Alla notizia della rivoluzione viennese il vicerè Ranieri (17 marzo

1848) fugge sbigottito a Verona; Milano, stupita, invece d'insorgere

profittando delle agitazioni di quell'ora, parlamenta; i più autorevoli

fra i patrioti moderati sognano ancora un principato autonomo in una

specie di consorzio politico delle nazioni componenti l'impero, mentre

il governo, falsificando dispacci, largheggia di promesse che tradiscono

il suo timore. Nullameno l'ispirazione popolare guadagna i capi: ogni

ora precipita le decisioni, si aduna un comitato senza nome, nel quale

non si osa ancora la rivolta e si ricusano come insufficienti tutte le

concessioni. Una dimostrazione sotto il palazzo del governo degenera in

lotta, il governatore messo alle strette firma l'ordine che destituisce

la polizia e affida al municipio la guardia della città, ma il

maresciallo Radetzki, niente atterrito dal caso, sguinzaglia parte delle

truppe nelle strade per atterrire la popolazione. Allora l'opposizione,

già cresciuta a lotta, prorompe a mischia. In ogni canto sorgono

barricate costrutte da inermi coll'infallibile ispirazione del momento,

mentre di sui tetti, dai campanili, dalle finestre scoppia una battaglia

ardente come un incendio, nella quale tutto il popolo è al tempo stesso

capitano e soldato. Le campane, suonando a stormo con instancabile

impeto, sembrano gettare all'Italia un appello disperato, il palazzo

municipale preso e ripreso s'insanguina d'eroici cadaveri, ma la

insurrezione domata in un punto vampeggia su tutti gli altri. Invano

Radetzki minaccia di bombardare la città accerchiandone coi propri

soldati i bastioni, più invano il municipio presieduto dal conte Gabrio

Casati, obliqua figura di aristocratico liberale, vorrebbe patteggiare

col nemico, giacchè Carlo Cattaneo, la mente più poderosa della città,

cinto da uno stuolo di giovani, fra i quali primeggia Enrico Cernuschi,

dirige con mirabile alacrità la battaglia. Teatri e musei privati

forniscono le prime armi, che, troppo scarse al bisogno, sono sostituite

da qualunque arnese di morte: nulla sgomenta i ribelli, si bruciano

edifizi, si conquistano cannoni, ogni casa diventa fortezza, si

assaltano le caserme con valore irresistibile e una scienza improvvisata

di guerra. Il popolo potente di concordia supera se stesso nella

generosità, rispettando prigionieri i più truci capi della polizia

austriaca; non un misfatto guasta la vittoria, che Anfossi col proprio

sangue e Luciano Manara con un eroismo foriero di eroismi maggiori

consacrano: e mentre il municipio inguaribilmente timido sta per cadere

nell'agguato tesogli da Radetzki con una proposta di armistizio, e si

muta all'ultima ora in governo provvisorio a frenare l'impeto della

rivoluzione che potrebbe forse salvare l'Italia, battaglioni di

volontari cacciano gli austriaci dalla città. Governo provvisorio e

comitato di guerra vi rimangono padroni e rivali.

Intanto Como è già insorto patteggiando col proprio comandante Baumüller

che la custodia della città sia divisa fra la guardia civica

improvvisata e il presidio militare, ma questo capitola dopo due giorni;

Bergamo e Brescia costringono gli austriaci alla fuga; Cremona induce il

battaglione italiano Ceccopieri a fraternizzare col popolo; Verona,

assediando il vicerè Ranieri rifuggitovisi, lo obbliga ad accordare

l'armamento della guardia civica; Mantova costringe il proprio

governatore Gorczkowsky alla stessa concessione.

