all'esperimento delle costituzioni e di una impossibile lega militare
contro l'Austria, si dibatteranno fra perfidie mostruose: la
sollevazione contro lo straniero, precisando all'interno tutti coloro
che non l'avranno aiutata o peggio l'avranno tradita, li designerà come
nemici; l'impossibilità dell'unione spingerà all'unità, l'accordo
giubilante coi principi si muterà in dissidio mortale coll'abrogazione
degli statuti, il nuovo contatto colla rivoluzione europea spazzerà
dalla coscienza nazionale gl'informi antichi concetti storici, i
martirii delle successive congiure colpiranno molti riformisti divenuti
rivoluzionari, mentre il Piemonte mantenendosi costituzionale diventerà
il nocciolo della nazione futura.
Pio IX.
Alla morte di Gregorio XVI (1º giugno 1846) le popolazioni dello stato
pontificio, come presaghe dei tempi nuovi, respirarono gioiosamente. Al
conclave tosto adunato furono spediti _Memorandum_ e petizioni, che,
sebbene male accolti, non scemarono la pubblica aspettazione; siccome si
temevano sommosse, e il generale austriaco Radetzky si disponeva già ad
occupare le Legazioni, grande era il fermento degli animi, ma il
conclave, sbrogliandosi più sollecitamente del solito, proclamò
pontefice contro ogni previsione il cardinale d'Imola, Mastai Ferretti.
Era questi nuovo alla vita politica, senza nè partito nè capacità
politica. Il Lambruschini, candidato austriaco, e il Gizzi, candidato
popolare, rimasti esclusi, rappresentavano le due più grosse parti del
conclave, che, inette a vincersi, avevano dovuto accordarsi sopra un
nome neutro.
Il nuovo pontefice, che si chiamò Pio IX, doveva, malgrado la inanità
del proprio spirito, lasciare nella storia del papato una delle orme più
profonde. Mite di temperamento e gioviale nel carattere, vanitoso quanto
un attore e facile come un dilettante, era l'uomo più adatto al
carnevale del momento, che intendeva a fare di tutto una festa scordando
i problemi della politica nel fracasso della rettorica e avanzando per
una fantasmagoria di illusioni sceniche verso la scabra realtà d'una
rivoluzione presto soffocata nel sangue d'una guerra. Se Gregorio XVI
era stato un teologo ed un tiranno, Pio IX fu un retore della teologia e
della politica, egualmente incapace di comprendere la posizione del
papato nel secolo e in Italia. Quindi invece di una vera riforma
religiosa, quale l'invocavano i più grandi spiriti cattolici, non mirò
che alla teatralità di affermazioni dogmatiche, atte a sbalordire la
plebe e tendenti a condensare l'assolutismo papale senza prevederne i
contraccolpi politici. L'ultimo dogma dell'infallibilità pontificia, che
annulla il potere legislativo dell'episcopato, contradice infatti ben
stranamente alla concessione dello statuto, che doveva rendere il papato
parlamentare. Ma nessun papa svolse nel proprio pontificato più ricco
repertorio di scene. Riformatore, poi rivoluzionario colla promulgazione
dello statuto, eroe nazionale e banditore della crociata contro
l'Austria, quindi reazionario, traditore e fuggiasco a Gaeta sotto
l'egida del peggior tiranno d'Italia; decaduto dal trono per decreto
della republica romana che aboliva il potere temporale, e ricondottovi
da una coalizione monarchica che preludeva al secondo impero: più tardi
battuto dalla conquista savoiarda aiutata da Napoleone III, e nullameno
protetto da questo entro Roma; due volte assalito da Garibaldi ad
Aspromonte e a Mentana, e rovesciato finalmente dalla monarchia italiana
l'indomani di Sedan, Pio IX dovette fingersi prigioniero entro il
Vaticano dichiarato inviolabile. Gloria ed infamia, nulla gli fu
risparmiato. Sollevato a tutte le apoteosi dalla illusione politica di
un momento, e percosso poco dopo dagli anatemi di tutte le coscienze
italiane, potè proclamare il dogma dell'infallibilità pontificia in un
concilio ecumenico, che la rivoluzione del 1870 disperse; accattone
d'aiuti parricidi dopo le più ingenue vanterie patriottiche, imbrattato
di stragi come le perugine malgrado la gioviale bonarietà d'animo,
dominato da ministri concussionari come Antonelli, aggirato dai liberali
e dai gesuiti, fu l'ultimo condottiero del papato, e ne divenne il
becchino fra la più scettica indifferenza mondiale.
