giustificandola colle tristi condizioni del presente. Rifiutati i
principii fondamentali della rivoluzione francese e pigliando le mosse
dallo stato attuale d'Italia, parecchi scrittori formularono i voti e le
speranze della nazione in assurdi sistemi, che parvero allora miracoli
di senno. Il problema nazionale era duplice, indipendenza dallo
straniero e libertà interna; ma ambedue questi termini si sdoppiavano in
una serie infinita di altri, moltiplicando le difficoltà per ognuno di
essi sino all'impossibilità di una qualunque soluzione. Il problema
dell'indipendenza imperniato sull'Austria traeva seco la guerra civile
contro tutti i principi italiani, giacchè nessuno di essi avrebbe osato
combattere l'Austria per timore di restare poi preda della rivoluzione.
Una confederazione tra essi era egualmente impossibile, mentre il papato
ligio a Vienna e fanatico di assolutismo non vi avrebbe convenuto, e il
napoletano remoto e compatto sotto i Borboni non avrebbe nulla a
guadagnarvi, e gli Stati centrali, grossi feudi austriaci rosi da
gelosie intestine, vi avrebbero ripugnato: solo il Piemonte, ingordo del
Lombardo-Veneto, vi avrebbe forse aderito, ma appunto per questo
sospetto da tutti gli altri sarebbe stato respinto. Poi le corti essendo
tutte egualmente reazionarie, una lega fra esse non sarebbe stata che
conseguenza dell'idea rivoluzionaria; ma allora, mutando i consigli
principeschi con uomini nuovi, scelti fra i liberali, il problema della
libertà interna veniva improvvisamente a tempestare in quello
dell'indipendenza dallo straniero. Fra popoli e governi non correva
fiducia. Per combattere l'Austria si sarebbe dovuto armare il popolo, ma
nessun governo lo avrebbe osato, perchè solo la parte rivoluzionaria era
battagliera e si sarebbe servita delle armi per tentare l'unità e la
libertà della patria. Finalmente dietro l'Austria stava l'Europa
monarchica vigile ed ostile ad ogni mena di rivoluzione, terribilmente
armata e pronta a qualunque eccesso.
Il problema dell'indipendenza era dunque insolubile. Quello della
libertà presentava difficoltà anche più profonde. La libertà, fuori dei
termini della rivoluzione francese che consacrava la sovranità nazionale
ed individuale, era un non senso: circoscritta alle concessioni dei
principi non avrebbe conciliato loro la fede del popolo, nè soddisfatto
alcun vero bisogno di questo. D'altronde le riforme avrebbero dovuto
chiamare al potere uomini popolari, proponendo così il quesito della
loro elezione: ora ogni elezione implica il quesito del diritto
elettorale, nel quale risiede tutta la sovranità; chiamati dal principe
non avrebbero rappresentato il popolo; mandati da questo avrebbero
annullato il diritto regio. Un inevitabile conflitto sarebbe scoppiato
fra i due poteri, e la rivoluzione procrastinata dalle riforme si
sarebbe servita di esse medesime per scoppiare più prontamente.
Solo la teorica mazziniana, dichiarando inseparabili la libertà e
l'indipendenza, l'unità e la republica, era rigorosamente logica, ma
appunto per questo merito sistematico non si prestava ad una immediata
applicazione, mentre la storia a somiglianza della vita procede
destreggiandosi fra antitesi apparentemente inconciliabili e traendo
spesso dalla morte e dall'assurdo le proprie forze più vive. Contro i
mazziniani, ultimi e più originali fra i giacobini, sorsero gli
scrittori riformisti a tentare la conciliazione dei contrasti nazionali,
fortificando coll'illusione d'incredibili sistemi il fiacco liberalismo
della maggioranza.
Fondamento dei nuovi scrittori furono l'autorità papale e il diritto
regio: la loro argomentazione derivò tutta dal passato, la loro
rettorica dal romanticismo. Alcuni come il Gioberti ingigantirono il
problema entro una visione sinteticamente poetica; altri come il
D'Azeglio lo distrussero in un'analisi frammentaria: si dissero pratici
in confronto ai mazziniani e nessuno di essi ebbe il senso della realtà,
non compresero il popolo e svisarono i principii, per concludere
nullameno a maturare la rivoluzione spingendo la nazione alla prova di
una libertà statutaria e di una guerra federale contro l'Austria.
