educatori gesuiti come l'Olivieri e il Cocle, vescovo di Patrasso e che
fu poi suo direttore spirituale e politico, crebbe nel matrimonio con
Cristina di Savoia sino alle adorazioni d'un lercio mantello attribuito
dal Cocle a sant'Alfonso de' Liguori; ma queste nozze, che per un
momento avevano lusingato le speranze dei riformisti, i quali vedevano
già l'Italia riunita in due grossi regni del nord e del sud sotto l'alta
direzione di Roma, furono di troppo breve durata. Nullameno bastarono ad
introdurre nella corte maggiore costumatezza e a lenire la ferocia delle
repressioni contro le prime congiure dei Rosaroll e di frate Peluso.
Morta Cristina, e si disse sconciata da uno scherzo brutale del re,
invelenirono a corte le dissenzioni tra fratelli, tutti perversi di
indole, e che produssero quasi una guerra civile: quindi il re sposò
un'arciduchessa d'Austria, per la quale si ridestarono nelle irritate
fantasie napoletane i sanguinosi ricordi di Carolina. Finalmente lo
scoppio del colera (1837) spinse il popolo alla disperazione, allorchè
farneticandosi di veleno propinato dal governo si vide questo per odio
verso la Sicilia, nella quale era stato proibito persino il monumento a
Vincenzo Bellini, invertire contro di essa ogni misura di precauzione.
Vampeggiarono fra l'enorme funerale tumulti ed insurrezioni prima a
Messina poi a Siracusa e a Catania: Mario Adorno, illustre
giureconsulto, capitanava la rivolta sempre ispirata da ricordi di
autonomia e col grido: Viva la costituzione del 12! La corte fu pronta
al riparo: Del Carretto sbarcò in Sicilia, la sommossa svampò, il popolo
ricadde nel terrore di un doppio flagello. L'inumano ministro rinnovò le
gesta di Fra Diavolo, fucilando, ardendo, straziando, spingendo
l'artistica raffinatezza della ferocia sino ad ordinare che ad ogni
esecuzione di condanne le bande militari suonassero il tragico motivo
della _Norma_: «_In mia mano alfin tu sei!_».
Al Del Carretto succedettero il duca di Laurenzana scempio e bisbetico,
poi il generale Tschudi, che parve umano. Del Carretto era passato nelle
Calabrie e negli Abruzzi, per sopirvi collo spavento di morte peggiore i
tumulti provocati dal colera.
Ma, cessato il colera, le condizioni del regno rimanevano pur sempre
tristi. L'assolutismo della polizia, la dilapidazione della
amministrazione che, se non scomponeva il bilancio governativo,
isteriliva il paese, la poca viabilità, la nessuna istruzione tranne nei
massimi centri ove i gesuiti, di essa padroni, non bastavano ad imporsi;
la nobiltà dispotica e feudale, la borghesia corrotta e servile, il
popolo depravato e selvatico, gli ordini religiosi ricostituiti in forte
massa e disseminati ovunque come soldati d'una tirannide spirituale e
politica senza riparo, i banditi sempre in armi e così potenti che il
governo doveva scendere con essi a patti, l'isolamento dal resto
d'Italia, per la quale le comunicazioni con Napoli erano più difficili
che con Vienna e con Parigi, tutto concorreva a rendere miserabile un
regno, che la natura sembrava aver prediletto, e sul quale la storia
pesava da migliaia d'anni come una sventura. I pochi miglioramenti
promossi dal governo e vantati da' suoi accoliti, come il primo saggio
italiano di battelli a vapore, il primo ponte di ferro sul Garigliano,
la prima ferrovia da Napoli a Caserta, giocattolo di sovrano anzichè
nuovo tramite commerciale, la prima illuminazione a gaz, il riattamento
del porto di Brindisi, i pochi favori alla marina mercantile, furono
piuttosto capricci di fantasia regale che propositi politici. Nessuna
legge veramente nuova mirò a curare le vecchie piaghe del paese. Corte e
Governo, considerandosi in istato permanente di ostilità col popolo, non
badavano che a fortificarsi colla corruzione e col terrore. Se le
congiure erano frequenti e moltissimi i congiurati che corrispondevano
colle altre sètte italiane, lo spirito pubblico napoletano restava
nullameno regionale e non poteva nemmeno nel pensiero acconciarsi ad una
rivoluzione, nella quale Napoli dovesse sottostare al Piemonte. Quindi i
moti erano sempre paesani, provocati da ricordi e perduti da vanità
indigene. Non si aveva abitudine alle armi, per quanto il brigantaggio
fosse diffuso; non si intendeva se non da pochi una rivoluzione unitaria
e liberale che mutasse radicalmente le condizioni della vita napoletana.