Ma il mattimo del suo pontificato apparve così bello all'accesa fantasia
d'Italia che tutto il mondo salutò acclamando.
I primi atti politici del pontefice, benchè per se stessi non
meravigliosi, destarono i più fervidi entusiasmi. Concesse un'amnistia
così umiliante per la formula che alcuni, come il Mamiani, sentirono di
doverla ricusare; nullameno questo perdono di papa parve ultimo miracolo
del cattolicismo. Quindi una indefinibile ed unanime congiura lo circuì.
Lo si vantò più buono e liberale che davvero non fosse, apponendo le sue
dichiarazioni assolutiste ai segretari; il partito clericale medesimo si
scisse in due, dei gregoriani e dei pïani a seconda delle tendenze
reazionarie o novatrici. Ambasciatori da ogni parte del mondo, persino
del sultano, venivano a congratularsi dell'opera riformatrice col nuovo
pontefice; ma ad essere riformatore gli mancavano insieme genio e
carattere.
Infatti le prime commissioni consultive con ammissione di qualche laico
illustre, come i giuristi Silvani e Pagani, l'una per lo studio della
riforma processuale, l'altra con propositi meschini di educandato per la
correzione dei costumi publici, e una terza per la costituzione del
municipio romano, scoprirono tutta l'inanità de' suoi concetti politici.
Ma il publico non potè e non volle accorgersene. Al suo entusiasmo
bastavano alcuni mutamenti nel personale legatizio, poche e tenui
modificazioni nella costituzione dei tribunali, e lo spiraglio aperto
alla stampa colla nuova legge sulla censura, che parve illiberale
persino al D'Azeglio.
Intanto il delirio delle feste e delle acclamazioni cresceva. Una poesia
carnevalesca avvolgeva la figura del pontefice, mettendo nel suo nome
misericordioso il significato di tutte le perfezioni. Ogni giorno recava
nuovi spettacoli di adorazione; la piccola e la grande letteratura
bamboleggiava in panegirici al papa; invece di osservarle,
s'indovinavano attraverso i suoi atti e le sue parole le più spampanate
promesse liberali. Pio IX era tutto, religione, patria, autorità e
libertà fuse nel più stupendo accordo di genio e di santità. I giornali
improvvisati, come il _Contemporaneo_ e la _Bilancia_ a Roma, il
_Felsineo_ e l'_Italiano_ a Bologna, questo diretto dal Berti-Pichat
insigne agronomo, e quello dal Minghetti, che divenne poi celebre
parlamentare, ditirambeggiavano con patriottica e comica ingenuità.
Persino Garibaldi dall'America e Mazzini da Londra credettero buona
tattica del momento scrivere a Pio IX due lettere assurde
d'incoraggiamenti e di devozione. Così, la fede al nuovo papa liberale
si radicava nell'opinione non solo d'Italia ma d'Europa, malgrado la
contraddizione di molti suoi atti, attribuiti puerilmente alla sua
posizione di capo di una istituzione vecchia di diciotto secoli e quindi
atteggiata da abitudini, che nessuno sforzo avrebbe potuto mutare in un
giorno. Il pontefice, ebbro di tanta popolarità, vi si abbandonava con
gioia di attore. La sua stessa bellezza fisica, la potenza musicale
della sua voce, per la quale invaniva almeno quanto pel grado di primo
fra i cattolici, l'ammirazione d'Europa, la costanza di un trionfo che
sembrava dilatarsi di giorno in giorno, tutto contribuiva a trascinarlo
giù per la lubrica china della rivoluzione. Il grande tentativo
liberale, iniziato nel cattolicismo per opera di Chateaubriand, e spinto
con sì ammirabile vigore di stile dal Lamennais alle ultime conseguenze,
favoriva la nuova interpretazione liberale del papato.
