politica dei partiti romani affaticati da un inconscio istinto di
libertà impedivano all'improvvisato governo parlamentare ogni logico
sviluppo. I costituzionali, incerti fra l'irrefrenabile autorità del
papa sempre egualmente dimentico del proprio governo e la necessità per
questo di precisarsi, non osavano nè appoggiare, nè rovesciare il
Mamiani. Il quale, infervorato per amore di patria nel concetto di una
lega italiana, seguitava nel sogno di un governo pontificio
schiettamente costituzionale. Intanto l'opera dissolvente dei circoli
radicali, aiutata dai volontari rincasati dopo la capitolazione del
Durando a Vicenza, cresceva a Roma e nelle Provincie: un'anarchia di
assassinii insanguinava molte città delle Romagne in quella rilassatezza
di ordini fra il vecchio e il nuovo: il ringalluzzirsi del clero pel
tradimento del pontefice alla guerra nazionale rinfocolava gli odii
liberali spingendo a vendette di antiche ingiurie colla scusa di un
offeso patriottismo. Si pensò quindi a Pellegrino Rossi, rimasto in Roma
privato cittadino dopo la caduta di Luigi Filippo, come al solo che per
energia di carattere e profonda conoscenza di regimi costituzionali
potesse resistere al disordine della piazza, ravviando l'ordine politico
ed amministrativo del governo. Ma una prima combinazione ministeriale
gli fallì. Intanto il Lichtenstein, occupando Ferrara con grossa mano di
austriaci, venne a compromettere la già scossa posizione dello stato. Il
papa, disconoscendo ogni valore nel proprio governo, protestò a nome
della Santa Sede. I Consigli così sprezzantemente preteriti, invece di
contrapporsi al principe, gl'indirizzarono suppliche per scongiurarlo a
difendere i confini dello stato; il ministero non sentì abbastanza la
propria dignità per dimettersi: solamente il popolo, sollecitato dallo
stesso Galletti ministro di polizia, si ammutinò in una delle solite
dimostrazioni. Finalmente il Mamiani dovette ritirarsi e gli successe il
Fabbri, vecchio impiegato di povero ingegno e d'incondizionata devozione
al papa. Così la reazione cresceva nei ministeri, mentre il parlamento
seguitava a dissertare come un'accademia o a supplicare come un coro
interrotto da qualche grido plateale del principe di Canino e dello
Sterbini, entrambi piuttosto retori che tribuni e rivoltosi che
rivoluzionari. Ma se il Lichtenstein si era per ordine di Radetzky
prontamente ritirato da Ferrara, il Welden, per ingiunzione segreta
dello stesso maresciallo, che, respinto l'esercito piemontese, intendeva
ad opprimere tutti gli altri governi italiani fingendo aiutarli contro
le insubordinazioni dei patriotti e l'anarchia delle plebi, entrava
nelle provincie dell'Emilia e s'accampava a Bologna. Lo seguiva,
laidamente infame e feroce, certo Virginio Alpi faentino, a capo di
bande sanfediste racimolate fra i peggiori malandrini di tutta Italia.
Le provincie inermi o difese da pochi volontari, cui la capitolazione di
Vicenza inibiva ogni ulteriore uso dell'armi, sbigottirono: prepotenze
austriache, rappresaglie brigantesche funestarono città e villaggi,
mentre il papa rinnovava le solite proteste deputando al Welden il
cardinale Marini. Era l'antico immutabile sistema del papato di
difendersi, invocando i fulmini del cielo e la protezione delle potenze
cattoliche, reso ora più ridicolo dalla presenza di un governo
parlamentare eletto dai cittadini e verso di loro responsabile come ogni
altro governo. Quindi Bologna, esasperata dalle provocazioni delle
soldatesche croate e disperata di aiuto dallo stato, insorge
coraggiosamente, respingendo a furore di popolo il Welden ed
inseguendolo lungi per la campagna: le vicine città romagnole, eccitate
dal nobile esempio, si preparano in armi: si nominano commissioni
provvisorie di guerra, giunte di sicurezza come nell'assenza del governo
per combattere lo straniero invasore, intanto che a Roma i ministri
puerilmente servili paragonano questa vittoria di popolo abbandonato
alla magnanimità del pontefice intento alla difesa della patria comune,
predicando la calma. Un solo ministro, il Campello, avrebbe voluto una
dichiarazione di guerra, ma il papa lo dimise; il resto del ministero
annuì.