Pare una leva in massa contro lo straniero e nullameno la rivoluzione

fallisce: si combatte l'Austria, ma non si afferma ancora nettamente

l'Italia, il concetto della nazionalità s'intorbida nella lotta, non si

sa quale governo costituire o a chi darsi. La secolare soggezione allo

straniero dura in fondo a quasi tutte le coscienze, il movimento

municipale rimane frammentario e contradittorio, manca la bandiera ai

combattenti e l'idea ai rivoluzionari. Quasi tutte le città sono insorte

al grido di Viva Pio IX, che non può essere nè il loro sovrano nè quello

d'Italia: la rivolta, incapace di sorpassare la propria negazione, si

contradice nelle intenzioni e vien meno nelle misure. Così Bergamo e

Brescia si lasciano sfuggire l'arciduca Sigismondo, Cremona manda libero

il comandante austriaco, Mantova abbindolata dal proprio vescovo non

occupa i fortilizi e non cattura l'arciduca d'Este fuggiasco

dall'insurrezione di Modena, Verona non osa impadronirsi del vicerè

Ranieri. Modena si è sollevata contro il proprio giovane duca, più vile

ma non meno tristo del padre Francesco IV; Parma si è ammutinata contro

il duca Lodovico, mentre Piacenza sempre rivale ha già formato un

governo provvisorio separato, e la loro ribellione non mostra ancora

carattere nè rivoluzionario nè militare. Il duca vi delega una reggenza

per compilare una costituzione; quindi, colpito da vecchie e legittime

diffidenze, vi rimane semiprigioniero qualche giorno, finchè esula,

commettendo al municipio la nomina di un governo provvisorio ed

invocando sullo stato la tutela di Carlo Alberto.

Mentre Milano al quinto giorno interrompe la propria insurrezione colla

minaccia dello straniero, Venezia riscossa dal rombo della battaglia

lombarda, si era già precipitata alle carceri per liberare Tommaseo e

Manin. Prima gli operai dell'arsenale vi trucidano un colonnello, Manin

con poche guardie civiche s'impossessa dei cinquantamila fucili che vi

sono in deposito e punta le artiglierie contro la caserma dei croati,

lasciando il municipio stringere dappresso il governatore per

costringerlo a capitolare. Gli austriaci, ritirandosi con tutti gli

onori delle armi, odono il formidabile urlo popolare ripetere per tutte

le isole della laguna il grido di Manin: viva la republica! Le antiche

glorie paesane rifiammeggiano nelle fantasie, Manin acclamato presidente

sarà l'ultimo doge di questa suprema scena repubblicana, che cancellerà

col sangue di molti prodi l'onta di Campoformio. Padova, Treviso,

Vicenza, Rovigo, Udine, Belluno si ribellano; pochi insorti espugnano i

forti d'Osoppo e di Palmanova, ma anche le città venete ripetono

l'errore delle città lombarde. Verona resta in mano al nemico, Venezia

tentando impadronirsi della squadra austriaca di Pola, montata da

marinai veneti, con un dispaccio annunziante loro la rivoluzione, si

serve di un vapore del Lloyd e permette al Palffy dianzi governatore di

salirvi. Naturalmente questi fa rotta per Trieste e le autorità di Pola,

informate a tempo, impediscono l'ammutinamento delle ciurme.

Radetzky, respinto dall'insurrezione di tutti i paesi, si era dovuto

chiudere nell'imprendibile quadrilatero di Mantova, Verona, Legnago e

Peschiera. L'Austria, sconquassata dalla rivoluzione di Vienna e

aggredita da quella d'Italia, dominava ancora sulla penisola dall'alto

di fortezze, alle quali solamente eserciti regolari potevano porre

l'assedio. I lupi ammassati negli antri spaventerebbero quindi fra poco

quegli stessi cacciatori, che li cacciavano con gioconda intrepidezza

pei campi.