I riformisti gongolavano. Gioberti era stimato profeta, Mazzini sembrava
aver piegato, i principi guatavano stupiti il pontefice come attendendo
un suo cenno per seguirlo, il mondo applaudiva, solo i più
incorreggibili rivoluzionari tacevano soffocati dall'entusiasmo
universale.
Intanto con editto del 14 aprile 1847, ispirato dal famoso _Memorandum_
del 1831, s'instituiva la consulta di stato: tutti i legati e delegati
dovevano presentare una terna, dalla quale il sovrano avrebbe scelto un
consultore per ogni provincia: i consultori siederebbero due anni in
Roma e darebbero voto consultivo sulla sua amministrazione,
l'ordinamento del municipio e gli affari interni dello stato. Era una
lustra, che non riconosceva al popolo nessun diritto d'elezione e non
gli offriva alcuna guarentigia. Poco dopo un motuproprio ordinava il
consiglio dei ministri costituendolo del segretario, presidente e
ministro degli affari esteri ed interni, del camerlengo per l'industria
e il commercio, del prefetto delle acque e strade, del prelato
presidente della guerra, del tesoriere e del governatore di Roma per la
polizia. Il governo pontificio restava adunque sulle vecchie basi e col
medesimo organismo prelatizio. Nemmeno questo bastò. Il popolo,
infallibile nell'istinto politico, sentiva che il pontefice sarebbe
andato più oltre, e che questi decreti erano piuttosto l'espressione del
partito vaticano che dell'inevitabile compromesso già stretto fra il
papa e la rivoluzione. Infatti l'Austria spaventata aumentava in
Lombardia l'esercito di occupazione facendo subdole proposte a Guizot,
ministro francese, perchè si adoperasse presso il pontefice a frenare il
moto delle riforme e ad impedire quindi sommosse rivoluzionarie in
Italia. Nel Vaticano era scoppiato il dissidio fra il Gizzi segretario e
il papa: questi alle provocazioni dell'Austria rispose istituendo la
guardia civica a Roma e promettendola alle provincie. Il Gizzi si dimise
profetando la caduta del papato; i gregoriani già ringalluzziti dagli
aiuti austriaci allibirono e tacquero momentaneamente nell'odio.
Frattanto lo stato male ordinato in passato peggiorava fra il vecchio e
il nuovo; sanfedisti e rivoluzionari, gregoriani e pïani, nelle
provincie si percuotevano a morte; le commissioni governative eternavano
i propri lavori, l'azione governativa sprovveduta degli antichi terrori
polizieschi procedeva molle ed incerta, l'azione popolare cresceva
gagliarda.
Al Gizzi successe il cardinale Ferretti, legato a Pesaro. Quindi, per
l'anniversario della concessa amnistia, una congiura, piuttosto
desiderata che ordita dai residui polizieschi del governo gregoriano
contro Pio IX, provocò tumulti liberali, che s'immaginarono di salvare
il pontefice vincendo una battaglia cittadina. Così il popolo
s'impossessò delle armi e il governo cadde in sua tutela, mentre
l'Austria, troncando le ambagi, occupava risolutamente Ferrara. La prima
grande scena del dramma era incominciata. Roma e Vienna inimicate
avrebbero acceso la guerra fra l'Austria e l'Italia. Roma protestò
energicamente, il gabinetto inglese la appoggiò; ma l'Austria tenne
duro, giovandosi della Francia che per mezzo di Guizot consigliava al
papa di restare amico dell'imperatore a qualunque costo. Senonchè la
mossa spavalda di Metternich, anzichè frenare il papa sulla via
pericolosa delle riforme, ve lo spinse più vivamente; le popolazioni
frementi di sdegno all'odiosa provocazione si stringevano più fortemente
al pontefice; tutti i municipii gli offrivano uomini e danari per una
impresa di liberazione; la stampa, rompendo i confini della censura ed
ampliando la questione, pindareggiava di unione d'Italia e
d'indipendenza nazionale. Per la prima volta dopo tanti secoli
un'ingiuria fatta al pontefice re di Roma veniva raccolta come un guanto
da tutta la nazione.