Anzitutto il giovamento della loro opera fu appunto nel combattere le
teoriche rivoluzionarie, che spaventavano il senno volgare delle masse.
Per essi si potè cominciare ad essere liberali senza compromettersi in
rischi mortali di congiure, a separarsi dalla vita dei più. La classe
aristocratica e la media, condannate dalla teorica mazziniana, che
s'indirizzava schiettamente al popolo, riconoscendo in lui solo la fonte
di tutti i diritti, si riconciliarono alla causa della libertà: i
dissidi regionali, ancora così appassionati, si calmarono nell'illusione
di un accordo federale che rispettasse tutte le vecchie autonomie, la
religione accarezzata come fondamento della libertà si rasserenò
lasciando a nudo il fanatismo reazionario del clero che parve tristo
anche ai più indulgenti. Non si minacciarono più i principi, ma s'intese
a persuaderli: si propose loro di essere più grandi, più liberi, più
uniti ai loro popoli, confederati contro lo straniero, guidati da Roma
nella santa crociata. Gioberti esule scriveva nel _Primato_ un mostruoso
poema politico intercalato di ditirambi, sonoro ed abbagliante: in esso
l'Italia schiava diventava la nazione delle nazioni, e per una terza
volta il centro della storia. Il papato, incomparabile ed immortale
originalità della storia, doveva compiere il miracolo di una terza
risurrezione italica; il papato che aveva rovesciato l'impero romano,
guidato il medio evo, resistito a tutti gli scismi, trionfato della
rivoluzione francese, assicurava l'avvenire d'Italia. I tempi erano
maturi; l'Europa non poteva procedere oltre senza l'Italia: il papato
era la stella polare della storia. Il libro si diffuse come un contagio,
inebriò come una musica. Tutti gli elementi della reazione cattolica si
addensarono in un partito guelfo, che l'erudizione storica venne a
rinfiancare di antichi argomenti: la monarchia, rappresentante nel
proprio maggiore significato l'antico mondo coi privilegi e le
differenze di classe, rifulse anch'essa come un principio; l'ordine
sociale non si comprese più al di fuori della monarchia e della
gerarchia di classe, la rivoluzione parve sacrilegio mentre le riforme
esprimevano lo svolgersi lento ed armonico del processo sociale. Quindi
il popolo avrebbe partecipato al loro beneficio non alla loro opera:
questa doveva esser fatica e merito delle classi colte. Non si pensava a
guerra, si sperava nell'indipendenza cansando il problema militare e
sognando combinazioni diplomatiche al tempo stesso favorevoli e
difficili come quelle del lotto.
Cesare Balbo, letterato guelfo, storico e politico reazionario, si
cacciò nell'arduo tema col celebre libro su _Le Speranze d'Italia_. Se
Gioberti aveva delirato sul papato, Balbo vaneggiò sulla monarchia:
nell'Italia non vide che il Piemonte, nella storia che il passato, evitò
tutti i problemi dell'indipendenza, della libertà, della sovranità
nazionale, dell'unità e della federazione, limitandosi a predicare ai
popoli l'obbedienza e ad insegnare come scopo politico la consolidazione
di tutti i governucoli peninsulari, guardando al papato come alla legge
suprema d'Italia, e sperando che l'Austria coll'impossessarsi di una
parte della Turchia potrebbe cedere graziosamente al Piemonte il
Lombardo-Veneto. Intanto bisognava abborrire la rivoluzione,
disciplinarsi e credere esclusivamente nella monarchia, qualunque ne
fosse il sovrano. Più tardi nelle _Lettere politiche_ inculcò il
liberalismo moderato con volo più basso di fantasia politica, ma con più
servilità di propositi e non meno torbida intuizione della realtà. Anzi
le sue lettere alla vigilia dell'azione raggiunsero lo scopo opposto
inasprendo il dissidio dei partiti, quantunque il Montanelli, benevolo
spirito liberale, agile nei maneggi ma non resistente di fibra e sempre
incerto nell'idee, corresse in aiuto, proclamando una specie di tregua
finchè lo straniero non fosse cacciato d'Italia.
