La bigotteria, ingenita nella sua casa e in lui sviluppata da malvagi

educatori gesuiti come l'Olivieri e il Cocle, vescovo di Patrasso e che

fu poi suo direttore spirituale e politico, crebbe nel matrimonio con

Cristina di Savoia sino alle adorazioni d'un lercio mantello attribuito

dal Cocle a sant'Alfonso de' Liguori; ma queste nozze, che per un

momento avevano lusingato le speranze dei riformisti, i quali vedevano

già l'Italia riunita in due grossi regni del nord e del sud sotto l'alta

direzione di Roma, furono di troppo breve durata. Nullameno bastarono ad

introdurre nella corte maggiore costumatezza e a lenire la ferocia delle

repressioni contro le prime congiure dei Rosaroll e di frate Peluso.

Morta Cristina, e si disse sconciata da uno scherzo brutale del re,

invelenirono a corte le dissenzioni tra fratelli, tutti perversi di

indole, e che produssero quasi una guerra civile: quindi il re sposò

un'arciduchessa d'Austria, per la quale si ridestarono nelle irritate

fantasie napoletane i sanguinosi ricordi di Carolina. Finalmente lo

scoppio del colera (1837) spinse il popolo alla disperazione, allorchè

farneticandosi di veleno propinato dal governo si vide questo per odio

verso la Sicilia, nella quale era stato proibito persino il monumento a

Vincenzo Bellini, invertire contro di essa ogni misura di precauzione.

Vampeggiarono fra l'enorme funerale tumulti ed insurrezioni prima a

Messina poi a Siracusa e a Catania: Mario Adorno, illustre

giureconsulto, capitanava la rivolta sempre ispirata da ricordi di

autonomia e col grido: Viva la costituzione del 12! La corte fu pronta

al riparo: Del Carretto sbarcò in Sicilia, la sommossa svampò, il popolo

ricadde nel terrore di un doppio flagello. L'inumano ministro rinnovò le

gesta di Fra Diavolo, fucilando, ardendo, straziando, spingendo

l'artistica raffinatezza della ferocia sino ad ordinare che ad ogni

esecuzione di condanne le bande militari suonassero il tragico motivo

della _Norma_: «_In mia mano alfin tu sei!_».

Al Del Carretto succedettero il duca di Laurenzana scempio e bisbetico,

poi il generale Tschudi, che parve umano. Del Carretto era passato nelle

Calabrie e negli Abruzzi, per sopirvi collo spavento di morte peggiore i

tumulti provocati dal colera.

Ma, cessato il colera, le condizioni del regno rimanevano pur sempre

tristi. L'assolutismo della polizia, la dilapidazione della

amministrazione che, se non scomponeva il bilancio governativo,

isteriliva il paese, la poca viabilità, la nessuna istruzione tranne nei

massimi centri ove i gesuiti, di essa padroni, non bastavano ad imporsi;

la nobiltà dispotica e feudale, la borghesia corrotta e servile, il

popolo depravato e selvatico, gli ordini religiosi ricostituiti in forte

massa e disseminati ovunque come soldati d'una tirannide spirituale e

politica senza riparo, i banditi sempre in armi e così potenti che il

governo doveva scendere con essi a patti, l'isolamento dal resto

d'Italia, per la quale le comunicazioni con Napoli erano più difficili

che con Vienna e con Parigi, tutto concorreva a rendere miserabile un

regno, che la natura sembrava aver prediletto, e sul quale la storia

pesava da migliaia d'anni come una sventura. I pochi miglioramenti

promossi dal governo e vantati da' suoi accoliti, come il primo saggio

italiano di battelli a vapore, il primo ponte di ferro sul Garigliano,

la prima ferrovia da Napoli a Caserta, giocattolo di sovrano anzichè

nuovo tramite commerciale, la prima illuminazione a gaz, il riattamento

del porto di Brindisi, i pochi favori alla marina mercantile, furono

piuttosto capricci di fantasia regale che propositi politici. Nessuna

legge veramente nuova mirò a curare le vecchie piaghe del paese. Corte e

Governo, considerandosi in istato permanente di ostilità col popolo, non

badavano che a fortificarsi colla corruzione e col terrore. Se le

congiure erano frequenti e moltissimi i congiurati che corrispondevano

colle altre sètte italiane, lo spirito pubblico napoletano restava

nullameno regionale e non poteva nemmeno nel pensiero acconciarsi ad una

rivoluzione, nella quale Napoli dovesse sottostare al Piemonte. Quindi i

moti erano sempre paesani, provocati da ricordi e perduti da vanità

indigene. Non si aveva abitudine alle armi, per quanto il brigantaggio

fosse diffuso; non si intendeva se non da pochi una rivoluzione unitaria

e liberale che mutasse radicalmente le condizioni della vita napoletana.

