insufficienza del nuovo governo granducale e che avevano condotto al
potere il Guerrazzi e il Montanelli, la posizione politica della Toscana
rispetto alla rivoluzione italiana toccava il massimo della crisi. I
costituzionali, esauritisi nelle rapide successioni ministeriali, che
dall'energia dittatoria del Ridolfi erano discese all'onesta
condiscendenza del Capponi, stavano come ritirati dall'agone: le loro
tendenze aristocratiche, la loro stessa capacità parlamentare e
sopratutto l'angusto patriottismo, che vedeva l'Italia solamente
attraverso e molto dopo la Toscana, li rendeva inetti alle supreme
manifestazioni di quello stesso moto politico. L'avvenimento del
Guerrazzi, poeta cresciuto nell'ira di tutti i contrasti e mutato da
ultimo in tribuno implacabilmente superbo d'opposizione, significava
apertamente la sconfitta del partito moderato. Infatti il Montanelli,
letterato elegiaco e politico insino allora neo-guelfo, che il ritorno
dai campi cruenti di Curtatone, ove lo si era pianto per morto,
circondava di un'aureola di eroismo, appena chiamato al governo di
Livorno per rappattumarla con Firenze, vi proclamava di proprio capo una
costituente italiana, più larga di quella del Gioberti, poichè
riconosceva al popolo la facoltà di rassettare tutti gli stati secondo
l'interesse generale. Era la prima affermazione toscana nella
rivoluzione, che da oltre un anno affaticava l'Italia. Con essa Firenze
sorpassava politicamente Torino; ma poco chiara nel concetto, incerta
nel processo, proclamata piuttosto da un individuo che da una regione,
questa costituente dell'ultim'ora non poteva discendere a realtà
politica. La Toscana vi si annullava anticipatamente, sottomettendosi al
verdetto di tutta Italia, ma conservando nell'animo l'egoismo della
propria autonomia: il granduca vi si sentiva perduto, i moderati vi si
riconoscevano condannati. Di rimpatto la demagogia inevitabile in quel
sobbollimento di spiriti vi acquistava importanza: un'amnistia generale
veniva proclamata, si parlava di guerra con più alta ciancia. Il
granduca, chiuso scaltramente in se stesso, lasciava fare e faceva anzi
quanto la nuova scena politica esigeva, non fidando più che in un
prossimo intervento austriaco.
Appoggiato sulla piazza e da questa scosso a ogni minuto, il nuovo
ministero si trovava nell'impossibilità di governare: oscuri demagoghi
s'imponevano ai ministri; esausto il tesoro, nullo l'esercito, confusa
l'opinione, sconvolti ordini e partiti. Guerrazzi s'irrigidiva con
superba fibra di despota minacciando contro i nuovi disordini, ma la
mancanza d'uno scopo politico dava alla sua energia l'odiosità d'una
repressione a favore del granduca, mentre invece s'illanguidiva
nell'illusione di conciliare le tradizioni autoritarie di casa Lorena
colla rivoluzione in una politica ostile all'Austria e diffidente della
rivoluzione. Montanelli scriveva al cospiratore La Cecilia: «Dio ci
guardi da una republica romana». Guerrazzi denunciava le voglie
conquistatrici del Piemonte alla vanità paesana, profetando la servitù
di Toscana se quello crescesse di territorio nella guerra coll'Austria:
Giuseppe Giusti atterrito dal disordine delle piazze riparava nel
rimpianto del passato: solo il Niccolini, inconvertibilmente giacobino,
si manteneva fedele alla rivoluzione, ma, chiuso nell'Accademia come in
una carcere, per sdegno feroce della troppa commedia politica, ricusava
d'uscirne e di ricevervi visitatori. Intanto si procedeva per la
costituente, dichiarandola a suffragio universale: eleggibile qualunque
italiano dai venticinque anni in su, elettore qualunque cittadino sopra
il ventunesimo anno; unica pregiudiziale, si ottenesse prima la
liberazione intera d'Italia. Il granduca aprendo la nuova Camera (10
gennaio 1849) permise al ministero di presentare in suo nome al
parlamento il disegno di legge per la elezione dei rappresentanti
