La lettera lasciata dal papa al marchese Sacchetti non raccomandava che

di salvaguardare i palazzi apostolici: volgarità di padrone di casa, che

nel supremo disastro di un regno millenario e in una terribile

rivoluzione della patria non pensa che ai propri mobili! Nullameno il

nuovo ministero, nel quale dominava il tribuno Sterbini, rimaneva nella

propria dignità poco più alto del papa, giacchè, invece di profittare di

quella fuga per dichiarare abrogato per sempre il potere temporale,

lamentava invece che Pio IX fosse fuggito, cedendo ad infami consigli,

ed invitava patriotticamente i cittadini alla calma. Il circolo popolare

con arbitrio rivoluzionario e con pusillanime ipocrisia dichiarava

legittima l'autorità del ministero, non perchè riconosciuta dal popolo

ma come riconfermata dal papa in una frase ambigua della sua lettera al

Sacchetti. Il popolo della capitale e delle provincie rimaneva sospeso

in tale incertezza di governo, ascoltando le esortazioni dei due

Consigli, che gli predicavano la temperanza virile: Mamiani ricondotto

dal pericolo dello stato al ministero riusciva a scartare la proposta

del principe di Canino invocante la costituente.

Ma intanto che ministero e parlamento armeggiavano infelicemente per

mantenere l'accordo col pontefice fuggito, vietando a Garibaldi di

avvicinarsi a Roma colla sua legione ed ammansando il popolo

coll'ordinare grossi lavori pubblici, Pio IX promulgava un breve da

Gaeta, quasi a risposta pei circoli che domandavano la costituente, nel

quale, protestando contro le necessità della propria fuga, dichiarava

nulli tutti gli ultimi atti del governo e lo sostituiva con una

commissione di monsignori e di aristocratici. Però non uno di essi ardì

accettare il difficile ufficio.

Alla violenta smentita del pontefice, ministero e parlamento risposero

con instancabile servilità arzigogolando curialescamente che la protesta

papale, datata dall'estero e senza firma di ministro responsabile, non

poteva credersi autentica, e deputando oratori a Gaeta per convincere

Pio IX a ritornare in Roma. Naturalmente le deputazioni non vennero

ricevute al confine napoletano: invece Cavaignac, dispotico presidente

della repubblica francese, dopo le giornate di giugno, annunciò l'invio

di tre fregate francesi nel porto di Civitavecchia per assicurare il

pontefice. Il governo provvisorio, protestando contro questa minaccia,

adoperò per supremo argomento non avere Pio IX nell'immacolata grandezza

dell'animo proprio invocato contro la patria intervento armato straniero

e non essere mai per invocarlo; ma poco dopo il pontefice, rifiutando

ogni componimento, mandava invece da Gaeta un appello a tutte le potenze

cattoliche per farsi rimettere in trono.

I costituzionali di Roma, troppo simili ai moderati milanesi delle

cinque giornate, per orrore dell'imminente rivoluzione, non volevano a

nessun costo recedere dalle speranze di rappattumamento con Gaeta, e

nominavano un'altra commissione di governo con questo precipuo incarico.

Mentre nel popolo cresceva il fermento rivoluzionario, nei governanti si

cristallizzava rapidamente la fede nel costituzionalismo del pontefice,

malgrado la sua fuga e le violenti proteste. I circoli fremevano; i

ricchi clericali fuggivano come sotto la tempesta; una incomprensibile

incertezza sconvolgeva tutti gli spiriti. Era impossibile non

precipitare a governo radicalmente democratico, e nullameno non se ne

aveva il coraggio. Scarso nelle masse il sentimento liberale; quasi

nullo il repubblicano; pochi ma unanimi, i forestieri italiani attirati

in Roma dall'istinto storico del grande avvenimento mestavano dovunque,

arringando ed oprando, persuadendo e minacciando; solo il principe di

Canino per vanità tribunizia parlava alto di costituente; solo il

Mamiani, antecessore e successore del Rossi, resisteva apertamente,

domandando l'espulsione come per stranieri di De Boni, di Ciceruacchio e

di Maestri, energici capi-parte repubblicani, e proponendo la

convocazione di un'assemblea italiana per compilare il patto federale di

tutti i singoli stati.

