Poco dopo, il Durando accampato sul confine di Ferrara, non riuscendo a

frenare l'impeto dei volontari e giovandosi di un assenso confuso del

papa e di un altro senza dubbio esplicito di Carlo Alberto, dichiarava

in un proclama furbescamente mistico, cristiana la guerra all'Austria, e

ne rigettava con molti fiori rettorici la responsabilità su Pio IX.

Questi, indignato che un generale parlasse nel suo nome di pontefice

protestò vivamente, senza accorgersi che il proclama di Durando fosse

l'ultima fatale espressione del concetto sul papato messo in voga dal

Gioberti e acclamato da tutti. Si era voluto il papato come strumento di

rigenerazione politica, e doveva quindi partecipare alla guerra che ne

segnava la prima crisi. L'anacronismo di un generale piemontese

proclamante a nome del papa una guerra di religione valeva l'altro dello

statuto concesso dal papa medesimo ai propri popoli e della lega fra i

principi italiani, cui il papa si ostinava tuttora. Una irresistibile

vanagloria lo faceva sognare questa lega, della quale Lamartine in nome

della Francia lo salutava già presidente: quindi, credendosi corrivo,

proponeva ingenuamente di ammettere al congresso anche i rappresentanti

dei governi provvisori, senza avvedersi di urtare nella politica

piemontese delle annessioni. Il granduca Leopoldo vi aderì per guadagnar

tempo ad abbindolare i propri popoli; il Borbone di Napoli mandò una

deputazione con ordine rigoroso di ricusare i ribelli deputati siciliani

e di esigere la presidenza come per lo stato più esteso e potente

d'Italia; Carlo Alberto dichiarò per mezzo del ministro Pareto che «in

vista dello stato provvisorio di governo, nel quale si trovavano

gl'Italiani sottrattisi al giogo dell'Austria, e per la guerra in corso

la lega non si poteva stabilire». Ma questa confessione, che rompeva la

neutralità giurata ai repubblicani milanesi, fu meglio intesa

dall'invidia dei principi che dall'ingenuità del popolo.

Napoli, lontana dal teatro della guerra, si esauriva intorno al proprio

problema costituzionale. Non si poteva credere, e da molti non si

credeva, al re; nullameno non si osava compiere la rivoluzione

detronizzandolo. La costituzione non funzionava; il ministro Bozzelli,

rinnegando il proprio liberalismo, secondava gl'infingimenti di

Ferdinando intesi a contristare la nuova vita politica. Così alle

notizie delle rivoluzioni di Vienna e di Milano, mentre il popolo

abbatteva gli stemmi austriaci e gridava armi per la Lombardia,

Ferdinando atterrito aveva permesso l'arruolamento dei volontarii,

scusandosene coll'Austria. Nella sua vecchia gelosia di tiranno soffiava

una nuova invidia di re. L'astro araldico di Carlo Alberto che sembrava

levarsi sulle Alpi lombarde, gli presagiva che una guerra piemontese

vinta contro l'Austria avrebbe annullato tutti gli altri principi

italiani: laonde contrastandovi intendeva a salvare se medesimo. Lasciò

quindi partire i primi volontarii colla principessa Belgioioso, mise a

presidente del nuovo ministero l'illustre storico Carlo Troya, di

carattere onesto ma di scarso valore politico, accettò persino Pepe,

tornato dall'esilio, a generale dei 14,000 soldati avviati verso il Po:

ma, trincerato dietro tutte queste apparenze liberali, ordiva

febbrilmente una congiura contro lo statuto e la guerra nazionale.

Intanto a Pepe si era ordinato di fermarsi al Po aspettando nuovi

ordini; e l'incorreggibile carbonaro, dimentico dei passati tradimenti,

non solo credette ancora, ma consigliò al re di mettersi alla testa di

60,000 uomini per correre sull'Isonzo a dettare la pace all'Austria.

Questo consiglio era l'ultima espressione del dualismo, che, dominando

inconsciamente la politica di Napoli e di Torino, concordava la loro

rivalità nell'interesse di un grande futuro stato italiano. Il Borbone

vi si ricusò, ma Napoli cedette così a Torino la gloria di mutarsi in

prima capitale d'Italia.