toscani alla costituente italiana, ma poco dopo fuggiva a Siena,
scusandosi colla scomunica papale lanciata contro coloro che di
qualunque guisa favorissero la costituente. Il ministero si sconcertò;
il popolo adunatosi in piazza della Signoria, come ai tempi migliori del
medioevo, delegò pieni poteri ad un triumvirato composto di Guerrazzi,
Montanelli e Mazzoni. Senonchè, dichiarata la decadenza del granduca,
bisognava o proclamare la repubblica, o fondersi con quella di Roma, o
darsi al Piemonte: e i triumviri non osando alcuna decisione, si
credettero abili col rimettere alla futura costituente il problema d'un
governo per la Toscana. Intanto scoppiavano disordini; Siena gridava:
viva il duca e morte alla costituente!; a San Frediano e ad Empoli i
contadini eccitati dal clero si levavano minacciando; mentre il
granduca, spaventato dal tumulto, malgrado i consigli di tutte le
diplomazie e la fedeltà del generale Laugier, ancora alla testa delle
truppe e ricusante di riconoscere il governo provvisorio, fuggiva a
Gaeta. Allora Livorno proclama la republica, Guerrazzi tentenna, poi con
teatrali apparati marcia contro il Laugier, che le truppe abbandonano.
La confusione regna sovrana: al primo triumvirato ne succede un altro di
difesa sempre col Guerrazzi alla testa; non si osa dapprima proclamare
la Costituente italiana: Mazzini ottiene con una predica in piazza un
voto popolare per la fusione della republica toscana con quella romana,
ma all'indomani nessuno più se ne ricorda. Poi il governo rinfrancato
decreta che nello stesso giorno si eleggano i rappresentanti per
l'assemblea legislativa toscana e per la Costituente italiana da tenersi
in Roma. Le difficoltà parlamentari delle due assemblee investite
d'uguali poteri persuadono una correzione processuale, statuendo che
l'assemblea toscana abbia facoltà per decidere se e con quali condizioni
lo stato toscano debba unirsi a Roma, e per comporre coi deputati romani
la Costituente dell'Italia centrale. Ogni deputato poteva essere
investito dei due mandati.
Intanto il trambusto demagogico peggiorava. La reazione granducale
aiutata dal clero, dai nobili, dai moderati, da tutti, minacciava
apertamente: i democratici poco saldi nel sentimento e sprovvisti d'una
qualunque idea politica, si lasciavano trasportare dalla tempesta; solo
Guerrazzi si mostrava forte, ma piuttosto per alterigia di volontà che
per coscienza. Le elezioni riuscirono scarse di numero: l'ultima rotta
di Carlo Alberto a Novara tarpava le ali all'ultima speranza; l'Austria
ingrossava già alle frontiere; l'assemblea atterrita ricusava di votare
la fusione con Roma. Montanelli, tardi rinsavito, l'avrebbe voluta
almeno per compiacenza di politico, primo nell'ardimento di proclamare
la costituente; ma Guerrazzi invece resisteva per indomabile vanità di
toscano e di letterato contro Mazzini: l'assemblea, preoccupata già di
scagionarsi pel futuro, concesse a Guerrazzi autorità dittatoria e a
Montanelli come compenso un'ambasceria per Parigi.
Poco dopo con 42 voti contro 24 si respingeva solennemente ogni disegno
di unificazione con Roma, e Guerrazzi cadeva come un tirannuccio
medioevale per una rissa scoppiata fra la sua guardia pretoriana di
livornesi ed alcuni cittadini. Plebe ed aristocrazia, quella per ignava
brutalità, questa per rancore di classe e forse per un'ultima illusione
di salvare così lo statuto, s'accordarono a rovesciare il dittatore e a
risollevare gli stemmi granducali: il municipio rimasto in potere dei
moderati capitanò la reazione, coprendola coi nomi ancora venerati di
Gino Capponi e di Bettino Ricasoli. Guerrazzi, che aveva già disertato
la parte democratica, si umiliò troppo tardi, troppo vilmente e troppo
indarno ai nuovi vincitori, dai quali fu gettato in carcere per salvarlo
dal furore della canaglia; e forse in parte fu vero.