Un'onda di piazza superò quest'ultima trincea di costituzionali,

travolgendo il ministero. Quindi il 20 dicembre 1848 la Giunta suprema

di stato proclamò la Costituente Romana, sottomettendone immediatamente

la legge ai Consigli, che non osarono nè accettarla nè respingerla: la

legge importava che l'assemblea rappresentasse con pieni poteri lo stato

romano e vi desse compiuto, regolare e stabile ordinamento; che le

elezioni si facessero per suffragio universale diretto: elettori tutti i

cittadini di ventun anni, eleggibili tutti gli altri di venticinque,

duecento i deputati.

Questo schema arditamente democratico cadde come una bomba sul timido

parlamento già tanto assottigliato dalle renunzie dei più timidi

deputati, onde la Giunta ne chiuse la sessione, ordinando la

convocazione della Costituente per decreto.

Ma neanche questo decreto schiettamente rivoluzionario bastò a guarire

il governo provvisorio presieduto da monsignor Muzzarelli dalle

equivoche speranze di un componimento col papa: le pratiche diplomatiche

proseguirono con Gaeta, mentre con arbitrio assennato ed intrepido si

affrettavano le abolizioni dei fedecommessi e delle disposizioni

fiduciarie, si riformava la procedura civile, si regolava la navigazione

dei fiumi e delle coste marittime, si sopprimeva la tassa del macinato e

finalmente, quasi ad accenno di regime giacobino, s'instituiva una

commissione militare senz'appello pei delitti contro l'ordine pubblico.

Solo all'esercito, che avrebbe dovuto essere la prima cura in quella

difficile ora di guerra coll'Austria vittoriosa ed invadente, non si

pensava affatto: appena appena s'inscrissero 1330 reclute. Al decreto

invocante la Costituente le provincie si scossero e tutti i legati

ecclesiastici o laici vi si dimisero: i costituzionali si ritirarono

sdegnosi, i rivoluzionari si levarono, i sanfedisti occulti spiarono con

perfida attesa la catastrofe.

La Corte pontificia di Gaeta sembrò disinteressarsi da ogni questione,

abbandonando il partito costituzionale e scagliando la scomunica contro

elettori ed eletti, mentre a Roma un gretto municipalismo aiutato dallo

Sterbini mirava inutilmente a contrastare l'espansione e il significato

della proclamata costituente. Infatti il suo carattere era al tempo

stesso giobertiano e montanelliano, giacchè alcuni deputati dovevano

sedervi come nazionali ed altri come romani, questi costituire un

governo nell'antico stato pontificio, quelli combinare un assetto

federale italiano. La fisima della dieta come carattere essenziale nella

rivoluzione vi persisteva, ma l'inconscio sentimento unitario di Roma

capitale d'Italia ne santificava l'assurda momentanea impossibilità. Se

l'accordo federale non era riuscito tra i principi, fra questi e le

repubbliche e coll'Europa già disposta a ricondurre sul trono il

pontefice diventava addirittura paradossale: nullameno le pratiche

seguivano attivamente, contrastandosi nelle intenzioni e nei disegni del

Gioberti e del Montanelli.

A Gaeta invece s'arrabattava il lavoro delle diplomazie: il Borbone

badava abilmente a conservare il papa, traendo dalla sua ospitalità una

specie di assolutoria alle infamie commesse; il Piemonte offriva Nizza e

la propria mediazione per riconciliarlo con Roma; Cavaignac, per

amicarsi il partito cattolico francese nell'imminente elezione

presidenziale, moltiplicava le promesse, invitando Pio IX in Francia; la

Spagna gli aveva già esibito le isole Baleari e tutta se stessa. Poi il

Piemonte, trascinato dall'inesorabile duplicità del proprio giuoco,

domandava al papa di presidiare Roma in nome suo con truppe sarde,

stipulando simultaneamente col governo provvisorio di potere

militarmente occupare le provincie romane per le necessità

dell'imminente seconda guerra coll'Austria, e più tardi, pregato

d'alleanza da questo, la negava per riguardo al pontefice; finalmente,

ributtato dalla diplomazia papale, dichiarava caso di guerra il

minacciato intervento spagnolo in favore del papa. Ultima la Prussia

proponeva come accordo fra l'Austria e la Francia, che quella occupasse

il nord e questa il sud dello stato pontificio.