Napoli non era più che la più grossa città della penisola; Palermo,

ribellatasi ai primi moti, le si erigeva dinanzi provocatrice nell'odio

della riconquistata autonomia. Il parlamento, inaugurando il 25 marzo la

propria costituzione con una solennità religiosa nella chiesa di San

Domenico, avrebbe dovuto decidere finalmente della forma di governo; ma

gli animi divisi, l'antica tradizione regia e i nuovi istinti

democratici ne imbrogliavano il problema che sarebbe appena stato tale.

Poichè la rivoluzione aveva cacciato i Borboni, assurde diventavano le

pratiche tuttora aperte per trapiantare nell'isola un ramo della stessa

dinastia. Il governo presieduto da Ruggero Settimo, il più insigne e

popolare patriota, avrebbe dovuto gridarsi in republica, affrontando

coraggiosamente l'opposizione della grossa aristocrazia propensa ad un

re per conservare con lui gli antichi privilegi. Così consigliava con

singolare intuizione di libertà il padre Ventura allora legato siciliano

a Roma. Ma nonostante tutti i vantaggi d'aver guidato la rivoluzione e

di tenerne ancora in mano i poteri, il governo non osò. Anche in Sicilia

il moto era più separatista che rivoluzionario, senza vero concetto

democratico; quindi rimase allo stato di accademia politica, perdendosi

nelle più futili discussioni sul nuovo stemma dell'isola e sugli emblemi

di fraterna concordia da mandare a Roma e a Torino, mentre tutta

l'Europa era in preda alle rivoluzioni e in Italia inferociva già la

guerra. Unico aiuto, come vergognando, si mandò in Lombardia un

drappello di 100 siciliani comandati dal La Masa. Solamente più tardi a

nuove minaccie di re Ferdinando il parlamento si riscosse e decretò la

decadenza dei Borboni, per sostituirli con un'altra monarchia

costituzionale. Il nuovo re sarebbe eletto dopo una necessaria riforma

dello statuto, ma doveva essere italiano. Questo pomo di discordia

gettato fra i principi, e il manipolo di La Masa erano la maggior

concessione e il supremo sacrificio che la Sicilia potesse fare alla

causa della nazionalità italiana.

La campagna piemontese.

Nullamento la guerra sembrava proseguire con crescente fortuna. La

Francia, già prodiga di consigli, si offriva generosamente compagna

all'impresa. Lamartine allora reggente il ministero addensava 60,000

uomini ai piedi delle Alpi, apprestando una flotta nel Mediterraneo; la

Svizzera si disponeva a mandare un grosso corpo di volontarii a Milano;

però il governo piemontese, temendo il contagio republicano, non solo

ricusò ogni aiuto, ma dichiarò che avrebbe considerato come caso di

guerra il passaggio di qualunque corpo armato alle proprie frontiere. Un

tentativo di sollevazione in Savoia per congiungersi alla Francia venne

a dargli ragione. Certo la Francia, intervenendo e cacciando d'Italia i

tedeschi, avrebbe chiesto come dieci anni più tardi a compenso i

territori di Nizza e di Savoia, questa prettamente francese di geografia

e di storia, quella dubbia di nazionalità come molte città di confine,

una volta francese, ora piuttosto italiana; e il governo sardo li

avrebbe consentiti. Ma nel fermento republicano d'allora e

coll'intenzione palese della Francia di costituire nel Lombardo-Veneto

due piccole republiche, Carlo Alberto ricusò. All'interesse d'Italia

egli, re del Piemonte, prepose naturalmente il proprio: Lamartine,

comunicando al proprio ministero la risposta di Carlo Alberto

minacciante d'armare i forti della Savoia contro i francesi, esclamò con

profetica pietà: «Gl'italiani sono ciechi e dementi!» Quindi la Francia

decise di non intervenire che invocata.

Mentre a Milano ferveva l'opera dell'annessione indarno contrastata dai

republicani, Radetzky bloccato nel Quadrilatero dall'esercito piemontese

sembrava a tutti prigioniero. Carlo Alberto, mal sicuro del proprio

ingegno militare, e sempre sospeso in maneggi diplomatici, dopo le

fortunate fazioni di Goito e di Monzambano, seguitava a perdere un tempo

prezioso in vane ricognizioni contro Peschiera e su Mantova. Così

Nugent, mandato da Vienna con grossi rinforzi, prima che gli si possa

contendere il passo, guada l'Isonzo indifeso, prende Udine difilandosi

su Verona; Belluno e il Cadore si difendono, ma il generale austriaco

passa il Tagliamento e, superata una fiacca resistenza di veneti, si

accampa a Conegliano. Per questa grave minaccia Carlo Alberto, mutando

consiglio, ordina al Durando di passare il Po colle truppe pontificie.