La Sicilia, implacabile nell'odio, risognava la propria indipendenza;

sul continente Napoli, sudicia e bella, ricca ed oziosa, era il cuore e

la testa del regno, assorbendovi quasi tutte le forze ed illanguidendone

gli spiriti. Le fantasie pronte ad eccitarsi inchinavano a mutamenti

come a genialità di teatro, ma la coscienza morale e politica necessaria

all'energia disperata della lotta, il vigore del pensiero indispensabile

a comprendere il fine e a coordinarne i mezzi, mancavano in una

popolazione capace d'improvvisi eroismi e di più subite viltà, tenace

nell'obbedienza malgrado un'incurabile insubordinazione, e chiusa in se

medesima con una vanità egualmente intrattabile nel principe e nel

lazzarone. Se Napoli avesse saputo fare la rivoluzione contro una corte

non difesa che da pochi svizzeri e da una polizia sempre pronta a

tradirla nel pericolo, non vi avrebbe avuto le stesse difficoltà di

Torino, di Milano e di Firenze, più vicine e soggette all'Austria; lo

Stato Pontificio, che la divideva dal resto d'Italia, sarebbe stato un

momentaneo baluardo contro gli austriaci, e la corte avrebbe piegato a

una rivoluzione. Ma con tanti vantaggi apparenti Napoli doveva esser in

Italia il paese meno rivoluzionario, che non si scosse nemmeno alla

guerra del 1859 e si lasciò poco dopo conquistare alla rivoluzione

dall'epica apparizione di Giuseppe Garibaldi.

Roma rimaneva immobile: il suo governo dopo aver resistito alle

influenze diplomatiche, che gli consigliavano nel celebre _Memorandum_

le più miti ed urgenti riforme, reagiva ancora con Gregorio XVI. Il

nobile tentativo di Lamennais per riconciliare in una nuova

interpretazione il papato colla libertà e ridare così a Roma un'altra

signoria cattolica, fallì contro la durezza del pontefice, il quale non

vi scorse che una eresia. Quindi il partito liberale-religioso si

scompaginò in sul formarsi. Roma rimaneva come uno scoglio alto sul mare

agitato della storia. Il suo governo si ricompendiava nell'aristocrazia

dei prelati, invariabile, inaccessibile, impeccabile: essi soli

disimpegnavano tutte le funzioni; il clero minuto delle parrocchie,

imbozzacchito nelle abitudini sedentarie di una cura senza pericoli e

senza poesia, non conservava valore. La corte era come nel secolo XV: lo

stesso fasto, la stessa etichetta, le stesse spese, la stessa

amministrazione; ma le entrate erano troppo diminuite restringendosi a

quelle del piccolo Stato. Idee politiche, scientifiche, religiose, erano

in Roma reazionarie: nel 1828 il cardinale Giustiniani vescovo d'Imola

condannava ancora i bestemmiatori alla perforazione della lingua,

accordando dieci anni d'indulgenza ai loro delatori; nel 1834

l'inquisizione di Forlì condannava la negromanzia, l'astrologia, le

cerimonie maomettane e pagane e _la madre che offre il suo seno ad un

lattante ebreo_; il cardinale Cavalchini aveva restituito la tortura nei

tribunali, il Consalvi l'aveva soppressa, poco più tardi il Pacca la

surrogava col cavalletto. Certo i costumi fatti più miti e la pubblica

opinione impedivano o limitavano in gran parte l'applicazione di tali

idee, ma corte e governo pontificio non vi avevano ancora rinunciato.