L'illustre scrittore, riuscito così meschino statista, e che, fanatico
d'impero dittatorio e d'incredulità politica, aveva dato alla insulsa
incertezza della Toscana nella grande crisi italica la pompa della
propria eloquenza, credette scolparsi in una _Apologia_ altrettanto
veemente di passione che sottile di logica curialesca, ma riuscì invece
alla dimostrazione di quanta infermità senile ed infantile dolorasse
allora il pensiero nazionale.
Infatti non egli solo, quantunque rivoluzionario nell'ingegno e nel
carattere, fallava il principio e il modo della rivoluzione, giacchè i
suoi abili avversari parlamentari, richiamando con umile manifesto il
granduca, nella doppia illusione di conservare così lo statuto e di
preservare la patria da una invasione austriaca, furono crudelmente
ingannati. Il granduca sospese a tempo indefinito la costituzione, dopo
averla riconfermata nella risposta all'appello del municipio; e il
generale tedesco D'Aspre, occupate Lucca e Pisa, domata nel sangue la
resistenza di Livorno, entrò vittorioso a Firenze per restarvi a tutela
della dinastia e a terrore dei patriotti sino al 1857.
La rivoluzione toscana era vinta senza aver combattuto, consunta senza
traccia nel passato e senza speranza nell'avvenire: Firenze ridiventava
una prefettura austriaca, bella di arte e di sventura, calmando nel
rancore e nella paura della nuova reazione i propri dissensi politici.
Gino Capponi, il più nobile fra gl'illusi reazionari, che richiamato il
granduca, si erano poi dimessi al ritorno degli austriaci, aveva trovato
per tutti un motto sublime di eroismo, quando, cieco e menato a braccio
per le vie di Firenze, incontrando a caso uno dei primi battaglioni
tedeschi, esclamava piangendo: «Sia benedetto Dio, almeno non li veggo!»
La notte del giorno nel quale il popolo di Firenze, adunato in piazza
della Signoria, dichiarando decaduto il granduca, eleggeva al governo
provvisorio Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni, la Costituente romana
decretava l'abolizione del papato temporale.
Proclamazione della republica.
Già al primo annunzio della Costituente le provincie romane si erano
scosse vivamente. Gli ultimi entusiasmi provocati dall'elezione di Pio
IX si mescevano ai nuovi, amalgamando idee ed impressioni nel popolo
ancora troppo diverso e scarso di civiltà per ben comprendere il
significato di un periodo rivoluzionario così complicato. Per tutta la
squallida solitudine dell'Agro, per la Sabina, per l'alta Umbria, nelle
Marche, lungo il litorale adriatico, all'infuori di qualche città, il
popolo viveva ancora nella più supina ignoranza: tirannia di clero e di
signori imprigionava la sua vita; non abitudini politiche, non
intelligenza di governo che permettesse di sentirsi cittadini; spesso
carattere robusto e fazioso, più spesso molle e servile; perduto nelle
memorie ogni ricordo di guerra; tutti i paesi dislocati e rivali; la
religione indiscussa ed indiscutibile come rito, incompresa ed
incomprensibile come ideale; inerte il concetto di patria, confuso
quello di nazione; poca la passione di lotta e la capacità di
sacrificio. Il governo vi era ancora più spregiato che odiato; la
rivoluzione più insubordinazione che ribellione; inetti e timidi gli
aristocratici; i borghesi cupidi, intriganti e conservatori per
tradizione, quantunque esaltati nella ciarla rivoluzionaria e più ancora
nella fisima della conciliazione fra autonomie e nazionalità, papismo e
libertà; il popolo bigotto col clero, prono coll'aristocrazia, chiassoso
coi borghesi, fra se medesimo rissante, facile a brigantaggio nelle
campagne e alle sètte nelle città, non uso all'armi e abborrente da ogni
sacrificio di danaro.
