proprie Provincie, il solo re, il solo esercito, le sole battaglie, la
sola vittoria italiana, la sola speranza di una vittoria finale era
riposta in Carlo Alberto e nel Piemonte. La sospensione decretata dai
governi provvisori per decidere della propria forma politica a guerra
vinta, assurda sino dal primo giorno, diventava intollerabile. La
coscienza pubblica sbattuta da troppi terrori aveva d'uopo di riposarsi
in qualche certezza; Carlo Alberto, sempre pauroso d'improvvisi moti
repubblicani, spingeva il partito moderato ad osare; Gioberti, fattosi
commesso viaggiatore della monarchia savoiarda, predicava le annessioni
per tutte le piazze d'Italia; si era già tentato Cattaneo, poi si
offerse a Mazzini qualunque maggiore influenza democratica negli
articoli della futura costituzione se avesse patrocinato la fusione
monarchica; si denunciavano i republicani come nemici della patria, si
vantavano le vittorie regie, s'ingrandivano i pericoli futuri, si
encomiava sopratutto l'incomparabile lealtà del re, che, proponendo
l'annessione, concedeva ai nuovi popoli il diritto di ricorreggere
quello stesso statuto da lui spontaneamente largito ai piemontesi; si
sussurrava alla grossa metropoli lombarda che Torino le cederebbe
l'onore di capitale. Mazzini, republicano ed unitario ed egualmente
assoluto in ambo le idee, ma fatalmente caduto dalla concessa neutralità
nell'inazione, non poteva opporre a questi argomenti immediati che
l'eroica fantasmagoria di lontani ideali. L'insufficienza del partito
republicano in quell'inerzia del popolo e sopratutto la mancanza di una
bandiera republicana ed unitaria al campo, lo costringevano a
destreggiarsi in una lotta meschina di recriminazioni contro coloro che
guidavano la rivoluzione, e ai quali non aveva osato opporsi francamente
da principio. La sua neutralità peggiorava l'indecisione del governo
provvisorio, la riserva di Carlo Alberto e l'incertezza di tutte le
altre città, nelle quali l'insurrezione contro lo straniero non era
ancora diventata rivoluzione. Infatti Venezia, proclamandosi republica,
aveva chiesto al gabinetto francese protezione contro l'ambizione
conquistatrice del Piemonte; la Sicilia ribelle aveva tirato sulle navi
napoletane mandate nell'Adriatico a combattere la flotta austriaca; i
ducati invocavano la tutela di Carlo Alberto, contrapponendosi l'uno
all'altro i propri governi provvisori con inesausto rancore medioevale e
disinteressandosi dalla guerra; la Toscana aveva appena 5000 volontari
al campo, e chiedeva soccorsi a Carlo Alberto contro Livorno tumultuante
nell'anarchia; Napoli non era più rappresentata alla guerra che da un
battaglione di disertori; Pio IX, ricacciato dalla viltà entro l'antica
clausura della politica pontificia, tradiva la guerra consigliando
ipocritamente la pace; Mazzini, dopo vent'anni di sublime apostolato
invocando ad alte grida il giorno della rivoluzione, rimaneva chiuso in
Milano come in ostaggio senza osare una insurrezione contro le mene
federali, che dovevano fra poco imporre al suo genio unitario un'ultima
repubblica romana.
Laonde il partito delle annessioni prevalse: il popolo, votandole, si
rifugiò nell'unità del regno piemontese come in una fortezza, che la
diplomazia europea avrebbe difeso dalla terribile rivincita austriaca
già scendente le Alpi. Infatti le prime città a dichiararsi per
l'annessione immediata furono Piacenza, Brescia e Bergamo; Parma,
Modena, Reggio, Milano (29 maggio) seguirono l'esempio; il partito
repubblicano non seppe che protestare: le città venete, sbigottite dalla
caduta di Udine, strinsero con minaccia fratricida d'abbandono il
governo veneziano a deliberare l'unione col Piemonte. Il pericolo
incalzava; Manin, ultimo doge e forse unico republicano, cedette
generosamente, consigliando egli stesso all'assemblea di riseppellire
per sempre la republica sotto il trono dei Savoia.