Intanto con lo scemare delle rendite religiose a Roma crebbero

naturalmente le esazioni sul popolo: ogni cardinale menava treno di re,

ogni prelato affettava ricchezza ed importanza di principe. L'alta

nobiltà romana orgogliosa della propria tradizione oligarchica si

mostrava reverente al papato come ad istituzione, dalla quale

riconosceva gradi, privilegi ed immunità di ogni sorta: qualunque grossa

famiglia principesca era come uno Stato nello Stato che dominava comuni

e talvolta intere provincie; ma nessuna virtù o sapere brillava in

questa aristocrazia, che, drappeggiandosi nella storia di Roma, guardava

dall'alto in basso tutti i patriziati d'Europa. Quella minore delle

provincie, contendendo di primazia col clero ed essendo in maggior

contatto col popolo e colla borghesia, facilmente liberaleggiava,

inebriata nella gloriola di capitanare i cospiratori e di ottenere chi

sa quale importanza paesana. Poca in Roma la borghesia indipendente per

stato, e questa non ligia al governo, ma il resto erano clienti,

impiegati, servitori prelatizi trafficanti di abusi; la curia servile e

pettegola; nulla l'industria e il commercio; senza fede, senza

carattere, tutti. Artigiani e popolo erano più devoti al pontefice che

al principe, alteri del nome romano, ignavi, rissosi, inetti all'armi e

al lavoro. Migliori d'assai i popolani delle provincie si mescolavano

alle sètte, e scaltriti e resi ardimentosi dal contrabbando promettevano

e mantennero poi audacie di guerra. I contadini quietavano dappertutto,

devoti superstiziosamente al papa, brutali ma rispettosi al sacerdozio,

scontenti delle tasse troppo grevi, incapaci, nonchè di comprendere, di

bramare miglior governo. Il clero minore della capitale e delle

provincie, rozzo ed indotto, mormorava degli abusi romani piuttosto per

invidia di povertà che per sdegno di coscienza: rilassato nei costumi,

inetto a sentire la poesia della propria missione e a prevedere la

tempesta del proprio tempo. Il clero straniero, carezzato a Roma,

peggiore di ogni altro, più turpe di passioni, fervido di intrighi,

ignobile di propositi, ribaldo nella prepotenza. E in mezzo a questo

clero qualche teologo solitario agitato dal dramma, che dopo Lamennais

doveva travolgere Gioberti affaticando quanti pensatori fossero allora

di cose divine, o qualche curato che schiettezza d'indole e salda bontà

di carattere traevano inconsciamente a simpatizzare coi cospiratori

nella speranza d'un meglio per la patria e pel popolo.

L'organismo politico era quale un'aristocrazia e un governo di prelati

avevano potuto comporlo: nel comune, centro delle famiglie e delle

proprietà, il governo stesso nominava prima i consiglieri cernendoli dai

ceti dei nobili, dei possidenti, dei dotti e capi di arte; poi i

gonfalonieri, i priori e gli anziani alle permanenti magistrature

municipali. Nella stessa guisa venivano eletti i consiglieri provinciali

scegliendone prima gli elettori: naturalmente candidati ed eletti erano

sempre dell'opinione del governo. Questo accollò alle provincie e ai

comuni le sue stesse spese maggiori, come strade, canali, porti di mare;

e comuni e provincie subirono. Il governo non governava. In ogni

distretto vi erano governatori laici, carica mista di questore e di

sottoprefetto, che dipendevano dal prelato reggente la provincia; la

polizia era massima funzione politica, ma quella segreta del clero

contrastava e sovrastava a quella palese del governo; non garanzie pei

sospettati, non difese per gli accusati. I tribunali erano così

complicati e strani, che riesce difficile spiegarne evidentemente il

meccanismo: la Sacra Rota ne era come la cassazione suprema, ma più

spesso fungeva da accademia giuridica; la Sacra Consulta era il massimo

tribunale criminale e politico; l'una e l'altra avevano procedure

arbitrarie e si componevano esclusivamente di prelati. Poi un tribunale

minore collegiale per ogni capoluogo, che giudicava di materie civili e

criminali, ma in quelle erano permessi i dibattimenti, in queste no. Il

tribunale della Sacra Inquisizione e del Santo Uffizio, mantenuti nella

terribilità scenica dei tempi andati, vigilavano, inquisivano,

incarceravano, condannavano segretamente ed inappellabilmente in materia

di dogma e di fede: nullameno, per la rilassatezza del costume

religioso, non era più che uno spauracchio e un luogo comune per la

rettorica rivoluzionaria. Alla passione religiosa Roma aveva sostituito

da un pezzo quella politica. Gli altri tribunali ecclesiastici

mantenevano ai chierici il privilegio di fòro, mentre lo toglievano in

parte ai laici colla polizia dei costumi e della religione.