Senonchè l'anarchia ministeriale e parlamentare, che lasciava il
pontefice seguitare in un dispotismo anche più irresponsabile che pel
passato, si ripercosse necessariamente a Bologna, dopo la generosa e
fortunata sollevazione contro gli austriaci producendovi il più orribile
disordine di plebe imbestialita a private vendette. Quindi la cosa
procedette a tale che, se i carabinieri sdegnati dell'uccisione di un
loro compagno non si fossero con rabbia maggiore scagliati sui
malandrini, uccidendoli a fucilate per le strade, inseguendoli nelle
case, imprigionando a caso, la ribalda insania non avrebbe avuto altro
termine.
Questo ed alcune altre provvisioni stolide del ministro di polizia
Accursi persuasero al ministro Fabbri di dimettersi e al papa di
chiamare Pellegrino Rossi.
Pellegrino Rossi.
Il papato doveva soccombere: l'ultima scena della sua secolare tragedia
stava per cominciare.
Pellegrino Rossi nato a Carrara nel 1785, presto celebre professore a
Bologna, favoreggiatore di Murat nel 1815 per speranza di idee italiane
nel regno del magnifico venturiere francese, poi esiliato dalla reazione
della Santa Alleanza e riparato a Ginevra, insigne ritrovo di tutti gli
esuli insigni, vi crebbe tosto d'importanza e di dottrina. Ingegno vario
e brillante, assimilatore nervoso per logica e simpatico per eleganza di
metodo, in quel soffio di rivoluzione, che allora riscaldava tutti i
grandi spiriti contro il nordico gelo, tenne cattedra libera di
giurisprudenza, attirando curiosi e studiosi, sembrando rinnovare nella
facile esposizione vecchie idee. Quindi dall'ardita ed insinuante natura
tratto alla politica, ottenne la cittadinanza svizzera con tanto credito
da essere chiamato nel ribollimento prodotto dalla rivoluzione del 1830
a compilare una costituzione, che si disse _Patto Rossi_, e, rigettata
allora, rivisse in parte nello statuto del '48. Ma in essa il Rossi
scoperse la natura secondaria del proprio ingegno, egualmente incapace
di rivoluzione e di originalità. A rovescio dello spirito politico e
civile del secolo tendente alla nazionalità, egli vi stette per l'unione
contro l'unità, per la tradizione contro la rivoluzione, per la libertà
degli ordini contro l'emancipazione dell'individuo. Così decaduto nella
pubblica estimazione, dovette ricoverarsi in Francia, ove l'attendevano
gloria e favori insperabili a uno straniero. Tosto eletto professore di
diritto costituzionale, membro dell'Istituto, cittadino, pari, conte:
bersagliato dall'opposizione, che in lui vituperava il rivoluzionario
diventato cortigiano di un governo corrotto e corruttore, e lo
scienziato sempre pronto a contraddire nell'esercizio della politica gli
assiomi pomposamente proclamati dalla cattedra; inviso agli esuli
italiani che lo giudicavano rinnegato della patria e della libertà;
carbonaro e cospiratore in Italia, republicano in Svizzera, orleanista
in Francia, dottrinario nella teorica, scettico nella pratica, senza
coscienza di patria, caro a Luigi Filippo che lo deputò ambasciatore a
Gregorio XVI e a Pio IX, rifulse nullameno nei circoli politici e
filosofici d'allora per opera specialmente della stampa governativa. Ma
tra i maggiori eclettici del tempo non fu grande nè per potenza di
pensiero, nè per splendore di forma: nell'insegnamento del diritto
costituzionale, assurda miscela di postulati storici e filosofici alla
quale i governi parlamentari dovettero dar nome di scienza ed erigere
cattedre, non sorpassò Beniamino Constant; nell'economia politica rimase
fatalmente immobile nel dualismo della scienza pura e della scienza
applicata entro la vasta orbita di Giambattista Say; nel diritto penale
passò dal principio di Bentham a quello della giustizia assoluta,
combattendo la scuola storica senza giovare alla scuola filosofica,
cercando indarno la giustificazione della pena e l'ideale verità della
giustizia sulle orme di Kant e di Cousin; meno acuto e più famoso di
molti altri penalisti italiani contemporanei, dimenticato poco dopo
nella gloria immortale del Carrara. Ma in tutte le sue opere, notevoli
per vigore di metodo e nativa eleganza di esposizione, parve pregio
massimo quella temperanza di principii e di conseguenze, che,
accontentando i mediocri, sembra significare nell'autore una profonda
conoscenza della materia e un instancabile equilibrio di forze, mentre
non è troppo spesso che inettitudine del pensiero a creare e facilità
artistica di traduzione.
