dato inconsciamente da Pio IX alla rivoluzione vi peggiorò il governo.
Il re, impantanato nella più scempia bigotteria, lasciava compiere a
ministri truci o rapaci, come il Del Carretto e il Santangelo, qualunque
infame prepotenza: unica politica la repressione. Nullameno
l'opposizione dei patriotti, quantunque più napoletani che italiani,
sempre egualmente scarsi di idee e di coraggio, si ostinava al cimento.
Infatti nella celebre protesta elaborata dal comitato rivoluzionario e
scritta dal Settembrini, forma e sostanza erano del pari insufficienti.
Prolissa come una requisitoria, sparsa qua e là di frasi pietiste a Pio
IX, minuta e pedante nell'accusa, non esciva dal popolo e al popolo non
si rivolgeva: pareva un appello all'Europa e non era che un'arringa
d'avvocato senza severità di stile e veemenza di passione; negava e non
riaffermava; uscita dall'anonimo si perdeva nel vago, più lamento ancora
che protesta, troppo lunga per un proclama e troppo scomposta per un
_Memorandum_, non abbastanza rivoluzionaria nell'intenzione e troppo
poco italiana nel sentimento. Non pertanto parve ai liberali un
capolavoro e un pericolo al governo. Questo, infellonito dalle accuse
consegnate così a tutta la stampa europea, cercò a morte gli autori, che
esularono o si nascosero. Ma il fermento aumentava minaccioso nelle
provincie. Ai primi di settembre (1847) una sommossa scoppiava per opera
dei fratelli Plutino e di Romeo a Reggio e a Messina, prontamente e
ferocemente repressa. I generali Landi e Nunziante vi si copersero
d'obbrobrio; Domenico Romeo vi fu trucidato e un suo nipote costretto a
portarne la testa in giro per le ville. Ma quasi l'immanità della
repressione fosse insufficiente, il re con editto dell'otto settembre
invitava tutti i cittadini a farsi spie del trono dando sicurtà «che i
loro nomi resterebbero sepolti negli arcani della polizia, che
proporzionata all'utile sarebbe la ricompensa, e che la sovrana clemenza
non lascierebbe alcun servigio senza premio». Un altro editto poco dopo
prometteva trecento ducati a chi uccidesse, e mille a chi consegnasse
dieci ribelli, dei quali si davano i nomi. A queste tiranniche empietà
rispondevano, elogiando, le corti di Vienna, di Berlino e di
Pietroburgo, mentre Ferdinando II, come impazzito di ferocia e atterrito
da una ovazione fattagli per il licenziamento del ministro Santangelo,
proibiva con nuova ordinanza al popolo di gridare persino, Viva il re!
Naturalmente l'ordinanza non fu obbedita e ne nacquero risse sanguinose
fra il popolo e la sbirraglia.
La Sicilia, sempre implacabile nell'odio al governo napoletano, ne
approfittava per insorgere un'altra volta. Uno scritto diffuso per
Palermo il 12 gennaio 1848, vi chiamava tutti i siciliani alla rivolta,
sfidando il governo come ad un torneo mortale. Il governatore militare
bombardò prima la città; poi, trovata la resistenza troppo dura, tentò
accordi; il conte d'Aquila sopraggiunto s'interpose chiedendo
concessioni al re; Ferdinando spaventato alcune ne diede, molte altre ne
promise; ma Palermo, fidente nel proprio sogno di autonomia, le respinse
per tentare d'organizzarsi a governo. I comitati costituitisi nella
prima ora della rivolta si restrinsero in uno solo: Ruggero Settimo ne
fu presidente, Mariano Stabile segretario. La lotta proseguì feroce
d'ambo le parti, ma le truppe napoletane dovettero indi a poco levare il
campo. Per ultima orribile rappresaglia di guerra il generale De Sauget,
prima d'imbarcarsi, fece aprire le carceri della città sguinzagliandovi
dentro cinquemila galeotti. Frattanto la rivoluzione si era diffusa;
solo qualche fortezza restava ancora ai regii nell'isola.
Il primo scoppio della rivoluzione federale vampeggiava dunque dalla
Sicilia, che la storia non aveva mai potuto congiungere all'Italia, e
nella quale nessuna conquista si era mai saldamente stabilita.
Gli statuti.