Il Sacro Collegio dei cardinali era una specie di senato con voto

consultivo, la prelatura uno stato maggiore politico, dal quale uscivano

governatori e diplomatici, grossi impiegati e grossi giudici; le finanze

erano governate da un prelato tesoriere insindacabile. L'ultima

amministrazione del Tosti sotto Gregorio XVI fu un vero disastro per

l'incredibile sua incapacità finanziaria: vi si contrasse persino un

prestito col Rothschild al 65%; l'erario ne rimase quasi deserto,

orribili disordini straricchirono molti furbi per usure, appalti e

monopolii. Le tasse si aggravarono e la miseria peggiorò. Il

contrabbando annullava i dazi, i barattieri scemavano le rendite.

Nessuna nozione di scienza economica, nessuna statistica: le tasse quasi

tutte sulla proprietà immobiliare, maggioraschi e conventi stagnanti nel

moto agricolo già troppo contrastato; assoluta mancanza di codici,

disuguaglianza dei cittadini nella legge, il governo chiuso ad essi,

ovunque immunità e privilegi, la giustizia indefinibile, l'istruzione

peggio che nulla nelle scuole e contesa ai privati colla proibizione dei

libri; la milizia composta di stranieri mercenari o reclutata in bande

facinorose di sanfedisti; ogni carriera ostacolata, la censura

assurdamente severa sulla stampa, la polizia arbitra di tutti,

commissioni militari in permanenza, vietata ogni associazione, a

migliaia gli esigliati, gli ammoniti, i condannati politici; la vita

morale depressa, quella politica negata, nel pensiero combattuta,

nell'azione impedita ovunque e sempre. Da un canto il clero, dall'altro

il popolo: non Stato e non governo, ma un dominio di prelati sopra una

gente senza passato, senza presente e senza avvenire, mentre su Roma

lontana stava il papa, re e demiurgo, onnipotente nella religione e

prepotente sulla legge.

Allorchè Gregorio XVI scomunicò i polacchi morenti con disperato eroismo

contro i russi, l'infamia dell'atto fu tale che anche le più timorate

coscienze cattoliche ne rimasero offese; nullameno, quando più tardi a

Roma rimproverò lo czar delle persecuzioni alla chiesa cattolica

polacca, e non era che un battibecco fra due pontefici, tutti scordarono

la perfidia di quella prima scomunica e la continuata viltà della

diplomazia papale colla corte di Russia per non ammirare che un nuovo

Leone davanti ad un altro Attila.

I fratelli Bandiera.

Intanto che la politica italiana del papato si restringeva coll'Austria,

e per influsso di questa al cardinale Bernetti succedeva nel

segretariato il Lambruschini, nel 1837 scoppiava il colera, e nel 1838,

essendo ministro di Francia il Molé, i francesi si ritirarono da Ancona

e gli austriaci dalle legazioni con molta allegrezza del popolo. Così

cessava pure in Bologna il commissariato generale di contaminata memoria

per opera dei cardinali Albani, Spinola e Brignole: i nuovi subentrati

al governo parvero giustamente miti nel confronto. Laonde ne

ringagliardirono d'animo i cospiratori, che, sollecitati dalle voci di

grandi preparativi di rivolta nel regno delle due Sicilie, si accinsero

a nuove imprese; Mazzini esule spronava cogli scritti e cogli emissari;

a Bologna un comitato della Giovane Italia era all'avanguardia del moto

spingendo i restii. Una passeggiata falsamente trionfale del pontefice

attraverso le provincie pontificie, ma evitando le Romagne, parve nuovo

segno di paura nel governo. Al solito i cospiratori correvano da uno

Stato all'altro, sciupando tempo ed energia senza concludere a nulla. Le

popolazioni attendevano fra svogliate e curiose: la polizia vigilava.

Livio Zambeccari, ardito figlio dell'arditissimo aeronauta, aveva corso

il Napoletano deludendo ogni vigilanza per concordare un moto generale,

e ne era ritornato con grandi promesse. La Romagna doveva dare

l'esempio, ma la trama fu scoperta anzi tempo. Quindi un medico

Muratori, gettatosi all'Appennino con piccola squadra per tentare una

sollevazione, dovette presto riparare in Toscana e di là in Francia; un

Ribotti, ritornato con falso nome dalle guerre spagnuole ove s'era

coperto di gloria, arrischiò una seconda impresa con grossa mano

d'armati verso Imola, ma fu costretto a sbandarsi presso Ancona. Il

governo implacabile nella repressione condannò venti dei cospiratori a

morte: nullameno la sentenza non fu eseguita che sopra sette: e i

maggiori capi avevano potuto mettersi in salvo.

