemonte le speranze avevano
rifiorito: Pepe proponeva che l'esercito sardo diviso in due corpi
proteggesse Alessandria e Padova per congiungersi nel Veneto, egli
assalirebbe nemici alle spalle, ma l'ultima guerra piemontese iniziata e
conchiusa quasi nel medesimo giorno col disastro di Novara, dissipò
sogni e speranza. Venezia non era stata richiesta di concorso da Carlo
Alberto nè tampoco avvisata della ripresa delle ostilità: Haynau,
grondante del sangue di Brescia, si affrettò ad intimarle la resa.
Venezia non aveva che 17,000 soldati, per la maggior parte volontari,
4000 tra marinai, cannonieri e fanti di mare con 11 navi da guerra e
altra flottiglia più numerosa che importante, sopra una linea difensiva
di settanta miglia divisa in tre circondari: il primo dalla città per
Fusina, Marghera, Treporti con 17 forti sino a Sant'Erasmo, il secondo
pel lido dalla punta di San Nicola ai murazzi di Palestrina con 13
forti, il terzo da Chioggia e Brondolo sino alla foce del Brenta con 6
forti.
Ma quantunque l'Austria vittoriosa a Novara e a Vienna si stringesse
tutta su Venezia, alla spavalda intimazione dell'Haynau questa
rispondeva votando (2 aprile 1840) unanime la resistenza ad oltranza, e
coniava a memoria della forte deliberazione una medaglia in bronzo
scrivendogli nell'esergo: -- Ogni viltà convien che qui sia morta. --
Già fin dal 22 ottobre 1848 quattrocento cacciatori del Sile in una
sortita avevano occupato Cavallino fugando gli austriaci ed
impadronendosi di qualche comune: poco dopo il 26 ottobre Pepe aveva
assalito e preso Mestre, ma ora la guerra era senza scampo. Invano i
volontari, soldati improvvisati, sembrano moltiplicarsi con una attività
ed un valore che sgomentano i più agguerriti reggimenti tedeschi: invano
Marghera con 500 soldati di presidio ributta un assalto generale con
tanta virtù da consigliare a Radetzky di riproporre patti di resa. Manin
ricusa ogni negoziato che non riconosca a Venezia un'esistenza politica
in accordo colla sua nazionalità e i suoi costumi. La costanza di
Venezia provoca l'ostinazione degli assedianti, che costruiscono una
seconda parallela: gli assediati per impedirla ricorrono indarno ad una
inondazione artificiale. Un assalto più furioso obbliga al silenzio i
forti Rizzardi e dei Cinque Archi; 151 bocche d'artiglieria fulminano la
città. Marghera resiste ancora, finchè Manin stesso non ne ordina lo
sgombro. La tragedia precipita. Una specie di dittatura militare
composta di Ulloa, Sirtori e Baldisserotto si aggiunge alla dittatura
politica di Manin, accrescendo gli attriti ma non impedendo nullameno
l'accordo nella difesa. Questa costretta ora entro la linea delle
lagune, esigerebbe la distruzione di tutto il famoso ponte, senonchè la
vanità artistica e l'interesse commerciale lo salvano per la massima
parte, affrettando la perdita della città, poichè gli austriaci vi si
afforzano alla testa e il cannoneggiamento prosegue benchè senza grandi
risultati d'ambo le parti per un mese. La flotta e la flottiglia poco
giovano, meglio aiutano i pozzi artesiani supplendo al difetto
dell'acqua; il blocco si restringe; un supremo tentativo di composizione
con De Bruck, notissimo a Venezia come direttore della grande società
triestina del Lloyd, abortisce. Con eroica pertinacia Venezia ricusa
l'ultima offerta costituzione, perchè le cariche amministrative non vi
erano tutte riserbate agl'italiani e i diritti fondamentali vi potevano
essere aboliti in tempi di sommossa o di guerra, e la maggior parte
della legislazione veniva riserbata al parlamento viennese, e a Venezia
non si accordavano nè esercito nè flotta italiana. Ma se il rifiuto era
magnanimo, le trattative erano assurde: Venezia non poteva a nessun
patto fidarsi dell'Austria che avrebbe necessariamente mentito alla
propria parola; peggio ancora una costituzione semi-autonoma avrebbe
allentato tutti i rapporti coll'Italia per ristringere quelli
coll'impero tedesco.
