A Napoli, terra votata da secoli al più efferato dispotismo, l'impulso

dato inconsciamente da Pio IX alla rivoluzione vi peggiorò il governo.

Il re, impantanato nella più scempia bigotteria, lasciava compiere a

ministri truci o rapaci, come il Del Carretto e il Santangelo, qualunque

infame prepotenza: unica politica la repressione. Nullameno

l'opposizione dei patriotti, quantunque più napoletani che italiani,

sempre egualmente scarsi di idee e di coraggio, si ostinava al cimento.

Infatti nella celebre protesta elaborata dal comitato rivoluzionario e

scritta dal Settembrini, forma e sostanza erano del pari insufficienti.

Prolissa come una requisitoria, sparsa qua e là di frasi pietiste a Pio

IX, minuta e pedante nell'accusa, non esciva dal popolo e al popolo non

si rivolgeva: pareva un appello all'Europa e non era che un'arringa

d'avvocato senza severità di stile e veemenza di passione; negava e non

riaffermava; uscita dall'anonimo si perdeva nel vago, più lamento ancora

che protesta, troppo lunga per un proclama e troppo scomposta per un

_Memorandum_, non abbastanza rivoluzionaria nell'intenzione e troppo

poco italiana nel sentimento. Non pertanto parve ai liberali un

capolavoro e un pericolo al governo. Questo, infellonito dalle accuse

consegnate così a tutta la stampa europea, cercò a morte gli autori, che

esularono o si nascosero. Ma il fermento aumentava minaccioso nelle

provincie. Ai primi di settembre (1847) una sommossa scoppiava per opera

dei fratelli Plutino e di Romeo a Reggio e a Messina, prontamente e

ferocemente repressa. I generali Landi e Nunziante vi si copersero

d'obbrobrio; Domenico Romeo vi fu trucidato e un suo nipote costretto a

portarne la testa in giro per le ville. Ma quasi l'immanità della

repressione fosse insufficiente, il re con editto dell'otto settembre

invitava tutti i cittadini a farsi spie del trono dando sicurtà «che i

loro nomi resterebbero sepolti negli arcani della polizia, che

proporzionata all'utile sarebbe la ricompensa, e che la sovrana clemenza

non lascierebbe alcun servigio senza premio». Un altro editto poco dopo

prometteva trecento ducati a chi uccidesse, e mille a chi consegnasse

dieci ribelli, dei quali si davano i nomi. A queste tiranniche empietà

rispondevano, elogiando, le corti di Vienna, di Berlino e di

Pietroburgo, mentre Ferdinando II, come impazzito di ferocia e atterrito

da una ovazione fattagli per il licenziamento del ministro Santangelo,

proibiva con nuova ordinanza al popolo di gridare persino, Viva il re!

Naturalmente l'ordinanza non fu obbedita e ne nacquero risse sanguinose

fra il popolo e la sbirraglia.

La Sicilia, sempre implacabile nell'odio al governo napoletano, ne

approfittava per insorgere un'altra volta. Uno scritto diffuso per

Palermo il 12 gennaio 1848, vi chiamava tutti i siciliani alla rivolta,

sfidando il governo come ad un torneo mortale. Il governatore militare

bombardò prima la città; poi, trovata la resistenza troppo dura, tentò

accordi; il conte d'Aquila sopraggiunto s'interpose chiedendo

concessioni al re; Ferdinando spaventato alcune ne diede, molte altre ne

promise; ma Palermo, fidente nel proprio sogno di autonomia, le respinse

per tentare d'organizzarsi a governo. I comitati costituitisi nella

prima ora della rivolta si restrinsero in uno solo: Ruggero Settimo ne

fu presidente, Mariano Stabile segretario. La lotta proseguì feroce

d'ambo le parti, ma le truppe napoletane dovettero indi a poco levare il

campo. Per ultima orribile rappresaglia di guerra il generale De Sauget,

prima d'imbarcarsi, fece aprire le carceri della città sguinzagliandovi

dentro cinquemila galeotti. Frattanto la rivoluzione si era diffusa;

solo qualche fortezza restava ancora ai regii nell'isola.

Il primo scoppio della rivoluzione federale vampeggiava dunque dalla

Sicilia, che la storia non aveva mai potuto congiungere all'Italia, e

nella quale nessuna conquista si era mai saldamente stabilita.