La Sicilia, implacabile nell'odio, risognava la propria indipendenza;
sul continente Napoli, sudicia e bella, ricca ed oziosa, era il cuore e
la testa del regno, assorbendovi quasi tutte le forze ed illanguidendone
gli spiriti. Le fantasie pronte ad eccitarsi inchinavano a mutamenti
come a genialità di teatro, ma la coscienza morale e politica necessaria
all'energia disperata della lotta, il vigore del pensiero indispensabile
a comprendere il fine e a coordinarne i mezzi, mancavano in una
popolazione capace d'improvvisi eroismi e di più subite viltà, tenace
nell'obbedienza malgrado un'incurabile insubordinazione, e chiusa in se
medesima con una vanità egualmente intrattabile nel principe e nel
lazzarone. Se Napoli avesse saputo fare la rivoluzione contro una corte
non difesa che da pochi svizzeri e da una polizia sempre pronta a
tradirla nel pericolo, non vi avrebbe avuto le stesse difficoltà di
Torino, di Milano e di Firenze, più vicine e soggette all'Austria; lo
Stato Pontificio, che la divideva dal resto d'Italia, sarebbe stato un
momentaneo baluardo contro gli austriaci, e la corte avrebbe piegato a
una rivoluzione. Ma con tanti vantaggi apparenti Napoli doveva esser in
Italia il paese meno rivoluzionario, che non si scosse nemmeno alla
guerra del 1859 e si lasciò poco dopo conquistare alla rivoluzione
dall'epica apparizione di Giuseppe Garibaldi.
Roma rimaneva immobile: il suo governo dopo aver resistito alle
influenze diplomatiche, che gli consigliavano nel celebre _Memorandum_
le più miti ed urgenti riforme, reagiva ancora con Gregorio XVI. Il
nobile tentativo di Lamennais per riconciliare in una nuova
interpretazione il papato colla libertà e ridare così a Roma un'altra
signoria cattolica, fallì contro la durezza del pontefice, il quale non
vi scorse che una eresia. Quindi il partito liberale-religioso si
scompaginò in sul formarsi. Roma rimaneva come uno scoglio alto sul mare
agitato della storia. Il suo governo si ricompendiava nell'aristocrazia
dei prelati, invariabile, inaccessibile, impeccabile: essi soli
disimpegnavano tutte le funzioni; il clero minuto delle parrocchie,
imbozzacchito nelle abitudini sedentarie di una cura senza pericoli e
senza poesia, non conservava valore. La corte era come nel secolo XV: lo
stesso fasto, la stessa etichetta, le stesse spese, la stessa
amministrazione; ma le entrate erano troppo diminuite restringendosi a
quelle del piccolo Stato. Idee politiche, scientifiche, religiose, erano
in Roma reazionarie: nel 1828 il cardinale Giustiniani vescovo d'Imola
condannava ancora i bestemmiatori alla perforazione della lingua,
accordando dieci anni d'indulgenza ai loro delatori; nel 1834
l'inquisizione di Forlì condannava la negromanzia, l'astrologia, le
cerimonie maomettane e pagane e _la madre che offre il suo seno ad un
lattante ebreo_; il cardinale Cavalchini aveva restituito la tortura nei
tribunali, il Consalvi l'aveva soppressa, poco più tardi il Pacca la
surrogava col cavalletto. Certo i costumi fatti più miti e la pubblica
opinione impedivano o limitavano in gran parte l'applicazione di tali
idee, ma corte e governo pontificio non vi avevano ancora rinunciato.