Ma ormai il tempo dei patti è passato: Radetzky intima la resa a
discrezione. Le palle cadendo sulla città dalla distanza, allora non
anco superata, di cinque chilometri, seminano la morte nell'inerme
popolazione; si disertano le case di molti quartieri serenando nelle
piazze e nei giardini; la fame urge, il mare è chiuso, scoppia il
colera. Tutto crolla intorno a Venezia l'Italia soffocata dalla reazione
interna ed esterna non manda più che qualche gemito, la repubblica
francese agonizza sotto il tallone del secondo Bonaparte, la rivoluzione
ungherese, dalla quale s'attendevano aiuti d'armi, è spirata nelle
strette dinastiche di Vienna malgrado tutti gli sforzi di Kossuth. Il
colera ha colpito diggià in un solo mese oltre 6000 persone, 3000 ne
sono morte: i volontari sono molte volte decimati, manca il cibo,
difettano le munizioni. Venezia ha superato Roma nella propria difesa,
giacchè ha costato all'Austria 20,000 soldati, cioè più che le due
campagne contro il Piemonte. Vinta e morente può quindi ripetere con
giusto orgoglio il motto non vero di Francesco I: «Tutto è perduto
tranne l'onore».
Ma alle prime parole di resa la plebe inferocita tumultua, si urla al
tradimento: Manin minacciato ribaldamente deve dissipare colla spada
alla mano i tumultanti, e Venezia si arrende. I patti erano:
sottomissione della città, sfratto dei soldati stranieri, degli
ufficiali già a servizio dell'Austria e dei cittadini a questa sospetti.
La carta-moneta veniva ridotta a metà dei valore, nessuna multa di
guerra. Il 22 agosto 1849 si firmò la capitolazione: l'indomani Manin,
povero e glorioso, riparava con altri proscritti su navi francesi ed
inglesi salpando per l'esilio; il 28 l'aquila bicipite si posava
nuovamente minacciosa sui pili di San Marco; il 30 Radetzky entrava
trionfalmente nella morta città, che dopo tanti strazi sentiva ancora il
proprio patriarca invocare la benedizione del cielo sull'implacabile
vincitore.
Rivoluzione e guerra erano finite: il federalismo italiano, vecchio di
troppi secoli, vi aveva esaurito l'ultima vitalità.
Ma poichè dopo la rivoluzione francese del 1789 ogni altra rivoluzione
europea doveva tendere alla costituzione dell'individualità nazionale,
l'Italia liquidando così tutto il proprio passato federale non poteva
essere più che nell'unità politica. A conquistarla però le abbisognavano
una forte coscienza democratica per trionfare delle estreme
ricostituzioni regie e papali e un forte nucleo politico per comporre un
primo esercito contro lo straniero.
L'abolizione del papato e lo statuto piemontese, ecco quanto rimaneva
come idea e come fatto della rivoluzione. D'ora innanzi sarebbe
impossibile riparlare di egemonia papale e di lega di principi: tutti
gli stati italiani ripiombati nella reazione si verrebbero fatalmente
separando dalla vita nazionale; il romanismo inconciliabile colla
libertà non sarebbe più che una forma cadaverica del cattolicismo. Le
provincie romane, napoletane e siciliane avevano addimostrato il
_minimum_ di capacità rivoluzionaria e militare: Piemonte e
Lombardo-Veneto il massimo. Il centro della futura rivoluzione sarebbe
dunque al nord, come sempre nel bacino del Po; la sua formula dovrebbe
quindi essere monarchico-democratica, la sua forma una conquista regia;
ma poichè l'Italia non saprebbe almeno per lunghissimo tempo scrollare
simultaneamente tutti i propri principi e l'Austria, imprevedibili
coincidenze politiche europee dovrebbero aiutare quel re italiano
abbastanza forte e moderno per disciplinare nella propria monarchia
l'elemento democratico ed erigersi campione dell'indipendenza nazionale.
Per ora la gazzarra poliziesca delle ristorazioni mescendosi al
trambusto avvilente delle recriminazioni, colle quali tutti i partiti
vinti ed egualmente colpevoli si dilaniano, disonora per l'ultima volta
l'Italia; ma Daniele Manin, esule a Parigi nell'immacolata povertà d'una
vita troppo esercitata dalla fortuna, troverà fra poco la formula
trionfatrice, e presso a morire la getterà da lungi all'Italia come una
di quelle infallibili rivelazioni che la morte riserba talora ai più
santi: -- Italia e Vittorio Emanuele. --
Fra dieci anni Giuseppe Garibaldi, ora proscritto dal Piemonte, scriverà
-- Italia e Vittorio Emanuele -- sulla propria bandiera, per trionfare
dell'Austria, del Borbone, del papa e di Vittorio Emanuele stesso,
costituendogli un regno d'Italia nell'unità, sempre indarno voluta da
Mazzini, e nella libertà costituzionale, compatibile coll'ancora scarsa
civiltà della nazione.
LIBRO SESTO
L'EGEMONIA PIEMONTESE
CAPITOLO PRIMO.
