il contegno dell'Oudinot, le allocuzioni di Gaeta, le invasioni
spagnuole, austriache e napoletane, credere alla sincerità delle
intenzioni francesi era follia, cedere con trattato all'occupazione
straniera Civitavecchia era delitto di lesa nazione.
L'Oudinot dietro le proprie segrete istruzioni non volle riconoscere la
convenzione, il Lesseps partì ingenuamente per Parigi a sollecitarne
l'approvazione, e si vide sconfessato. Inutilmente all'assemblea voci
generose si levarono ad accusare il governo di violata costituzione: più
indarno il 13 giugno Ledru-Rollin con altri capitani di sinistra tentò
sollevare il popolo di Parigi per rovesciare il disegno imperiale ormai
troppo palese di Luigi Buonaparte, giacchè la sommossa fu presto
soffocata nel sangue dal generale Changarnier, e l'immensa capitale
dichiarata in stato d'assedio.
Ogni illusione per Roma, doveva quindi cessare.
Nullameno il governo francese proseguiva nelle inutili ipocrisie
sostituendo il signor di Corcelles al signor di Lesseps per indurre il
triumvirato ad un accordo, che cedesse Roma all'occupazione francese
senza la pericolosa odiosità d'una conquista.
Le ostilità erano ricominciate, ma Roma nella tregua non aveva
abbastanza pensato a munirsi; Garibaldi, ritornato vittorioso da Rocca
d'Arce, in quel triste andazzo d'ogni cosa militare e politica chiese
con ingenua sicurezza la dittatura: Mazzini ne inalberò, a tutti i
retori dell'assemblea e del governo parve proposizione peggio che
assurda.
L'Oudinot, denunziando l'armistizio, aveva promesso di non assalire che
il 4 giugno; invece massacrò proditoriamente nella notte dal 2 al 3 gli
avamposti romani: Monte Mario e Villa Pamphili furono occupati. I
francesi sommavano quasi a 40,000 uomini, l'esercito romano non arrivava
a 20,000. Erano quasi tutti volontari con colonnelli e generali
improvvisati, che parvero e furono meravigliosi di valore. Era
impossibile sostenere un assedio, resistere a molti assalti; nullameno i
difensori sentirono che bisognava morire. Il 3 giugno al casino dei
Quattroventi, occupato dai francesi per tradimento nella notte, si
combattè la più lirica delle battaglie. Oudinot aveva addensato nelle
prese posizioni i più intrepidi soldati d'Africa, Garibaldi scagliò
sopra di loro i più invincibili dei propri eroi, e non potè vincere: vi
furono assalti disperati, cariche deliranti di coraggio; Daverio,
Dandolo, Mellara, Mameli, vi perirono; Masina bolognese, alla testa
della propria cavalleria, più furioso di un uragano, penetrò nel
vestibolo del palazzo e stramazzò col cavallo a mezzo la gradinata
marmorea, dalla quale lo fulminavano i cannoni.
La giornata era perduta, ma le armi italiane avevano riconquistata la
gloria degli antichi migliori tempi.
Intanto nella città l'effervescenza guerriera non cresceva. Si parlava
di barricate e se ne costruivano ma la popolazione grossa di 160,000
uomini assisteva tra furiosa e avvilita alla battaglia. Il governo,
invece di galvanizzarla con eccessi, non aveva fino allora badato che a
mantenerle la calma dichiarando amici i francesi, predicando l'ordine
nelle piazze e il rispetto a tutti i nemici della repubblica. Si fece
persino un bando per restituire alle chiese pochi confessionali
trascinati nelle strade a farvi barricate: non si era voluto odio
civile, e mancò l'odio allo straniero, si era stati magnanimi, e si
rimase deboli. I sacerdoti Gavazzi e Dall'Ongaro, che incitavano alla
difesa della republica santa, nel popolo scettico di Roma facevano poco
frutto, la plebe bastonava qualche gesuita, vociava, sequestrava per le
barricate qualche carrozza signorile, senza passione per la improvvisata
ed inintelligibile republica, senza avversione per i francesi stranieri
come tutti gli altri stranieri che Roma aveva ospitato e cui aveva
soggiaciuto. Un Zambianchi, volgare e truce assassino, aveva scorrazzato
per qualche provincia arrestandovi alcuni sospetti di reazione, quindi
chiusili nelle catacombe di S. Calisto li uccideva sommariamente: ma
questo anzichè guerra civile era costume brigantesco. Lo scoramento
cominciava anche nelle truppe vedovate dei migliori ufficiali: gli
antichi papalini già ricalcitravano agli ordini; i comandanti pontifici
passati ai servizi della republica e persuasi dell'inutilità di ogni
resistenza non si preoccupavano più che di conservare con nuovo
tradimento il grado ottenuto: gli stessi volontari più eroici si
irritavano della indifferenza di un popolo che applaudiva alla loro
morte come ad uno spettacolo.