Gli statuti.

I fati incalzavano. L'insurrezione vittoriosa della Sicilia, atterrando

la corte di Napoli, inanimì i liberali; l'Austria, inabilitata a

soccorrere i Borboni, giacchè il papa offeso dell'occupazione di Ferrara

vietava ogni transito pel proprio territorio, non bastava più a

proteggerli; le provincie di terraferma tumultuavano, la plebe delle

città era incerta, l'esercito per quanto numeroso non abbastanza solido.

Il Cilento era in fiamme; Constabile Carducci con forte mano d'insorti

minacciava Salerno; la resistenza avrebbe acceso la guerra, questa

spaventò il re. A scongiurarla con vecchia abilità di famiglia,

Ferdinando II pensò di concedere più che non gli si domandava, e diede

la costituzione incaricandone Ferdinando Bozzelli, antico liberale che

doveva poi disonorarsi nella cortigianeria di troppi tradimenti. I truci

funzionari polizieschi furono congedati, s'instituì un nuovo ministero.

A tanta prodigalità liberale il popolo esaltato proruppe in ovazioni:

odii ed infamie furono dimenticate. I capi rivoluzionari al solito

credettero nella lealtà del re, non si pensò al tradimento, si riprese

l'idillio politico del '20 colla stessa ingenuità. La costituzione

imitata sulla francese non era troppo liberale, e nullameno eccedeva

forse la capacità politica del paese: unica religione riconosciuta la

cattolica, il potere legislativo nel re e nel parlamento diviso in due

bracci, senato a nomina regia e a numero illimitato, la camera dei

comuni per elezione popolare. I collegi elettorali erano di 40,000

abitanti, gli elettori culti o censiti, ma entrambe queste loro qualità

ancora indeterminate; liberi i comuni, vietato l'assoldamento delle

milizie straniere, istituita la guardia nazionale, riconosciuto il

diritto di petizione, uguaglianza dei cittadini in faccia alla legge;

libera stampa meno che sovra argomenti religiosi; cancellato ogni

precedente e condanna politica. Il potere esecutivo risiedeva nel re e

nei ministri da lui nominati.

Questo, che stordiva i napoletani, non bastò alla Sicilia ostinata nella

propria autonomia o nella fede alla costituzione del '12. Così la guerra

proseguiva con vantaggio crescente degl'insorti, che il 20 febbraio 1848

indissero il proprio parlamento.

Ma la costituzione, concessa dal re con traditrice riserva e accettata

dai liberali con fanciullesca ingordigia, poco adatta ai costumi e mal

compresa dalle masse, non funzionava. La corte segretamente alla testa

del partito retrivo moltiplicava gli ostacoli: v'erano due governi,

l'uno palese e l'altro invisibile, quello debole ed impacciato, questo

attivo e spregiudicato; il parlamento stava per diventare, come sempre,

un'accademia, il ministero fra astrattezze liberali e servili

cortigianerie mal poteva imporsi al paese e alla corte; i vecchi poteri

restavano con nomi nuovi disobbedendo e falsando ogni mutazione; nelle

campagne insubordinate e spinte a tumulti si rapinava; la guardia

nazionale poco o punto armata, organizzata appena per qualche rivista e

incapace di alcun vero servizio, non giovava; l'aristocrazia invecchiata

negli usi dispotici ricalcitrava all'obbedienza della borghesia

trionfante; il popolo aspettava lautezze e sbraitava profittando della

nuova licenza. Dimostrazioni succedevano a dimostrazioni, peggiorando il

disordine e disonorando la nuova libertà. Si espulsero i gesuiti; la

stampa abbietta ed irruente insudiciò ogni più illibata reputazione.

Tra il tumulto senza la rivoluzione e il mutamento senza la

rinnovazione, d'Italia non si parlava ancora: appena s'erano aggiunti

alla bandiera borbonica i tre colori resi nazionali dalla propaganda

della Giovane Italia.