Intanto con lo scemare delle rendite religiose a Roma crebbero
naturalmente le esazioni sul popolo: ogni cardinale menava treno di re,
ogni prelato affettava ricchezza ed importanza di principe. L'alta
nobiltà romana orgogliosa della propria tradizione oligarchica si
mostrava reverente al papato come ad istituzione, dalla quale
riconosceva gradi, privilegi ed immunità di ogni sorta: qualunque grossa
famiglia principesca era come uno Stato nello Stato che dominava comuni
e talvolta intere provincie; ma nessuna virtù o sapere brillava in
questa aristocrazia, che, drappeggiandosi nella storia di Roma, guardava
dall'alto in basso tutti i patriziati d'Europa. Quella minore delle
provincie, contendendo di primazia col clero ed essendo in maggior
contatto col popolo e colla borghesia, facilmente liberaleggiava,
inebriata nella gloriola di capitanare i cospiratori e di ottenere chi
sa quale importanza paesana. Poca in Roma la borghesia indipendente per
stato, e questa non ligia al governo, ma il resto erano clienti,
impiegati, servitori prelatizi trafficanti di abusi; la curia servile e
pettegola; nulla l'industria e il commercio; senza fede, senza
carattere, tutti. Artigiani e popolo erano più devoti al pontefice che
al principe, alteri del nome romano, ignavi, rissosi, inetti all'armi e
al lavoro. Migliori d'assai i popolani delle provincie si mescolavano
alle sètte, e scaltriti e resi ardimentosi dal contrabbando promettevano
e mantennero poi audacie di guerra. I contadini quietavano dappertutto,
devoti superstiziosamente al papa, brutali ma rispettosi al sacerdozio,
scontenti delle tasse troppo grevi, incapaci, nonchè di comprendere, di
bramare miglior governo. Il clero minore della capitale e delle
provincie, rozzo ed indotto, mormorava degli abusi romani piuttosto per
invidia di povertà che per sdegno di coscienza: rilassato nei costumi,
inetto a sentire la poesia della propria missione e a prevedere la
tempesta del proprio tempo. Il clero straniero, carezzato a Roma,
peggiore di ogni altro, più turpe di passioni, fervido di intrighi,
ignobile di propositi, ribaldo nella prepotenza. E in mezzo a questo
clero qualche teologo solitario agitato dal dramma, che dopo Lamennais
doveva travolgere Gioberti affaticando quanti pensatori fossero allora
di cose divine, o qualche curato che schiettezza d'indole e salda bontà
di carattere traevano inconsciamente a simpatizzare coi cospiratori
nella speranza d'un meglio per la patria e pel popolo.
L'organismo politico era quale un'aristocrazia e un governo di prelati
avevano potuto comporlo: nel comune, centro delle famiglie e delle
proprietà, il governo stesso nominava prima i consiglieri cernendoli dai
ceti dei nobili, dei possidenti, dei dotti e capi di arte; poi i
gonfalonieri, i priori e gli anziani alle permanenti magistrature
municipali. Nella stessa guisa venivano eletti i consiglieri provinciali
scegliendone prima gli elettori: naturalmente candidati ed eletti erano
sempre dell'opinione del governo. Questo accollò alle provincie e ai
comuni le sue stesse spese maggiori, come strade, canali, porti di mare;
e comuni e provincie subirono. Il governo non governava. In ogni
distretto vi erano governatori laici, carica mista di questore e di
sottoprefetto, che dipendevano dal prelato reggente la provincia; la
polizia era massima funzione politica, ma quella segreta del clero
contrastava e sovrastava a quella palese del governo; non garanzie pei
sospettati, non difese per gli accusati. I tribunali erano così
complicati e strani, che riesce difficile spiegarne evidentemente il
meccanismo: la Sacra Rota ne era come la cassazione suprema, ma più
spesso fungeva da accademia giuridica; la Sacra Consulta era il massimo
tribunale criminale e politico; l'una e l'altra avevano procedure
arbitrarie e si componevano esclusivamente di prelati. Poi un tribunale
minore collegiale per ogni capoluogo, che giudicava di materie civili e
criminali, ma in quelle erano permessi i dibattimenti, in queste no. Il
tribunale della Sacra Inquisizione e del Santo Uffizio, mantenuti nella
terribilità scenica dei tempi andati, vigilavano, inquisivano,
incarceravano, condannavano segretamente ed inappellabilmente in materia
di dogma e di fede: nullameno, per la rilassatezza del costume
religioso, non era più che uno spauracchio e un luogo comune per la
rettorica rivoluzionaria. Alla passione religiosa Roma aveva sostituito
da un pezzo quella politica. Gli altri tribunali ecclesiastici
mantenevano ai chierici il privilegio di fòro, mentre lo toglievano in
parte ai laici colla polizia dei costumi e della religione.
Il Sacro Collegio dei cardinali era una specie di senato con voto
consultivo, la prelatura uno stato maggiore politico, dal quale uscivano
governatori e diplomatici, grossi impiegati e grossi giudici; le finanze
erano governate da un prelato tesoriere insindacabile. L'ultima
amministrazione del Tosti sotto Gregorio XVI fu un vero disastro per
l'incredibile sua incapacità finanziaria: vi si contrasse persino un
prestito col Rothschild al 65%; l'erario ne rimase quasi deserto,
orribili disordini straricchirono molti furbi per usure, appalti e
monopolii. Le tasse si aggravarono e la miseria peggiorò. Il
contrabbando annullava i dazi, i barattieri scemavano le rendite.