L'ideale republicano era vinto, ma l'idea unitaria aveva così dato un
passo decisivo: l'abdicazione di Milano, Venezia, Parma e Modena a
Torino nel nome d'Italia chiudeva per sempre il passato federale della
loro storia, iniziando l'èra nazionale italiana, giacchè da quella
sottomissione non vi sarebbe appello per mutare di circostanze
politiche. Re Carlo Alberto doveva essere vinto nella guerra lombarda;
però il nuovo concetto dell'Italia del nord, robusta monarchia di dodici
milioni di cittadini recinta dall'Alpi e dai mari, baluardo agli
stranieri e centro d'attrazione al resto d'Italia, resterebbe dopo
l'inevitabile sconfitta del momento come un fatto indiscutibile per la
rivoluzione italiana.
Colle annessioni il Piemonte gettava le basi della propria egemonia,
annullando tutti gli altri principati italiani, ma esaurendo al tempo
stesso lo scopo della propria guerra. Infatti i negoziati ripresi
vivamente, se parvero da principio contradire a questo proposito, dopo
lo espressero fin troppo chiaramente. L'Austria, sopraffatta dalle
difficoltà delle proprie rivoluzioni centrali e nello sbigottimento
delle prime vittorie piemontesi, aveva offerto al re per confine la
linea del Mincio, mentre questi, voglioso di accettare, era costretto
dal nobile sentimento delle popolazioni lombarde a rifiutare qualunque
accordo non comprendesse la Venezia; ma, sentendo piegare tutte le
rivoluzioni d'Europa sotto la pressione monarchica, il vecchio impero
restringeva ora le offerte e mutava linguaggio. La Dieta di Francoforte
quantunque rivoluzionaria pretestava ragioni germaniche sul Tirolo,
Trieste e fino su Venezia, per la quale si era pensato di costituire una
specie di granducato autonomo sotto un principe austriaco: la Francia,
che al principio della rivoluzione e nel disegno di costituire Milano e
Venezia in piccole republiche, sotto la propria influenza, aveva
promesso aiuto di diplomazia, di denaro e di soldati, ingelosita adesso
di un ingrossamento del Piemonte monarchico, mutava tono e misura. Lord
Palmerston, acuto ministro inglese, osava solo consigliare all'Austria
l'abbandono delle Provincie insorte come troppo difficili a
riconquistare ed impossibili a tenersi. Intanto, raffreddandosi colle
annessioni l'entusiasmo guerresco delle popolazioni, e languendo la
guerra per l'equivoca incertezza del re e l'insipienza dei generali, la
condizione diplomatica diventava di giorno in giorno peggiore. Se le
annessioni importavano l'abdicazione delle antiche autonomie federali,
inducevano pure sciaguratamente nell'animo del popolo un sentimento di
abbandono alla causa nazionale: il re solo era tutto, e doveva quindi
bastare a tutto. L'eroismo dei rivoluzionari veri, offeso dalla
precipitata dedizione, stava imbronciato; la predicazione deprimente del
partito moderato rifuggitosi nella monarchia piemontese non poteva
eccitare nel popolo nuovi entusiasmi, ora che una stanchezza amara dei
primi sforzi inutilmente gloriosi prostrava i ribelli delle cinque
giornate, e una servile acquiescenza all'iniziativa regia giustificava
nel grosso della gente ogni errore del governo.
Disastri militari.
Quindi la guerra, trascinata di fazioni in fazioni inutili anche nella
vittoria, fu ripresa con intermittente energia, senza la strategica
abilità di una guerra popolare. Radetzky, vigile nell'imprendibile
Quadrilatero, spiava l'occasione di un grande errore nemico,
ingrossandosi di continui rinforzi. Così assalito a Santa Lucia e
rimastovi padrone malgrado il valore delle truppe piemontesi, mentre
queste si ostinano contro Peschiera, sbuca improvviso da Verona col
grosso dell'esercito, schiaccia (29 maggio) i toscani a Curtatone
isolati, abbandonati, e allora si disse, nè forse ingiustamente, traditi
dalla tattica regia; rattenuto a Goito dall'intrepidezza del duca
d'Aosta, abbandona Peschiera alla vanità conquistatrice di Carlo
Alberto, che entratovi trionfalmente vi canta il _Te Deum_; quindi,
sfiancando per Legnano, si congiunge con Welden, si dirupa su Vicenza,
vi batte, vi chiude, vi fa prigioniero Durando con 10,000 pontifici.