Fra questa temperie si tennero le elezioni e il giorno 5 febbraio 1849

s'adunò nel palazzo della Cancelleria la Costituente.

La seconda campagna piemontese.

I primi esperimenti repubblicani dovevano quindi coincidere coll'ultima

guerra regia, senza ottenere migliore risultato.

Mentre duravano in tutti i gabinetti politici d'Europa le trattative di

una mediazione tra l'Austria e il Piemonte e quella tirava astutamente

in lungo per assodarsi all'interno contro i pericoli della rivoluzione e

della Dieta di Francoforte, a Torino ministero, parlamento e popolo

farneticavano d'entusiasmo rivoluzionario e di reazione dinastica.

Migliaia e migliaia di rifuggiti vi si agitavano nella febbre della

rivincita; i repubblicani accusavano violentemente il re, i regi

svillaneggiavano la democrazia sfiduciata e sfiduciante, i giornali

palleggiavano accuse e denunzie contro tutto e su tutti. Vero è che alla

guerra il Piemonte era stato insufficiente meno ancora per difetto di

ordini militari che per sincerità di sentimenti e per contraddizione di

propositi; che i lombardi dopo gli eroismi delle cinque giornate erano

cessati dall'opera; che a Venezia si era stati altrettanto fiacchi alla

battaglia che incerti nella politica; che i ducati avevano fatto quasi

da spettatori; che la Toscana aveva levato appena due reggimenti; che il

papa e il Borbone avevano ritirato i propri. Ai delirii della fede

patriottica erano naturalmente succeduti i fanatismi dell'incredulità

pessimista: il passato di Carlo Alberto pareva spiegazione a tutti i

suoi ultimi tradimenti immaginari, mentre spiegava fin troppo i

tradimenti veri: le speranze di aiuti europei dileguando, invece

d'irrobustire il patriottismo col senso tragico del pericolo,

scassinavano tutti i disegni e prolungavano ignominiosamente ogni

querimonia.

Le ultime proposte franco-inglesi di mediazione, importando la

remissione del Lombardo-Veneto all'Austria, invelenivano egualmente le

cupidigie conquistatrici dei costituzionali piemontesi e i sentimenti

italiani dei democratici. Nella tempesta parlamentare i ministeri

passavano come fantasmi: quello obliquo del Casati soccombette all'altro

del Perrone, cui successe il Gioberti. Si voleva la riscossa malgrado le

tetre confessioni di Dabormida, già ministro della guerra, sullo stato

dell'esercito. Il ministero avrebbe voluto prepararla convenientemente;

Brofferio invece coi più caldi la chiedeva subitanea, inspirata,

condotta «da ardimento, ardimento, ardimento». La Lombardia calpestata e

taglieggiata strillava, i ducati parevano scrollarsi impazienti. Genova

arditamente rivoluzionaria e malata di antico odio municipale al

Piemonte minacciava d'insorgere; il congresso di Bruxelles, ultimo

tentativo di componimento diplomatico, non dava risultati: l'Italia si

credeva con ingenua vanteria ancora integra di forze e salda di

propositi. Certo che in quello di riprendere le ostilità si sarebbe

dovuto profittare delle nuove crisi interne dell'Austria, tagliando

corto ai raggiri e alle procrastinazioni colle quali essa mirava ad

assonnare l'Italia; ma la guerra avrebbe così dovuto essere popolare e

nazionale, e il Piemonte monarchico non poteva per necessità di egoismo

consentirvi.

Per prendere fiato, il ministero sciolse la Camera, che in quella

esacerbazione degli spiriti ritornò con numero preponderante di

impazienti contro i moderati. Intanto le costituenti di Firenze e di

Roma, cacciando il granduca e il pontefice, crescevano autorità alla

parte democratica, mentre il loro urto col Piemonte, condannato a non

vivere e a non progredire che costituzionalmente, diventava sempre più

inevitabile, e la scissione dei principii politici vietava anche più

dolorosamente gli accordi necessari ad un ultimo sforzo di guerra

nazionale. All'apertura del parlamento ministero e re parlarono

audacemente di rivincita, ma l'ora propizia era già trascorsa.