I fati incalzavano. L'insurrezione vittoriosa della Sicilia, atterrando
la corte di Napoli, inanimì i liberali; l'Austria, inabilitata a
soccorrere i Borboni, giacchè il papa offeso dell'occupazione di Ferrara
vietava ogni transito pel proprio territorio, non bastava più a
proteggerli; le provincie di terraferma tumultuavano, la plebe delle
città era incerta, l'esercito per quanto numeroso non abbastanza solido.
Il Cilento era in fiamme; Constabile Carducci con forte mano d'insorti
minacciava Salerno; la resistenza avrebbe acceso la guerra, questa
spaventò il re. A scongiurarla con vecchia abilità di famiglia,
Ferdinando II pensò di concedere più che non gli si domandava, e diede
la costituzione incaricandone Ferdinando Bozzelli, antico liberale che
doveva poi disonorarsi nella cortigianeria di troppi tradimenti. I truci
funzionari polizieschi furono congedati, s'instituì un nuovo ministero.
A tanta prodigalità liberale il popolo esaltato proruppe in ovazioni:
odii ed infamie furono dimenticate. I capi rivoluzionari al solito
credettero nella lealtà del re, non si pensò al tradimento, si riprese
l'idillio politico del '20 colla stessa ingenuità. La costituzione
imitata sulla francese non era troppo liberale, e nullameno eccedeva
forse la capacità politica del paese: unica religione riconosciuta la
cattolica, il potere legislativo nel re e nel parlamento diviso in due
bracci, senato a nomina regia e a numero illimitato, la camera dei
comuni per elezione popolare. I collegi elettorali erano di 40,000
abitanti, gli elettori culti o censiti, ma entrambe queste loro qualità
ancora indeterminate; liberi i comuni, vietato l'assoldamento delle
milizie straniere, istituita la guardia nazionale, riconosciuto il
diritto di petizione, uguaglianza dei cittadini in faccia alla legge;
libera stampa meno che sovra argomenti religiosi; cancellato ogni
precedente e condanna politica. Il potere esecutivo risiedeva nel re e
nei ministri da lui nominati.
Questo, che stordiva i napoletani, non bastò alla Sicilia ostinata nella
propria autonomia o nella fede alla costituzione del '12. Così la guerra
proseguiva con vantaggio crescente degl'insorti, che il 20 febbraio 1848
indissero il proprio parlamento.
Ma la costituzione, concessa dal re con traditrice riserva e accettata
dai liberali con fanciullesca ingordigia, poco adatta ai costumi e mal
compresa dalle masse, non funzionava. La corte segretamente alla testa
del partito retrivo moltiplicava gli ostacoli: v'erano due governi,
l'uno palese e l'altro invisibile, quello debole ed impacciato, questo
attivo e spregiudicato; il parlamento stava per diventare, come sempre,
un'accademia, il ministero fra astrattezze liberali e servili
cortigianerie mal poteva imporsi al paese e alla corte; i vecchi poteri
restavano con nomi nuovi disobbedendo e falsando ogni mutazione; nelle
campagne insubordinate e spinte a tumulti si rapinava; la guardia
nazionale poco o punto armata, organizzata appena per qualche rivista e
incapace di alcun vero servizio, non giovava; l'aristocrazia invecchiata
negli usi dispotici ricalcitrava all'obbedienza della borghesia
trionfante; il popolo aspettava lautezze e sbraitava profittando della
nuova licenza. Dimostrazioni succedevano a dimostrazioni, peggiorando il
disordine e disonorando la nuova libertà. Si espulsero i gesuiti; la
stampa abbietta ed irruente insudiciò ogni più illibata reputazione.
Tra il tumulto senza la rivoluzione e il mutamento senza la
rinnovazione, d'Italia non si parlava ancora: appena s'erano aggiunti
alla bandiera borbonica i tre colori resi nazionali dalla propaganda
della Giovane Italia.