Questi, che con inesplicabile negligenza non aveva sloggiato gli

austriaci dalla cittadella di Ferrara, avrebbe voluto correre su

Venezia; ma Carlo Alberto, poco tenero della salute della nuova

republica, gl'impone di marciare sopra Ostiglia per fronteggiare Mantova

e coprire i ducati, dei quali spera l'annessione. Il governo di Roma,

prevedendo il caso che Durando passasse il Po, aveva cercato una scusa a

se medesimo, col risuscitare gli antichi diritti della chiesa sul

Polesine soppressi dai trattati del 1815. Nugent manovra per

congiungersi a Radetzky, Durando e Ferrari per impedirglielo; questi,

battuto a Cornuda con un corpo di volontari, si ritirava a Treviso,

Durando accorre per sostenerlo, senonchè Nugent rapidissimo passa La

Brenta ed investe Vicenza. Sebbene la piccola e coraggiosa città resista

strenuamente, Nugent può unirsi a Radetzky rialzando le sorti d'una

guerra che avrebbe dovuto esser vinta per l'Italia. Allora Carlo

Alberto, comprendendo finalmente la necessità di tagliare le

comunicazioni dell'esercito austriaco colla Germania, si risolve

all'azione. Il suo esercito è quasi di 70,000 uomini: 5000 toscani sulla

sua destra invigilano Mantova, egli minaccia Peschiera e Verona col

disegno di rendersi padrone nel lago di Garda e dei passi alpini. La

battaglia si mescola ai villaggi di Colà, Sandra e Santa Giustina per

decidersi a Pastrengo: il primo giorno (29 aprile) la fortuna arride

agl'italiani, che avrebbero potuto all'indomani sterminare il nemico se

Carlo Alberto, essendo di domenica, non avesse voluto che l'esercito

ascoltasse la messa prima di riprendere l'attacco; questo ritardo impedì

di cogliere i frutti della vittoria e permise al D'Aspre di rifuggirsi

in Verona, mentre il generale Manno stringeva vittoriosamente Peschiera

e il Sommariva ributtava gli austriaci da Sacca e da Sommacampagna.

Era la prima vittoria italiana, e doveva restare l'ultima.

CAPITOLO TERZO.

La reazione federale

L'allocuzione papale.