Il disastro è irreparabile. Padova e Treviso capitolano, Palmanova si
arrende: solamente Venezia ed Osoppo rimangono libere, quella
nell'isolamento della laguna, questa nella solitudine di una roccia.
Carlo Alberto, atterrito dall'annunzio di tante vittorie nemiche,
dimette il pensiero d'investire Verona, e ordina la ritirata,
abbandonando senza pietà i nuovi sudditi veneti. All'annessione lombarda
rispondeva tragicamente l'eccidio di Curtatone, alla dedizione veneta le
nuove trattative diplomatiche, nelle quali Carlo Alberto, ridomandando
le antiche offerte dell'Austria, accettava l'Adige per confine orientale
del proprio regno.
Era il tradimento regio immediato ed inevitabile.
Ma l'Austria ringagliardita ricusa: la rivoluzione italiana è perduta,
l'esercito piemontese scorato, le popolazioni disilluse, i volontari
dispersi, le città frementi ma tremanti. Allora Carlo Alberto, sospinto
ad una suprema battaglia dalla voce di tutta Italia che gli grida:
tradimento!, riprende l'offensiva minacciando Mantova: scaramucce e
fazioni stancano l'inutile valore dei soldati, finchè a Custoza la
bandiera tricolore cade nel sangue di una irreparabile sconfitta. Tutto
è perduto; il re dà volta per la Lombardia, giurando difendere Milano,
che nullameno lascia scoperta. La grossa metropoli spaurita crea un
triunvirato di difesa, affidandosi al generale Fanti, al dottore Maestri
e all'avvocato Restelli: Giuseppe Garibaldi, tardi accettato, è
finalmente a Bergamo e ne sbarra la strada con 3000 volontari, ma gli
sperduti eroi delle cinque giornate non possono raccozzarsi per
proteggere Milano dall'imminente invasione. Sotto l'emozione del
disastro, Torino cangia ministero: il nuovo presieduto dal milanese
conte Casati, che riceve così il premio della cessione di Milano, chiede
ed ottiene pieni poteri. Il 2 agosto, assumendo il comando di Milano, vi
delega commissari del re il generale Olivieri e il marchese di
Montezemolo: i milanesi, credendo che Carlo Alberto stringa la dittatura
per rialzare con un impeto di magnanima disperazione il vessillo e la
fortuna d'Italia, lo accolgono festanti; ma questi, travolto dalla
sventura, non preoccupato più che del proprio regno, inganna tutti,
persino se stesso. Un'orribile commedia, raccontata poi da Carlo
Cattaneo in un ammirabile libro, disonora la generosa città pochi mesi
prima insorta fugando sola lo straniero; il re giura, abiura, finge una
difesa militare che impedisce a quella popolare di organizzarsi; è
acclamato, fischiato, minacciato di morte; firma una capitolazione che
cede la città a Radetzky, e la disdice offrendosi pronto a morire coi
figli e con tutto l'esercito sotto le mura di Milano; poi a notte fugge
in mezzo a una compagnia di bersaglieri. Quasi contemporaneamente
Mazzini usciva dalla vinta città a piedi fra una schiera di volontari,
portando, semplice soldato, la bandiera col motto -- Dio e popolo -- che
doveva fra poco sventolare sul Campidoglio. La monarchia era vinta, la
repubblica stava per esserlo; un medesimo sbandamento disperdeva
politicanti e combattenti, programmi e bandiere, per raggrupparli un
istante dove maggiore fosse la gloria del passato e la speranza
dell'avvenire, a Roma e a Venezia, perchè una stessa sconfitta vi
dissipasse lo stesso errore, e l'ineffabile tragedia del genio,
mescolandosi alla farsa di tutto un popolo ancora incapace di
comprendersi, rivelasse i principii della storia futura.
Intanto l'esercito piemontese aveva ripassato il Ticino. L'armistizio
che prese nome dal generale Salasco, pubblicato il 9 agosto, stabiliva
l'antica frontiera dei due stati per confine ai due eserciti: le
fortezze dovevano essere aperte agl'imperiali, sgombri in tre giorni gli
stati di Modena, Parma e Piacenza, cedute Venezia e la terraferma
veneta. Il Piemonte restava intatto, ma la sua recente egemonia veniva
negata con implacabile brutalità.