L'assemblea sollevata da un irresistibile soffio di poesia aveva
dichiarato la resistenza ad oltranza, poi non avendone preparati i mezzi
e non volendone in fondo gli eccessi, si affrettava a compiere la
propria costituzione: cura che parve epica in quel momento e non era se
non l'irresistibile istinto storico di quella republica destinata a non
essere che un verbo.
Il giorno 12 i lavori di assedio erano già terminati: al 21 la breccia
squarciava le mura; solo il Vascello, immenso caseggiato, resisteva
all'aperto colla legione del maggiore Medici che vi si mantenne
prodigiosamente, e potè nullameno riparare a notte entro la città. Il 30
giugno i francesi penetrarono per le breccie; ultimi eroi caddero loro
contrastando Emilio Morosini e Luciano Manara.
Roma era vinta.
La guerra alle barricate per le strade, che Mazzini in un sogno
d'eroismo aveva fatto preparare, si chiariva impossibile in
quell'atteggiamento spassionato del popolo, molto più che i francesi,
contenti di occupare le alture, accennavano a bombardare la città o a
ridurla, strema come era di vettovaglie, ad arrendersi. Non restavano
che tre partiti: capitolare, resistere sino all'estremo e seppellirsi
sotto le rovine, uscire da Roma trasportando seco il governo. Mazzini
propendeva per quest'ultimo; Garibaldi lo appoggiava citando l'esempio
della republica di Rio Grande: Avezzana ministro della guerra, reduce da
Ancona, ove Mazzini lo aveva gelosamente inutilizzato, ed altri capi
s'incaponivano alla difesa. L'assemblea, convocata in comitato segreto,
scartò il disperato disegno di Mazzini e di Garibaldi per seguire quello
di Enrico Cernuschi, che proponeva la resa. Il triumvirato piuttosto che
trattarla col fratricida governo francese si dimise nobilmente dicendone
le ragioni al popolo in un manifesto sfolgorante di fede e di poesia. A
nuovi triumviri furono eletti il Saliceti, il Calandrelli e il Mariani
per patteggiare coll'Oudinot. Questi spinse la burbanza oltre l'esosità
imponendo condizioni così enormi, che lo stesso generale Vaillant
sdegnato esclamò non dovere i francesi concedere a Roma meno di quanto
gli austriaci avevano concesso a Bologna e ad Ancona. Gli oratori del
municipio ricusarono i patti preferendo il pericolo di una resa
incondizionata al disastro di una capitolazione senza onore, e
l'assemblea dichiarò municipio e triumvirato benemeriti della patria.
Decretò ancora sussidi alle famiglie povere dei cittadini morti
combattendo; poi con magnanima teatralità promulgò dal Campidoglio la
propria costituzione (3 luglio) mentre i francesi irrompevano trionfanti
per le strade.
La republica romana era morta, ma il ritorno del papato a Roma non
sarebbe più che una processione di funerale.
Allora tutti i rivoluzionari si sbandarono: vi furono proteste, urli
feroci contro gl'invasori, un ultimo sogno di rivolta, quindi l'esodo
cominciato dietro Mazzini parve ricominciare miracolosamente la guerra
nella ritirata degli ultimi soldati con Garibaldi.
Roma era caduta sotto il governo militare: stato d'assedio e legge
marziale. Nel dì anniversario della presa della Bastiglia, Oudinot
annunziava al mondo la restaurazione in Roma del potere temporale dei
papi. L'assemblea francese ne tenne una seduta memorabile, nella quale
republica e papato si riavventarono l'una sull'altro: il napoleonismo
oramai presso a trarsi la maschera fu cinico e spavaldo; Montalembert
agitò la propria eloquenza come una fiaccola morente sul papato non
illuminando più che un cadavere, mentre Victor Hugo, il maggior poeta
della Francia e il miglior poeta del secolo, parlò per Roma e per la
republica risollevandole, coll'infallibile fede del genio, alle vittorie
di un indomani immortale.
Mazzini esule empieva già il mondo di proteste, Venezia resisteva
tuttavia, Giuseppe Garibaldi ritentando il prodigio di Senofonte errava
ancora armato sull'Appennino.