Si era delirato per Pio IX e si delirò per la Costituente; ma se il
delirio prima era in tutti, dopo fu di pochi, e peggiorò in soprusi e
feste di sbracati danzanti intorno all'albero della libertà. Una
minoranza nullameno vi brillava, divisa anch'essa in due campi: i
moderati, incaponiti nel parlamentarismo papale, vedevano ancora nella
nuova rivoluzione un sacrilegio e una anarchia; i rivoluzionari,
cresciuti alla scuola di Mazzini nell'estasi superba della propria
utopia, guardavano già alla terza Roma repubblicana alta sul mondo come
la Roma dei Cesari e dei papi. Fra tutte le provincie pontificie le più
generose di pensiero e di azione erano le Romagne: Bologna capitale vi
faceva da focolare e Ravenna da fucina: nell'una si affinavano le idee,
nell'altra le spade.
Nel primo bollore degli spiriti prodotto dalla guerra all'Austria, si
era creduto all'espulsione dei tedeschi odiati come stranieri e come
gendarmi del governo papale: poi l'allocuzione del 29 aprile, soffiando
su tutte le speranze, ridestò più feroci i vecchi odii. I costituzionali
decaddero, i rivoluzionari dianzi reietti ottennero favore, il lavorìo
delle sètte si moltiplicò, mentre la demenza di un'idea intelligibile ed
irresistibile aggirava tutte le teste, infiammando tutti i cuori.
Roma, Costituente, Republica diventarono il gran ternario di tutti i
discorsi: non si aveva coscienza della situazione politica, non si
analizzava, non si prevedeva: tornarono le feste pïane e le baldorie
patriottiche fra urli di morte e private vendette. I costituzionali,
abbandonati dal papa, non osavano più contrastare apertamente: una
proposta di certo marchese Ranuzzi bolognese, perchè Bologna si
staccasse da Roma per non seguirla nella ribellione al pontefice, non
ebbe nè voti nè seguaci: l'opposizione dello Sterbini per mantenere alla
rivoluzione un carattere municipalmente romano, mentre da ogni parte
d'Italia già i rivoluzionari accorrevano in Roma, svanì. La Giunta
suprema di governo, nominata dal Parlamento moribondo ad impedire la
rivoluzione, dovette invece sciogliere i consigli e convocare la
Costituente; le rinunzie di tutti i legati e prolegati nelle provincie,
anzichè seminare diffidenze, crebbero il fermento; le scomuniche del
papa si mutarono in sferzate, e i suoi appelli alle armi straniere in
prove decisive di tradimento.
Parecchi ecclesiastici rapiti nell'onda rivoluzionaria ne temperavano il
colore irreligioso, così che non vi fu reazione contro il clero: alcuni
fra essi brillarono di santa poesia come Ugo Bassi; altri si mostrarono
potentemente ciarlatani come Gavazzi; alcuni eroicamente semplici come
don Giovanni Verità. L'inevitabile disordine del momento non ebbe quindi
troppo dolorose conseguenze, malgrado l'insensatezza del governo che
graziava un numero enorme di galeotti. Mentre il governo provvisorio con
generosa prontezza accordava a Carlo Alberto in trattato segreto di
occupare per le necessità della nuova guerra contro l'Austria le proprie
provincie, impegnandosi per tutto il tempo dell'occupazione a
vettovagliare le truppe, quantunque egli ricusasse ogni riconoscimento
politico e seguitasse a trattare officiosamente col papa sino ad
offrirgli di ricondurlo a Roma colle armi; mentre il Montanelli
armeggiava con incredibile fantasticheria per ottenere che la
Costituente romana votasse la presidenza del granduca Leopoldo, e
Mamiani invece sognava quella di Carlo Alberto, e Manin a nome di
Venezia scriveva lettere di condoglianza al papa, e il Castellani
ambasciatore veneto a Roma osteggiava apertamente il governo
provvisorio, tutti i circoli rivoluzionari si allearono stabilendo a
Roma una congregazione centrale, che divenne naturalmente base e leva
del nuovo governo, e fu il primo grande plebiscito unitario.
Ma in tanto fermento di animi ed inestricabili complicazioni di eventi
politici, l'entusiasmo rivoluzionario non cresceva a vera passione.