Pio IX, spaventato da una minaccia di scisma germanico, che la

diplomazia tedesca, aiutata da molti cardinali e dai gesuiti, gli faceva

credere provocato dalle sue innovazioni politiche e dalla guerra

piuttosto fatta che intimata dall'Austria, il 29 aprile in una

allocuzione concistoriale la disdisse, rigettandone la responsabilità

sulla passione nazionale dei propri sudditi. Era un sofisma povero e

malvagio, giacchè questi erano stati irreggimentati dal governo, e la

guerra italiana avrebbe irremissibilmente sofferto di tale abiura del

pontefice. Naturalmente grande ne fu il fermento in tutta l'Italia: il

ministero Antonelli-Minghetti, che aveva dianzi domandato al pontefice

una franca dichiarazione di guerra contro l'Austria, si dimise; i

circoli politici di Roma tumultuarono; la guardia civica minacciò di

ricorrere alle armi, mentre Pio IX, sbigottito e nullameno fermo a non

recedere dall'allocuzione, mirava per guadagnar tempo ad attenuarne

l'impressione. Qualcuno gli suggerì di andare a Milano oratore di pace e

di un concordato con l'Austria, ma il legato milanese a Roma ne lo

dissuase; gli altri ambasciatori italiani presso la Santa Sede risposero

all'allocuzione con una nota, nella quale, fraintendendone il

significato, scongiuravano il pontefice a non abbandonare la causa della

nazionalità. Questi, compromesso dalle proprie dichiarazioni

concistoriali e persuaso dell'impossibilità per il papato di seguire il

corso della rivoluzione italiana, non cercava più che espedienti

momentanei. E due ne trovò incredibilmente contradditorii. Mandò

monsignor Morichini all'imperatore d'Austria con una lettera

d'esortazione a riconoscere la nazionalità italiana cessando dalla

guerra, e Luigi Carlo Farini, sottosegretario del ministero, al campo di

Carlo Alberto per offrire al re il comando delle truppe pontificie già

implicate nella guerra. Questi accettò con patto che fossero pagate dal

papa e conservassero bandiera papale: l'imperatore d'Austria rispose per

bocca dei propri ministri che il suo diritto sulla Lombardia basava

sopra trattati identici a quelli che garantivano i territori dello stato

pontificio. L'antinomia dei principii costringeva il governo pontificio

a tale assurdità di ripieghi.

Quindi per placare il popolo di Roma, incitato dai tribuni Sterbini e

Ciceruacchio a trascendere, si chiamò al ministero Terenzio Mamiani

venuto recentemente a Roma e divenutovi prontamente autorevole in molti

circoli liberali. Ma cospiratore, prigioniero, esule ritornato ricusando

l'amnistia, e segnato all'Indice per le proprie opere filosofiche, egli

riassumeva in se stesso tutto il ridicolo e il pericolo del

costituzionalismo pontificio. Il papa in lui chiamava un eretico per

affidargli lo stato, e l'eretico accettava il mandato, credendo

possibile un governo di libertà colla corte papale e col principio

ieratico romano. Però egli volle facoltà di proseguire la politica del

caduto ministero verso la guerra italiana, e che la segreteria degli

affari esteri temporali fosse data ad un ministro laico, che fu il poeta

bolognese Marchetti. La posizione politica del governo romano,

serbandosi immutata, peggiorava. Il ministero precedente aveva armato

volontarii e truppe regolari contro l'Austria, permettendo loro di

passare il Po e subordinandole poi a Carlo Alberto senza osare d'intimar

guerra all'Austria: il papa confessava in un'allocuzione concistoriale

la propria impotenza a distogliere i sudditi dalla guerra, e il suo

nuovo ministero la voleva mantenuta pure non dichiarandola. Luigi Carlo

Farini, rivoluzionario sbracato mutatosi in moderato intransigente,

prima di partire pel campo di Carlo Alberto, aveva consigliato molte

misure di repressione per salvare nella sovranità temporale e

costituzionale del papa l'arca santa della patria e della rivoluzione

italiana.

Ma l'effervescenza popolare non accennava a sedarsi, Ciceruacchio, che

aveva abbattuti i portoni del ghetto liberando gli ebrei dalla prigionia

millenaria d'ogni sera, lo Sterbini e il Fiorentino fautori della

propaganda rivoluzionaria spingevano a partiti estremi per rovesciare

quel grottesco simulacro di costituzionalismo papale: il malcontento dei

volontarii romani abbandonati in faccia al nemico come ribelli del

proprio sovrano, e quindi sbandatisi o per viltà di coscienza religiosa

o per difetto di coraggio militare, giungeva a Roma esasperando lo

spirito pubblico: si urlava al tradimento del papa, si parlava di

prigionieri romani impiccati dai tedeschi, si denunciavano congiure

liberticide di cardinali e di gesuiti, si cominciava a riconoscere nella

fisima politica dei moderati un pericolo capitale per la patria. La

polizia sempre governata dal Galletti assecondava la piazza invece di

frenarla; Mamiani, perduto nel sogno di un costituzionalismo pontificio,

nel quale il papa non entrasse più che in ogni altro governo il vescovo

della capitale, e combattuto dal partito dei chierici e dei

clericaleggianti, doveva appoggiarsi sulla parte avanzata, perdendo così

colla sincerità delle idee ogni sicurezza di base politica.

Il tradimento di Ferdinando II.