La costituzione di Napoli scrollò tutti i principati italiani. La antica

rivalità fra Napoli e Torino si riaccese fatalmente, mentre la logica

della storia trionfava d'ogni loro egoistica resistenza. Carlo Alberto

tentò indarno di reagire contro questa suprema necessità degli ordini

costituzionali, che pure avevano fatto la potenza mondiale

dell'Inghilterra e permesso alla monarchia di ripiantarsi in Francia sul

terreno ancora rovente della rivoluzione. Quindi, scrivendo a Leopoldo

di Toscana, che lo richiedeva di consiglio, gli scopriva tutto un

disegno di riforme atte ad appagare le più insaziabili esigenze del

popolo, senza scemare d'una dramma l'autorità assoluta del re: secondo

lui la monarchia parlamentare era il peggiore dei governi. Ma il fiotto

della rivoluzione saliva urlando e schiumando intorno al suo trono;

Toscana e Romagna barcollavano, Roma sembrava in preda al delirio, il

Piemonte fremeva. I libri di Gioberti avendo popolarizzato l'odio ai

gesuiti, nei quali l'infallibile istinto popolare vedeva l'ultima

milizia del dispotismo, tutti i paesi insorgevano per espellerli. Napoli

li aveva cacciati tumultuando, Fano si levava contro di essi a furore,

Ancona e Sinigaglia si avventavano contro gli Ignorantelli loro

propaggine. Faenza, Camerino e Ferrara seguivano l'esempio, la Sardegna

li prendeva a sassate, Genova e Torino si ammutinavano contro di loro.

Era una nuova crociata contro gli ultimi giannizzeri del papato, una

violenza della libertà costretta a diventare dispotica per potersi

stabilire. Carlo Alberto, che fino allora aveva governato coi gesuiti,

resistè: nullameno, per ovviare i tumulti, dovette armare la guardia

nazionale, mentre i tumulti crescevano egualmente e la passione popolare

trascinava tutte le classi. Il re cedette: cominciato l'abbrivo, il

resto precipitò. La stampa, non emancipata che a mezzo, chiese in

quell'immunità del momento la costituzione; i liberali urlavano libertà,

i moderati indicavano il parlamento come l'unico asilo ove risolvere le

questioni imbrogliate dalla piazza, la diplomazia inglese aiutava coi

consigli, la Francia stava per rovesciare l'avvilente monarchia di Luigi

Filippo per ritentare un infelice esperimento repubblicano. I due grandi

municipii di Genova e di Torino presero l'iniziativa domandando al re

uno statuto: Carlo Alberto chiese consiglio al confessore, s'inabissò in

penitenze, e finalmente lo concesse di regia autorità per cansare

l'obbligo di giurarlo. Il triste congiurato del '21 non era ancora morto

nel nuovo re costituzionale.

Ma poichè la patria, come la religione, non conosce peccati inespiabili,

il popolo proruppe all'entusiasmo: tutto fu dimenticato per non

ricordarsi che della nuova costituzione e delle parole bellicose, colle

quali il re minacciava l'Austria. Infatti all'indomani (5 marzo 1848)

chiamava sotto le bandiere tre classi dei contingenti militari. Non era

ancora una sfida, ma era già più che una precauzione di guerra. Il nuovo

statuto, alquanto più liberale del napoletano, non ne differiva

nell'essenza; però, sorto in ambiente politico migliore, potè,

dilatandosi in una costante interpretazione liberale, emendarsi di molti

difetti e neutralizzare qualcuno dei principii dispotici che lo

rendevano piuttosto simile ad una capricciosa elargizione di re, che ad

un patto fra questo e il popolo.

La Toscana, presa così tra due fuochi, dovette ardere anch'essa.

Malgrado le minaccie del Metternich, il quale veniva ripetendo al

granduca di non riconoscergli, come semplice usufruttuario di un

patrimonio imperiale, la facoltà di scemarvi i diritti con colpevoli

concessioni al popolo, Leopoldo II, atterrito dai casi di Livorno,

spinto, sospinto, respinto d'ogni parte, s'arrese a discrezione del

popolo, preparandosi a salvarsi colla fuga appena i tempi ingrossassero.

Lo statuto toscano, ricalcato su quello napoletano e piemontese, fu

migliore d'entrambi nella libertà religiosa.