Le ristorazioni
Riscossa dell'opinione.
Poichè tutti i partiti avevano egualmente fallato, e nessun uomo, per
quanto alto d'ingegno e di robusto carattere, aveva potuto resistere
così alla tormenta delle combinazioni rivoluzionarie da mantenervi la
logica di un sistema o la sincerità immutabile di un proposito, la
violenza delle recriminazioni politiche era adesso senza pietà.
Federalisti ed unitari, giacobini e neoguelfi, regi e repubblicani,
insorti delle prime giornate e ribelli degli ultimi assedi, politici e
politicanti, tribuni e di piazza e di parlamenti, si palleggiavano
tremende reciproche accuse, delle quali la più comune, e quindi la meno
grave, era quella di tradimento. Dai giornali la guerra saliva ai libri,
scrosciava negli opuscoli, balenava in subite rivelazioni di documenti,
serpeggiava nel popolo avvelenandone lo scoramento, penetrava nel
segreto delle conventicole già strette per nuove cospirazioni, si
effondeva in lamenti, che il pericolo delle feroci polizie rendeva
ancora nobili.
L'Europa tutta piena di simili rivoluzioni, tutte egualmente vinte,
ascoltava distratta.
Ma l'unità della sconfitta giovava quanto una vittoria. Veneti e
siciliani, milanesi e romani, piemontesi e toscani, lombardi e
napoletani, si affratellavano nel dolore d'una comune speranza perduta:
accuse e critiche ribadivano la necessità dell'idea, per la quale tutti
erano insorti, e ne approfondivano la verità sottomettendone il modo a
nuove disamine. Le fratellanze di guerra, ben più efficaci che quelle
delle congiure, saldavano relazioni dianzi corroborate da fugaci
rapporti politici e diplomatici; lo scambio dei volontari fra le
provincie insorte compensava già l'antagonismo dei parlamenti durante la
rivoluzione; la coscienza dell'eroismo mostrato in cento fazioni si
levava alteramente nella oppressione desolata di quella prima ora di
schiavitù come a sfida di altre non lontane battaglie. Mai l'Italia
aveva avuto tale rivoluzione; il suo passato federale vi si era
annullato con tutta la millenaria varietà delle proprie forme sotto
l'impulso della moderna idea democratica. L'unità usciva dalla
sconfitta. Non una idea o una forma vitale restava al federalismo. Un
inconciliabile dissidio separava ora popoli e principi: questi accodati
all'Austria non ne erano più nemmeno i prefetti, giacchè i generali
austriaci li umiliavano colle tracotanze e truppe austriache
circondavano Le loro reggie italiane. Non più illusioni di dieta o
speranze di riforme: alcuni statuti restavano come cadaveri insepolti
dopo una battaglia. I principi avevano compreso che ogni concessione al
popolo avrebbe in esso provocato lo scoppio di affermazioni
antidinastiche; il popolo sapeva che i principi preferivano l'esistenza
della propria casa alla vita d'Italia. Quindi la politica si divideva:
quella dei governi, subordinata fatalmente all'Austria, diventava di
resistenza, costringendosi all'impossibilità di un crescendo, oltre il
quale s'intendeva il mareggiare sordo di un'altra rivoluzione; quella
delle nazioni cresceva d'iniziative giovandosi d'ogni forza, profittando
dei contraccolpi europei, opponendo il progresso del pensiero
all'immobilità delle forme, l'elasticità dello spirito alle pressioni
della materia, l'irresistibile espansione delle coscienze al propagarsi
delle energie straniere in tutti gli argomenti della politica nazionale.
Attraverso la conflagrazione del nuovo assetto se ne sentiva oscuramente
la provvisorietà. La stampa libera durante la rivoluzione aveva abituato
alla libertà di parola degradandosi in tutti i suoi eccessi; costretta
adesso alla musoliera acuiva nel silenzio la critica d'ogni atto
governativo; l'esilio, il carcere, la morte prodigata ai migliori
rivoluzionari, rinnovando i martirii, purificavano la religione della
libertà e ne aumentavano i neofiti; la reazione dei governi rendeva
stranieri e parricidi quanti vi prestavano mano. Quindi la modernità
urgeva con inesauribile ed instancabile varietà di motivi le
ristorazioni: telegrafi e ferrovie concesse prima fra gli applausi, poi
mirabilmente propagatesi sviluppando commerci ed industrie, forzavano le
barriere doganali interne con esigenze di nuove provvisioni economiche;
le università riparate all'ombra della scienza salvavano molti
professori dalle persecuzioni, educando scolari alle imminenti
rivoluzioni; ogni miglioramento agricolo covava un germe di
emancipazione, ogni congresso diventava assemblea, i teatri pronti a
profittare d'ogni commedia più volgare applaudendo le reticenze o le
allusioni si mutavano in comizi. L'odio all'Austria, non più compresso
dal terrore di prima, giacchè soldati italiani improvvisati avevano
potuto vincerla in campo aperto, diventava disprezzo per i governi
nazionali, che alla prima sconfitta di quella sarebbero caduti: si
pensava, si lavorava, si cospirava con nuova alacrità. Le comunicazioni
e gli scambi stringevano relazioni fra provincia e provincia; ogni
relazione si cangiava prestamente in vincolo politico. L'unità della
disfatta patita dalla rivoluzione si ripeteva nell'unità delle
persecuzioni inflitte ai migliori, nell'unità austriacante della
politica di tutti i governi nazionali, nell'unità vincitrice
dell'Austria rimasta sola nemica, nell'unità vinta del papato che
nessuno più temeva e nel quale nessuno più sperava, nell'unità creatrice
del Piemonte che incolume nella rovina universale, libero nella
schiavitù di tutti, ancora armato fra gl'inermi, rivoluzionario e
costituzionale, s'apriva come un asilo agli esuli e si muniva daccapo
come campo per una probabile guerra.