Giuseppe Garibaldi.
Egli solo della vasta rivoluzione federale restava all'Italia perchè
solo non s'era impicciolito in nessuna delle sue contraddizioni
politiche. La sua vita, che doveva riassumere in più lungo corso quella
d'Italia creandone l'unità politica, pareva allora avvolta nella
leggenda; un inesplicabile entusiasmo precedeva e seguiva i suoi passi:
il suo valore non più grande di quello di tanti eroi morti
nell'insurrezione suscitava speranze e fedi indefinibili, mentre la sua
vita d'avventure sull'oceano e oltre l'oceano lo rendeva più italiano di
quanti l'avevano intrepidamente passata nei rischi delle permanenti
congiure. Mazzini più eccelso illuminava ma abbacinando, e coloro che
non sopportavano la sua luce chiudevano gli occhi accusandolo di
fuorviarli dalla grande strada della storia italiana; Garibaldi, vivente
personificazione del sistema mazziniano, ne attenuava gli eccessi e ne
velava le incandescenti chiarezze pur illuminandone le ombre: era
l'istinto più infallibile del genio, il buon senso più sicuro della
scienza, il cuore più vasto dell'intelletto. Tutto il popolo guardava a
lui, viveva in lui.
Nullameno la sua vita non aveva ancora tali grandezze storiche da
giustificare questo inesplicabile accordo di tutta una nazione con un
individuo. Si sapeva che egli era nato a Nizza (1807) da una famiglia di
marinai verso il fondo del porto Olimpio, e che, ricevuta la più
mediocre delle educazioni, cedendo alla vocazione del mare come tanti
suoi compatriotti, s'era fatto marinaio. La sua prima nave si chiamava
_Costanza_: aveva corso il Mediterraneo, approdato nel mar Nero, poi
visitato Roma. Giovane, poeta, eroe, egli non vi aveva veduto nè le
tracce dei Cesari nè quelle dei papi, ma un'altra Roma lontana
nell'avvenire, nuovamente regina d'Italia, ancora capitale del mondo.
Mentre ferveva la grande poesia del romanticismo, ricostruendo e
lamentando il passato, egli inconsciamente profetico si appuntava
nell'avvenire: la sua non era visione o sogno, ma presentimento e
giuramento. Annibale fanciullo aveva potuto giurare indarno la
distruzione di Roma, Garibaldi giovanetto ne giurò a se medesimo la
redenzione. Quindi viaggiò ancora facendo il precettore di ragazzi a
Costantinopoli, tendendo febbrilmente l'orecchio ai confusi rumori della
insurrezione greca, raccolto in se medesimo come aspettando la chiamata
del destino. Un incontro con un ligure in una bettola a Taganrog, decise
della sua vita: gli fu rivelata la Giovane Italia, scoperti segreti e
propositi di rivoluzioni contro tutti gli stranieri e i tiranni
d'Italia. Egli stesso con lirica ingenuità paragonò l'entusiasmo
cagionatogli da tali rivelazioni a quello di Cristoforo Colombo nello
scoprire le prime prode d'America. Garibaldi e Mazzini, sconosciuti
l'uno all'altro, s'incontrarono nella stessa idea di libertà: oramai la
fortuna d'Italia diventava sicura attraverso gli innumerevoli e ancora
ignoti frangenti.
Tornato in patria, Garibaldi si getta impetuosamente nelle cospirazioni.
Al primo incontro in Marsiglia con Mazzini, che già preparava l'infelice
spedizione di Savoia, con occhio sicuro glie ne indica tosto il difetto
capitale: era meglio cominciare da Genova più frequente di liberali, più
forte di plebe, calda ancora di odio municipale al Piemonte. Era il
primo dissidio fra i due eroi del pensiero e dell'azione, d'ora innanzi
sempre divisi nel metodo e congiunti nello scopo, egualmente sicuri
l'uno nella idea rivoluzionaria che oltrepassando la rivoluzione
italiana la violava e talvolta l'impediva, l'altro nell'istinto di
guerra e di rivolta che non gli farebbe perdere una sola occasione di
battaglia, e gli assicurerebbe la vittoria anche quando la sconfitta
fosse momentaneamente inevitabile. L'impresa della Savoia fallì.
Garibaldi, inteso ad aiutarla da Genova con una formidabile insurrezione
per prendere l'odiata monarchia di Carlo Alberto fra due fuochi, potè a
stento salvarsi in Francia perseguitato da una condanna a morte, perchè
a meglio secondare l'insurrezione si era messo volontario subalterno
nella marina regia, e ne aveva subornato parecchi soldati.