Bologna scongiurava il Latour generale degli svizzeri a non abbandonarla
ubbidendo agli ordini del papa, che lo richiamava a Gaeta per unirlo
senza dubbio all'esercito borbonico di invasione, e a forza di preghiere
lo persuadeva: e ciò per timore del popolaccio sguinzagliatosi nella
rilassatezza della polizia. Pareva trionfo conservare armata in città
l'unica milizia francamente ostile: non si arruolavano volontari, non si
mettevano chierici, clericali e moderati nell'impossibilità di tradire.
L'accademia politica proseguiva, giacchè la proclamazione dell'imminente
republica non doveva concludere che ad una affermazione ideale. La
istituzione giacobina della Giunta di pubblica sicurezza con poteri
discrezionali non era che una imitazione teatrale della grande
rivoluzione francese, e non commise i terribili arbitrii necessari a
tutte le vere rivoluzioni. Se le poche leggi promulgate illegalmente dal
governo provvisorio sui fedecommessi, sulle procedure civili, sul
macinato, e l'emissione di tre milioni di carta monetata, la
pubblicazione della legge sui comuni già elaborata dal Mamiani, le note,
i proclami, gli sforzi per accrescere la fede negli animi e la passione
nei cuori sembravano accennare ad un vero governo rivoluzionario capace
di cose maggiori, mentre la vittoria di Cavaignac per le vie di Parigi
sui rivoluzionari e l'altra anche maggiore su Cavaignac di Luigi
Bonaparte, eletto presidente della republica, toglievano l'ultima
speranza di simpatie e di aiuti stranieri, nullameno le pratiche con
Gaeta e col Gioberti per una impossibile conciliazione col papa,
allorchè questi chiamava tutta Europa contro Roma, e tutta Europa si
disponeva ad accorrere, rendevano il governo provvisorio troppo simile a
tutti gli altri governi italiani. La fisima del papato non gli era
ancora passata, la republica imminente non gli pareva ancora probabile.
Finalmente le elezioni indette dal governo furono fatte dai circoli con
qualche rissa, molto spettacolo di baldorie e moltissime irregolarità:
chierici e clericali vi si astennero, i costituzionali vi andarono
sbandati, la vittoria restò naturalmente ai rivoluzionari. Così
l'immenso loro significato politico nella storia del papato fu piuttosto
espresso che compreso.
Il giorno 5 febbraio l'Assemblea Costituente si adunava nel palazzo
della Cancelleria.
L'assemblea, scarsa di numero, arrivava appena a centoquaranta
rappresentanti; più scarsa d'ingegni e di caratteri, ignorava la
condotta del governo provvisorio, i maneggi diplomatici di Torino e di
Gaeta, temeva dell'Europa, dubitava di se medesima, sentendosi spinta da
una forza arcana ad una meta egualmente misteriosa. La propaganda
mazziniana, per quanto avesse destato dal secolare letargo i migliori
spiriti e soffiato sulle passioni della folla, non era bastata a
schiarire nelle coscienze il troppo significato della parola republica.
Le stesse teoriche di Mazzini, fatalmente amalgamate di religione e di
politica, d'arte e di socialismo, imbrogliavano anche nelle menti più
limpide la possibilità di una republica, alla quale classi dirette e
dirigenti si riconoscevano del pari immature. Nullameno l'istinto
storico urgeva. Dopo il suicidio del papato colla concessione dello
statuto e l'abdicazione del papa colla fuga a Gaeta, e le stragi del
Borbone, i tradimenti di Carlo Alberto, le inutili annessioni della
Lombardia, le incertezze della Toscana e la disperata risoluzione di
Venezia, Roma, eterno centro ideale d'Italia, inevitabile base di ogni
nuovo stato italiano, doveva risolvere il problema del papato sorto con
essa e con essa ancora torreggiante sulla storia, soverchiandolo colla
dichiarazione di un principio più civilmente cattolico. Il papato era
stato l'infrangibile unità e l'incomparabile organo del cattolicismo,
regno sui regni, impero sugli imperi, fonte di tutti i diritti divini:
la republica doveva essere la formula e la forma della democrazia
moderna, proclamata a Roma e da Roma al mondo, più vasta di tutte le
religioni, come supremazia del diritto umano sul diritto divino, colla
sovranità pareggiata dell'individuo e del popolo, colla libertà del
pensiero frenata solo dall'autorità del pensiero. Ma essa non poteva
ancora rivelarsi che come verbo, e quella larva di governo necessaria
alla sua proclamazione avrebbe necessariamente avuto tutte le
evanescenti ed indefinibili mutabilità dei fantasmi. L'immenso fatto
della terza Roma del popolo, secondo la bella frase di Mazzini,
lascierebbe quindi indifferente la Urbe e le provincie, mentre l'Europa
se ne accorgerebbe appena, anche combattendolo, e la republica romana,
rovinando subitamente sulla più vasta rovina del papato, s'illuminerebbe
dei colori dell'aurora ai lampi della parola di Mazzini e della spada di
Garibaldi.