A Milano la rivoluzione vittoriosa dello straniero soccombe al proprio

problema. Poichè il moto italiano è federale, Milano non può che

incorporarsi al Piemonte o erigersi in seconda repubblica: ma nel primo

caso la dedizione contrasta ai sentimenti liberali e al legittimo

orgoglio del popolo tuttora insanguinato della propria vittoria, nel

secondo un'altra repubblica Cisalpina con Milano capitale sarebbe

osteggiata da tutte le altre città minori insorte, dai principi d'Italia

e dall'Europa monarchica. D'altronde un nuovo stato lombardo non avrebbe

radice nè nella tradizione troppo remota, giacchè alla Cisalpina di

fondazione francese mancarono sempre autonomia e libertà, nè nell'idea

rivoluzionaria inconsciamente aspirante all'unità. L'insurrezione contro

l'Austria, determinata da feroci angherie di governo straniero, non

aveva ancora in se stessa abbastanza odio per mutarsi in vera

rivoluzione. Infatti le campagne partecipavano ben poco al moto delle

città; queste, contente alla cacciata del nemico, non lo inseguirono,

rispettarono gli agenti di polizia prigionieri, accettarono per capi

molti di quella aristocrazia che aveva sempre più o meno servito

all'Austria. Non si osò di colpire gli arciduchi, si credette alla

parola dei vescovi, non si ardì negare assolutamente lo straniero,

inseguendolo colle spade alle reni, trucidando i suoi adepti,

precipitando la guerra civile coi falsi liberali, e cogli aperti

austriacanti. Si rifuggì da una dichiarazione francamente republicana,

non si comprese la necessità del terrore. Il grido di viva Pio IX, col

quale cominciò l'insurrezione, non poteva essere il grido di nuovo

Vespro Lombardo: la supremazia lasciata al municipio reazionario era già

una confessione di servitù, la guerra non proseguita immediatamente

indicava la stanchezza succeduta ai primi sforzi. Il comitato stesso di

guerra non seppe schiacciare il municipio, assumere l'immensa

responsabilità della rivoluzione, e spingendo il popolo all'estremo

tagliargli la ritirata. L'esempio della Convenzione francese o non fu

ricordato o atterrì anche i più audaci. Si volle essere generosi quando

nell'implacabilità stava la salute; non si capì che ad una rivoluzione

occorre una passione eslege e un'idea chiara. Milano, insorgendo contro

gli austriaci non fu nè lombarda, nè italiana, nè republicana, nè regia:

quindi la vittoria insperata, costringendola a rivelarsi, la confuse. Se

la grande metropoli avesse avuto ancora l'antica supremazia, sentendosi

viva nel cuore la superbia del proprio comune, si sarebbe gridata

republica, e la Lombardia l'avrebbe seguita: ma ciò non fu e non poteva

essere. Se la federazione fosse stata nella sua coscienza avrebbe fino

dalla prima ora invocato il Piemonte, gridando il nome di Carlo Alberto

invece di quello di Pio IX, costituendo un'Italia del nord, e Venezia

forse trascinata dall'esempio avrebbe dimenticato il proprio passato

aderendovi.

Ma la rivoluzione federale di allora, falsa nell'idea e nel processo,

doveva avvolgersi per tutte le provincie d'Italia nelle stesse

contradizioni: Mazzini, che pronto a rimpatriare cospirava da Parigi

fondandovi una nuova associazione nazionale, si lasciò soverchiare dal

moto: combattè cogli scritti l'illusione monarchico-papale, e vi

cedette, invece di spingere i propri aderenti ad un'azione schiettamente

rivoluzionaria, quantunque tragico ne fosse poi il risultato. Il suo

temperamento di moralista e la sua tempra di apostolo non erano da

tanto: sarebbe stato un tentativo inutile ma logico, e non uno dei

capiparte si mantenne logico in quella tormenta. Dei due problemi della

libertà e dell'indipendenza, così profondamente compenetrati, nessuno

doveva essere sciolto, perchè in nessuno vi poteva essere accordo di

tutti. Infatti nemmeno in quello dell'indipendenza, che pareva il più

facile, si convenne. I governi italiani assisterono allo scoppio della

ribellione lombardo-veneta senza decidersi; l'aborrimento ai tedeschi

nelle provincie, non da questi occupate, era nel popolo poco più di una

antipatia: il caso di Milano non riguardava che il Piemonte, il quale

solo poteva profittarne, incorporandosela.