Maggiori feste, perchè più profondo era il contrasto dei due principii

politici ecclesiastico e civile, occupavano Roma senza stancarla. Le

riforme concesse, ma non ancora praticate e nella più parte

impraticabili, avevano rotto la decrepita compagine dello Stato, senza

spirarvi dentro nessun alito di vita nuova. Come per lo innanzi i

prelati soli reggevano il governo e dovevano guidare un popolo riscosso

dal rombo di molte rivoluzioni. L'entusiasmo pel pontefice,

infervorandosi ogni giorno più, lo metteva così alto che quasi lo

disinteressava dal governo: e questa inconscia abilità dello spirito

publico ingannava papa, corte e piazza. Il giacobinismo inveiva

ragionacchiando di tutto: le imprecazioni ai gesuiti si mescevano cogli

osanna a Pio IX, la guardia civica decorava teatralmente ogni

processione politica, mentre molti moderati cominciavano già a

spaventarsi di un moto, nel quale tratto tratto si sentiva la

rivoluzione, e i mazziniani vi si cacciavano invece soffiandovi come

sopra un polverìo che nascondesse al governo la direzione della strada.

Una protesta per il riordinamento della milizia come risposta alle

provocazioni dell'Austria fu quindi mandata alla consulta; questa la

trasmise al governo, che credette rispondere mostrando ai tre milioni

dei propri sudditi gli altri 200 milioni di cattolici pronti in caso di

guerra a morire per il papa. Vecchia rettorica, che avrebbe dovuto far

sorridere anche coloro che la usavano! Ma il governo cedette ancora, e

finì col nominare un principe romano a ministro della guerra. Ogni

giorno crescevano le difficoltà; le riforme concedute sembravano

giustamente scarse dopo la promulgazione degli statuti negli stati

vicini; il segretario cardinale Ferretti si dimise; il Bofondi, che lo

sostituì, non potè fare di meglio; il governo scese a patti col popolo

in un proclama nel quale si promettevano ministri laici. Proruppero

altre feste: Pio IX dal proprio balcone arringò la moltitudine, che gli

giurò fede in un urlo di demenza e si acquetò come per incanto alla

benedizione papale.

L'antico governo prelatizio era dunque abbattuto, ma il fatto enorme non

fu ben compreso in quella inesauribile baldoria. Il nuovo ministero, nel

quale brillarono per ingegno Marco Minghetti e monsignor Morichini, non

era già più moderato avendo ceduto la direzione della polizia al

Galletti, rivoluzionario bolognese compromesso nei moti del 1844 ed

affigliato ai circoli mazziniani. Tale ultima nomina era dovuta alla

grande popolarità di questo, dietro la quale il neonato ministero

provava già il bisogno di riparare. Galletti alla polizia e il tribuno

Ciceruacchio in piazza formavano la parentesi della rivoluzione, che

doveva soffocare il governo papale.

Ma poichè questo, non sentendo dentro di sè alcun principio di vita,

aspettava come forma viscida e morta dal di fuori l'impronta, che doveva

atteggiarlo in una nuova sembianza di vita, a Roma pure si cominciò a

parlare altamente di costituzione. Era la pretesa dell'impossibile. Il

partito moderato vi conveniva gongolando, i rivoluzionari con abile

perfidia spingevano alla prova. I disegni fioccavano: l'illustre padre

Ventura ne dette fuori uno, nel quale con ingenua serietà proponeva due

camere, l'una eletta dai comizi, l'altra costituita dal collegio dei

cardinali; Pellegrino Rossi, ammirabile ed ammirato letterato di scienze

sociali, mandato da Luigi Filippo al papa come ambasciatore e

consigliere, faceva pompa d'esperienza costituzionale in avvisi al

pontefice e ai prelati sulle forme e sulle funzioni di un papa

parlamentare. La utopia del Gioberti stava quindi per prendere corpo: la

storia, per uccidere più sicuramente il papato, gl'imponeva

coll'impossibile prova d'una costituzione il più mostruoso dei suicidi.

Al solito una rivoluzione di Parigi decise dell'ultima ambage del

pontefice, e lo statuto fu promulgato.

I suoi principii politici, inconciliabili nell'essenza e nella forma, vi

si urtarono entro le più inattuabili disposizioni: le camere invece di

due furono tre, e la terza veniva formata dal collegio dei cardinali

costituito in senato, e che discuteva e votava a scrutinio segreto. Le

camere elettive non duravano in carica più di tre mesi: gli elettori

erano una cerna assurda di censo e di capacità, che non rappresentava

alcuna classe di popolo, e impediva anzi al popolo ogni rappresentanza.