Nella sua ultima deputazione a Pio IX tra il fervor dei lirismi politici
sul papato, egli italiano ed insieme straniero, filosofo e giurista,
professore di costituzioni e diplomatico del governo che pareva allora
modello di sapienza pratica, capitò come un alleato naturale ed
avventuroso del partito dei principi. La sua fama, il suo grado, le sue
affinità con tutte le diplomazie europee, sorrisero all'immaginazione
dei nuovi costituzionali ancora ignoranti al giuoco dei parlamenti. Lo
si accolse come un maestro, lo si ascoltò come un oracolo, mentre le
contumelie dei giornali rivoluzionari, che in lui cosmopolita senza
coscienza nazionale non vedevano che un tristo accolito di Guizot e un
peggior mezzano di Luigi Filippo, addensandosi intorno alla sua
reputazione, le davano più vivo rilievo. Involontariamente Pellegrino
Rossi divenne nello spirito pubblico il rivale di Giuseppe Mazzini.
Entrambi erano cresciuti nell'esilio, celebri per scritti ammirati da
amici e da nemici. L'uno rappresentava il vecchio spirito rivoluzionario
del '21 e del '31 divenuto senno pratico, adattandosi ai fatti
quotidiani e giovandosene nell'oblio dei principii, come un carbonarismo
borghese ed autoritario mutato col trionfo degli Orléans in governo
borghese a base industriale, timido nelle iniziative e temerario nelle
repressioni, egualmente logico nell'abbandono dei primi principii e
delle ultime conseguenze, unificando lo stato nel governo e il governo
nella dinastia, considerando la nazione solo negli elettori e il potere
solo negli eletti: tutta la libertà nella carta, tutta la giustizia
nell'ordine, tutta la rivoluzione in concessioni di principi e in
applausi di sudditi, l'Europa immutata ed immutabile. L'altro era la
rivoluzione popolare e profetica, ancora solitaria nei migliori e
nullameno divenuta presto universale nel loro apostolato, teatrale
nell'eroismo e sublime nel martirio, internazionale nel sentimento e
patriottica nel concetto: che voleva l'Italia una, libera e republicana,
e non s'arrestava a statuti, non patteggiava collo straniero, non si
accodava a re, non si illudeva coi preti, inflessibile per eccesso di
logica ed inabile per troppa grandiosità di disegno.
Per Pellegrino Rossi l'Italia di Mazzini era un'utopia che impediva ogni
progresso nella realtà, una demenza del pensiero, una perfidia della
volontà: per Mazzini l'Italia di Pellegrino Rossi era una falsa
apparenza, l'ombra di un fatto esaurito, attraverso la quale passavano
già i raggi di un'idea novella. I suoi principi non credevano nemmeno
agli statuti che largivano, non volevano la Dieta che mestavano,
abborrivano dalla guerra che proclamavano: erano come fantasmi del
passato, una suprema menzogna del presente. La loro ridda politica
intorno al Vaticano somigliava alla Danza dei Morti di Goethe intorno ad
un campanile nel piano fosco di un cimitero, aspettanti la grande parola
del nuovo giorno per inabissarsi nell'ombra.
La nomina del Rossi al ministero, nel quale il vecchio cardinale Soglia
conservava apparentemente la presidenza, parve a tutti una provocazione.
