1848) fugge sbigottito a Verona; Milano, stupita, invece d'insorgere
profittando delle agitazioni di quell'ora, parlamenta; i più autorevoli
fra i patrioti moderati sognano ancora un principato autonomo in una
specie di consorzio politico delle nazioni componenti l'impero, mentre
il governo, falsificando dispacci, largheggia di promesse che tradiscono
il suo timore. Nullameno l'ispirazione popolare guadagna i capi: ogni
ora precipita le decisioni, si aduna un comitato senza nome, nel quale
non si osa ancora la rivolta e si ricusano come insufficienti tutte le
concessioni. Una dimostrazione sotto il palazzo del governo degenera in
lotta, il governatore messo alle strette firma l'ordine che destituisce
la polizia e affida al municipio la guardia della città, ma il
maresciallo Radetzki, niente atterrito dal caso, sguinzaglia parte delle
truppe nelle strade per atterrire la popolazione. Allora l'opposizione,
già cresciuta a lotta, prorompe a mischia. In ogni canto sorgono
barricate costrutte da inermi coll'infallibile ispirazione del momento,
mentre di sui tetti, dai campanili, dalle finestre scoppia una battaglia
ardente come un incendio, nella quale tutto il popolo è al tempo stesso
capitano e soldato. Le campane, suonando a stormo con instancabile
impeto, sembrano gettare all'Italia un appello disperato, il palazzo
municipale preso e ripreso s'insanguina d'eroici cadaveri, ma la
insurrezione domata in un punto vampeggia su tutti gli altri. Invano
Radetzki minaccia di bombardare la città accerchiandone coi propri
soldati i bastioni, più invano il municipio presieduto dal conte Gabrio
Casati, obliqua figura di aristocratico liberale, vorrebbe patteggiare
col nemico, giacchè Carlo Cattaneo, la mente più poderosa della città,
cinto da uno stuolo di giovani, fra i quali primeggia Enrico Cernuschi,
dirige con mirabile alacrità la battaglia. Teatri e musei privati
forniscono le prime armi, che, troppo scarse al bisogno, sono sostituite
da qualunque arnese di morte: nulla sgomenta i ribelli, si bruciano
edifizi, si conquistano cannoni, ogni casa diventa fortezza, si
assaltano le caserme con valore irresistibile e una scienza improvvisata
di guerra. Il popolo potente di concordia supera se stesso nella
generosità, rispettando prigionieri i più truci capi della polizia
austriaca; non un misfatto guasta la vittoria, che Anfossi col proprio
sangue e Luciano Manara con un eroismo foriero di eroismi maggiori
consacrano: e mentre il municipio inguaribilmente timido sta per cadere
nell'agguato tesogli da Radetzki con una proposta di armistizio, e si
muta all'ultima ora in governo provvisorio a frenare l'impeto della
rivoluzione che potrebbe forse salvare l'Italia, battaglioni di
volontari cacciano gli austriaci dalla città. Governo provvisorio e
comitato di guerra vi rimangono padroni e rivali.
Intanto Como è già insorto patteggiando col proprio comandante Baumüller
che la custodia della città sia divisa fra la guardia civica
improvvisata e il presidio militare, ma questo capitola dopo due giorni;
Bergamo e Brescia costringono gli austriaci alla fuga; Cremona induce il
battaglione italiano Ceccopieri a fraternizzare col popolo; Verona,
assediando il vicerè Ranieri rifuggitovisi, lo obbliga ad accordare
l'armamento della guardia civica; Mantova costringe il proprio
governatore Gorczkowsky alla stessa concessione.
