di affermare superbamente la superiorità dello stato sulla chiesa col
rimettere il cattolicismo nella posizione di tutte le altre religioni,
essa offriva spontaneamente guarentigie al papa detronizzato,
legittimando così le sue diffidenze e quelle di tutta Europa: invece di
proclamare altamente l'unità e la libertà italiana, annunciava che
avrebbe avuto col resto d'Italia le relazioni volute dalla nazionalità
comune. La formula federale sopravviveva dunque nella republica romana,
che come stato era un non senso e come governo una impossibilità. La sua
condanna nella logica della storia derivava dal suo stesso decreto di
fondazione, pel quale l'Italia in faccia a Roma non era che il resto
della nazione, mentre la grandezza della sua affermazione sta ancora
enorme sul papato abbattuto nella proclamata sovranità popolare.
Dopo questo decreto, la republica deve perire. La sua formula politica
sottomessa all'idea federale, non è meno falsa di quella di Venezia e di
Palermo, di Napoli e di Torino: una republica romana, mentre
l'indipendenza e la libertà d'Italia soccombono sotto l'Austria e i
principi tradiscono i propri statuti, diventa al tempo stesso un
anacronismo e una impossibilità. La sua vita sarà quindi fulgida come
un'ode e sanguinosa come una tragedia, breve e teatrale, superba di
principii e guasta da espedienti.
Colla solita imitazione classica l'assemblea nomina tosto un primo
triumvirato d'italiani, responsabile ed amovibile, Armellini, Montecchi
e Saliceti; un avvocato, un cospiratore, un giurista: quest'ultimo il
migliore. Al ministero rimane presidente monsignor Muzzarelli per aver
votato l'abolizione del papato; Aurelio Saffi è nominato all'interno,
Campello alla guerra, Sterbini ai lavori pubblici. Le provincie
festeggiano con clamorose gazzarre l'avvento della republica;
nell'assemblea qualcuno giacobinizzando vorrebbe denunciare al popolo i
deputati che hanno votato contro la republica, ma il feroce appello
vanisce nella rettorica e timida bonomia dei più; non si osa mandare
commissari nelle provincie secondo l'esempio della grande Convenzione
per sollevarle; appena appena le plebaglie si permettono qualche
sconcezza e i giornali qualche diatriba. Il governo toscano impantanato
nella propria politica autonoma promette e procrastina la fusione;
Haynau, il più atroce fra gli sgherri austriaci, cogliendo il pretesto
di un tumulto, occupa e taglieggia Ferrara. Nessun governo riconosce la
nuova republica: Mamiani alla testa di un gruppo di costituzionali è
uscito dimettendosi dall'assemblea, l'Audinot rimastovi capitano dei
costituzionali intransigenti vi oppugna con abbastanza abilità
parlamentare qualunque misura rivoluzionaria.
Si vota una legge di adesione alla republica, ma non si osa applicarla
davvero, e primo l'Armellini domanda il permesso di usare indulgenza
cogl'impiegati e coi militi, che si chiariscono ostili alla republica;
si acclama l'incameramento dei beni ecclesiastici, si riconosce il
debito nazionale, si studia qualche temperamento per le finanze. Queste,
naturalmente oberate, presentano poca elasticità; abbonda la carta
moneta, difetta il credito, manca ogni assetto razionale d'imposta; si
emettono un milione e trecentomila scudi, dei quali novecentomila deve
prestare la banca romana e quattrocentomila sussidiare il commercio.
Inetti espedienti finanziari, che uscivano da più inette discussioni.