L'altro consiglio alto era vitalizio e di nomina sovrana; così i senati

erano due, l'uno ecclesiastico e l'altro laico, entrambi ingranati nella

stessa costituzione. Alle due camere erano vietate le leggi riguardanti

gli affari ecclesiastici o misti, e tutto era misto nelle teoriche di

Roma e nello stato romano: non dovevano influire sulle relazioni

diplomatiche o religiose della santa sede, non potevano introdurre per

qualsivoglia bisogno, alcuna variante nello statuto. Così l'immobilità

caratteristica del governo papale si riaffermava nella nuova formula

parlamentare essenzialmente progressiva. Lo statuto esprimeva il

beneplacito del sovrano anzichè il diritto del popolo. Pio IX,

concedendolo, aveva confessato di cedere all'andazzo dei tempi, ma,

nonostante la promessa consegnata nell'ultimo articolo dello statuto,

che questo sarebbe inserto in una bolla concistoriale secondo l'antico

rito a perpetua memoria, non ne fu nulla. Pio IX, come Carlo Alberto e i

Borboni, si teneva aperta una via al tradimento.

L'assurdità di tale esperimento costituzionale non parve evidente che a

ben pochi: l'antitesi delle due sovranità popolare e papale sfuggiva

all'inesperienza dei molti e veniva negata per odio alla rivoluzione.

Non si pensava ancora alle conseguenze di sviluppo. Come avrebbe potuto

ammettere la chiesa l'emancipazione degli acattolici, l'abolizione delle

proprie leggi sul sacrilegio, la bestemmia, l'eresia, le immunità, i

privilegi, le giurisdizioni, la sorveglianza episcopale ai beni delle

opere pie? Come avrebbe consentito i matrimoni e i funerali civili, la

libertà di religione e d'istruzione? Come lo stato vi si sarebbe

determinato in faccia alla chiesa? Nel caso di un conflitto fra l'alto

consiglio e il concistoro dei cardinali, chi avrebbe deciso? Il papa? E

allora uno dei due corpi consultivi era inutile. In un conflitto più

terribile, fra la camera elettiva e il papa, chi avrebbe sentenziato?

Fatalmente gli elettori; e allora una rivoluzione avrebbe distrutto il

barocco e artificioso edificio di questo statuto. Naturalmente il

conflitto sarebbe scoppiato anche troppo presto. Nella imminente guerra

coll'Austria Pio IX avrebbe agito da principe o da papa? Come pontefice

era al di fuori e al di sopra di essa, come principe avrebbe dovuto

guidarvi l'Italia. La distinzione fra questi due caratteri come si

sarebbe espressa? Il mondo l'avrebbe intesa? All'Italia sarebbe bastata?

Se lo statuto era una concessione del sovrano, non riconosceva diritti

nel popolo; riconoscendogliene, il sovrano non era più che un

rappresentante di esso come il parlamento. Ma allora il popolo aveva

diritto di mutare anche questa nuova forma di governo, proclamando la

repubblica: infatti questa fu proclamata molto più presto che gli stessi

esaltati non si pensassero.

Intanto il partito moderato vaneggiava al governo col più giovanile

entusiasmo: giù nelle piazze il baccano delle feste assordava gli

orecchi anche più duri. Il nuovo ministero si accinse all'opera con

eccellenti intenzioni, ma senza idee rivoluzionarie, quantunque la

rivoluzione straripasse per tutta l'Europa. A mezzo il mese si sapeva

già che il cantone di Neuchâtel si era mutato per sollevazione, la dieta

di Francoforte aveva sancito la libertà di stampa per gli stati della

confederazione germanica, il re di Baviera concedute più libere

istituzioni: Amburgo, Vittemberga, Sassonia tumultuavano, Vienna era in

fiamme; se ne diceva espulsa la dinastia, l'Ungheria in armi.

L'ora fatale per l'Italia era dunque discesa sul quadrante della storia.

Unità o confederazione e guerra allo straniero, ecco il programma;

armare il popolo, sollevarlo, profittando del suo entusiasmo,

precipitarlo come una valanga sull'Austria atterrita e scomposta.

riconquistare tutta Italia dimenticando in questa conquista ogni gelosia

di principato, ogni riserva di statuto, ogni egoismo di regione, e

l'Italia trionfante si ricomporrebbe, a seconda del proprio diritto.