Tale terribile disastro era allora così comune che pochi vi badarono,
primi fra essi i medesimi cospiratori.
Ma Garibaldi non poteva logorare la propria vita nelle congiure;
dimenticò la condanna a morte, valicò l'oceano e andò ad arruolarsi
volontario sotto le insegne della repubblica di Rio Grande, allora in
guerra col Brasile. Colà crebbe avventuriero, corsaro, ammiraglio,
generale in una vita di battaglie, di assedi, di naufragi, d'incendi,
senza paghe, quasi senz'armi, improvvisando navi e legioni, ricostruendo
sempre all'indomani le opere distrutte da un nemico troppo forte,
fidando sempre nella vittoria e strappandola con prodigi di genio e di
valore. Il giovane avventuriero non somigliava a nessuno dei tanti che
ingombrano ancora l'America, o cresciuti nel suo vergine suolo dalla
mistura delle razze di tutto il mondo, o gettati dalle tempeste d'Europa
sulle sue spiaggie lontane ad accelerarvi la storia coi ricordi e colle
passioni del vecchio mondo.
Un'indomabile convinzione repubblicana lo sottometteva ai servigi delle
republiche di Rio Grande e di Montevideo contro l'esosa tirannide di
Rosas: una poesia inesauribile gli dava la fede degli antichi neofiti
cristiani purificandogli l'anima negli spettacoli di una natura, sulla
quale il quadro della storia non aveva ancora potuto imprimersi. Ma
lontano, fra gli splendori e i pericoli di una gloria, che valicando
presto l'oceano echeggiava in tutto il mondo, egli non pensava che
all'Italia e ne difendeva l'idea nelle republiche americane e nelle loro
ancor giovani tumultuanti democrazie. Questo guerriero di ventura non
aveva alcuno dei caratteri comuni ai venturieri: irresistibilmente
impetuoso ed assurdamente intrepido, detestava le passioni sanguinarie
della guerra e tutte quelle efferate virtù dell'odio, che ne
accompagnano le vicende e ne assicurano le vittorie: nessuna avidità di
guadagno o di nomea deturpava il suo volontariato soldatesco; adorava la
libertà, e combatteva contro i tiranni per distruggerli senza odiarli
personalmente: non credeva che alla democrazia, ed era pronto a subire
la volontà delle maggioranze anche se inclinata a servitù. I suoi
compagni, esuli d'Italia o raminghi di tutto il mondo, lo seguivano
ovunque, come cavalieri di un ciclo fatato o fanatici di una nuova
religione: la varietà delle loro passioni generose o criminali
s'unificava nel suo sentimento addensandosi paziente sotto il suo
comando. Alcuni eroi sconosciuti come Rossetti ed Anzani, raddoppiavano
con incomparabili virtù di guerra o di politica la sua opera; tutti gli
altri gli morivano intorno, quasi nella soffocante fretta di un dramma,
affidando al miracolo della sua incolumità il ricordo della loro gloria,
e alla virtù della sua vita la redenzione del loro nome.
Un indescrivibile tumulto di eventi sembra agitare per quattordici anni
Garibaldi nell'America quasi a prepararlo per la grande imminente
impresa d'Italia. Libero, prigioniero, torturato, sempre povero, sempre
improvvido di sè e votato corpo ed anima alle proprie gesta, subalterno
malgrado le continue vittorie, apprende tutte le indefinibili virtù che
gli saranno poi necessarie all'improvvisazione d'Italia. Politica e
guerra lo gettano nei più difficili frangenti, abituandolo a tutti i
rovesci, armandolo contro tutte le illusioni, temprandolo a tutti i
disinganni, arricchendolo di una energia inesauribile e di una fede
democratica, che nemmeno la sconoscenza parricida della patria potrà poi
scrollare. I compagni, che gli si rinnovano incessantemente d'intorno,
gli dànno l'ascendente fatale di un predestinato; la mobilità della sua
condizione gli aggiunge la perfezione cosmopolita dell'uomo moderno.