Ultimo a ritirarsi e non compreso nell'armistizio fu Giuseppe Garibaldi,
che, sbaragliata una colonna di austriaci a Luino e resistendo ad
un'altra anche maggiore a Morazzone, potè toccare la Svizzera, lasciando
i nemici stupefatti del suo valore. Il generale D'Aspre disse allora di
lui con profonda intuizione guerresca: «Egli era il solo, che avesse
potuto vincere!» I vinti generali di Carlo Alberto avranno certo sorriso
a questa opinione del generale tedesco.
Ma come per togliere alla storia ogni dubbio sui tradimenti di Carlo
Alberto, il 6 agosto, mentre questi ripassava il Ticino avendo già
concluso l'armistizio pubblicato poi nel giorno 9, il generale Colli e
il conte Cibrario prendevano in suo nome possesso di Venezia, per
impedirle ogni generosa ribellione e cederla al nemico colla maggiore
comodità. Dopo l'abbandono, l'agguato: la truffa diplomatica compiva il
tradimento politico. Ma il popolo, esasperato da tanta perfidia e
galvanizzato dalla stessa imminenza del pericolo, tumultua in piazza S.
Marco gridando: Abbasso il governo regio, evviva Manin! Il ricordo di
Campoformio lancina tutte le coscienze, il terrore dei tedeschi
centuplica l'odio, mentre in quel cinereo deserto della laguna, fra i
memori monumenti dell'antico valore, la repubblica riappare come evocata
dalla storia alla solennità di un ultimo giorno. Venezia, sola,
repubblicana, senza navi, senza territorii, senza senato, quasi senza
popolo, rimane vivente rovina nella momentanea morte d'Italia:
abbandonata contro tutti, si ravvolge nella propria millenaria bandiera
come a minacciare anche morendo e a conservarsi incorruttibile nella
morte. Ma, gridandosi novellamente repubblica e rianimandosi d'immortali
memorie, non può ricreare l'ammirabile decorazione del proprio antico
governo: le forme moderne politiche guastano la sua classica maschera;
la nuova assemblea non sa che nominare una dittatura nella quale la
tradizione del dogado lascia a Manin una indiscussa supremazia.
Il primo atto di quest'ultima repubblica fu un decreto di zecca: nelle
monete alla data 22 marzo si sostituì quella dell'11 agosto col motto --
Alleanza dei popoli liberi -- Indipendenza italiana -- e nell'esergo: --
Dio premierà la costanza -- . Il testamento di Venezia si mutava così in
una profezia all'Italia; l'ultima parola della storia federale italiana
affermava la futura federazione dei popoli liberi d'Europa.
Ma se Venezia resisteva condensando tutta la propria storia in un finale
di tragedia alla Shakespeare, i ducati di Modena, Parma e Piacenza si
lasciavano riconquistare dagli austriaci senza colpo ferire.
Sola la Toscana, sempre sospettosa degli aiuti tedeschi, invocava la
Francia per guarentirsi l'autonomia nell'inevitabile reazione imposta
dalla sconfitta nazionale.
Catastrofi costituzionali.
In tanto diroccamento di sogni e di fortezze l'idea nazionale e federale
non si confessava vinta. A Torino il parlamento decreta la dittatura a
Carlo Alberto, si muta ministero, si riprova l'armistizio punendone il
generale Salasco: l'incomprensibile vergogna di centomila soldati
guerreggianti senza una vittoria campale, respinti senza una sconfitta
decisiva, e abbandonanti al nemico in pochi giorni una provincia grande
quanto il regno del loro re, irrita tutti gli orgogli e confonde tutte
le ragioni: si urla al disonore, si ridomanda la guerra. I lombardi
traditi armeggiano con ogni possa per riaccenderla, fra i dispregi dei
moderati che li accusano di compromettere il regno, e le invettive dei
radicali che li tacciano di non comprendere la rivoluzione. La
mediazione anglo-francese incoraggia le speranze, poichè l'Austria per
cansare pericoli d'interventi militari simula consentire,
procrastinando. A Genova una sommossa tenta proclamare la repubblica:
Livorno impazzita s'insanguina nella guerra civile imprigionando e
cacciando i propri governatori, finchè il governo del granduca con
abbietta scempiaggine dichiara di troncare con essa ogni rapporto, e la
denunzia all'Europa come un antro di assassini.