Pio IX, trascinato dalla logica segreta della rivoluzione a farsi
iniziatore di una lega doganale, che avrebbe naturalmente preluso ad una
lega politica, segnava un trattato doganale con Firenze e con Torino,
costituiva il municipio romano, riordinava il ministero precisando le
attribuzioni e la responsabilità di ogni ministro, apriva la consulta
tentando inutilmente di scemarle nel discorso inaugurale il significato
politico. Infatti i consultori nell'indirizzo di risposta gli esposero
nella forma più rispettosa un largo programma di tendenze costituzionali
e patriottiche. La loro inattuabilità non compresa dal popolo, pel quale
tutto era segno di rivoluzione, non sgomentava i consultori: si andò
fino a pretendere che il papa scomunicasse l'imperatore; e la
_Bilancia_, giornale dell'illustre Orioli, affermava essere la scomunica
un'arma superiore a tutte le altre di guerra.
L'agitazione negli altri stati.
Una protesta dei professori allo studio di Pisa contro l'installazione
delle monache del Sacro Cuore cresceva tutto dì nelle stampe clandestine
di Toscana, che invocavano riforme fingendo motupropri dai quali fossero
accordate; il granduca Leopoldo, prima rattenuto dal terrore cieco
dell'Austria, era adesso trascinato dall'irresistibile esempio di Pio
IX. Tutto diventava pretesto di unione con Roma, la sottoscrizione per
gli amnistiati poveri dello stato romano, il terremoto di Pisa e
l'inondazione di Roma stessa. In questa si istituì una ambasciata
toscana distinta dall'austriaca, si stabilì a Pisa una scuola normale,
si nominarono commissioni per diffondere l'istruzione elementare.
L'Austria premeva sul granduca a spaventarlo; i rivoluzionari si
servivano del nome di Pio IX come di una salvaguardia per ogni
dimostrazione liberale. Una nuova legge sulla stampa, colla quale si
concedeva l'esame degli atti governativi, abilmente maneggiata dal
Montanelli in un opuscolo, diventò arma contro il governo: questo,
sempre più stretto dal blocco, ordinò nuovi codici, promise
l'allargamento della consulta, una revisione organica dei municipi.
I giornali pullularono: Salvagnoli nella _Patria_ propugnava l'accordo
della libertà col principato e quindi una lega di principi per la difesa
dell'indipendenza italiana, La Farina nell'_Alba_ republicaneggiava,
Montanelli sognava nell'_Italia_ dietro al papato di Gioberti. La prima
grossa battaglia giornalistica fu per l'istituzione della guardia
civica, alla quale il duca ripugnava per istinto e per minaccie
austriache, ma nella quale dovette consentire, travolto dalla marea
assordante della publica opinione. L'armamento del popolo era il primo
passo del principato all'abdicazione, gli altri furono segnati dai
preparativi e dalla concessione finale dello statuto. All'agitazione
liberale crescevano adepti ed aiuti: il barone Bettino Ricasoli, che fu
poi la più onesta ed altera figura fra i successori del conte di Cavour,
scriveva petizioni al governo, guidando contro di esso la parte più
assennata del paese, ma sperando tutto dalla persuasione; Gino Capponi,
austero gentiluomo ed elegante letterato, capo di un'altra frazione del
partito moderato, si riprometteva maggiormente da legali agitazioni. Il
partito radicale aveva sede a Livorno, ove Guerrazzi ne era l'idolo e
Bartelloni il più efficace tribuno; Centofanti e Montanelli guidavano
l'università di Pisa. Intanto le scosse di Roma propagandosi, eccitavano
le popolazioni e sbaldanzivano i governi: ogni avvenimento diventava
festa, ogni festa dimostrazione; l'anniversario della morte dei Bandiera
e della cacciata dei tedeschi da Genova, l'assunzione del papa, la morte
a Genova del celebre agitatore irlandese O' Connell e di Confalonieri a
Milano, la sconfitta del Sonderbund a Lucerna, i ricevimenti per tutte
le capitali italiane di Cobden e di Cormenin, provocavano esplosioni di
rettorica rivoluzionaria e patriottica. Guerrazzi, commemorando a
Gavinana la morte di Ferruccio, produsse quasi una rivolta: il principe
Bonaparte di Canino, volgare ma coraggioso istrione politico, traversò
la Toscana, poi Genova e finalmente Venezia, vestito da guardia civica
romana, arringando e tirando il publico a teatrali giuramenti colle
spade sguainate nel nome d'Italia. Le riforme concesse troppo tardi, mal
volentieri e a sbalzi, anzichè placare il fermento l'accrescevano; il
nome d'Italia, gridato da tutti, minacciava di morte i governi
regionali; da Livorno si mandò a Garibaldi, divenuto glorioso in America
per battaglie vinte, una spada d'onore, e una medaglia d'oro ad Anzani
che con lui aveva colà organizzato la legione italiana.