Più chiaro apparve il Durando nel libro sulla _Nazionalità Italiana_,
dichiarando che il solo principio unificatore d'Italia era nel
principato e il rigeneratore nella libertà, proponendo così una lega
sincera fra popoli e principi per costituire la nazione in due regni
della regione eridanica sotto casa Savoia, e del mezzogiorno sotto i
Borboni. Roma col proprio Stato resterebbe al papa, gli altri principi
spodestati troverebbero compensi nelle isole e nella Savoia. Ma questa
divisione troppo facile veniva nullameno oppugnata dall'anonimo
lombardo, che nei _Pensieri_ sull'Italia dichiarava incompatibile
coll'indipendenza italiana la sovranità temporale del papa, e opera vana
ogni tentativo di riforma su questa. Quindi consigliava la formazione di
tre regni: il primo col Piemonte, il Lombardo-Veneto e Parma con Torino
residenza della corte e Milano sede del congresso nazionale; il secondo
colla Toscana, Modena e lo Stato pontificio avrebbe Firenze per sede del
principe e Bologna per quella del congresso; il terzo con Napoli sede
del sovrano e Palermo sede del congresso. Roma città libera resterebbe
al pontefice sotto la protezione dei tre sovrani. Uno statuto uniforme e
una lega doganale dovevano stringere i tre regni. Altri, come il
Galeotti nel libro della _Sovranità temporale_, erano invece d'avviso
che a riformare gli Stati pontifici bastasse il richiamo delle antiche
leggi e principalmente dei capitoli di Eugenio IV; Gino Capponi nelle
_Attuali condizioni della Romagna_ non dubitava nemmeno della necessità
del governo temporale e si limitava ad augurare migliorie e riforme; il
D'Azeglio nel celebre opuscolo sui _Casi di Romagna_, dopo una critica
calma dell'orribile sgoverno di quelle provincie, concludeva poveramente
a consigliare maggior pazienza ai sudditi e minore durezza al sovrano,
non sospettando nemmeno che lo scopo dell'imminente rivoluzione nello
Stato pontificio sarebbe appunto la doppia proclamazione della
repubblica romana e dell'abolizione del potere temporale.
In tanti disegni nessuna idea chiara o proposta concreta. Nè il problema
dell'indipendenza, nè quello della libertà erano posti nei loro veri
termini. Se il concetto della federazione fosse stato organico avrebbe
prima rampollato nelle corti che nel popolo, atteggiando diversamente la
loro politica: invece corti e popoli erano così divisi dal sentimento
inconscio della rivoluzione che la federazione proposta doveva
risolversi in un agguato per entrambi. Se l'idea della libertà fosse
stata cosciente nei popoli e nei principi, la loro doppia politica non
si sarebbe svolta in così triste antagonismo e le costituzioni sarebbero
state invocate e concesse con uguale sincerità e col magnanimo proposito
di combattere l'Austria; ma la libertà era invece odio pei
rivoluzionari, ribellione pei governi, peccato pei preti, disordini per
la plebe, martirio pei pochi generosi che la ritentavano ogni giorno in
tragedie isolate. E di libertà seguitava a fremere la letteratura coi
drammi del Niccolini e colle satire del Giusti fra l'imbroglio di
transazioni assurde e di combinazioni impossibili, di reticenze perfide
e di sottintesi indicibili, mentre Mazzini sempre terribilmente limpido
guidava il battaglione sacro delle idee e delle poche forze
rivoluzionarie su per l'erta di una nuova epoca storica.
LIBRO QUINTO
L'ULTIMA RIVOLUZIONE FEDERALE
CAPITOLO PRIMO.
I prodromi
Effervescenza dell'opinione.
Il fermento rivoluzionario cresceva.