La costituzione di Napoli scrollò tutti i principati italiani. La antica
rivalità fra Napoli e Torino si riaccese fatalmente, mentre la logica
della storia trionfava d'ogni loro egoistica resistenza. Carlo Alberto
tentò indarno di reagire contro questa suprema necessità degli ordini
costituzionali, che pure avevano fatto la potenza mondiale
dell'Inghilterra e permesso alla monarchia di ripiantarsi in Francia sul
terreno ancora rovente della rivoluzione. Quindi, scrivendo a Leopoldo
di Toscana, che lo richiedeva di consiglio, gli scopriva tutto un
disegno di riforme atte ad appagare le più insaziabili esigenze del
popolo, senza scemare d'una dramma l'autorità assoluta del re: secondo
lui la monarchia parlamentare era il peggiore dei governi. Ma il fiotto
della rivoluzione saliva urlando e schiumando intorno al suo trono;
Toscana e Romagna barcollavano, Roma sembrava in preda al delirio, il
Piemonte fremeva. I libri di Gioberti avendo popolarizzato l'odio ai
gesuiti, nei quali l'infallibile istinto popolare vedeva l'ultima
milizia del dispotismo, tutti i paesi insorgevano per espellerli. Napoli
li aveva cacciati tumultuando, Fano si levava contro di essi a furore,
Ancona e Sinigaglia si avventavano contro gli Ignorantelli loro
propaggine. Faenza, Camerino e Ferrara seguivano l'esempio, la Sardegna
li prendeva a sassate, Genova e Torino si ammutinavano contro di loro.
Era una nuova crociata contro gli ultimi giannizzeri del papato, una
violenza della libertà costretta a diventare dispotica per potersi
stabilire. Carlo Alberto, che fino allora aveva governato coi gesuiti,
resistè: nullameno, per ovviare i tumulti, dovette armare la guardia
nazionale, mentre i tumulti crescevano egualmente e la passione popolare
trascinava tutte le classi. Il re cedette: cominciato l'abbrivo, il
resto precipitò. La stampa, non emancipata che a mezzo, chiese in
quell'immunità del momento la costituzione; i liberali urlavano libertà,
i moderati indicavano il parlamento come l'unico asilo ove risolvere le
questioni imbrogliate dalla piazza, la diplomazia inglese aiutava coi
consigli, la Francia stava per rovesciare l'avvilente monarchia di Luigi
Filippo per ritentare un infelice esperimento repubblicano. I due grandi
municipii di Genova e di Torino presero l'iniziativa domandando al re
uno statuto: Carlo Alberto chiese consiglio al confessore, s'inabissò in
penitenze, e finalmente lo concesse di regia autorità per cansare
l'obbligo di giurarlo. Il triste congiurato del '21 non era ancora morto
nel nuovo re costituzionale.
Ma poichè la patria, come la religione, non conosce peccati inespiabili,
il popolo proruppe all'entusiasmo: tutto fu dimenticato per non
ricordarsi che della nuova costituzione e delle parole bellicose, colle
quali il re minacciava l'Austria. Infatti all'indomani (5 marzo 1848)
chiamava sotto le bandiere tre classi dei contingenti militari. Non era
ancora una sfida, ma era già più che una precauzione di guerra. Il nuovo
statuto, alquanto più liberale del napoletano, non ne differiva
nell'essenza; però, sorto in ambiente politico migliore, potè,
dilatandosi in una costante interpretazione liberale, emendarsi di molti
difetti e neutralizzare qualcuno dei principii dispotici che lo
rendevano piuttosto simile ad una capricciosa elargizione di re, che ad
un patto fra questo e il popolo.
La Toscana, presa così tra due fuochi, dovette ardere anch'essa.
Malgrado le minaccie del Metternich, il quale veniva ripetendo al
granduca di non riconoscergli, come semplice usufruttuario di un
patrimonio imperiale, la facoltà di scemarvi i diritti con colpevoli
concessioni al popolo, Leopoldo II, atterrito dai casi di Livorno,
spinto, sospinto, respinto d'ogni parte, s'arrese a discrezione del
popolo, preparandosi a salvarsi colla fuga appena i tempi ingrossassero.
Lo statuto toscano, ricalcato su quello napoletano e piemontese, fu
migliore d'entrambi nella libertà religiosa.