A Lucca, siccome Carlo Lodovico seguitava nei più turpi disordini,
ricusandosi con insolente spavalderia a qualunque riforma liberale, il
popolo offeso impegnava contro di lui una lotta, nella quale ebbe presto
il sopravvento. Allora il duca, spaurito e vessato dagli enormi debiti,
precipitò la cessione del ducato alla Toscana; l'Austria intervenne in
nome dei vecchi trattati per ottenere al duca di Modena la Lunigiana,
chiave strategica della media Italia. Corsero ribalde trattative da
tutte le parti, ma la regione restò momentaneamente a Modena
spalleggiata da Vienna. La mala condotta di Leopoldo verso gli abitanti
di Fivizzano, che gli si erano rivolti per non essere ceduti al duca di
Modena ed avevano poi invocato persino Carlo Alberto e Pio IX,
determinarono a Livorno una esplosione popolare, nella quale soffiò il
Guerrazzi. Ne venne quasi una guerra civile, ma il duca fu sollecito al
riparo, invadendo con grosse soldatesche la città ed arrestandovi tutti
i caporioni. Il moto si disse sedato, però il governo non ne divenne più
forte.
Frattanto essendo morta (17 dicembre 1847) la duchessa di Parma, Maria
Luigia, l'Austria ne profittò per prender maggior piede in Italia contro
l'imminente rivoluzione. L'ex-duca di Lucca, divenuto duca di Parma per
diritto di riversibilità, ne prese momentaneamente possesso,
riconfermando dietro monito austriaco gli odiati ministri della defunta
duchessa e rispondendo alle petizioni popolari, invocanti migliori leggi
e municipii elettivi, col darsi in braccio a Vienna. Così, dopo aver
venduto i propri sudditi di Lucca al granduca di Toscana al prezzo di
uno scudo per testa, il 24 dicembre firmava un trattato coll'imperatore,
concedendogli di occupare militarmente lo stato per interesse di comune
difesa: al quale trattato avendo tosto acceduto il duca di Modena,
l'Austria contro i patti del 1815 era fatta padrona del Po e degli
Appennini. Quindi col pretesto di scortare il cadavere della duchessa
trasportata alle tombe imperiali di Vienna, Metternich fece occupare
colle artiglierie Parma, poi Modena.
Ma tutta Italia guardava insistentemente a Carlo Alberto. L'istinto
politico della rivoluzione intuiva che solo il Piemonte avrebbe potuto
guidare una guerra d'indipendenza contro l'Austria, qualunque fosse il
passato e il carattere del suo re. Carlo Alberto, attorniato dai gesuiti
e dominato dal conte Solaro della Margherita, il più reazionario fra i
ministri italiani, si sentiva passare entro l'anima assiderata il vento
caldo della rivoluzione a risvegliarvi vecchi rimorsi e speranze.