Popoli e governi stavano fisi al Piemonte: l'Austria lo vegliava
minacciosa, Francia lo proteggeva mal fida, la storia d'Italia lo
fortificava ogni giorno, proseguendo nel lavoro di molti secoli, per
agglomerare intorno ad esso tutta la nazione. Azioni e reazioni dovevano
egualmente giovargli: la politica pazzamente antiliberale ed
antinazionale degli altri governi faceva già del Piemonte la patria di
tutti gl'italiani; Mazzini, lontano nell'esilio, agitava ancora la
fiaccola dell'ideale repubblicano, Garibaldi, ramingante sui mari,
sembrava attendere un segnale per tentare uno sbarco irresistibile, il
conte di Cavour saliva al ministero piemontese per cogliere in Europa la
prima occasione di rivincita.
L'impossibilità di governare non solo onestamente ma razionalmente
aumentava ogni giorno per tutti i governi. Occasioni e pretesti
d'opposizione formicolavano: la reazione forzata a diminuire di rigore
per l'impossibilità di aumentarlo s'abbatteva in ostacoli insormontabili
sorretti dall'inerzia dei cittadini, ed erano sdegnose ripulse di
concorso in opere pubbliche, interpretazioni liberali date alle più
restie circostanze, silenzi opprimenti di dispregio, invettive
incriminabili per doppio senso. Il progresso europeo urgeva il progresso
italiano. La resistenza dei governi appoggiantisi sull'Austria li
precipitava in un pericolo d'annullamento pari a quello minacciato loro
dal popolo, giacchè l'occupazione straniera esautorando la loro autorità
dissanguava le finanze di ogni stato. Intanto la democrazia informava
con miracolosa rapidità tutte le forme di vita moderna: mutati i criteri
d'educazione domestica, riconosciuti falsi i metodi dell'antica pubblica
economia; l'emancipazione letteraria favorendo quella religiosa abituava
sempre più all'indipendenza assoluta dello spirito, nessuna tradizione
regia od aristocratica resisteva nelle nuove abitudini, i vecchi poteri
della chiesa e dello stato non avevano più altra forza che i gendarmi
delle polizie e le milizie straniere.
Se non si vedeva ancora chiaramente qual metodo la libertà sceglierebbe
per raggiungere l'unità della patria, e il mirabile spettacolo del
Piemonte giganteggiante sulla prostrazione degli altri governi non
affidava ancora interamente la nazione sulla possibilità d'una sua
conquista regia che saldasse in un solo tutti i principati liberando
l'Italia dallo straniero, mentre il mazzinianismo quasi galvanizzato dai
disastri riaffermava superbamente le speranze di unità repubblicana,
nullameno l'impossibilità di credere ai governi reazionari e la fatalità
d'una qualunque soluzione al problema politico italiano bastavano a
preparare gli spiriti ad un mutamento radicale di assetto, appena
l'occasione se ne presentasse.
Luigi Bonaparte rinnovando in Francia l'impero napoleonico ne avrebbe
facilmente suscitata qualcuna, la Germania avendo fallito come l'Italia
la propria rivoluzione doveva ripetere il duello secolare fra l'Austria
e la Prussia, l'espansione del mondo slavo nei Principati Danubiani
complicata col problema turco bastava sola a produrre terribili ed
inimmaginabili motivi di guerra.
Gli ultimi tiranni d'Italia infellonivano quindi sui propri sudditi
collo spavento spasmodico di chi uccide per difendersi, e sa nullameno
di non potere uccidere abbastanza per salvarsi.
Regno napoletano.