Maggiori feste, perchè più profondo era il contrasto dei due principii
politici ecclesiastico e civile, occupavano Roma senza stancarla. Le
riforme concesse, ma non ancora praticate e nella più parte
impraticabili, avevano rotto la decrepita compagine dello Stato, senza
spirarvi dentro nessun alito di vita nuova. Come per lo innanzi i
prelati soli reggevano il governo e dovevano guidare un popolo riscosso
dal rombo di molte rivoluzioni. L'entusiasmo pel pontefice,
infervorandosi ogni giorno più, lo metteva così alto che quasi lo
disinteressava dal governo: e questa inconscia abilità dello spirito
publico ingannava papa, corte e piazza. Il giacobinismo inveiva
ragionacchiando di tutto: le imprecazioni ai gesuiti si mescevano cogli
osanna a Pio IX, la guardia civica decorava teatralmente ogni
processione politica, mentre molti moderati cominciavano già a
spaventarsi di un moto, nel quale tratto tratto si sentiva la
rivoluzione, e i mazziniani vi si cacciavano invece soffiandovi come
sopra un polverìo che nascondesse al governo la direzione della strada.
Una protesta per il riordinamento della milizia come risposta alle
provocazioni dell'Austria fu quindi mandata alla consulta; questa la
trasmise al governo, che credette rispondere mostrando ai tre milioni
dei propri sudditi gli altri 200 milioni di cattolici pronti in caso di
guerra a morire per il papa. Vecchia rettorica, che avrebbe dovuto far
sorridere anche coloro che la usavano! Ma il governo cedette ancora, e
finì col nominare un principe romano a ministro della guerra. Ogni
giorno crescevano le difficoltà; le riforme concedute sembravano
giustamente scarse dopo la promulgazione degli statuti negli stati
vicini; il segretario cardinale Ferretti si dimise; il Bofondi, che lo
sostituì, non potè fare di meglio; il governo scese a patti col popolo
in un proclama nel quale si promettevano ministri laici. Proruppero
altre feste: Pio IX dal proprio balcone arringò la moltitudine, che gli
giurò fede in un urlo di demenza e si acquetò come per incanto alla
benedizione papale.
L'antico governo prelatizio era dunque abbattuto, ma il fatto enorme non
fu ben compreso in quella inesauribile baldoria. Il nuovo ministero, nel
quale brillarono per ingegno Marco Minghetti e monsignor Morichini, non
era già più moderato avendo ceduto la direzione della polizia al
Galletti, rivoluzionario bolognese compromesso nei moti del 1844 ed
affigliato ai circoli mazziniani. Tale ultima nomina era dovuta alla
grande popolarità di questo, dietro la quale il neonato ministero
provava già il bisogno di riparare. Galletti alla polizia e il tribuno
Ciceruacchio in piazza formavano la parentesi della rivoluzione, che
doveva soffocare il governo papale.
Ma poichè questo, non sentendo dentro di sè alcun principio di vita,
aspettava come forma viscida e morta dal di fuori l'impronta, che doveva
atteggiarlo in una nuova sembianza di vita, a Roma pure si cominciò a
parlare altamente di costituzione. Era la pretesa dell'impossibile. Il
partito moderato vi conveniva gongolando, i rivoluzionari con abile
perfidia spingevano alla prova. I disegni fioccavano: l'illustre padre
Ventura ne dette fuori uno, nel quale con ingenua serietà proponeva due
camere, l'una eletta dai comizi, l'altra costituita dal collegio dei
cardinali; Pellegrino Rossi, ammirabile ed ammirato letterato di scienze
sociali, mandato da Luigi Filippo al papa come ambasciatore e
consigliere, faceva pompa d'esperienza costituzionale in avvisi al
pontefice e ai prelati sulle forme e sulle funzioni di un papa
parlamentare. La utopia del Gioberti stava quindi per prendere corpo: la
storia, per uccidere più sicuramente il papato, gl'imponeva
coll'impossibile prova d'una costituzione il più mostruoso dei suicidi.
Al solito una rivoluzione di Parigi decise dell'ultima ambage del
pontefice, e lo statuto fu promulgato.
I suoi principii politici, inconciliabili nell'essenza e nella forma, vi
si urtarono entro le più inattuabili disposizioni: le camere invece di
due furono tre, e la terza veniva formata dal collegio dei cardinali
costituito in senato, e che discuteva e votava a scrutinio segreto. Le
camere elettive non duravano in carica più di tre mesi: gli elettori
erano una cerna assurda di censo e di capacità, che non rappresentava
alcuna classe di popolo, e impediva anzi al popolo ogni rappresentanza.