Tutti i governi sono fiacchi, ogni misura politica perde la giustezza
dell'idea nell'impossibilità dell'applicazione. I parlamenti vaneggiano:
quello di Napoli, conservato dal Borbone per squisito dispregio di
desposta, avvalla nella più supina remissione, non rappresentando più nè
il paese, nè il sovrano, nè la costituzione, nè l'Italia. A Roma i due
Consigli non s'accorgono di essere appena un ingrandimento dell'antica
Consulta, malgrado gli arbitrii quotidiani del pontefice che annullano
simultaneamente Camera e ministero: il costituzionalismo, impossibile
negli altri stati italiani per la perfidia delle corti, qui è assurdo
per l'inconciliabilità dei due poteri. Si fa la guerra senza votarla, la
si prosegue disdicendola, il ministero pretende esprimere la volontà del
pontefice e ubbidisce a quella della piazza. Mamiani soccombe come
filosofo, Pellegrino Rossi sarà ucciso come politico. Nel parlamento
fiorentino il ministro Ridolfi si dichiara impotente a frenare le
congiure austriache e gesuitiche, e confessa di non osare spingere il
popolo alla guerra nazionale, per non assumere il carico di costringerlo
a gravi sacrifici; Bettino Ricasoli e Gino Capponi si succedono indarno
al ministero, fidando ingenuamente nel principe e più ingenuamente
sperando arrestare la marea rivoluzionaria, che li rovescia incolpevoli
e condannati. I fatti di Livorno impongono al granduca un ministero
Guerrazzi-Montanelli, che pacifica la turbolenta città proclamandovi la
Costituente italiana (18 ottobre). Contemporaneamente si raduna a Torino
un congresso federativo presieduto da Gioberti piemontese, Mamiani
romagnolo, Romeo calabrese; Rosmini ne tratta per incarico del Gioberti
con Pellegrino Rossi a Roma. La lega non comprenderebbe che Piemonte,
Toscana e Stato pontificio; Napoli vi si ricusa, quantunque il
parlamento ne accarezzi l'idea e l'esponga in timido voto al sovrano;
Sicilia, Venezia, Milano, i ducati vi sono ammissibili ma preteriti:
senonchè le antiche gelosie dinastiche e le nuove antinomie politiche la
rendono impossibile. La Costituente italiana proposta dal Montanelli
sottometterebbe invece l'Italia ad una ricomposizione per arbitrio di
popolo, che si organizzerebbe in singoli stati a seconda del proprio
migliore interesse; ma, come pusillanime copia della grande costituente
mazziniana, ne ha tutte le nobili difficoltà unitarie cogli
inconciliabili egoismi della confederazione.
Il disastro militare del Piemonte, scemando ai popoli la credulità nei
principi, attenua in questi la fede già scarsa nei destini della
nazione. Tutti gli stati, preoccupati del proprio problema, dimenticano
la nazione, e nullameno vaneggiano ancora di una lega italiana, che
l'idea unitaria impone loro come un accordo superiore al conflitto degli
interessi dinastici e dei principii politici. Così il futuro si afferma,
contraddicendosi nel presente: i tre principii che formeranno l'Italia,
unità, libertà e monarchia, si presentano sfigurati nel concetto della
Dieta.
Il moto popolare, che aveva imposto le costituzioni ai principi ed
accesa la guerra nazionale, era troppo profondamente rivoluzionario per
acquetarsi nelle forme regionali e federali del passato: quindi i
tentativi di conciliazione tra federazione ed unità, monarchia e
libertà, teocrazia e democrazia, dovevano finire alla loro separazione
attraverso l'assurdo delle più varie esperienze. Mentre la diplomazia
europea sognava di costituire la nazione con una lega di principi,
quella tedesca infatti, accettandone il concetto, si affrettava ad
integrarlo con un arciducato austriaco del Lombardo-Veneto. Il papa a
Roma, il Borbone a Napoli, un arciduca tedesco a Milano, Carlo Alberto a
Torino, Leopoldo a Firenze, gli altri minori duchi nel resto, sarebbero
stati l'Italia moderna senza unità, senza libertà, senza indipendenza,
col popolo suddito e colla religione tiranna: la grande rivoluzione
francese dell'89 non avrebbe perciò avuto efficacia sulla rivoluzione
italiana. Ma la reazione monarchica doveva invece esagerarsi nei
tradimenti, perchè tutte le forme politiche del passato apparissero
egualmente inette per l'avvenire.