Il gabinetto francese ne mosse vive rimostranze come di sfregio fatto
alla repubblica coll'elevazione di un orleanista; i rivoluzionari
fiutarono il nemico; i Consigli sentirono il padrone ed abbassarono al
solito la testa; i sanfedisti recalcitrarono, riconoscendo nel forte
parlamentare l'invincibile proposito di governare costituzionalmente; i
preti si scandolezzarono a questo secondo avvento di un filosofista
niente più ortodosso del Mamiani; Pio IX solo calmò la propria
incertezza dietro il coraggio del ministro, che aveva affermato
pubblicamente sino dalla prima ora: «Non si abbatterà l'autorità del
papa, se non passando sul mio corpo». L'infelice credeva ancora che un
individuo potesse mutarsi in sbarra contro la storia.
I primi atti del ministero furono di guerra: frenò, vessò, espulse i
democratici sospetti di rivoluzione; per ristorare le finanze tassò il
clero, inimicandoselo; avversò energicamente il Piemonte, compiacendosi
ai disastri militari che tarpavano opportunamente l'ali ai suoi sogni di
conquista. Quindi, nè unitario nè federalista, vide con occhio sicuro
l'impossibile ipocrisia della lega e l'impotente rettorica della
rivoluzione; ma troppo saturo di cartismo e fidando nella bonarietà del
pontefice, credette nullameno di poter fondare a Roma un vero governo
parlamentare. Roma costituzionale avrebbe così preso la testa del
movimento italiano, e l'Italia avrebbe potuto risorgere dopo di essersi
irrobustita in lunga e ordinata educazione liberale.
Egli, come massimo ed unico ministro, doveva quindi governare
personalmente in quei primi giorni costituzionali: così incorporò al
proprio ministero dell'interno quello di polizia, per meglio valersi dei
mezzi repressivi e cacciare il Galletti ligio ai rivoluzionari; promosse
lavori pubblici, strade ferrate e telegrafi, scuole d'economia politica
e di diritto commerciale. La coscienza della propria superiorità, e
quella fremente alterigia che si compiace dell'odio popolare quasi
ritrovandovi una prova del merito, gli tolsero di valutare esattamente
l'opposizione ingrossante di giorno in giorno. Nelle inevitabili
trattative per la costituente proposta dal Montanelli scoperse con
brutale franchezza i disegni voraci del Piemonte, e, mentre questo
instava per una lega militare secondo le terribili urgenze del momento,
ma nella quale avrebbe naturalmente avuto il sopravvento, egli propose
una inutile lega di principi senza alcun accenno nè alla nazione nè
all'indipendenza. Ciò disperse quel falso sogno di una dieta italiana,
ed isolò il Piemonte. Intanto, proseguendo nella riforma militare e
giudiziaria per organizzare modernamente lo stato, vi accresceva il mal
animo collo spostamento degli interessi e le lesioni ai troppi diritti
acquisiti: gli ordini dati al Zucchi, ministro della guerra, per
impedire a Giuseppe Garibaldi, approdato in Toscana e quivi accolto
freddamente dal Guerrazzi, il transito per la Romagna colla sua eroica
legione di Montevideo diretta a Venezia, offesero vivamente il
sentimento nazionale. A Bologna il popolo ammutinato impose al generale
degli svizzeri Latour di lasciar libero il passo a Garibaldi: questi,
giungendovi, suscita l'entusiasmo di tutti; Angelo Masina bolognese lo
segue, improvvisando a proprie spese un grosso squadrone di cavalleria.
Ma Zucchi, già salvato da Garibaldi a Como ed infellonito pel recente
smacco, non potendo imprigionare il proprio salvatore, come Rossi
avrebbe voluto, incarcera il padre Gavazzi, barnabita divenuto celebre
predicando la crociata contro gli austriaci su per le piazze. I liberali
urlano, il congresso federativo di Torino dichiara la caduta di Rossi
necessaria all'attuazione delle speranze italiche, la reazione
ministeriale costretta ad esagerarsi per resistere all'esaltamento degli
animi peggiora le proprie misure. Tutto diventa provocazione: una truppa
di carabinieri, chiamata a Roma e fatta passeggiare spavaldamente pel
Corso, pare una sfida: si mormorano minaccie contro i Consigli, si
sussurra di costituente, si denuncia l'ostinato ministro alla pubblica
esecrazione.
E nessuno lo sostiene.