Tutta l'Europa era corsa da fremiti di rivolta: in Francia l'ibrida
monarchia di Luigi Filippo, logora da oltre quindici anni di corruzione
e senza base nella coscienza del paese, era ridotta alla vita precaria
dei propri ministeri; la democrazia accresciuta di tutte le forze del
socialismo, che dalla gloria di un'ammirabile letteratura passava
intrepidamente alla tragedia dell'azione, l'assaliva da ogni parte
rivelandone con implacabile critica la perfidia delle trame e l'inanità
delle idee. In Germania il lavoro della ricostituzione nazionale,
avviluppato nel panneggiamento di troppi sistemi storici e filosofici,
si veniva sbrogliando coll'aiuto delle idee francesi più terribilmente
logiche e chiare. L'Austria, rappresentante dell'assolutismo e del più
eteroclito impero europeo, veniva quotidianamente assalita dalla
democrazia tedesca nel nome della nazionalità e della libertà, mentre la
Prussia, incapace di comprendere ancora la propria missione storica, si
vedeva al tempo stesso blandita e oppugnata dai rivoluzionari a seconda
del loro metodo costituzionale o giacobino. La Polonia scuoteva tratto
tratto le proprie catene con impeti disperati; l'Ungheria ligia alla
propria aristocrazia magiara resisteva con minacciosa energia alla
depressione uguagliatrice della burocrazia viennese, che mirava a
stringere l'unità dell'impero schiacciandovi tutte le differenze
etnografiche e nazionali; l'Italia, terra mista e campo aperto a tutte
le idee più disparate, si sollevava con fede improvvisa verso un trionfo
indefinibile che avrebbe dovuto risolvere miracolosamente tutti i suoi
centenari problemi.
Le riforme concesse dopo il 1814, come espediente di governo per
combattere la rivoluzione, sembravano ad un tratto divenute l'unico
ideale dei popoli. L'indipendenza dallo straniero, nella quale si
accordava ogni partito, era una tregua convenuta fra governo e
rivoluzione nell'inconfutabile coscienza d'una necessità comune, una
specie di campo chiuso al valore di tutti i combattenti e sventolante
gioiosamente delle più varie bandiere. Il concetto di patria, così
chiaro nella letteratura nazionale degli ultimi 30 anni e nullameno
ancora così torbido nella coscienza delle masse, si effondeva
improvvisamente come una poesia irresistibile nelle parole di tutti: non
si ciarlava, non si cantava, non si ballava più che per l'Italia. Il
sentimento nazionale educato dalla lunga opposizione all'Austria aveva
finalmente conquistato la coscienza di se medesimo; nessuno osava più
essere apertamente austriacante, poichè la logica del pensiero e
l'onorabilità del carattere se ne sarebbero offese. Comunque l'Italia
fosse infelice od oppressa, anzi per questo medesimo, bisognava essere
italiani: l'orgoglio nazionale ridesto dal valore spiegato nei libri e
nelle congiure degli ultimi tempi, osava finalmente riaffacciarsi alla
storia. L'Italia ignota persino a se medesima nel secolo passato, poi
invasa dallo strepito della rivoluzione francese come un immenso
dormitorio, nel quale tutto un popolo d'infermi e di poveri sonnecchiava
nell'ozio e nella fame, quindi riordinata violentemente a caserma dal
primo impero, ridivenuta albergo dei propri principi fuggiti e degli
antichi padroni stranieri nella ristorazione del '15, era adesso una
terra inerme che parlava di armi, piena di dotti e di poeti, di
congiurati e di politicanti, con una aristocrazia stretta intorno ai
troni come per difenderli dalle estranie influenze, con una borghesia
destatasi all'immenso moto europeo e confusamente conscia che ogni fatto
futuro sarebbe per lei una conquista, con un popolo al quale il rombo
delle idee e le frequenti percosse della polizia avevano messo l'orgasmo
della ribellione contro l'autorità senza giustizia e senza carattere
nazionale.