Prima a soccombere nella reazione fu la Sicilia della quale la
rivoluzione separatista contrastava maggiormente all'inconscio moto
unitario italiano. Se i suoi intrattabili odii medioevali di regione e
di razza, insorgendo contro Napoli, avevano potuto profittare
egoisticamente della rivoluzione nazionale senza pagarvi tributo nè di
pensiero nè di sangue, Napoli doveva presto risoggiogarla, giacchè ad
evitare tale rivincita, si sarebbe dovuto anzitutto creare la libertà
d'Italia. Quindi nè italiana, nè democratica, la rivoluzione di Sicilia
perdette fatalmente un tempo prezioso in ridicole discussioni ed in
pratiche assurde colla stessa dinastia cui si era ribellata, per finire
all'ultim'ora, quando la catastrofe s'aggravava sulla rivoluzione
nazionale, ad offrire la corona al secondogenito di Carlo Alberto.
Naturalmente il Borbone protestò: tutti gli altri principi, che
denunciavano a mezza voce le ingordigie conquistatrici del Piemonte, lo
spalleggiarono, i tremendi disastri della guerra tolsero a Carlo Alberto
il coraggio di accettare per la propria casa un ingrandimento
contrastato in Italia e non consentito dalla diplomazia europea. Così la
Sicilia rimase senza regno e senza republica, male in armi e peggio in
politica, contro Ferdinando invasato d'odio tirannico. Per colmo di
sciagura l'antica rivalità di Palermo con Messina non permise a quella
di sguernirsi per soccorrere questa esposta ai primi furori borbonici.
Messina, come all'epoca gloriosa del Vespro, fu dunque prima alla
battaglia (3 settembre). Nessuna legge di guerra, nessun diritto di
civiltà, nessuna misericordia di religione vi fu osservata. La battaglia
durò quattro giorni, la strage vi fu pari all'odio delle parti, ma la
fiera città abbandonata vilmente dai palermitani dovette soccombere
all'efferatezza dell'assalitore, che sollevò ad indignazione tutti i
parlamenti d'Europa. Palermo, tardi ammaestrata dai casi di Messina,
s'accinse alacremente alla difesa, condensando nel governo i propri
uomini migliori. Cordova, La Farina, Amari profusero ingegno e fatica
nell'insolubile problema; la mediazione anglo-francese da loro ottenuta
rimase impotente contro la perversità borbonica; poi l'avvenimento di
Luigi Bonaparte alla presidenza della republica francese secondò la
politica reazionaria di re Ferdinando, che nell'_ultimatum_ di Gaeta (28
febbraio 1849) promise all'isola un'amnistia generale e uno statuto
sulla base della costituzione del '12. Ma questo non era che un agguato
per soffocare la questione siciliana, nel quale le due potenze
mediatrici caddero consciamente. Allora il popolo esasperato spinge il
parlamento alla guerra malgrado ogni insufficienza di milizia e di
denaro: Catania, Siracusa ed Augusta cadono in mano dei regii;
l'ammiraglio francese Baudin, interponendosi un'ultima volta per evitare
a Palermo l'estremo massacro, rimane egli stesso abbindolato dal
generale Filangeri, che manca a tutti i patti concessi al governo
palermitano, e il 26 aprile gli intima una resa a discrezione. Il
governo già dimissionario si disperde, mentre il popolo insorge,
respingendo per dodici giorni il nemico e soccombendo da ultimo a nuove
proposte di accordo nuovamente violate.
La reazione monarchica aveva trionfato così della ribellione
secessionista della Sicilia, mantenendola nell'orbita della futura unità
italiana.
A Roma invece la reazione papale, cominciata con l'allocuzione del 29
aprile, determina nel disastro della guerra nazionale tradita dal
pontefice l'esplosione democratica, che deve affermare la
incompatibilità del papato colla rivoluzione italiana.