L'orgoglio tradizionale della sua casa, la sua stessa alterigia
romantica di re assoluto e di cavaliere, lo traevano alla fortuna di una
guerra che gli raddoppiasse i dominii, dandogli una vera supremazia su
tutti i principi della penisola; ma il terrore delle idee
rivoluzionarie, la bigotteria regia e cattolica, l'inguaribile dubbiezza
del suo spirito incapace di affrontare risolutamente alcun problema, lo
rattenevano sulla china delle riforme, irritando la sua gelosia per Pio
IX. Quindi proibiva persino le funzioni ecclesiastiche celebranti il
nuovo pontefice, pure offerendoglisi cavaliere contro l'Austria già
discesa a Ferrara e minacciosa al Piemonte con un nuovo aumento di dazi
sopra i suoi vini, quasi a sfida: accoglieva trionfalmente l'inglese
Cobden apostolo del libero scambio, e seguiva la dottrina opposta del
List, che aveva fondata in Germania la lega doganale; si ricusava alle
riforme e scriveva una lettera ai comizio agrario di Casale,
provocatrice come un bando di guerra contro l'Austria. Perplesso fra la
diplomazia inglese, che per mezzo di lord Minto lo incuorava ad una
rivoluzione costituzionale, e la politica francese che per mezzo del
conte de Mortier tirava a riconciliarlo coll'Austria, non si risolveva
per nessuna delle due: avrebbe voluto la guerra senza rivoluzione,
guidando l'esercito e tenendo il popolo nella stessa calma obbedienza
mediante poche riforme concesse per decreto reale. Nullameno il moto lo
travolse. Il suo scudo fantastico col leone di Savoia straziante
l'aquila di Asburgo e il motto scritto in francese da lui italiano
«_J'attends mon astre_» esprimeva tutta la torbida poesia del suo
pensiero: una visione di cavaliere antico, chiuso nell'angustia del
proprio spirito e della propria corazza, concependo la rivoluzione come
una festa di popolo e la guerra come il glorioso capriccio di un prode.
Ma la storia, sempre più forte di ogni disegno individuale, lo trasse
irresistibilmente alle riforme, che dovevano in tutti i principati
italiani precedere gli statuti; onde, fra gli osanna del popolo, i
suggerimenti ingenui o perfidi dei liberali e le querimonie della
reazione, dovette con una serie di ordinanze modificare la legge
comunale mettendovi a principio l'elezione popolare, abolire le
giurisdizioni eccezionali, unificare con una nuova corte di cassazione
la giurisprudenza del regno, frenare l'arbitrio della polizia affidata
al ministro della guerra, slargare la legge sulla stampa, stabilire
registri per lo stato civile, democratizzare le promozioni militari.
Naturalmente queste riforme, anzichè recare immediati benefizi,
sconvolsero il vecchio sistema politico, sollecitando le voglie
rivoluzionarie dei liberali. La logica delle cose traeva
irresistibilmente a maggiori concessioni: si denunciavano tutti gli
abusi; l'orgoglio piemontese, vellicato dalla proclamazione nazionale
del proprio re a generalissimo contro l'Austria, domandava
insistentemente un altro più difficile primato colla promulgazione di
uno statuto. Le questioni più vitali, dibattute quotidianamente nei
giornali, esaltavano meglio che non illuminassero le menti; Valerio e
Brofferio, l'uno nella _Concordia_, l'altro nel _Messaggero_, guidavano
la falange più ardita dei liberali; Balbo e Cavour nel _Risorgimento_ si
destreggiavano in un liberalismo più tenero del principato che della
libertà, più preoccupato dei mezzi che del fine. Il vecchio assetto
della società sommossa da tante agitazioni politiche si screpolava;
difettavano uomini e idee; la riforma scesa dai libri e dalle riunioni
accademiche nelle strade non vi diveniva rivoluzione per difetto di
passione e d'intelligenza nel popolo. Il sentimento più vivo di questo
era l'avversione all'Austria, ma non l'odio vero capace dei miracoli di
Grecia e di Spagna; la tradizione più salda era ancora regia, le
aspirazioni liberali salivano dalla borghesia e si confondevano
nell'incertezza della sua cultura e nella imperfezione del suo
carattere. Tutta la violenza era di parole e tutta l'opera di feste. Si
temeva pazzamente dei gesuiti, le fazioni inviperivano nelle più astiose
e stolide polemiche, la diffidenza scendeva e saliva dal popolo al
principe, la vertigine del vuoto faceva turbinare tutte le teste. Due
soli vedevano chiaro in tale tramestio, Mazzini e Metternich: quegli
affermando recisamente che tutti gli ordigni dei moderati crollerebbero
ben presto, e il popolo proromperebbe con manifestazioni da obbligare
l'Austria ad invadere i paesi vicini; questi scorgendovi una sovversione
rivoluzionaria che avrebbe forse guidato alla republica, ed
affrettandosi a dichiarare in un _Memorandum_ alle potenze che l'Italia
era _una semplice espressione geografica_ e non sperando più che nelle
inevitabili divisioni italiane. «Gli italiani fortunati s'invidieranno,
sfortunati si malediranno, discordi sempre vincitori o vinti». E fu
profezia.