Poi si ricorse ad un prestito forzoso di 1/5 sino a 2/3 sulle rendite
annuali superiori ai duemila scudi netti, colpendo così i più ricchi; ma
la forma del pagamento a rate in tanta urgenza di caso rese più che
dubbi i pochi vantaggi di tale prestito. Malgrado l'effervescenza di
alcuni circoli politici non si operava rivoluzionariamente: i giacobini
romani si mostravano deboli di passioni e di idee: cicaleggio e non
eloquenza, vapori non sangue al capo. L'aristocrazia aveva emigrato alla
chetichella o stava nascosta negli ampi palagi; la borghesia, sperduta
nel trambusto, non arrischiava di partecipare ad un potere, che la paura
le faceva riconoscere effimero; il popolo non comprendeva la grandezza
ideale del nuovo principio valutando fin troppo bene le impotenze del
nuovo governo; la plebe usava del rilassamento poliziesco per prorompere
ad assassinii senza carattere e a scenate senza forza. Quantunque la
guerra fra il Piemonte e l'Austria stesse per ricominciare, e Venezia
fosse già assediata, e occupata Ferrara, e il papa da Gaeta mestasse
intrighi e lanciasse allocuzioni sopra allocuzioni per attirare su Roma
una crociata nemica, il fervore rivoluzionario non cresceva. Il
ministero della guerra, incredibilmente malconcio dalla tradizione
prelatizia, non migliorava coi nuovi reggitori: finalmente poterono
entrarvi il Calandrelli e il Mezzacapo, che raggranellarono un esercito
povero di numero e di potenza. Nei quadri sommava ad oltre 30,000
uomini, ma in fatto ne superava di poco il terzo, e la maggior parte
erano volontari: fra questi più agguerriti e già celebri i legionarii di
Garibaldi.
Non si ardì fare appello all'insurrezione popolare e bandire la leva in
massa, perchè l'indifferenza del popolo era pari alla bonarietà
dell'assemblea.
Per ora tutto procedeva abbastanza regolarmente: gli assassinii, che
funestavano alcune provincie, non erano certo nè più numerosi nè più
efferati che nei tempi gregoriani: poi un conte Laderchi ad Imola e
Felice Orsini ad Ancona li repressero con severa prontezza. I tribunali,
fra quel rimpasto di vecchio e di nuovo, di abolizioni e d'istituzioni,
funzionavano passabilmente, la polizia stessa, quantunque mal guidata,
non si mostrava peggiore della pontificia.
Il carnevale fu al solito grottescamente lieto. Al bizantinismo vaticano
era succeduto il bizantinismo rivoluzionario, al concistoro l'accademia;
la Convenzione francese aveva potuto sconfiggere tutta l'Europa
improvvisando un milione e mezzo di soldati, la republica romana per
primo atto diplomatico pubblicava un manifesto a tutti i popoli per
descrivere se stessa colle frasi dell'evangelio mazziniano, e non
intendeva la risposta della Montagna francese che accennando ai propri
pericoli le diceva come solo coll'energia rivoluzionaria si salvassero
le rivoluzioni. Poi all'occupazione di Ferrara l'assemblea chiamava
tutti i popoli della penisola in armi e protestava del proprio violato
diritto presso tutti i governi come il papa, invece di lanciare
l'esercito alla frontiera, e soccombere piuttosto in una disperata e
gloriosa battaglia.
Ma Roma avendo regalato a Venezia per aiuto nell'assedio centomila
scudi, credeva di aver fatto abbastanza per la guerra.
Di rimpatto il papa protestava da Gaeta contro ogni atto della
repubblica. Fallito il forte ma erroneo divisamento del Gioberti di
mettere il Piemonte alla testa della reazione italica per mantenerle
almeno il carattere nazionale, riconducendo con armi italiane il
granduca in Toscana e Pio IX a Roma, Austria e Francia si contendevano
il sinistro onore e il problematico vantaggio di rimettere in soglio
tutti i principi italiani col servirsi della questione religiosa come di
una inconfutabile argomentazione. La cattolicità esigeva l'indipendenza
del pontefice. A Gaeta era un andirivieni di diplomatici: il cardinale
Antonelli, il più fino dei prelati politici e allora reggente il
segretariato, si destreggiava abilmente fra Austria, Francia, Spagna, il
Piemonte e il Borbone. Oramai la crociata era decisa. L'elezione di
Luigi Bonaparte al seggio presidenziale della repubblica francese,
gettava la Francia in seno alla reazione, preparando il secondo impero
napoleonico come rimedio alle demenze repubblicane e socialiste. La
spedizione contro Roma doveva essere il prologo: la republica romana
precederebbe di poco quella francese nella tomba.