L'Austria, opponendo i Magiari agli Slavi e questi a quelli, li aveva

entrambi soverchiati: Vienna aveva richiamato l'imperatore; Praga

cedeva; la corte, promettendo una costituente, ammansiva i

rivoluzionari; le individualità autonome dell'impero resistendo al moto

unitario della Dieta di Francoforte, davano buon giuoco alla politica

austriaca; la Prussia, abbandonando la Dieta, lasciava timidamente

cadere l'idea unitaria piuttosto annebbiata che rivelata dalle troppe

discussioni. Se i disastri al rompere della guerra avevano quindi dato

spirito alle potenze per insultare l'Austria, i nuovi successi di questa

persuadevano invece a sostenerla: tutte le rivoluzioni nazionali

soccombevano alla medesima fatalità, tutte le democrazie si appalesavano

del pari insufficienti.

Le pretese del Piemonte sul Lombardo-Veneto non sembravano perciò alle

diplomazie che ridicole bravate di un vinto senza gloria, e l'unità

italiana un sogno di poeti guasto da corruttele di rivoluzionari e da

violenza di banditi. La reazione monarchica vincitrice in tutta Europa

si riuniva ora intorno al papato abbattuto dalla repubblica romana, per

rialzarlo, facendo della ripristinazione di Pio IX come il proprio

epilogo trionfale. Infatti Gioberti stesso, capo di un ministero allora

democratico, sbigottito dall'accordo di tutte le potenze ad intervenire

nella questione romana, precipitava alla più assurda delle decisioni,

insistendo presso il pontefice e il granduca Leopoldo per rimetterli in

trono con armi piemontesi. Sarebbe stata la guerra civile della

monarchia contro la democrazia, del Piemonte contro l'Italia, e questo

all'indomani del congresso federativo. Il papa ricusò, il parlamento

urlò al fratricidio. Gioberti caduto dal ministero dovette esulare, per

difendersi invano in un ultimo libro sul _Rinnovamento civile_,

eloquente imbroglio di filosofia e di politica, apologia infelice e

suprema contraddizione di un grande spirito, cui la sventura dell'esilio

nobilmente sofferto ridiede l'onorabilità perduta nei troppi mutamenti

di opinione e nelle teatrali vanità della vita.

Intanto la necessità della guerra stringeva il nuovo ministero Colli. Si

era lasciato con incredibile negligenza esausto l'erario; quindi si

bandiva la leva in massa degli emigranti lombardi senza osare di

estenderla a quelli dei ducati, perchè, soggetti allo statuto, avrebbero

dovuto sopportarla per legge, e la legge mancava: miserabile pedanteria

di procedura costituzionale! Non si ardiva per sospetti di rivoluzione

mobilitare la guardia nazionale: nessuna fortificazione difendeva ancora

i passi del Ticino. Era e doveva essere la seconda fase della guerra

regia. Le diplomazie tenevano il broncio; l'Italia invece vi era

concorde di sentimento, ma senza quella eroica disperazione che avrebbe

potuto fare il miracolo di una vittoria. La politica ambigua aveva

isolato il Piemonte: principi e repubbliche diffidavano egualmente delle

sue intenzioni e della sua capacità: Lorenzo Valerio, spedito a Firenze

e a Roma per chiedere concorso d'armati e di danaro, vi ottenne festose

accoglienze, ma scarsi aiuti; anche questi, tardi invocati, non poterono

muoversi che troppo tardi, quando già la guerra era sciaguratamente

perduta.

A generalissimo Carlo Alberto nominava il polacco Chrzanowski, ignoto ai

soldati e all'Italia, più inetto degli inetti che doveva comandare. Così

un soldato straniero doveva in questa seconda guerra regia vincere per

l'Italia, mentre il popolo piemontese vi rimarrebbe tranquillo

spettatore secondo il monito supremo di Carlo Alberto, e il resto del

popolo d Italia era pregato di aiutare il re.

Quindi la guerra intimata dal Piemonte si accende alla frontiera.