La necessità delle riforme, accresciuta tuttodì dall'esame delle
condizioni politiche ma abbellita dalla improvvisa giocondità di un
accordo fra popoli e governi, non presentava ancora nulla di troppo
pericoloso; non si minacciavano più i principi; le classi non si
astiavano più fra loro, una specie di benevolenza, metà ingenua e metà
perfida, addormentava le diffidenze degl'interessi e le ripugnanze dei
principii. Si capiva e si diceva che le riforme avrebbero condotto alle
costituzioni, ma questa parola non molto meglio determinata delle altre
non palesava ancora tutto il proprio contenuto rivoluzionario.
L'aristocrazia sperava di conservarvi quasi tutti i vecchi privilegi, la
borghesia di guadagnarvi parecchi diritti colla doppia forza del censo e
della coltura, il popolo di liberarvisi da molte angherie. I veri
rivoluzionari, ostinati nell'unità e nella republica, venivano giudicati
alla stregua degli incorreggibili sanfedisti ed austriacanti: ogni
regione d'Italia si accingeva al rinnovamento conservando nella vanità
inevitabile della nuova opera le vecchie superbie delle autonomie.
L'unità della patria, così bene affermata dalla letteratura, diventava
unione nell'idea politica d'allora: si parlava di dieta, di lega
doganale, di statuti uniformi; era una risurrezione medioevale che
lasciava a Roma il papato, come se la rivoluzione e l'impero francese
non l'avessero due volte soppresso, e tutte le antiche capitali nel loro
storico antagonismo. Palermo risognava di emanciparsi da Napoli pur
conservandone la dinastia, Genova vaneggiava contro Torino nei ricordi
dell'antica repubblica, Firenze rimuginava i propri secolari disegni
d'ingrandimento contro i ducati limitrofi, il Piemonte mirava al
Lombardo-Veneto come a preda troppo lungamente agognata, mentre Milano
rammentava, con palpiti superbi di donna, la sua ultima gloria di
capitale del regno italico, e Venezia, isolata nel silenzio delle
lagune, fantasticava la libertà dinanzi alla gloria immortale dei propri
monumenti.
Era un idillio politico. Nessuna di quelle terribili passioni che covano
le vere rivoluzioni, trapelava dalla scompostezza del nuovo moto: non
fede religiosa, giacchè in Italia fu sempre scarsa, e il papato non fece
che diminuirla e la religione cattolica era piuttosto ostile che
favorevole ad ogni forma di rivoluzione italiana: non tradizione regia,
capace di difendere le centenarie dinastie contro disegni giacobini e
prepotenze imperiali; non odio al principato, disonoratosi nell'ultimo
secolo con ogni bassezza morale e politica; non amore alla repubblica,
che non fu mai italiana; non orgoglio di libertà, della quale era
mistero il significato moderno; ma una irritazione prodotta dalla
politica austriaca ed austriacante, e una velleità d'emancipazione che
facesse senz'altre fatiche rifiorire il benessere materiale paesano. E
il moto non era solamente federale per tradizione ma per un sottinteso
ipocrita che, giudicandolo meno osteggiato così dai principi che
dall'Austria, lo sperava più facile: forse quest'ultima, preoccupata da
altre necessità interne, lo avrebbe lasciato passare e la rivoluzione si
sarebbe svolta come una festa. Poi il caso o la fortuna d'Europa
avrebbero aiutato.
Si desiderava da suddito diventare cittadino, ma si aspettava questo da
una concessione generosa di principe; si sarebbe voluta l'espulsione
dell'Austria, ma si ripugnava alla coscrizione, alle enormi spese e agli
immensi disastri, che una guerra nazionale avrebbe costato. Idea e
passione politica non erano limpide ed ardenti che nei pochi
rivoluzionari: il grosso partito riformista non aveva come tale nè l'una
nè l'altra, e non pensava ai problemi della nazionalità, della sovranità
e del papato; sottomesso ai principi non vedeva in loro un principio ma
un buon espediente contro l'avvento rivoluzionario del popolo; imbevuto
di cattolicismo non ammetteva libertà religiosa, e ripugnava all'unità
specialmente per terrore superstizioso di Roma; nemico dell'Austria, non
la odiava abbastanza da accettare contro di essa una qualunque
rivoluzione.