Quindi Mazzini, costretto a mostrarsi quasi di soppiatto a Milano
durante tutta questa rivoluzione italiana, quantunque ne fosse il
massimo inspiratore e lo spirito più conscio, venne a Roma. La sua
grande ora era discesa sul quadrante della storia: a distanza di secoli,
si ripresentava l'epoca di Cola da Rienzi. Goffredo Mameli, effimera ed
ammirabile figura di poeta, cui la morte sotto le mura di Roma doveva
fra poco troncare sulla bocca fiorente gl'inni e gli urli di guerra, lo
chiamava con un telegramma sublime di concisione: «Roma republica,
venite».
Mazzini traversò fra acclamazioni entusiastiche la Toscana ove ottenne
indarno da un voto popolare la fusione con Roma. Ormai egli solo
rappresentava la rivoluzione. Accolto solennemente a Roma e nominato
deputato vi domina dalla prim'ora l'assemblea, ma nè il suo ingegno, nè
la sua autorità, bastano a radunare l'impossibile costituente italiana o
a fingerla con qualunque altro apparato. Al nuovo scoppio di guerra fra
il Piemonte e l'Austria sostiene con magnanimo senno il Valerio, legato
piemontese a Roma, e associa la republica a Carlo Alberto, che aveva
sdegnato fino allora di riconoscerla; ma poi la lentezza degli
apparecchi militari annulla decisione e concorso. La guerra piemontese
iniziata e compiuta quasi nel medesimo istante dal meno onorevole dei
disastri provoca l'inutile insurrezione di Genova e la disperata
resistenza di Brescia, lasciando sole nel gran finale Roma e Venezia.
Mazzini, eletto nel nuovo triumvirato con Aurelio Saffi ed Armellini,
fra una mediocrità letteraria e una inezia giuridica, grandeggia: egli
solo è poeta nell'accademia dell'assemblea, che sta per perdere la voce
ai primi fiati della tempesta, ma gli mancano colle tremende qualità del
rivoluzionario le doti anche più difficili dello statista. Trascinato
dalla generosa rettorica del proprio temperamento, si smarrisce in
minimi ed inutili accenni socialistici; destina i locali del Santo
Uffizio ad abitazione di famiglie povere, schizza una legge agraria per
cedere in piccole enfiteusi alcuni beni ecclesiastici a misere
popolazioni rustiche, abroga i voti perpetui religiosi, diminuisce al
solito la tassa del sale, crea duecentocinquantunmila scudi di boni del
tesoro dichiarando con pessimo espediente infruttiferi quelli creati dal
governo pontificio, decreta un aumento di tassa del 25% su tutti coloro
che nel termine di sette giorni non pagassero la prima rata del prestito
forzoso. Ma l'ambiente superstizioso di Roma gli guasta sentimento
poetico e senno politico al punto di fargli costringere i canonici di S.
Pietro a solennizzare la Pasqua e a benedire col SS. Sacramento il
popolo dalla loggia consueta del papa. Miserabile parodia, che parve
profanazione religiosa, ed era invece degradazione filosofica! Intanto
Francia e Napoli hanno già dichiarato l'intervento, e la republica non
ha ancora stabilito la propria costituzione. Lo schema presentato
all'assemblea (17 aprile 1849) dal deputato Agostini basta solo a
rivelare quale fosse il sentimento rivoluzionario. Principii
fondamentali della nuova costituzione erano la sovranità popolare,
l'uguaglianza dei cittadini, il diritto di tutte le nazionalità e la
religione cattolica come religione di stato. Poi un capitolo di
catechismo chiariva i diritti e i doveri di tutti i cittadini: abolita
la confisca e la pena di morte, inviolabili persone e proprietà, libera
stampa e garantito il debito pubblico; il potere legislativo
nell'assemblea, l'esecutivo in una magistratura consolare; un tribunato
a garanzia delle leggi fondamentali della republica, due consoli
biennali responsabili l'uno per l'altro; dodici tribuni quinquennali,
deputati triennali ed assemblea indissolubile. Il popolo doveva eleggere
a tutti questi uffici; ammessa la possibilità della dittatura per
decreto dell'assemblea ma sotto la sorveglianza del tribunato
permanente: i tribuni naturalmente inviolabili, anche per un anno dopo
l'ufficio.
A confronto di quest'assurda miscela di pedanterie classiche, di inezie
storiche e d'impossibilità governative, l'angusto ed aristocratico
statuto del Piemonte diventa un capolavoro.