L'altro consiglio alto era vitalizio e di nomina sovrana; così i senati
erano due, l'uno ecclesiastico e l'altro laico, entrambi ingranati nella
stessa costituzione. Alle due camere erano vietate le leggi riguardanti
gli affari ecclesiastici o misti, e tutto era misto nelle teoriche di
Roma e nello stato romano: non dovevano influire sulle relazioni
diplomatiche o religiose della santa sede, non potevano introdurre per
qualsivoglia bisogno, alcuna variante nello statuto. Così l'immobilità
caratteristica del governo papale si riaffermava nella nuova formula
parlamentare essenzialmente progressiva. Lo statuto esprimeva il
beneplacito del sovrano anzichè il diritto del popolo. Pio IX,
concedendolo, aveva confessato di cedere all'andazzo dei tempi, ma,
nonostante la promessa consegnata nell'ultimo articolo dello statuto,
che questo sarebbe inserto in una bolla concistoriale secondo l'antico
rito a perpetua memoria, non ne fu nulla. Pio IX, come Carlo Alberto e i
Borboni, si teneva aperta una via al tradimento.
L'assurdità di tale esperimento costituzionale non parve evidente che a
ben pochi: l'antitesi delle due sovranità popolare e papale sfuggiva
all'inesperienza dei molti e veniva negata per odio alla rivoluzione.
Non si pensava ancora alle conseguenze di sviluppo. Come avrebbe potuto
ammettere la chiesa l'emancipazione degli acattolici, l'abolizione delle
proprie leggi sul sacrilegio, la bestemmia, l'eresia, le immunità, i
privilegi, le giurisdizioni, la sorveglianza episcopale ai beni delle
opere pie? Come avrebbe consentito i matrimoni e i funerali civili, la
libertà di religione e d'istruzione? Come lo stato vi si sarebbe
determinato in faccia alla chiesa? Nel caso di un conflitto fra l'alto
consiglio e il concistoro dei cardinali, chi avrebbe deciso? Il papa? E
allora uno dei due corpi consultivi era inutile. In un conflitto più
terribile, fra la camera elettiva e il papa, chi avrebbe sentenziato?
Fatalmente gli elettori; e allora una rivoluzione avrebbe distrutto il
barocco e artificioso edificio di questo statuto. Naturalmente il
conflitto sarebbe scoppiato anche troppo presto. Nella imminente guerra
coll'Austria Pio IX avrebbe agito da principe o da papa? Come pontefice
era al di fuori e al di sopra di essa, come principe avrebbe dovuto
guidarvi l'Italia. La distinzione fra questi due caratteri come si
sarebbe espressa? Il mondo l'avrebbe intesa? All'Italia sarebbe bastata?
Se lo statuto era una concessione del sovrano, non riconosceva diritti
nel popolo; riconoscendogliene, il sovrano non era più che un
rappresentante di esso come il parlamento. Ma allora il popolo aveva
diritto di mutare anche questa nuova forma di governo, proclamando la
repubblica: infatti questa fu proclamata molto più presto che gli stessi
esaltati non si pensassero.
Intanto il partito moderato vaneggiava al governo col più giovanile
entusiasmo: giù nelle piazze il baccano delle feste assordava gli
orecchi anche più duri. Il nuovo ministero si accinse all'opera con
eccellenti intenzioni, ma senza idee rivoluzionarie, quantunque la
rivoluzione straripasse per tutta l'Europa. A mezzo il mese si sapeva
già che il cantone di Neuchâtel si era mutato per sollevazione, la dieta
di Francoforte aveva sancito la libertà di stampa per gli stati della
confederazione germanica, il re di Baviera concedute più libere
istituzioni: Amburgo, Vittemberga, Sassonia tumultuavano, Vienna era in
fiamme; se ne diceva espulsa la dinastia, l'Ungheria in armi.
L'ora fatale per l'Italia era dunque discesa sul quadrante della storia.
Unità o confederazione e guerra allo straniero, ecco il programma;
armare il popolo, sollevarlo, profittando del suo entusiasmo,
precipitarlo come una valanga sull'Austria atterrita e scomposta.
riconquistare tutta Italia dimenticando in questa conquista ogni gelosia
di principato, ogni riserva di statuto, ogni egoismo di regione, e
l'Italia trionfante si ricomporrebbe, a seconda del proprio diritto.