Così fra il comitato di guerra e il governo provvisorio milanese

s'accese colla vittoria una infelice rivalità: questo avrebbe voluto

aderire subito al Piemonte per uscire dall'instabilità della sommossa,

ed era il partito dei nobili e dei ricchi inteso a profittare dei

risultati delle cinque giornate; quello, composto di coloro, che

realmente avevano vinto, rifuggiva da una dedizione incondizionata al

Piemonte. Il dibattito difficile si fece presto aspro. Piemonte e Carlo

Alberto non meritavano tale sacrificio, giacchè non avevano nè giovato

alla Lombardia, nè operato per l'Italia: ma la dedizione diventava

inevitabile senza la proclamazione di un'altra Cisalpina. Il comitato di

guerra, incapace di fare una vera rivoluzione, scelse un mezzo termine

inutile nel risultato ed ingenuo nella procedura, accettando il Piemonte

e lasciando in sospeso la decisione sulla forma di governo. A guerra

finita il popolo avrebbe deciso: come se col Piemonte vittorioso la

Lombardia avesse poi potuto evitare di esservi incorporata!

Ma quest'accademia ammansava le suscettibilità dei rivoluzionari, che

volevano salve le forme dei plebisciti.

Adesioni di guerra.

Intanto in Piemonte governo e paese fremevano d'opposti sentimenti. Le

diplomazie europee, spaventate da tante rivoluzioni simultanee,

premevano sul piccolo stato sconsigliandolo dall'entrare nell'incendio

per non farlo maggiore: la corte, già inquieta per le novelle

repubblicane di Francia, si atterriva all'impreveduta insurrezione

lombarda, che poteva costituire sul confine orientale un'altra

republica, mentre il popolo, abbandonandosi alla propria avversione pei

tedeschi, urlava d'entusiasmo. Carlo Alberto, sempre più piemontese che

italiano, più tiranno che re, più ingordo di conquista che disposto a

servire l'Italia formandola in nazione, tentennava. Quindi le sue misure

oblique di governo confondono, poi esasperano la folla: ordina

d'arrestare quanti volontari tentino guadare il Ticino per soccorrere i

fratelli lombardi, ricusa di ricevere il conte Arese ambasciatore di

Milano, e deputa il conte Martini al governo provvisorio e al comitato

di guerra per offrire loro l'aiuto regio a patto di una dedizione

incondizionata. Ma il Cattaneo gli risponde con nobile alterezza. Poi

alla notizia che l'insurrezione è vittoriosa, Radetzky in fuga e Venezia

in armi, Carlo Alberto si decide vinto dalla paura di un'altra

ribellione piemontese. Genova già tumultuava, volontari armati passavano

malgrado ogni divieto il confine, la stampa alzava la voce, l'ora delle

esitanze era fatalmente trascorsa. Il re, che diceva segretamente

all'Europa di entrare in Lombardia per impedirvi una repubblica, mandò

quindi il proprio proclama agl'insorti chiamandoli fratelli e

dichiarando che l'Italia questa volta avrebbe fatto da sè. Era questa

una risposta a coloro che invocavano l'aiuto di Francia e di Svizzera,

una dichiarazione regia colla quale Carlo Alberto si affermava

aprioristicamente sovrano dell'impresa.

Il 25 marzo il generale Bes piemontese passava il Ticino, dando alle

proprie truppe il vessillo tricolore; il 31 Carlo Alberto s'accampava a

Lodi con 22,000 fanti, 2200 cavalli e 5 batterie. L'esercito era scarso,

male agguerrito, guidato da generali inetti. Il re, lasciando il

Piemonte, aveva ordinato al popolo di mantenersi quieto; la guerra

doveva essere regia anzichè nazionale perchè la rivoluzione non

soverchiasse.

L'insurrezione lombarda vittoriosa su tutti i punti, mentre le truppe

piemontesi s'inoltravano nel suo territorio, lambiva il Tirolo: Trento

si era profferta a Mantova per aiuti, ma non aveva avuto risposta;

battaglioni di volontari occupavano già le valli dell'Adda e dell'Oglio,

l'insurrezione veneta aveva dato in mano ai montanari della Carnia e del

Cadore i passi dall'Austria all'Italia. Nel primo entusiasmo della

rivolta una sottoscrizione aperta in Milano aveva fruttato in soli due

giorni quasi un milione: i ruoli dei volontari si allungavano, mentre i

soldati italiani al servizio dell'Austria disertavano. A questa non

rimanevano che 50,000 uomini rotti e sbigottiti nel Quadrilatero.