Pare una leva in massa contro lo straniero e nullameno la rivoluzione
fallisce: si combatte l'Austria, ma non si afferma ancora nettamente
l'Italia, il concetto della nazionalità s'intorbida nella lotta, non si
sa quale governo costituire o a chi darsi. La secolare soggezione allo
straniero dura in fondo a quasi tutte le coscienze, il movimento
municipale rimane frammentario e contradittorio, manca la bandiera ai
combattenti e l'idea ai rivoluzionari. Quasi tutte le città sono insorte
al grido di Viva Pio IX, che non può essere nè il loro sovrano nè quello
d'Italia: la rivolta, incapace di sorpassare la propria negazione, si
contradice nelle intenzioni e vien meno nelle misure. Così Bergamo e
Brescia si lasciano sfuggire l'arciduca Sigismondo, Cremona manda libero
il comandante austriaco, Mantova abbindolata dal proprio vescovo non
occupa i fortilizi e non cattura l'arciduca d'Este fuggiasco
dall'insurrezione di Modena, Verona non osa impadronirsi del vicerè
Ranieri. Modena si è sollevata contro il proprio giovane duca, più vile
ma non meno tristo del padre Francesco IV; Parma si è ammutinata contro
il duca Lodovico, mentre Piacenza sempre rivale ha già formato un
governo provvisorio separato, e la loro ribellione non mostra ancora
carattere nè rivoluzionario nè militare. Il duca vi delega una reggenza
per compilare una costituzione; quindi, colpito da vecchie e legittime
diffidenze, vi rimane semiprigioniero qualche giorno, finchè esula,
commettendo al municipio la nomina di un governo provvisorio ed
invocando sullo stato la tutela di Carlo Alberto.
Mentre Milano al quinto giorno interrompe la propria insurrezione colla
minaccia dello straniero, Venezia riscossa dal rombo della battaglia
lombarda, si era già precipitata alle carceri per liberare Tommaseo e
Manin. Prima gli operai dell'arsenale vi trucidano un colonnello, Manin
con poche guardie civiche s'impossessa dei cinquantamila fucili che vi
sono in deposito e punta le artiglierie contro la caserma dei croati,
lasciando il municipio stringere dappresso il governatore per
costringerlo a capitolare. Gli austriaci, ritirandosi con tutti gli
onori delle armi, odono il formidabile urlo popolare ripetere per tutte
le isole della laguna il grido di Manin: viva la republica! Le antiche
glorie paesane rifiammeggiano nelle fantasie, Manin acclamato presidente
sarà l'ultimo doge di questa suprema scena repubblicana, che cancellerà
col sangue di molti prodi l'onta di Campoformio. Padova, Treviso,
Vicenza, Rovigo, Udine, Belluno si ribellano; pochi insorti espugnano i
forti d'Osoppo e di Palmanova, ma anche le città venete ripetono
l'errore delle città lombarde. Verona resta in mano al nemico, Venezia
tentando impadronirsi della squadra austriaca di Pola, montata da
marinai veneti, con un dispaccio annunziante loro la rivoluzione, si
serve di un vapore del Lloyd e permette al Palffy dianzi governatore di
salirvi. Naturalmente questi fa rotta per Trieste e le autorità di Pola,
informate a tempo, impediscono l'ammutinamento delle ciurme.
Radetzky, respinto dall'insurrezione di tutti i paesi, si era dovuto
chiudere nell'imprendibile quadrilatero di Mantova, Verona, Legnago e
Peschiera. L'Austria, sconquassata dalla rivoluzione di Vienna e
aggredita da quella d'Italia, dominava ancora sulla penisola dall'alto
di fortezze, alle quali solamente eserciti regolari potevano porre
l'assedio. I lupi ammassati negli antri spaventerebbero quindi fra poco
quegli stessi cacciatori, che li cacciavano con gioconda intrepidezza
pei campi.