Ma l'assemblea non ebbe tempo di discuterla. La guerra urgeva. Fin dal
principio della rivoluzione la Francia aveva accennato ad intervenirvi
proclamando il principio della nazionalità e offrendosi a sostenerlo
colla spada, ma sminuendolo poco dopo in combinazioni diplomatiche e in
ricomposizioni arbitrarie di territori con simpatie ed antipatie
egualmente ingiustificabili. Se la sua proclamazione di rispetto ad ogni
nazionalità e del diritto in tutti i popoli a raggiungerla erano
sincere, il movente della sua politica restava sempre l'antagonismo
coll'Austria iniziato da Richelieu: l'Italia era un campo d'influenza da
disputarsi fra Parigi e Vienna. Adolfo Thiers, storico e statista più
importante che grande, sosteneva nell'assemblea l'impossibilità
d'impegnare la Francia in una guerra coll'Austria a favore dell'Italia
la quale, secondo una sua ingiuria rimasta poi celebre, era una nazione
che non si batteva; Odilon Barrot, capitano nella sinistra repubblicana,
spingeva invece ad una spedizione in Italia per sostenervi la democrazia
e scemarvi così la preponderanza austriaca; Montalembert, supremo
direttore dell'antica destra clericale, domandava con superba eloquenza
che la Francia, primogenita della chiesa, non abbandonasse il papa. E al
Montalembert facevano eco Donoso Cortes in Spagna e lord Lansdowne in
Inghilterra.
Già Cavaignac, vincitore delle giornata di giugno a Parigi, aveva
offerto al pontefice un corpo d'armata: Luigi Bonaparte, succedutogli
alla presidenza, attuò risolutamente quel disegno, mascherandolo con
abile ipocrisia.
Napoleone I nel rialzare il papato aveva ripetuto contro di esso le
pretensioni di Carlomagno: mezzo secolo dopo il nipote doveva daccapo
rifare l'impalcatura del secondo impero sulla base raddrizzata del
papato. La logica delle idee e quella dei fatti ve lo costringevano con
pari violenza.
Caduta della republica romana.
A Roma la grave minaccia non fu intesa che a mezzo.
Poichè la Francia parlava oscuramente di aiutare al tempo stesso il
pontefice e la republica romana come mirando ad impedire gli eccessi
dell'ultima vittoria austriaca sul Piemonte, l'illusione di un
componimento indefinibile sviò il pensiero dei governanti incapaci di
comprendere persino gli ultimi maneggi dei moderati, che guidati dal
Mamiani e trattando simultaneamente con Parigi e con Gaeta avrebbero
voluto abbattere la repubblica con una insurrezione di piazza per
restaurare il loro governo costituzionale. Solo l'indifferenza delle
popolazioni a tutti gli sforzi del clero, prodigante falsi miracoli e
più falsi discorsi, impedì questa reazione interna.
All'infuori di Mazzini e di Garibaldi nessuno fra i governanti e i
difensori di Roma sentiva la suprema ideale necessità della sua difesa:
nella coscienza dei più Roma non era che una città conquistata contro il
papa, l'ultimo episodio della rivoluzione e non molto più importante
degli altri.
Mazzini avvampava di orgoglio in quest'ultima crisi italiana, ma troppo
uso ad ammonire e ad ammaestrare, capitano indiscusso della propria
parte e divenuto più grande ad ogni sconfitta, voleva essere tutto,
provvedere a tutto, risolvere tutto. Il ricordo della fallita spedizione
in Savoia e i propri vecchi opuscoli sulla guerra per bande gli
persuadevano di possedere anche la scienza militare; quindi ricorreggeva
i disegni a Cario Pisacane, da lui stesso nominato capo di stato
maggiore, e contendeva a Giuseppe Garibaldi, il più ammirato condottiero
del secolo, il comando supremo dell'esercito per cederlo al generale
Rosselli, onesta mediocrità, che la gelosia col suo grande subalterno
doveva indurre ai più deplorevoli errori.
Quasi contemporaneamente Roma era presa fra quattro fuochi: i napoletani
s'avanzavano dal sud, i tedeschi calavano dal nord, i francesi
sbarcavano a Civitavecchia, gli spagnoli, ultimi ed inutili come una
comparsa in una tragedia, discendevano a Fiumicino.