Il clero gli è avverso per le tasse e per quel fermo proposito di
stabilire un vero governo costituzionale, i federalisti lo osteggiano
come unico nemico della Dieta italiana, la diplomazia degli altri
principi lo abbandona, le popolazioni inerti, papaline o rivoluzionarie,
guardano di mal occhio questo straniero che tutti condannano. La
reazione ha già trionfato di Napoli e della Sicilia; la Lombardia è
ricaduta nella servitù tedesca. Venezia già cinta d'assedio, il Piemonte
cogli austriaci vincitori al confine, la Toscana imbrogliata nella
rettorica armeggia contro al proprio principe e non s'accorge che
Radetzky sta per rioccuparla come un feudo imperiale. Il papa, rimasto
solo all'esperimento costituzionale e atterrito dall'anarchia di Roma,
si prepara ad accettare l'intervento tedesco, dianzi respinto, per
ristabilirsi signore assoluto e tornare in quiete. La rivoluzione
precipita verso la catastrofe; il quarantotto è stato inutile. Il
Piemonte ha fallito, Napoli tradito, Milano votata un'annessione vana,
Venezia gridato, negato, riaffermato la propria republica senza fede in
essa e senza speranza; la Toscana ha oscillato senza muoversi; nessuna
idea si è ancora affermata. Il papato, nel nome del quale cominciò la
rivoluzione e per opera del quale fu arrestata nel momento della
vittoria, come disse la prima parola della rivoluzione, così deve
esserne l'ultima: bisogna che la rivoluzione lo distrugga per affermare
la propria idea. Senza l'abolizione del potere temporale e senza la
repubblica a Roma, la rivoluzione del quarantotto non è che una inutile
ripetizione di quelle del '21 e '31: mancherebbe il progresso alla vita,
la logica alla storia. L'ostacolo più antico ed universale alla
costituzione della nazionalità italiana fu ed è il papato: la
rivoluzione non può essere tale che sopprimendolo come già fece la
francese dell'89, ma quella procedendo per conquista rovesciava, non
abrogava. L'Italia che lo ha creato, può sola annullarlo. L'unità,
l'indipendenza e la libertà della nazione derivano da Roma italiana:
Roma pontificia è l'Italia federale diffranta in minimi stati, serva
dello straniero, senza individualità nella vita e senza personalità
nella storia.
Il papato, dando la spinta alla rivoluzione, ha tentato l'ultimo
esperimento per rinnovarsi: ma la guerra nazionale gli è rimasta
estranea, lo statuto lo soffoca, l'idea moderna democratica lo
trascende.
Pellegrino Rossi è la reazione con tutto l'orpello e il panneggiamento
delle false franchigie costituzionali, coll'assurdo della sovranità
popolare e papale, coll'antagonismo dello stato pontificio con tutti gli
altri e colla nazione: è la reazione senza alcun principio politico,
senza fede in se medesima, senz'accordo con nessuna classe o ordine,
incompresa ed incomprensibile.
Quindi Pellegrino Rossi diventa il centro di tutti gli odii; la sua
condanna esce dalla fatalità storica come un epilogo. Un superbo
accecamento lo rende più intrattabilmente dominatore negli ultimi
giorni: invano lettere anonime lo avvisano e pochi amici lo consigliano
ancora. Egli non crede al proprio assassinio, giacchè non può intenderne
la ragione storica. Infatti la sua reazione nell'apparenza è quasi
insignificante, paragonata a quella di Ferdinando Borbone; la sua
sincerità parlamentare è indiscutibile, la sua illusione quella stessa
di tutti i politici di allora: l'allocuzione del 29 aprile non venne da
lui inspirata, Garibaldi fu peggio trattato a Milano che a Bologna, il
tradimento del papa ricusantesi alla guerra nazionale non è nulla al
confronto dell'abbandono di Milano e della consegna di Venezia tentata
da Carlo Alberto. Nullameno l'odio rivoluzionario s'addensa su
Pellegrino Rossi, lo esecra come un tiranno, lo insulta come un
carnefice. Nessuno sospetta ancora la profonda ragione di così unanime
sentimento nella necessità di salvare la rivoluzione, proclamando la
repubblica a Roma.