A Milano la rivoluzione vittoriosa dello straniero soccombe al proprio
problema. Poichè il moto italiano è federale, Milano non può che
incorporarsi al Piemonte o erigersi in seconda repubblica: ma nel primo
caso la dedizione contrasta ai sentimenti liberali e al legittimo
orgoglio del popolo tuttora insanguinato della propria vittoria, nel
secondo un'altra repubblica Cisalpina con Milano capitale sarebbe
osteggiata da tutte le altre città minori insorte, dai principi d'Italia
e dall'Europa monarchica. D'altronde un nuovo stato lombardo non avrebbe
radice nè nella tradizione troppo remota, giacchè alla Cisalpina di
fondazione francese mancarono sempre autonomia e libertà, nè nell'idea
rivoluzionaria inconsciamente aspirante all'unità. L'insurrezione contro
l'Austria, determinata da feroci angherie di governo straniero, non
aveva ancora in se stessa abbastanza odio per mutarsi in vera
rivoluzione. Infatti le campagne partecipavano ben poco al moto delle
città; queste, contente alla cacciata del nemico, non lo inseguirono,
rispettarono gli agenti di polizia prigionieri, accettarono per capi
molti di quella aristocrazia che aveva sempre più o meno servito
all'Austria. Non si osò di colpire gli arciduchi, si credette alla
parola dei vescovi, non si ardì negare assolutamente lo straniero,
inseguendolo colle spade alle reni, trucidando i suoi adepti,
precipitando la guerra civile coi falsi liberali, e cogli aperti
austriacanti. Si rifuggì da una dichiarazione francamente republicana,
non si comprese la necessità del terrore. Il grido di viva Pio IX, col
quale cominciò l'insurrezione, non poteva essere il grido di nuovo
Vespro Lombardo: la supremazia lasciata al municipio reazionario era già
una confessione di servitù, la guerra non proseguita immediatamente
indicava la stanchezza succeduta ai primi sforzi. Il comitato stesso di
guerra non seppe schiacciare il municipio, assumere l'immensa
responsabilità della rivoluzione, e spingendo il popolo all'estremo
tagliargli la ritirata. L'esempio della Convenzione francese o non fu
ricordato o atterrì anche i più audaci. Si volle essere generosi quando
nell'implacabilità stava la salute; non si capì che ad una rivoluzione
occorre una passione eslege e un'idea chiara. Milano, insorgendo contro
gli austriaci non fu nè lombarda, nè italiana, nè republicana, nè regia:
quindi la vittoria insperata, costringendola a rivelarsi, la confuse. Se
la grande metropoli avesse avuto ancora l'antica supremazia, sentendosi
viva nel cuore la superbia del proprio comune, si sarebbe gridata
republica, e la Lombardia l'avrebbe seguita: ma ciò non fu e non poteva
essere. Se la federazione fosse stata nella sua coscienza avrebbe fino
dalla prima ora invocato il Piemonte, gridando il nome di Carlo Alberto
invece di quello di Pio IX, costituendo un'Italia del nord, e Venezia
forse trascinata dall'esempio avrebbe dimenticato il proprio passato
aderendovi.
Ma la rivoluzione federale di allora, falsa nell'idea e nel processo,
doveva avvolgersi per tutte le provincie d'Italia nelle stesse
contradizioni: Mazzini, che pronto a rimpatriare cospirava da Parigi
fondandovi una nuova associazione nazionale, si lasciò soverchiare dal
moto: combattè cogli scritti l'illusione monarchico-papale, e vi
cedette, invece di spingere i propri aderenti ad un'azione schiettamente
rivoluzionaria, quantunque tragico ne fosse poi il risultato. Il suo
temperamento di moralista e la sua tempra di apostolo non erano da
tanto: sarebbe stato un tentativo inutile ma logico, e non uno dei
capiparte si mantenne logico in quella tormenta. Dei due problemi della
libertà e dell'indipendenza, così profondamente compenetrati, nessuno
doveva essere sciolto, perchè in nessuno vi poteva essere accordo di
tutti. Infatti nemmeno in quello dell'indipendenza, che pareva il più
facile, si convenne. I governi italiani assisterono allo scoppio della
ribellione lombardo-veneta senza decidersi; l'aborrimento ai tedeschi
nelle provincie, non da questi occupate, era nel popolo poco più di una
antipatia: il caso di Milano non riguardava che il Piemonte, il quale
solo poteva profittarne, incorporandosela.