Crociata ed invasione parevano fondersi nella medesima impresa: invece
il papa non si moveva da Gaeta nemmeno a benedire le armi per lui
brandite, il clero non osava guidare la rivolta in nome della religione,
le campagne si mantenevano inerti, le città indifferenti, l'Europa
guardava distratta, Roma aspettava il proprio assedio. I pochi
volontari, disposti a morire per difenderla, colla coscienza di morire
indarno, si sarebbero detti stranieri italiani che si apprestassero a
combattere stranieri d'oltr'alpe e di oltre mare, poichè marchigiani,
umbri, romagnoli non erano più affratellati con Roma dei liguri, dei
veneti, dei piemontesi accorsi sotto le sue insegne.
Già il 24 aprile Latour d'Auvergne, legato francese, approdando a
Civitavecchia aveva annunziato lo sbarco amichevole del generale
Oudinot: Mannucci, preside del municipio, scorato all'annunzio,
dimandava tempo a rispondere, l'altro insisteva; quando l'armata
francese giunge come d'improvviso; la città atterrita urge la propria
magistratura, che cede; l'assemblea romana avvertita dell'invasione
protesta a stento. Civitavecchia è occupata dai francesi senza colpo
ferire; il generale Oudinot pubblica un manifesto equivoco, nel quale
negando di riconoscere l'anarchico governo della repubblica assicura di
rispettare il diritto delle popolazioni a costituirsi qualunque altro
governo, e di non essere venuto che a salvare l'indipendenza del
pontefice alla cattolicità e l'Italia dalla reazione straniera. Il
municipio, forse ancora più timido che ingenuo, gli risponde con lungo
proclama effondendosi in dichiarazioni di fratellanza repubblicana, ma
quegli fa sequestrare la risposta, occupa militarmente tutte le
stamperie, dichiara la città in stato d'assedio, disarma il battaglione
romano del Mellara, impedisce lo sbarco ai 600 bersaglieri guidati dal
Manara, che a stento possono toccare Porto d'Anzio e solo perchè il
ministro Montecchi sopraggiunto ha giurato al fedifrago alleato, che
essi non entreranno in Roma prima del 5 maggio: finalmente confisca 4000
fucili comprati in Francia e pagati dalla republica romana.
Nullameno a Civitavecchia la bandiera romana seguita a sventolare vicino
a quella francese.
L'impossibile equivoco prosegue. Il triumvirato s'appresta calorosamente
alla difesa sebbene poco assecondato dalle popolazioni: si requisiscono
i cavalli dei privati, si ordina la demolizione del viadotto fra Castel
Sant'Angelo e il Vaticano, si nomina una commissione delle barricate:
per ingraziosirsi col popolo gli si gettano provvedimenti agrari e
promesse di migliorie inattuabili: poi, con magnanima cortesia, si
dichiarano inviolabili tutti i francesi residenti in Roma affidando la
loro incolumità all'onore del popolo. La guerra è inevitabile. Ma Roma
non vuole che difendersi.
Quindi l'Oudinot, persuaso con gallica burbanza di prenderla a un primo
assalto, muove contro di essa con appena 7000 uomini e 10 pezzi di
cannone: il triumvirato cedendo bassamente alle superstizioni del volgo,
ordina l'esposizione del SS. Sacramento per «implorare la salute di Roma
e la vittoria del buon diritto», che Garibaldi alla testa di pochi
battaglioni ottiene con splendida ed insperata prontezza (30 aprile).