Il 15 novembre Pellegrino Rossi, mentre sale lo scalone della
cancelleria, ove è adunato il parlamento, solo col Righetti fra una
folla minacciosa, è colpito da una pugnalata alla carotide. La guardia
nazionale ha assistito impassibile all'assassinio, il popolo urla di
feroce entusiasmo, il presidente Sturbinetti con affettato stoicismo
ordina prosegua la seduta, ma i deputati si sbandano sotto l'incubo di
un terrore misterioso, intanto che la notizia si sparge per tutta Italia
con miracolosa rapidità. A quei giorni furono similmente uccisi il
ministro Latour a Vienna, il Lamberg in Ungheria, il Lichnowski a
Francoforte senza che la loro morte provocasse emozione di sorta: ma
quella di Pellegrino Rossi sconvolse tutte le coscienze. Qualche gran
cosa era con lui crollata: a distanza di diciotto secoli il pugnale, che
aveva colpito Cesare per trafiggere invano l'impero, scannava Rossi
uccidendo il papato. La morte del dittatore non potè salvare l'antica
republica: quella del ministro permise alla nuova di nascere.
Federazione di principi e primato pontificio, rinnovamento religioso e
autonomie regionali, tutte le tradizioni e le aberrazioni del
quarantotto, svanivano con Pellegrino Rossi. Qualche gran cosa era
crollata con lui, la Roma papale più vasta della Roma cesarea, città di
Dio che, fabbricata colle rovine dell'impero romano, aveva contenuto
tutto il medioevo e dominato il rinascimento, slargandosi colle scoperte
successive di due mondi, soccombendo alla rivoluzione francese, ma per
rialzarsi dopo di essa, quasi maggiore di essa. Qualche gran cosa era
cominciata colla sua morte, la Roma italiana, l'epoca delle nazionalità,
l'èra universale della libertà, la repubblica del pensiero, la
cattolicità della scienza.
Al Quirinale, nelle anticamere del papa, si rinnova il terrore che alle
notizie delle prime invasioni barbariche agghiacciava le sale dei
Cesari: si dànno ordini di repressione ai gendarmi che non osano
eseguirli; i ministri balbettano, i deputati si disperdono, i cortigiani
sono già dispersi. Giù nella piazza un'orgia brutale dà all'assassinio
una truce mirifica apparenza di festa. L'indomani si pensa a provvedere
un nuovo ministero, non sapendo e peggio non potendo sapere chi porvi,
mentre i rivoluzionari, concertandosi rapidamente, sollevano in massa il
popolo e lo spingono al Quirinale per chiedere una costituente italiana
e un ministero democratico con Saliceti, Campello e Sterbini. Galletti è
deputato oratore del popolo al papa. Questi tenta resistere, sperando
ancora nella propria autorità, che la sommossa medesima sembra
riconoscere; ma il popolo infuria. Volontarii reduci da Vicenza, guardie
civiche e carabinieri corrono all'armi, si assedia il Quirinale: gli
svizzeri resistono, la mischia s'accende, un monsignore è ucciso,
s'incendia una porta del palazzo, un cannone trascinato in piazza sta
per rovesciare l'altra, finchè Pio IX, vinto dal terrore, dichiara ai
diplomatici di non cedere che alla violenza, ed inganna il popolo colla
composizione di un nuovo ministero. Il principe non ha saputo resistere,
il pontefice non ha voluto sacrificarsi: eroismo e martirio non sono più
pel papato.
Allora il trambusto diventa inintelligibile. Marco Minghetti alla testa
del gruppo bolognese si dimette da deputato per non venir meno alla
devozione verso il sovrano; il ministero non osa condannare
pubblicamente l'assassinio di Rossi, che rimane e rimase poi misterioso,
palleggiato con reciproca accusa da gesuiti a mazziniani, sconfessato
con unanime orrore da tutti i partiti. I circoli fanno proclami e
decreti: un'aurora boreale getta sul tumulto una luce sanguigna di
tragedia, atterrendo tutte le superstiziose fantasie; quindi il papa,
sentendosi straniero nella propria capitale, fugge insospettato e
travestito a Gaeta.
Lo statuto era stato una resa, la fuga diventò un'abdicazione.