Solo una vera rivoluzione avrebbe potuto far questo, ma non era

nell'anima nè dei popoli, nè dei principi. Così non si raggiunse nè

l'unità, nè la federazione, e la guerra regia fu lombarda nelle

sommosse, piemontese nelle battaglie, republicana negli assedi, italiana

solo nei tradimenti e nelle sconfitte. Il numero dei volontari vi fu

scarso, quasi nullo il carattere popolare, breve la durata, epico il

valore dei rivoluzionari, infelice la condotta di tutti i governi

traditori o traditi; gli statuti apparvero tranelli, la confederazione

una lustra, le republiche un sogno, il principato piemontese

insufficiente, quello napoletano straniero; Roma sola rappresentò tutto

il mondo nell'abolizione del potere temporale, ma, accecata dal proprio

lampo, volle essere romana anzichè italiana. Non vi fu rivoluzione

interna giacchè nessuna classe ne sostituì un'altra al governo,

carnevale e diplomazia viziarono la guerra, le campagne si scopersero

austriacanti o clericali, l'idea rivoluzionaria impedì l'opera regia,

questa vietò l'accordo nazionale, mentre libertà ed indipendenza si

contraddicevano nella stessa impossibilità di attuazione, affrettando la

disfatta di quest'ultima rivolta federale e costituzionale.

Intanto che tutta Italia si sbizzarriva nel baccanale degli statuti,

sciupandovi forze preziose, nel Lombardo-Veneto la tensione degli

spiriti cresceva tutto giorno. Il problema rivoluzionario, così involuto

negli altri stati, si semplificava sulle terre occupate dallo straniero

nella suprema necessità della sua espulsione. Il dibattito delle future

forme politiche vi era piuttosto querela di accademia che di partito: la

tirannide austriaca era troppo dolorosa per concedere agli spiriti

l'ozio necessario ad una simile discussione. Il conte Fiquelmont,

mandato a sorreggere il fiacco vicerè Ranieri, aveva reso più triste

l'azione della polizia proibendo le ovazioni al nuovo pontefice,

insidiando, violando coscienze e case. Una guerra si era accesa fra

popolo e polizia, accanendosi coi più futili pretesti: i liberali

immaginarono d'impoverire l'Austria non giuocando al lotto, non fumando

e proibendo di fumare.

Erano rappresaglie piuttosto di scolari che di uomini, e parvero eroismi

e alcuni ne produssero. Ma se la diplomazia europea commossa a queste

violenze sanguinose s'intrometteva a placarle, e il vicerè scendeva a

bugiarde promesse, il vecchio Radetzki invece con indomabile baldanza

stringeva la spada pronto a colpire. Sui confini intanto il Piemonte

raddoppiava le guardie; il clero, esacerbato contro l'Austria per la

ferrea disciplina impostagli e per gli sfregi usati a Pio IX, si

schierava dal canto del popolo; persino la rappresentanza municipale,

sempre modello di servilità amministrativa, osava sporgere una protesta

contro l'ultimo editto minacciante tutti i cittadini della deportazione.

Ma il governo austriaco, quantunque minacciato in tutta la varietà delle

proprie provincie dalla stessa rivoluzione e forte solamente nella

propria unità dinastica e burocratica, non cedeva. La sua politica di

mezzo secolo, rendendolo inetto ai sùbiti cambiamenti imposti

dall'opinione dei piccoli principati d'Italia, lo tirava piuttosto al

rischio di una guerra che alle conseguenze imprevedibili degli agguati

costituzionali. Così, mentre Milano si preparava con orgasmo minaccioso

ad un supremo tentativo di riscossa, e Venezia sempre più mite

cominciava appena con Manin e con Tommaseo l'agitazione legale

domandando per mezzo della propria congregazione centrale qualche

riforma, la cancelleria imperiale rispondeva con truce risolutezza e

promulgava la legge stataria incarcerando Manin e Tommaseo come ribelli.

La tensione era estrema in tutto l'impero. La rivoluzione scoppiata

inaspettatamente a Vienna fugò prima l'onnipossente ministro, poi il

debole imperatore.

CAPITOLO SECONDO.

Le sommosse popolari e la guerra regia

Le cinque giornate di Milano.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 11 / 30 段