I francesi sono respinti dappertutto: Roma trionfa, ma invece di
proseguire nella vittoria incalzando il nemico e tentando di gettarlo in
mare, come Garibaldi proponeva con magnifica audacia, s'abbandona
all'ebbrezza di una cavalleresca cortesia rimandando liberi tutti i
prigionieri e invitando il popolo a salutare d'applauso fraterno i vinti
prodi della republica sorella. Intanto tutte le provincie sono invase,
Bologna e Ferrara s'arrendono dopo breve resistenza ad un piccolo corpo
di austriaci, che attraversano tutta l'Emilia, le Romagne, le Marche,
fino sotto ad Ancona senza incontrare battaglia. Ancona si difende per
27 giorni con un presidio di 5000 soldati e 100 pezzi d artiglieria per
capitolare anch'essa senza fortuna e senza gloria: gli spagnoli, discesi
a Fiumicino, passano ad infestare l'Umbria come masnada di briganti;
Ferdinando di Napoli col generale Winspeare accampa fra Velletri ed
Albano con 16,000 uomini. Ma Garibaldi alla testa di appena 7000 soldati
lo ributta da Palestrina, poco dopo lo sorprende a Velletri, lo sgomina,
lo fuga lungo la via Appia, e lo avrebbe forse annientato se la gelosa
incapacità del Rosselli generalissimo non lo impediva. Queste ultime
rapide vittorie, dovute ad una prima tregua fra l'Oudinot e il
triumvirato, infervorano inutilmente i pochi volontari: Garibaldi
ammirabile d'intuizione guerresca e politica vorrebbe gettarsi su
Napoli; gli Abruzzi parevano presso a prorompere, l'esercito nemico era
demoralizzato, la Sicilia vinta non doma, re Ferdinando odiato ed
inetto. Una insurrezione poteva, complicando la guerra, produrre
inimmaginabili risultati, ma la rivoluzione concentrata e morente a Roma
non sa nemmeno più concepirla. Mazzini fisso nell'illusione di un
componimento colla Francia e diffidente dell'Oudinot, impone a Garibaldi
di ripiegarsi su Roma.
L'eco della sconfitta toccata all'Oudinot il 30 aprile riscuote dalla
torbida incertezza l'assemblea francese. L'insidia del governo le si
schiarisce odiosamente alla coscienza, ma senza apprenderle l'energia
d'impedirla. Il ministero, messo alle strette dai deputati più radicali,
o ricusa rispondere, o imbroglia la risposta in una fraseologia
altrettanto goffa e falsa. Invano Arago, Ledru-Rollin, Schoelcher con
nobile insistenza parlano ancora a nome della democrazia francese,
giacchè l'assemblea satura d'imperialismo napoleonico accorda i nuovi
crediti per la spedizione romana, limitandosi a pregare il governo di
richiamarla al primo scopo. E questo pure non era mai stato decentemente
spiegato. Così il governo anzichè mutare proposito raddoppia di
ambiguità diplomatica, manda a Roma Ferdinando di Lesseps, simpatica ed
onesta figura di liberale divenuto poi celebre pel taglio degl'istmi di
Suez e di Panama, con incerte intenzioni d'accordo, e scrive
segretamente all'Oudinot di proseguire nella guerra.
Il Lesseps, forse non comprendendo bene il doppio giuoco della missione
affidatagli, trattò cortese col triumvirato: Mazzini gli diede le più
chiare ed eloquenti spiegazioni sul governo romano, ma soccombendo egli
medesimo alla grandezza del proprio ufficio finì coll'accettare un
compromesso che annullava ogni diritto d'Italia e ogni sovranità della
republica romana. Le ignobili concessioni del papato alle potenze
cattoliche si riproducevano collo stesso governo, che in nome del
diritto nazionale e popolare aveva soppresso il papato; e Mazzini,
ultimo e più superbo avversario del Vaticano, non ne comprendeva
l'avvilente inutilità. Il compromesso diceva: «L'appoggio della Francia
è assicurato alle popolazioni dello stato romano. Esse considerano
l'esercito francese come un esercito amico che viene a concorrere alla
difesa del suo territorio. L'esercito francese prenderà d'accordo col
governo romano e senza intromettersi per nulla nell'amministrazione del
paese gli alloggiamenti esteriori convenienti così alla difesa del paese
come alla sanità delle truppe. Le comunicazioni saranno libere. La
republica francese guarentisce contro qualunque invasione straniera i
territori occupati dalle sue truppe. Resta convenuto che il presente
compromesso dovrà essere sottoposto alla ratifica della republica
francese. In qualunque caso gli effetti di esso non potranno cessare che
quindici giorni dopo la notizia data ufficialmente della negata
ratifica».
Peggior compromesso non era stato l'ultimo fra l'Austria e il papato per
Ferrara.