Schwarzenberg, ministro d'Austria, ne rigetta la responsabilità su Carlo

Alberto, Radetzki con senile ed ammirabile iattanza grida al proprio

esercito: -- a Torino! -- e, sguarnendo tutto il Lombardo-Veneto troppo

paralizzato dal terrore per pensare a insorgere, si precipita

all'offesa. L'esercito piemontese, disperso sopra una lunghissima linea

da Parma a Novara coll'ostinato errore della campagna antecedente,

presenta poca resistenza: Venezia tardi avvisata non può circuire il

nemico, avvicinandosi ad un'ala sarda: a Roma il proclama di guerra

giunge prima di colui che dovrebbe portarlo. Poi Lamarmora, occupando la

Lunigiana senza avvertirne il governo toscano, è da questo trattato come

nemico e con inconcepibile insania minacciato di una insurrezione a

Genova: Carlo Alberto spintosi a cavallo oltre il Ticino, poichè nessuno

risponde alla sua chiamata, deve retrocedere. Ma Radetzky la mattina

dello stesso giorno (20 marzo 1849), nel quale spirava l'armistizio,

passa il Gravellone lasciato indifeso da Ramorino con inesplicabile

disobbedienza punita poi come tradimento, coglie i piemontesi a Mortara,

li batte, e due giorni dopo li prostra a Novara. La guerra è finita:

Chrzanowski vi si è mostrato ridicolo nella sconfitta, Carlo Alberto

quasi magnanimo coll'abdicare sul campo la corona al figlio Vittorio

Emanuele.

Questi, inaugurando così tragicamente il proprio regno, potè nullameno

salvarlo ed assicurarsi l'avvenire col mantener fede allo statuto contro

tutte le minacce del vecchio maresciallo: ma i patti imposti dal

vincitore furono umilianti: occupazione di 20,000 soldati austriaci sul

Po, la Sesia ed il Ticino durante l'armistizio; scioglimento dei corpi

volontari, richiamo della flotta dall'Adriatico, ordine del nuovo re ai

soldati piemontesi, che fossero in Venezia, di rimpatriare sotto pena

d'essere esclusi da ogni capitolazione.

Era l'ignominia d'un ultimo tradimento imposto contro la grande città

un'altra volta tradita.

E Vittorio Emanuele dovette consentirvi, sebbene la sua corona non

corresse pericolo, come si disse più tardi per scusare il patto infame.

Infatti per quanto grande la vittoria dell'Austria e misero lo stato del

Piemonte e rovinante la condizione d'Italia, una conquista che portasse

nella Savoia i confini dell'impero austriaco era assolutamente

impossibile. La Francia sola sarebbe bastata ad arrestare l'Austria

sulla via di Torino, mentre il Borbone ed il papa stesso avrebbero

protestato per non perdere ogni loro ultima autonomia, e Russia,

Prussia, Inghilterra si sarebbero tosto accordate alla difesa delle

Alpi.

Questa ragionevole persuasione rafforzò lo sdegno dei liberali, che

all'annunzio della rotta, dell'abdicazione e dall'armistizio,

rovesciarono il ministero, farneticando di resistenza ad oltranza. Ma la

guerra regia era fatalmente conchiusa. L'esasperazione delle fantasie

offese in tutti gli atti da immaginari tradimenti, le proposte

disperate, i rimpianti eroici, gli sfoghi irrefrenabili, non esprimevano

più che l'ultima crisi d'un periodo esaurito nei fatti e rinnovantesi

nelle coscienze. Così Genova insorta a guerra civile, assaltando il

proprio arsenale e gridando un governo provvisorio di Liguria, per

difendersi contro i piemontesi accorsi prontamente col generale

Lamarmora ad assediarla; quindi costretta dopo inutili invocazioni ai

volontari lombardi di subire le sevizie efferate dei vincitori, non è

più che una tragedia medioevale nel gran dramma moderno, una demenza

republicana di altri secoli nel prologo republicano, che Roma solamente

ha potuto rendere ragionevole. Brescia, che resiste eroicamente alla

selvaggia ferocia di Haynau accorso da Venezia a bloccarla, e vinta, non

doma, muta la guerra in duelli per tutte le strade e per tutte le case,

non è più che l'epilogo della rivoluzione lombarda cominciata colle

Cinque Giornate, della quale salva l'onore compromesso dall'ultima

inazione.