L'assemblea appena radunata dovette necessariamente affrontare il
problema del proprio stato. La fuga del papa e la reazione europea le
facevano intorno un vuoto spaventoso. Si sentiva da tutti che la causa
della rivoluzione italiana era perduta, e che il papa sarebbe ritornato;
nessun ordine o classe di popolo, acclamando la repubblica, la
comprendeva; si diceva che la republica sarebbe morta, ma non si voleva
morire con lei. Nullameno bisognava proclamarla: ogni accomodamento col
papa si era già riconosciuto impossibile, poi un accomodamento avrebbe
non risolto il problema, ma provato che problema non v'era; i sogni di
un Carlo Alberto o di un Leopoldo re di Roma erano demenze fra le tante
del tempo. Il papato non poteva essere sostituito da alcuna piccola
monarchia: solo un'idea più grande di esso poteva cassarlo dalla storia
per fare poi di Roma la futura capitale d'Italia.
L'Armellini, aprendo la seduta, recitò un discorso, nel quale le idee
superavano fatalmente le parole: era un appello alla democrazia
universale e una dichiarazione superba della nuova sovranità popolare;
la goffaggine inevitabile della teatralità non scemava l'immenso valore
del fatto. L'assemblea, cacciata da quel discorso mazziniano nel
problema di scegliere un governo parve smarrirsi in insipide arringhe,
mentre Garibaldi coll'infallibile intuizione degli eroi esclamava: «A
che perder tempo? Ogni minuto di ritardo è un delitto; viva la
republica!». Ma l'assemblea volle assoggettarne la grande proclamazione
a tutte le pratiche parlamentari: i republicani vi si mostrarono inetti,
i costituzionali sperduti. Mamiani tentò in un discorso pedantescamente
classico di provare l'impossibilità della republica in quel nuovo
furiare della reazione monarchica per tutta Europa e nell'impreparazione
del popolo, per concludere poi ingenuamente col rimettere la soluzione
del problema alla Costituente federativa italiana, cui la sconfitta
della rivoluzione nazionale aveva già tolto ogni speranza di
convocazione; l'Audinot, succeduto al Minghetti nel comando del gruppo
bolognese, si credette abile cercando procrastinare ogni soluzione con
un decreto che affermasse impossibili tutti i governi non subordinati
alla sovranità popolare. Erano gli ultimi espedienti del
costituzionalismo, l'inconscia estrema ipocrisia dei neo-guelfi contro
la nuova democrazia republicana.
La battaglia si accalorò nella votazione: vinse la repubblica. Il
decreto ne fu redatto dal Filopanti, delirante fantasia di scienziato e
di politico, al quale il ridicolo di troppi libri stampati poi non
toglierà questa unica incomparabile fortuna.
Articolo 1º: Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo
temporale dello stato romano.
Articolo 2º: Il pontefice romano avrà tutte le guarentigie necessarie
per l'indipendenza nell'esercizio della sua spirituale potestà.
Articolo 3º: La forma del governo sarà la democrazia pura e prenderà il
nome glorioso della republica romana.
Articolo 4º: La republica romana avrà col resto d'Italia le relazioni,
che esige la nazionalità comune.
Il giorno dopo, la proclamazione si ripeteva con solenne teatralità in
Campidoglio.