Così fra il comitato di guerra e il governo provvisorio milanese
s'accese colla vittoria una infelice rivalità: questo avrebbe voluto
aderire subito al Piemonte per uscire dall'instabilità della sommossa,
ed era il partito dei nobili e dei ricchi inteso a profittare dei
risultati delle cinque giornate; quello, composto di coloro, che
realmente avevano vinto, rifuggiva da una dedizione incondizionata al
Piemonte. Il dibattito difficile si fece presto aspro. Piemonte e Carlo
Alberto non meritavano tale sacrificio, giacchè non avevano nè giovato
alla Lombardia, nè operato per l'Italia: ma la dedizione diventava
inevitabile senza la proclamazione di un'altra Cisalpina. Il comitato di
guerra, incapace di fare una vera rivoluzione, scelse un mezzo termine
inutile nel risultato ed ingenuo nella procedura, accettando il Piemonte
e lasciando in sospeso la decisione sulla forma di governo. A guerra
finita il popolo avrebbe deciso: come se col Piemonte vittorioso la
Lombardia avesse poi potuto evitare di esservi incorporata!
Ma quest'accademia ammansava le suscettibilità dei rivoluzionari, che
volevano salve le forme dei plebisciti.
Adesioni di guerra.
Intanto in Piemonte governo e paese fremevano d'opposti sentimenti. Le
diplomazie europee, spaventate da tante rivoluzioni simultanee,
premevano sul piccolo stato sconsigliandolo dall'entrare nell'incendio
per non farlo maggiore: la corte, già inquieta per le novelle
repubblicane di Francia, si atterriva all'impreveduta insurrezione
lombarda, che poteva costituire sul confine orientale un'altra
republica, mentre il popolo, abbandonandosi alla propria avversione pei
tedeschi, urlava d'entusiasmo. Carlo Alberto, sempre più piemontese che
italiano, più tiranno che re, più ingordo di conquista che disposto a
servire l'Italia formandola in nazione, tentennava. Quindi le sue misure
oblique di governo confondono, poi esasperano la folla: ordina
d'arrestare quanti volontari tentino guadare il Ticino per soccorrere i
fratelli lombardi, ricusa di ricevere il conte Arese ambasciatore di
Milano, e deputa il conte Martini al governo provvisorio e al comitato
di guerra per offrire loro l'aiuto regio a patto di una dedizione
incondizionata. Ma il Cattaneo gli risponde con nobile alterezza. Poi
alla notizia che l'insurrezione è vittoriosa, Radetzky in fuga e Venezia
in armi, Carlo Alberto si decide vinto dalla paura di un'altra
ribellione piemontese. Genova già tumultuava, volontari armati passavano
malgrado ogni divieto il confine, la stampa alzava la voce, l'ora delle
esitanze era fatalmente trascorsa. Il re, che diceva segretamente
all'Europa di entrare in Lombardia per impedirvi una repubblica, mandò
quindi il proprio proclama agl'insorti chiamandoli fratelli e
dichiarando che l'Italia questa volta avrebbe fatto da sè. Era questa
una risposta a coloro che invocavano l'aiuto di Francia e di Svizzera,
una dichiarazione regia colla quale Carlo Alberto si affermava
aprioristicamente sovrano dell'impresa.
Il 25 marzo il generale Bes piemontese passava il Ticino, dando alle
proprie truppe il vessillo tricolore; il 31 Carlo Alberto s'accampava a
Lodi con 22,000 fanti, 2200 cavalli e 5 batterie. L'esercito era scarso,
male agguerrito, guidato da generali inetti. Il re, lasciando il
Piemonte, aveva ordinato al popolo di mantenersi quieto; la guerra
doveva essere regia anzichè nazionale perchè la rivoluzione non
soverchiasse.
L'insurrezione lombarda vittoriosa su tutti i punti, mentre le truppe
piemontesi s'inoltravano nel suo territorio, lambiva il Tirolo: Trento
si era profferta a Mantova per aiuti, ma non aveva avuto risposta;
battaglioni di volontari occupavano già le valli dell'Adda e dell'Oglio,
l'insurrezione veneta aveva dato in mano ai montanari della Carnia e del
Cadore i passi dall'Austria all'Italia. Nel primo entusiasmo della
rivolta una sottoscrizione aperta in Milano aveva fruttato in soli due
giorni quasi un milione: i ruoli dei volontari si allungavano, mentre i
soldati italiani al servizio dell'Austria disertavano. A questa non
rimanevano che 50,000 uomini rotti e sbigottiti nel Quadrilatero.