La formula monarchica nella rivoluzione federale del 1848 si è risolta

nello Statuto riaffermato dal giovane re piemontese dopo la rotta di

Novara.

CAPITOLO QUARTO.

Schemi republicani

Firenze.

La rivoluzione federale, unanime nel sentimento dell'indipendenza

nazionale e nell'istinto della libertà statutaria, doveva

necessariamente, dopo tutte le prove fallite del principato, tentare un

più alto esperimento colle republiche, rivelando la formula della

rivoluzione avvenire. Ma se dei regni uno solo aveva resistito allo

Statuto, mantenendolo sotto la doppia violenza d'una invasione militare

e d'una democrazia eslege aiutata dagli equivoci della insurrezione

nazionale, nessuna republica poteva affermarsi vitalmente nell'immenso

tumulto di quella liquidazione del passato. Il principio democratico,

brillando un istante sul Campidoglio nella più abbagliante purezza,

quasi a diradare le tenebre di tutte le antitesi politiche, era

anticipatamente costretto a vanire nella gloria d'un poema, nel quale il

fatto politico rimarrebbe appena come una trama. Nè la storia, nè La

civiltà italiana erano ancora tali da consentire intera la doppia

rivelazione della democrazia e delle nazionalità.

Un esperimento republicano era nullameno necessario per dissipare le

ultime illusioni della federazione, che nella republica cercava

istintivamente la conciliazione dello stato antico colla democrazia

moderna, e garantire l'originalità del principio democratico

subdolamente assorbito negli statuti dal principato. Così Genova già

fusa col Piemonte, mentre questo stava per fondersi coll'Italia dandole

la propria unità costituzionale, non arriva che ad una inutile

insurrezione, reazionaria nel patriottismo municipale, anarchica nel

processo politico, tragica in quell'ora di sconfitta per tutta la

nazione: Livorno, sollevandosi contro Firenze, riassume tutta

l'impazienza della democrazia costretta dalla propria incapacità a

diventare demagogia: Siena, insorta poco dopo per difendere il granduca

traditore e fuggiasco, soddisfa per l'ultima volta l'antico rancore

municipale, e quindi osteggia simultaneamente Firenze e la democrazia:

Venezia inalbera la secolare bandiera di San Marco, poi l'abbassa per

sostituire il vessillo italiano, finalmente la risolleva quasi per

festeggiare con funebre pompa l'agonia della propria republica, e chiude

per sempre l'epoca della federazione italiana come era uscita dai comuni

e Lorenzo il Magnifico l'aveva gloriosamente disciplinata nella prima

lega italica: Firenze, liberata dalla monarchia colla fuga del granduca,

incerta fra le vanità dei vecchi ricordi republicani e le tendenze

democratiche attuali, tergiversa colla tradizionale doppiezza

procrastinando ogni decisione per un governo monarchico o republicano,

toscano federale o romano e quindi unitario, finchè l'ora storica passa,

e, sorpresa da una reazione municipale, ricade nel granducato. Roma

sola, centro eterno d'Italia, sente che la prima affermazione dell'epoca

nuova non può venire all'Italia che da essa, e s'affretta con inconscio

crescendo ad abbattere il potere temporale dei papi e a proclamare la

republica: così passato ed avvenire italiano si fondono per la terza

volta nel suo avvenire politico.

In questa gamma Firenze è una penombra, Venezia un tramonto, Roma

un'aurora: Firenze soccombe in un dubbio, Venezia in un sogno, Roma in

una rivelazione. Ciò che Firenze risorta a breve agonia non ha osato,

Venezia lo compie morendo; ciò che l'Italia insorta ha sentito, Roma lo

attua in una republica effimera, ma profezia di maggiore republica.

Venezia rappresenta l'Italia antica, Firenze l'Italia del momento, Roma

l'Italia dell'avvenire: Venezia risuscita in Manin il suo ultimo doge

guerriero. Firenze ripete in Guerrazzi il suo ultimo priore turbolento,

Roma trova in Mazzini il suo ultimo apostolo.

Ma intanto che le republiche cadono, seppellendo il passato e

squarciando il futuro, il Piemonte si assoda nella stessa bufera che lo

squassa, e salva nella monarchia la forma della non lontana unità

d'Italia.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 16 / 30 段