Per tagliare un'altra radice alle speranze liberali, il governo

(1843-44) comprò mediante nuovi debiti tutti i beni dell'appannaggio,

che il figlio di Beauharnais conservava nello Stato pontificio: così

veniva a mancare nel principe l'occasione di favorire i ribelli e in

questi la fisima di costituirlo re dell'Italia centrale.

Alle sommosse romagnuole seguivano le napoletane. Prima era stata Aquila

a ribellarsi contro il proprio governatore militare, un ribaldo delle

bande di Ruffo, e a gridare: Costituzione e libertà! Soffocato ad Aquila

nel sangue, poco appresso il tumulto scoppiò a Cosenza. Questa volta era

provocato dalla congrega centrale di Napoli, nella quale sedevano fra

gli altri Carlo Poerio e Francesco Bozzelli; ma al solito la congiura

era stata fiutata dalla polizia. Vi furono ritardi ed equivoci fra i

cospiratori, due bande di essi scontrandosi di notte si combatterono, la

popolazione non si mosse, le truppe regie trionfarono dopo breve

combattimento, nel quale Salfi, uno dei capi ribelli, morì; gli altri

fuggirono.

Un ordine del governo, comunicato per telegrafo ai giudici della

commissione militare, impose che degli arrestati si fucilassero non meno

di sei e non più di nove: e fu eseguito. A Napoli intanto venivano

imprigionati i maggiorenti della congrega centrale, ma il dualismo

scoppiato fra il marchese di Pietracatella, ministro dell'interno, e il

Del Carretto, ministro della polizia, li salvò.

Pochi mesi dopo i fratelli Emilio ed Attilio Bandiera, ritentando la

stessa impresa, perivano nella più magnanima tragedia del risorgimento.

Figli di quell'ammiraglio, che nel 1831 catturava la nave dei

rivoluzionari fuggenti da Ancona a Corfù, i due fratelli, uffiziali

della marina austriaca a Venezia, prima tentarono con mirabile accordo

di animi di spingere i compagni a ribellarsi; quindi, entrati in

corrispondenza con Mazzini, vi si compromisero coraggiosamente sperando

nel fermento rivoluzionario, che allora sollevava inutilmente tutta la

penisola. Ma sospettati e costretti a salvarsi fuggirono a Corfù. Di là

ricusarono il perdono, resistendo eroicamente alle preghiere della

madre, si ostinarono contro i consigli di Mazzini, che fiaccato dalle

disillusioni dell'esilio non osava accettare il loro olocausto di una

spedizione nelle Calabrie. Nicola Ricciotti, uomo per l'adamantina

semplicità dell'anima degno di Plutarco, mandato a dissuaderli si

strinse ad essi; Domenico Moro e pochi altri li seguirono. Mancavano i

denari, le polizie braccheggiavano, il governo inglese, questa volta

peggiore d'ogni altro, tradiva il segreto delle proprie poste rivelando

ai Borboni e all'Austria le lettere dei proscritti a Mazzini. Le spie

formicolavano a Corfù: un Boccheciampe còrso, nipote di quelli che

iniziarono la sanguinaria reazione di Ruffo nelle Calabrie, si mise

traditore nell'impresa. I cospiratori non erano più di venti e speravano

di sollevare tutta l'Italia!

Sbarcati a Cotrone, e tosto denunciati dal Boccheciampe, sono catturati

dal popolo medesimo insorto contro di essi: tradotti prigionieri a

Cosenza e giudicati sommariamente, rispondono e muoiono con epica

serenità. Ma il popolo nel quale avevano sperato, se da ultimo si pentì

di averli imprigionati e li rimpianse morti, non si accinse per allora a

vendicarli. L'impresa aveva conchiuso ad un sacrificio, che il

tradimento da un lato e una impossibile ingenuità dall'altra resero

sublime.

Il governo borbonico accrebbe la propria infamia coll'eccidio dei

generosi, dei quali più tardi nella reazione del 1848 profanò le ossa

mescolandole a quelle dei giustiziati volgari: la rivoluzione si giovò

del martirio, che infiammando tutti i cuori, li predispose ai pericoli

di una imminente riscossa.