Il resto dell'Italia infervorato scriveva di aiuti, affrettandosi a
mandarli. Giuseppe Garibaldi, già salpato da Montevideo per confortare
questa guerra santa colla propria mirabile abitudine della vittoria,
stava per discendere a Genova. Una squadra di operai, reclutata a Londra
e a Parigi dal generale Antonini, vi era già stata arrestata dal governo
piemontese sempre più diffidente che mai della rivoluzione.
A Milano la lotta fra il comitato della guerra scioltosi volontariamente
e il governo provvisorio si accaniva sotto le apparenze di un accordo
patriottico. Cattaneo si era ritirato dall'arringo; Mazzini, entrato in
Milano fra immense ovazioni, aveva dichiarato la propria neutralità
perchè la nazione a guerra vinta decidesse poi della propria forma di
governo; ma l'antagonismo politico della rivoluzione popolare colla
conquista regia non poteva placarsi per riserve di capi o per espedienti
di costituzionalismo. I rivoluzionari spingevano con tutta possa
all'armamento del popolo per assicurare la cacciata dell'Austria da
tutta l'Italia e, cooperandovi gloriosamente, essere poi in grado di
resistere all'assorbimento della monarchia piemontese: questa, già
accordatasi col governo provvisorio, più aristocratico che italiano e
più monarchico che patriotta, contrastava ad ogni iniziativa popolare,
persuadendo che Milano aveva già fatto anche troppo e al resto
basterebbero gli eserciti piemontesi. Naturalmente la sincerità era
scarsa in tutti i partiti: i radicali, per quanto più fervidi nell'odio
all'Austria, non potevano così dimenticare i vecchi tradimenti di Carlo
Alberto da sacrificargli in questa ora suprema ogni speranza di libertà
e d'indipendenza: i moderati, consci della viltà mostrata nelle cinque
giornate e della propria costante servilità all'Austria, diffidavano di
una rivoluzione, nella quale sentivano che il primo atto avrebbe dovuto
essere la loro espulsione. Il popolo si veniva raffreddando in siffatta
lentezza di guerra e in quel dubbio umiliante che gli toglieva di
riconoscersi una patria e un governo. Carlo Alberto sempre teatrale
aveva dichiarato che non entrerebbe a Milano se non vittorioso, e
perdeva gl'inestimabili vantaggi di un primo assalto contro Mantova
ancora sguernita. I volontari capitanati da Teodoro Lechi, republicani i
più, venivano lasciati senz'armi, senza vestiario, senza denaro: si
cercava di limitare il numero delle loro iscrizioni; poi sospinti nel
Tirolo, ai passi delle Alpi, impediti di combattere, forzati ad
abbandonare quei luoghi e le insurrezioni nascenti, finalmente
richiamati, furono con malvagia umiliazione disciolti. Si ricusavano gli
esuli divenuti illustri combattendo per la libertà d'altri popoli:
Mickiewicz con pochi volontari polacchi era tenuto quasi prigioniero
nell'ozio increscioso di una caserma per timore di spiacere allo czar, e
non fu poi chiamato al campo che per impedirgli di accorrere a Venezia:
Enrico Cialdini, che diventò poscia generale del Piemonte, ributtato dal
Collegno, dovette andare a Venezia per battersi, e vi cadde ferito;
Giuseppe Garibaldi, generosamente dimentico della condanna capitale
ancora sospesa sul suo capo, fu indarno stancato dal ministro Sobrero
con ogni più bassa maniera d'infingimenti: il Fanti e il Cucchiari
respinti, il Cernuschi e l'Anelli imprigionati.
Carlo Alberto, più facile a sperare in maneggi diplomatici che nella
sorte delle armi, si acquetava già nel disegno segreto di un'Italia del
nord dimenticando il Tirolo, diffidando di Venezia risorta republica,
seguitando a trattare con Vienna, ordinando alla propria marina di non
commettere ostilità contro le navi da guerra austriache e di rispettare
tutti i bastimenti naviganti sotto bandiera tedesca. Il lavoro della
diplomazia piemontese, allora presieduta da Cesare Balbo, mirava a
precipitare le annessioni lombardo-venete senza offendere troppo
l'Austria, per ottenere, secondo i consigli del Gioberti, un
accomodamento fortunato. A ciò occorreva impedire la lega italica, della
quale il papa farneticava ancora, e non ammettere alla guerra troppe
altre armi.