Intanto gli effetti dell'allocuzione papale si facevano sentire per

tutta Italia. Primo ad approfittarne fu il Borbone di Napoli che, avendo

concesso proditoriamente la costituzione, spiava l'occasione per

cassarla: Pio IX gliela fornì. Già, il legato napoletano a Roma non

aveva voluto firmare la nota presentata al pontefice da tutti gli

ambasciatori italiani, perchè correggesse almeno con nuova

interpretazione il tristo significato dell'allocuzione: gli ordini di re

Ferdinando al generale Pepe e all'ammiraglio De Cosa, mandati alla

guerra, erano di non spingersi all'attacco se non dietro nuove

istruzioni subordinate agli accordi in corso con Carlo Alberto; ma anche

questa era una lustra, della quale il ministero essendo conscio

diventava complice per fiacchezza d'animo. Un ministro solo, l'Imbriani,

si dimise nobilmente; gli altri rimasero col Troya, e si macchiarono.

L'apertura del parlamento essendo fissata pel 15 maggio, la sua

inaugurazione col solito costume napoletano doveva aver luogo nella

chiesa di S. Lorenzo: solennità religiosa intesa a scemarne il carattere

civile. Ma scoppiarono dissidi fra il re e i deputati per la formula del

giuramento, che questi voleva rigorosamente cattolico comprendendo nello

stato la Sicilia già emancipatasi, e quelli non intendevano prestare

oltre i limiti della costituzione. Gli animi si accesero: i deputati

raccolti nella grande sala di Monteoliveto tempestavano, il ministero si

dimetteva, il popolo, vedendo le truppe regie circondare la reggia quasi

a difesa minacciosa, gridò: barricate! Allora il re parve cedere

accettando la formula proposta dal ministero, ma non era che un inganno

supremo; e, mentre la camera invitava il popolo alla calma e questo si

disponeva già a disfare le barricate, un colpo di fucile sparato ad arte

accese la battaglia. Il re cinto dagli svizzeri, che contrariamente al

disposto dello statuto non aveva mai voluto licenziare e che il ministro

Conforti gli aveva ingenuamente concesso quasi a guardia contro una

possibile sommossa repubblicana, e dei quali Pepe anche più ingenuamente

aveva sperato far soldati per la guerra d'Italia, alzava sulla reggia la

bandiera rossa, segnale ai forti di Castel Sant'Elmo di bombardare la

città. Nella battaglia orrenda infuriarono i lazzari istigati dalla

corte e dal clero: si rinnovarono le atrocità del '99, eroismi e

demenze, lubricità sanguinanti e sanguinarie di soldatesche senza patria

e senza legge. Si urlava: viva il re e muoia la nazione! Il massacro

procedeva, avvolgeva, copriva la battaglia. A Milano erano stati

rispettati i poliziotti prigionieri e i soldati austriaci; a Napoli si

scaraventavano dalle finestre bambini ed infermi, si stupravano donne

fra cadaveri, sotto gli occhi dei figli, ferite, moribonde, già morte.

Intanto i deputati incorreggibilmente accademici discutevano per

nominare un comitato di salute publica; solo quando un capitano

svizzero, entrando colla sciabola sguainata nella grande sala di

Monteoliveto, intimò loro di sciogliersi in nome del re, il vecchio

Cagnazzi gl'impose con irresistibile dignità d'uscire e l'assemblea si

sbandò firmando prima una fiera protesta del deputato Mancini. Epica

teatralità, alla quale mancò l'eroismo del fatto!

Dopo otto ore la battaglia era finita: il re aveva vinto.

La flotta francese ancorata nel porto aveva assistito impassibile

all'eccidio, perchè la politica della grande republica, pure offerendo

aiuti a Carlo Alberto in Lombardia, non voleva abbattuto a Napoli il

Borbone per gelosia di un grande regno che potesse unificare l'Italia.

Quindi il trionfo del re ebbe, fra i saturnali della plebaglia e le

benedizioni del clero, i complimenti di tutte le diplomazie.

Ma se nella battaglia i soldati regi erano stati atroci, i patrioti si

erano mostrati scarsi: il loro infelice valore non aveva compensato

politicamente la pochezza del numero, nel quale parve a tutti e

specialmente agli stranieri quanto ristretto fosse nel regno il

sentimento liberale contro il popolesco fanatismo monarchico-religioso.