Sulle sponde del grande Plata ogni _estancia_ diventa per lui un
arsenale, ove fabbrica barconi e garopere; da corsaro cresciuto tosto ad
ammiraglio trionfa nella laguna di Santa Caterina e vi si innamora di
Anita, che diventa poi la sua meravigliosa eroina, come l'Olandese del
Vascello Fantasma s'innamora di Senta; con un espediente di storia
antica carica due barconi sopra un traino e con duecento buoi li
trascina per cinquantaquattro miglia dal lago Dos Patos al lago
Taramandahy; frequenti e terribili naufragi lo forzano a minuti ed
obliati eroismi; costretto da un ordine del generale Canabarro a
saccheggiare il paese di Imiriu, la sua anima di cavaliere si rivolta
così che volendo frenare gli eccessi delle proprie truppe ne rimarrebbe
quasi vittima, se un irresistibile prestigio non lo proteggesse. Ma il
nemico gli distrugge irrimediabilmente la piccola flottiglia, ed eccolo
ancora capitano di terra a cavallo, con Anita al fianco, la spada in
pugno, un neonato sulla sella.
Quindi le battaglie si avvincendano ancora; si traversano foreste per le
quali bisogna aprirsi il varco colla scure, si compiono ritirate, si
osano scorrerie che rinnovano tutti i prodigi delle antiche guerre
barbariche. Poi la fortuna di Rio Grande declina, e Garibaldi passa alla
difesa di Montevideo. Quindi mercante di buoi, sensale, maestro di
matematica in un istituto privato, daccapo corsaro, ammiraglio, lotta
coll'inglese Brown comandante la squadra di Buenos-Ayres e lo costringe
all'ammirazione. Sciaguratamente la guerra civile fra i generali Ribera
ed Ourives, aspiranti alla presidenza, complica nella piccola republica
la guerra contro Rosas tiranno di Buenos-Ayres; come in Italia la lotta
imperversa fra unitari e federali, ma in America come in Italia
Garibaldi è unitario. Quindi perdute in mirabili combattimenti sui fiumi
le ultime flottiglie improvvisate, comincia l'assedio di Montevideo che
durerà quanto quello di Troia. Ourives al soldo di Rosas si avanza
vittorioso, l'aristocrazia e la borghesia della grossa città
allibiscono, solo il popolo insorge: si organizza la difesa, si
rinnovano le flottiglie, si formano legioni straniere. Garibaldi ne
stringe intorno a sè una d'Italiani, e malgrado difficoltà di ogni
maniera doma caratteri, rianima gli spiriti, improvvisa nei propri
soldati perfino il coraggio, li muta in falange d'eroi. Gli americani,
che Garibaldi ammira come i primi soldati del mondo, lo ricambiano di
pari ammirazione: i matreri, cavalieri banditi delle foreste, accorrono
alle sue insegne; le sue vittorie spesseggiano, mentre a Montevideo
l'insurrezione di partiti cittadini ne compromette il frutto. Un
intervento diplomatico anglo-francese per la pace vi fallisce; il Salto,
conquistato e mantenuto da Garibaldi con miracoli di valore, è
nuovamente perduto dacchè egli è stato richiamato a Montevideo; oramai
della republica non resta che la capitale stretta d'assedio, e Garibaldi
colla legione italiana, che ne difende ancora le opere avanzate.
Ma sui primi del 1848 le notizie delle rivoluzioni italiane giungono sul
Plata.
Con una sessantina di compagni Garibaldi, immemore dell'America,
veleggia tosto per Genova: la sua preparazione è compita, l'opera sta
per cominciare. Ma appena sbarcato in Italia gli equivoci della
rivoluzione federale lo arrestano; Mazzini fremente della tregua da lui
medesimo concessa all'impresa regia, così infelicemente condotta da
Carlo Alberto, non vorrebbe che Garibaldi portasse al re l'aiuto
dell'opera propria. Carlo Alberto, incapace di comprendere la
magnanimità del grande condottiero, che aveva dimenticato persino la
propria condanna a morte, diffida dell'antico ribelle, lo stanca
nell'inazione, lo paralizza nella guerra. Il governo provvisorio di
Milano, peggiore del re, gli lesina gli aiuti, gli raddoppia le
difficoltà; finchè i disastri della guerra precipitano, e Carlo Alberto
sconfitto si ripiega su Milano, della quale Garibaldi deve difendere a
Bergamo gli approcci con un pugno di soldati. Poi Carlo Alberto fugge
tradendo la città, l'impresa regia si sfascia, gli austriaci incalzano
vittoriosi il re già sicuro oltre il Ticino. Milano s'arrende, il popolo
disarmato e titubante ammutisce, i governi provvisori s'umiliano e
sfumano, ma Garibaldi cacciatosi fra i monti resiste ancora agli
austriaci, li batte alla Beccaccia di Luino, li ferma a Morazzone e
ripara nella Svizzera.
L'Italia non si è ancora accorta del grande condottiero, che uno dei
generali austriaci ha saputo indovinare.