Mentre la Toscana, sollevatasi all'annunzio della rivoluzione di Vienna
e della prima giornata di Milano, apprestava un piccolo corpo di
volontari esaurendosi nelle solite dimostrazioni patriottiche, il
granduca Leopoldo con vecchia arte di governo intendeva a profittare del
loro chiasso per occupare i territori estensi di Fivizzano, Massa
Carrara e Pontremoli. Ma, poichè il fermento cresceva, dovette bandire
la guerra nazionale carteggiando segretamente col Radetzky. I
provvedimenti monetari di guerra furono derisorii: non s'impose che una
tassa straordinaria sui fondi corrispondente alla terza parte
dell'ordinaria, e una ritenzione progressiva dell'uno al 5% sullo
stipendio degl'impiegati, entrate non esigibili che nel corso di
un'annata: allora si era di marzo. Per l'esercito non si ordinò che una
leva di 2000 uomini sulla coscrizione del 1819, lasciando sprovvisti di
ogni bisognevole i volontari.
A Roma gli echi delle insurrezioni trionfanti nel nome del pontefice
gettavano il suo governo nella crisi di problemi insolubili. Dopo le
riforme gli statuti, dopo gli statuti la guerra. L'inesorabile logica
della storia affrettava la catastrofe. Invano Pio IX credeva di poter
resistere alla scissura della propria duplice sovranità spirituale e
politica, coprendo la responsabilità del principe coll'infallibilità del
papa. La marea della publica opinione lo soverchiò, imponendogli di
concedere al ministro della guerra Aldobrandini la formazione di un
piccolo esercito, e tre giorni dopo (23 marzo) l'apertura dei ruoli per
l'iscrizione dei volontari, affidando la loro organizzazione al generale
Ferrari. La folla fu tale alle iscrizioni che si dovettero chiudere
entro 24 ore per mancanza di armi. Gli armati invece non superarono i
2300, e Giacomo Durando, generale piemontese mandato da Carlo Alberto,
ne assunse il comando supremo. Erano preparativi di guerra, mentre si
chiedeva scusa all'Austria degli stemmi imperiali abbattuti e bruciati
dal popolo, che aveva scritto sul portone dell'ambasciata tedesca:
Palazzo della Dieta italiana. Papa e ministri egualmente incerti non
avevano più che l'assurda idea di combinare diplomaticamente una dieta
italiana, quando la guerra ferveva contro lo straniero e alla guerra si
sarebbe dovuto aiutare con ogni sacrificio.
Ma le Provincie papaline tumultuavano. Bologna, sollevatasi per aiutare
Modena a cacciare il duca, era rimasta in armi per la guerra lombarda,
traendo coll'esempio tutte le Romagne. La guerra era nelle fantasie,
nelle coscienze, nei problemi, che sollevava ed imponeva, aggirando le
teste, confondendo simboli e fatti, principii e espedienti. Pio IX,
vinto ancora una volta dalla poesia del momento, dovette bandire ai
popoli d'Italia un ultimo proclama altrettanto incerto nelle frasi e
nelle idee, monito ed insieme benedizione che essendo di papa parve
essere di Dio, e venendo dal principe persuase che egli pure si
accordasse alla grande impresa contro lo straniero. L'entusiasmo crebbe:
i volontari mossero da Roma ai confini settentrionali dello stato
coll'ordine di difenderli, ma col proposito di varcarli. Era una festa,
si parlava di crociata, si distribuivano croci per coccarde ai soldati,
che per la maggior parte non credevano più nè alla religione del papa nè
al diritto del re. Infatti a Roma l'agitazione rivoluzionaria aumentando
di giorno in giorno forzò pontefice e ministero a scacciare i gesuiti.
Non era ancora la rivolta allo statuto, ma era già la negazione del suo
principio fondamentale ieratico.