Il resto dell'Italia infervorato scriveva di aiuti, affrettandosi a

mandarli. Giuseppe Garibaldi, già salpato da Montevideo per confortare

questa guerra santa colla propria mirabile abitudine della vittoria,

stava per discendere a Genova. Una squadra di operai, reclutata a Londra

e a Parigi dal generale Antonini, vi era già stata arrestata dal governo

piemontese sempre più diffidente che mai della rivoluzione.

A Milano la lotta fra il comitato della guerra scioltosi volontariamente

e il governo provvisorio si accaniva sotto le apparenze di un accordo

patriottico. Cattaneo si era ritirato dall'arringo; Mazzini, entrato in

Milano fra immense ovazioni, aveva dichiarato la propria neutralità

perchè la nazione a guerra vinta decidesse poi della propria forma di

governo; ma l'antagonismo politico della rivoluzione popolare colla

conquista regia non poteva placarsi per riserve di capi o per espedienti

di costituzionalismo. I rivoluzionari spingevano con tutta possa

all'armamento del popolo per assicurare la cacciata dell'Austria da

tutta l'Italia e, cooperandovi gloriosamente, essere poi in grado di

resistere all'assorbimento della monarchia piemontese: questa, già

accordatasi col governo provvisorio, più aristocratico che italiano e

più monarchico che patriotta, contrastava ad ogni iniziativa popolare,

persuadendo che Milano aveva già fatto anche troppo e al resto

basterebbero gli eserciti piemontesi. Naturalmente la sincerità era

scarsa in tutti i partiti: i radicali, per quanto più fervidi nell'odio

all'Austria, non potevano così dimenticare i vecchi tradimenti di Carlo

Alberto da sacrificargli in questa ora suprema ogni speranza di libertà

e d'indipendenza: i moderati, consci della viltà mostrata nelle cinque

giornate e della propria costante servilità all'Austria, diffidavano di

una rivoluzione, nella quale sentivano che il primo atto avrebbe dovuto

essere la loro espulsione. Il popolo si veniva raffreddando in siffatta

lentezza di guerra e in quel dubbio umiliante che gli toglieva di

riconoscersi una patria e un governo. Carlo Alberto sempre teatrale

aveva dichiarato che non entrerebbe a Milano se non vittorioso, e

perdeva gl'inestimabili vantaggi di un primo assalto contro Mantova

ancora sguernita. I volontari capitanati da Teodoro Lechi, republicani i

più, venivano lasciati senz'armi, senza vestiario, senza denaro: si

cercava di limitare il numero delle loro iscrizioni; poi sospinti nel

Tirolo, ai passi delle Alpi, impediti di combattere, forzati ad

abbandonare quei luoghi e le insurrezioni nascenti, finalmente

richiamati, furono con malvagia umiliazione disciolti. Si ricusavano gli

esuli divenuti illustri combattendo per la libertà d'altri popoli:

Mickiewicz con pochi volontari polacchi era tenuto quasi prigioniero

nell'ozio increscioso di una caserma per timore di spiacere allo czar, e

non fu poi chiamato al campo che per impedirgli di accorrere a Venezia:

Enrico Cialdini, che diventò poscia generale del Piemonte, ributtato dal

Collegno, dovette andare a Venezia per battersi, e vi cadde ferito;

Giuseppe Garibaldi, generosamente dimentico della condanna capitale

ancora sospesa sul suo capo, fu indarno stancato dal ministro Sobrero

con ogni più bassa maniera d'infingimenti: il Fanti e il Cucchiari

respinti, il Cernuschi e l'Anelli imprigionati.

Carlo Alberto, più facile a sperare in maneggi diplomatici che nella

sorte delle armi, si acquetava già nel disegno segreto di un'Italia del

nord dimenticando il Tirolo, diffidando di Venezia risorta republica,

seguitando a trattare con Vienna, ordinando alla propria marina di non

commettere ostilità contro le navi da guerra austriache e di rispettare

tutti i bastimenti naviganti sotto bandiera tedesca. Il lavoro della

diplomazia piemontese, allora presieduta da Cesare Balbo, mirava a

precipitare le annessioni lombardo-venete senza offendere troppo

l'Austria, per ottenere, secondo i consigli del Gioberti, un

accomodamento fortunato. A ciò occorreva impedire la lega italica, della

quale il papa farneticava ancora, e non ammettere alla guerra troppe

altre armi.