L'imperdonabile remissività del ministero conscio dei tradimenti del re,

la solennità accademica del parlamento, il contegno della stampa,

l'indole stessa della costituzione conceduta e la sua sciagurata

applicazione nelle provincie, l'assoluta mancanza di patriottismo

nell'esercito e nel popolo, la strage seguita e le minime ed effimere

insurrezioni calabresi che vi risposero e a domare le quali bastò la

presenza dei generali Nunziante e Basacca, dovettero convincere anche i

più fiduciosi fra i rivoluzionari che le speranze della rivoluzione

italiana non avrebbero mai potuto fiorire al bel sole napoletano. Il

terzo esperimento di libertà vi era riuscito più meschino del primo e

più infelice del secondo: nè il re, nè l'aristocrazia, nè la borghesia,

nè il popolo, nè i rivoluzionari medesimi vi si erano mostrati con

migliori attitudini e più moderne idee. La corte aveva tradito,

l'aristocrazia era rimasta estranea o inconciliabile colla rivoluzione,

la minoranza magnanima ma scarsa della borghesia non aveva potuto

resistere al bestiale monarchismo del popolo, mentre l'ostinata

credulità dei rivoluzionari al re offuscava ancora dopo la strage nella

loro stessa coscienza gl'istinti dell'italianità.

Soffocata nel sangue l'opposizione costituzionale, Ferdinando non osò

sopprimere tosto la costituzione: la Sicilia era ancora ribelle, nelle

Calabrie Giuseppe Ricciardi alla testa di pochi insorti, ai quali si era

aggiunta una grossa schiera di siciliani guidata da Ribotti, bandiva un

proclama per radunare la dispersa assemblea e rovesciare la monarchia;

Guglielmo Pepe a Bologna con 8000 uomini, De Cosa colla flotta

nell'Adriatico, potevano ritornare ribelli su Napoli, rianimandovi la

rivoluzione. Quindi i primi decreti e il nuovo ministero, nel quale

ricomparve più tristo il Bozzelli, riaffermarono per meglio distruggerla

l'integrità della costituzione; ma quando Pepe, abbandonato vilmente da

quasi tutto l'esercito, andò a Venezia con un sol battaglione di

napoletani, e De Cosa, assentendo al voto dei propri ufficiali,

abbandonò l'eroica città alla tragedia dell'assedio imminente, il re,

fatto sicuro, stracciò lo statuto come una maschera insanguinata, che

gl'impediva di mostrare al popolo la feroce esultanza del proprio

tradimento.

Le annessioni al Piemonte.

Alle notizie della crudele reazione napoletana la Sicilia ribelle e

presaga di morte si scosse: nel resto d'Italia gli animi già esaltati

dall'incessante battaglia di troppe contradizioni precipitarono nelle

decisioni estreme come ad un ultimo assalto. I moderati fecero ogni

opera per affrettare le annessioni al Piemonte; i republicani urlarono

al tradimento, additando nel Borbone il simbolo di tutti i principi

d'Italia. Carlo Alberto rimasto solo alla guerra, mentre l'Austria

veniva sedando i propri contrasti interni, peggiorava ogni giorno nelle

armi e nella politica; il disegno della federazione italiana, benchè

corresse ancora per le mani della diplomazia, non era più che un cencio

incapace di mutarsi in bandiera; la guerra popolare sognata dai

republicani non accennava a prorompere e, quantunque i governi

provvisori accontatisi col Piemonte rimanessero ad impedirla, non

sarebbe egualmente scoppiata per mancanza d'entusiasmo nel popolo, di

accordo nei capi e di concetti chiari e pratici in tutti. L'antico

disegno dei Savoia, dacchè il loro montano principato era cresciuto a

regno, di conquistare tutta la valle del Po diventava fatalmente il

supremo proposito del partito moderato, nemico del pari alla rivoluzione

e allo straniero. Dal concetto della federazione a quello di un'Italia

del nord il passo era breve: Milano non aveva saputo gridarsi in

repubblica, Venezia insorta per questo nome non vi aveva guadagnato

abbastanza vitalità per salvarsi in tanto pericolo di guerra. D'altronde

le altre grosse città di provincia non aderivano alle due capitali con

devozione incondizionata. Milano, interrompendo l'epopea delle cinque

giornate ed accordandosi con rilassatezza colpevole all'esercito del re

di Piemonte, si era suicidata; Venezia, affermandosi republica in un

impeto di classica rettorica, non aveva poi partecipato alla guerra

contro l'Austria con abbastanza gloria per resistere al confronto del

proprio passato e a quello più urgente dell'esercito piemontese.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 13 / 30 段