Alle vinte sollevazioni napoletane seguivano infatti altri moti

romagnoli (1845). La robusta fibra del popolo e il suo spirito ribelle

prevalsero ancora una volta alla prudenza dei più fra i molti

congiurati. L'arresto di un Galletti e di un Montecchi, perpetrato dal

governo, parve provocazione: le condanne della commissione militare

mandata a Ravenna dal cardinale Massimi ruppero col terrore gl'indugi,

precipitando una mano di patriotti dietro Pietro Renzi, che occupò

Rimini e ne disarmò il presidio. Ma i nuovi ribelli erano così poco

rivoluzionari che si affrettarono a pubblicare un manifesto dettato dal

Farini nello stile classicamente pedante della scuola letteraria

romagnola, col quale si riconosceva il diritto divino del pontefice e

s'invocavano solo alcune riforme amministrative dal suo cuore di re e di

padre. Fortunatamente poco dopo Aurelio Saffi, allora giovanissimo e

sconosciuto, dettava con due canonici commissari di riforme una fiera

protesta, che, affermando l'unità d'Italia, manteneva l'onore romagnolo

compromesso dal manifesto del Farini. Naturalmente la sollevazione

abortì: falsa nell'idea e nel processo, non fu intesa dalle popolazioni,

spiacque ai veri rivoluzionari, sbigottì inutilmente la grassa

borghesia. Pietro Renzi riparato con altri fuorusciti in Toscana fu poi

dal granduca con ignobile tradimento consegnato al governo pontificio.

Quest'ultimo tentativo romagnolo, così erroneo nel concetto e povero nel

risultato, rivelò lo stato della coscienza politica nella maggior parte

di coloro che di politica si occupavano.

I riformisti.

Se la predicazione profondamente rivoluzionaria di Giuseppe Mazzini

aveva nell'intelletto nazionale diradato le nebbie delle vecchie

dottrine scolastiche, traendolo quasi a forza nell'idea del proprio

secolo, la coscienza politica d'Italia non aveva potuto accordarvisi.

Troppo era il peso della tradizione autoritaria e debole il fondamento

morale del carattere perchè, accogliendo nel pensiero l'austerità eroica

della nuova dottrina, i più sapessero trasmutarla in sentimento per

discendere con essa all'azione. Mentre la letteratura echeggiava di

fanfare guerresche, e i congressi scientifici moltiplicati a pretesto

simulavano assemblee nazionali, e le congiure insistenti addestravano il

coraggio a rischi di morte con una coreografia troppo spesso

insanguinata, l'immensa maggioranza della nazione vi assisteva come ad

uno spettacolo, nel quale il fulgore della poesia non toglieva di

sentire la fragilità della trama. Si odiavano i governi, ma se ne

riveriva ancora l'autorità; si chiedevano riforme, ma non s'intendeva

una rivoluzione che spostando i termini della storia collocasse la

sovranità dai principi nel popolo; si temeva che sguinzagliando questo

nella rivoluzione si avessero a ripetere le atroci scene del '93 rese

ornai famigliari da ogni forma di racconto e di critica. La reazione

cattolica signoreggiava ancora quasi tutti gli spiriti, l'immane potenza

militare dell'Austria li prostrava. Se i frequenti martirii dei giovani

più animosi rinvigorivano con nuova passione le anime migliori,

sbigottivano invece la massa, traendola a conclusioni malinconicamente

assennate sull'inutilità di tragedie individuali in un problema, che

tutta Italia era inetta a risolvere. Avarizie e codardie si coprivano

quindi di questa prosaica assennatezza, servendosi della stessa altrui

disperazione eroica per rifiutarsi nell'ignavia di una vita solleticata

da tutte le lussurie della servitù. Quindi la voce fatidica di Mazzini

passava su quelle coscienze sonnolente, irritandole senza destarle: la

tragica magnanimità della sua vita e la stoica semplicità della sua

predicazione erano con abile ipocrisia trattate di paradosso e di

gloriola. Si rinfacciava al grande esule di spingere a mortali

sacrifici, stando al sicuro in Londra. Lo si accusava di ambizione

dittatoria, di assassinio sistematico, di demenza rivoluzionaria. Non si

voleva intenderlo perchè intendendolo si sarebbe dovuto agire contro

ogni prudenza egoistica nell'interesse supremo della patria.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 8 / 30 段