Mentre la Toscana, sollevatasi all'annunzio della rivoluzione di Vienna

e della prima giornata di Milano, apprestava un piccolo corpo di

volontari esaurendosi nelle solite dimostrazioni patriottiche, il

granduca Leopoldo con vecchia arte di governo intendeva a profittare del

loro chiasso per occupare i territori estensi di Fivizzano, Massa

Carrara e Pontremoli. Ma, poichè il fermento cresceva, dovette bandire

la guerra nazionale carteggiando segretamente col Radetzky. I

provvedimenti monetari di guerra furono derisorii: non s'impose che una

tassa straordinaria sui fondi corrispondente alla terza parte

dell'ordinaria, e una ritenzione progressiva dell'uno al 5% sullo

stipendio degl'impiegati, entrate non esigibili che nel corso di

un'annata: allora si era di marzo. Per l'esercito non si ordinò che una

leva di 2000 uomini sulla coscrizione del 1819, lasciando sprovvisti di

ogni bisognevole i volontari.

A Roma gli echi delle insurrezioni trionfanti nel nome del pontefice

gettavano il suo governo nella crisi di problemi insolubili. Dopo le

riforme gli statuti, dopo gli statuti la guerra. L'inesorabile logica

della storia affrettava la catastrofe. Invano Pio IX credeva di poter

resistere alla scissura della propria duplice sovranità spirituale e

politica, coprendo la responsabilità del principe coll'infallibilità del

papa. La marea della publica opinione lo soverchiò, imponendogli di

concedere al ministro della guerra Aldobrandini la formazione di un

piccolo esercito, e tre giorni dopo (23 marzo) l'apertura dei ruoli per

l'iscrizione dei volontari, affidando la loro organizzazione al generale

Ferrari. La folla fu tale alle iscrizioni che si dovettero chiudere

entro 24 ore per mancanza di armi. Gli armati invece non superarono i

2300, e Giacomo Durando, generale piemontese mandato da Carlo Alberto,

ne assunse il comando supremo. Erano preparativi di guerra, mentre si

chiedeva scusa all'Austria degli stemmi imperiali abbattuti e bruciati

dal popolo, che aveva scritto sul portone dell'ambasciata tedesca:

Palazzo della Dieta italiana. Papa e ministri egualmente incerti non

avevano più che l'assurda idea di combinare diplomaticamente una dieta

italiana, quando la guerra ferveva contro lo straniero e alla guerra si

sarebbe dovuto aiutare con ogni sacrificio.

Ma le Provincie papaline tumultuavano. Bologna, sollevatasi per aiutare

Modena a cacciare il duca, era rimasta in armi per la guerra lombarda,

traendo coll'esempio tutte le Romagne. La guerra era nelle fantasie,

nelle coscienze, nei problemi, che sollevava ed imponeva, aggirando le

teste, confondendo simboli e fatti, principii e espedienti. Pio IX,

vinto ancora una volta dalla poesia del momento, dovette bandire ai

popoli d'Italia un ultimo proclama altrettanto incerto nelle frasi e

nelle idee, monito ed insieme benedizione che essendo di papa parve

essere di Dio, e venendo dal principe persuase che egli pure si

accordasse alla grande impresa contro lo straniero. L'entusiasmo crebbe:

i volontari mossero da Roma ai confini settentrionali dello stato

coll'ordine di difenderli, ma col proposito di varcarli. Era una festa,

si parlava di crociata, si distribuivano croci per coccarde ai soldati,

che per la maggior parte non credevano più nè alla religione del papa nè

al diritto del re. Infatti a Roma l'agitazione rivoluzionaria aumentando

di giorno in giorno forzò pontefice e ministero a scacciare i gesuiti.

Non era ancora la rivolta allo statuto, ma era già la negazione del suo

principio fondamentale ieratico.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 12 / 30 段