A quella federale, che si veniva preparando, dovevano quindi mancare
l'idea, il sentimento e lo scopo. Se l'antica federazione aveva
significato l'individualizzarsi dei comuni nella disgregazione
dell'impero, ed era stata invincibile come tutti i progressi, la nuova
dopo la rivoluzione francese, che tende a costituire i popoli prima per
nazioni e poscia per razze, non avrebbe avuto altro significato che di
un esperimento rivoluzionario, nel quale l'Italia liquidasse il proprio
passato. Mentre i moti del '21 e del '31 erano stati egoisticamente
regionali, l'imminente rivoluzione del '48, svolgendosi federalmente con
concessioni di statuti e lega di principi e una egemonia del pontefice,
doveva essere la loro inevitabile conclusione. Così svanirebbero tutte
le resistenze del mondo storico; e l'Italia, ricredutasi nell'inutilità
di questo sforzo supremo, al quale era inconsciamente spinta dallo
spirito moderno, aprirebbe il proprio terzo periodo storico della
nazionalità.
Nulla mancherà dunque dell'antica Italia in quest'ultima rivoluzione
federale. Una stessa illusione vi accorderà tutti i partiti,
costringendoli a fallare nel processo dell'azione rivoluzionaria perchè,
meglio fusi da una sconfitta comune, si trovino nella necessità di
ritentare più tardi una vera rivoluzione. Tutte le monarchie costrette a
concedere lo stesso statuto, avanzandosi sul ponte infido del
costituzionalismo verso la democrazia popolare, faranno la loro ultima
riprova, ma quella solamente fra esse che saprà resistere
all'esperimento costituzionale, avrà un avvenire. Naturalmente ciò
dipenderà meno dalla sincerità del loro carattere in tutte egualmente
ostile al riconoscimento della sovranità popolare, che dall'ambiente
politico nel quale si compierà l'esperienza: quindi fra i due grossi
regni napoletano e piemontese, intorno ai quali potrà agglomerarsi
l'Italia futura, il vantaggio sarà per quest'ultimo.
Ma poichè l'imminente rivoluzione federale dovrà esaurire le secolari
forme storiche d'Italia, il suo impulso apparente verrà dal papato.
L'Italia, tentando rinnovarsi nella modernità, non poteva essere che
neoguelfa e riassumersi entro la più antica delle proprie istituzioni
con uno sforzo d'unione senza unità e di nazione senza individualità.
Dacchè l'impero francese sfasciandosi l'aveva lasciata ricadere nel
passato più povera e più divisa da interessi inconciliabilmente rivali,
solo la grandezza del papato, assicurandole una primazia cattolica, le
dava ancora una ideale unità. Quindi basterebbe al papa il cenno più
lieve ed ambiguo di riscossa perchè a tutti sembrasse più chiaro d'ogni
più esplicita affermazione. Qualunque parola di Roma parrebbe contenere
un programma, ogni sua promessa sembrerebbe maggiore dello stesso fatto
compiuto. L'effervescenza classica, la superstizione religiosa, l'antica
fede, l'immutata soggezione, galvanizzate dall'indefinibile senso
rivoluzionario del secolo, si condenserebbero intorno al papato per
spingerlo inconsapevole ed inconsapevolmente sulla via della
rivoluzione: si vorrebbe con esso una crociata politica, gli si
domanderebbero come molti anni addietro benedizioni ed anatemi
miracolosi, gli s'imporrebbe di costringere Dio alla complicità di
combinazioni diplomatiche che nessuna scienza di stato o volgare
prudenza d'individuo potrebbe approvare. Il papato, idealmente ucciso
dalla rivoluzione francese, oscillerebbe quindi sotto la pressione del
pubblico sentimento, compiendo di suicidarsi coll'accordare una
costituzione inconciliabile colla propria essenza, finchè, di
cosmopolita fatto italiano e costretto a tradire l'uno e l'altro
carattere, finirebbe abrogato da una republica romana, assurda ed
effimera quanto la stessa rivoluzione federale.