Solo una vera rivoluzione avrebbe potuto far questo, ma non era
nell'anima nè dei popoli, nè dei principi. Così non si raggiunse nè
l'unità, nè la federazione, e la guerra regia fu lombarda nelle
sommosse, piemontese nelle battaglie, republicana negli assedi, italiana
solo nei tradimenti e nelle sconfitte. Il numero dei volontari vi fu
scarso, quasi nullo il carattere popolare, breve la durata, epico il
valore dei rivoluzionari, infelice la condotta di tutti i governi
traditori o traditi; gli statuti apparvero tranelli, la confederazione
una lustra, le republiche un sogno, il principato piemontese
insufficiente, quello napoletano straniero; Roma sola rappresentò tutto
il mondo nell'abolizione del potere temporale, ma, accecata dal proprio
lampo, volle essere romana anzichè italiana. Non vi fu rivoluzione
interna giacchè nessuna classe ne sostituì un'altra al governo,
carnevale e diplomazia viziarono la guerra, le campagne si scopersero
austriacanti o clericali, l'idea rivoluzionaria impedì l'opera regia,
questa vietò l'accordo nazionale, mentre libertà ed indipendenza si
contraddicevano nella stessa impossibilità di attuazione, affrettando la
disfatta di quest'ultima rivolta federale e costituzionale.
Intanto che tutta Italia si sbizzarriva nel baccanale degli statuti,
sciupandovi forze preziose, nel Lombardo-Veneto la tensione degli
spiriti cresceva tutto giorno. Il problema rivoluzionario, così involuto
negli altri stati, si semplificava sulle terre occupate dallo straniero
nella suprema necessità della sua espulsione. Il dibattito delle future
forme politiche vi era piuttosto querela di accademia che di partito: la
tirannide austriaca era troppo dolorosa per concedere agli spiriti
l'ozio necessario ad una simile discussione. Il conte Fiquelmont,
mandato a sorreggere il fiacco vicerè Ranieri, aveva reso più triste
l'azione della polizia proibendo le ovazioni al nuovo pontefice,
insidiando, violando coscienze e case. Una guerra si era accesa fra
popolo e polizia, accanendosi coi più futili pretesti: i liberali
immaginarono d'impoverire l'Austria non giuocando al lotto, non fumando
e proibendo di fumare.
Erano rappresaglie piuttosto di scolari che di uomini, e parvero eroismi
e alcuni ne produssero. Ma se la diplomazia europea commossa a queste
violenze sanguinose s'intrometteva a placarle, e il vicerè scendeva a
bugiarde promesse, il vecchio Radetzki invece con indomabile baldanza
stringeva la spada pronto a colpire. Sui confini intanto il Piemonte
raddoppiava le guardie; il clero, esacerbato contro l'Austria per la
ferrea disciplina impostagli e per gli sfregi usati a Pio IX, si
schierava dal canto del popolo; persino la rappresentanza municipale,
sempre modello di servilità amministrativa, osava sporgere una protesta
contro l'ultimo editto minacciante tutti i cittadini della deportazione.
Ma il governo austriaco, quantunque minacciato in tutta la varietà delle
proprie provincie dalla stessa rivoluzione e forte solamente nella
propria unità dinastica e burocratica, non cedeva. La sua politica di
mezzo secolo, rendendolo inetto ai sùbiti cambiamenti imposti
dall'opinione dei piccoli principati d'Italia, lo tirava piuttosto al
rischio di una guerra che alle conseguenze imprevedibili degli agguati
costituzionali. Così, mentre Milano si preparava con orgasmo minaccioso
ad un supremo tentativo di riscossa, e Venezia sempre più mite
cominciava appena con Manin e con Tommaseo l'agitazione legale
domandando per mezzo della propria congregazione centrale qualche
riforma, la cancelleria imperiale rispondeva con truce risolutezza e
promulgava la legge stataria incarcerando Manin e Tommaseo come ribelli.
La tensione era estrema in tutto l'impero. La rivoluzione scoppiata
inaspettatamente a Vienna fugò prima l'onnipossente ministro, poi il
debole imperatore.
CAPITOLO SECONDO.
Le sommosse popolari e la guerra regia
Le cinque giornate di Milano.