Nessuna nozione di scienza economica, nessuna statistica: le tasse quasi
tutte sulla proprietà immobiliare, maggioraschi e conventi stagnanti nel
moto agricolo già troppo contrastato; assoluta mancanza di codici,
disuguaglianza dei cittadini nella legge, il governo chiuso ad essi,
ovunque immunità e privilegi, la giustizia indefinibile, l'istruzione
peggio che nulla nelle scuole e contesa ai privati colla proibizione dei
libri; la milizia composta di stranieri mercenari o reclutata in bande
facinorose di sanfedisti; ogni carriera ostacolata, la censura
assurdamente severa sulla stampa, la polizia arbitra di tutti,
commissioni militari in permanenza, vietata ogni associazione, a
migliaia gli esigliati, gli ammoniti, i condannati politici; la vita
morale depressa, quella politica negata, nel pensiero combattuta,
nell'azione impedita ovunque e sempre. Da un canto il clero, dall'altro
il popolo: non Stato e non governo, ma un dominio di prelati sopra una
gente senza passato, senza presente e senza avvenire, mentre su Roma
lontana stava il papa, re e demiurgo, onnipotente nella religione e
prepotente sulla legge.
Allorchè Gregorio XVI scomunicò i polacchi morenti con disperato eroismo
contro i russi, l'infamia dell'atto fu tale che anche le più timorate
coscienze cattoliche ne rimasero offese; nullameno, quando più tardi a
Roma rimproverò lo czar delle persecuzioni alla chiesa cattolica
polacca, e non era che un battibecco fra due pontefici, tutti scordarono
la perfidia di quella prima scomunica e la continuata viltà della
diplomazia papale colla corte di Russia per non ammirare che un nuovo
Leone davanti ad un altro Attila.
I fratelli Bandiera.
Intanto che la politica italiana del papato si restringeva coll'Austria,
e per influsso di questa al cardinale Bernetti succedeva nel
segretariato il Lambruschini, nel 1837 scoppiava il colera, e nel 1838,
essendo ministro di Francia il Molé, i francesi si ritirarono da Ancona
e gli austriaci dalle legazioni con molta allegrezza del popolo. Così
cessava pure in Bologna il commissariato generale di contaminata memoria
per opera dei cardinali Albani, Spinola e Brignole: i nuovi subentrati
al governo parvero giustamente miti nel confronto. Laonde ne
ringagliardirono d'animo i cospiratori, che, sollecitati dalle voci di
grandi preparativi di rivolta nel regno delle due Sicilie, si accinsero
a nuove imprese; Mazzini esule spronava cogli scritti e cogli emissari;
a Bologna un comitato della Giovane Italia era all'avanguardia del moto
spingendo i restii. Una passeggiata falsamente trionfale del pontefice
attraverso le provincie pontificie, ma evitando le Romagne, parve nuovo
segno di paura nel governo. Al solito i cospiratori correvano da uno
Stato all'altro, sciupando tempo ed energia senza concludere a nulla. Le
popolazioni attendevano fra svogliate e curiose: la polizia vigilava.
Livio Zambeccari, ardito figlio dell'arditissimo aeronauta, aveva corso
il Napoletano deludendo ogni vigilanza per concordare un moto generale,
e ne era ritornato con grandi promesse. La Romagna doveva dare
l'esempio, ma la trama fu scoperta anzi tempo. Quindi un medico
Muratori, gettatosi all'Appennino con piccola squadra per tentare una
sollevazione, dovette presto riparare in Toscana e di là in Francia; un
Ribotti, ritornato con falso nome dalle guerre spagnuole ove s'era
coperto di gloria, arrischiò una seconda impresa con grossa mano
d'armati verso Imola, ma fu costretto a sbandarsi presso Ancona. Il
governo implacabile nella repressione condannò venti dei cospiratori a
morte: nullameno la sentenza non fu eseguita che sopra sette: e i
maggiori capi avevano potuto mettersi in salvo.
Per tagliare un'altra radice alle speranze liberali, il governo
(1843-44) comprò mediante nuovi debiti tutti i beni dell'appannaggio,
che il figlio di Beauharnais conservava nello Stato pontificio: così
veniva a mancare nel principe l'occasione di favorire i ribelli e in
questi la fisima di costituirlo re dell'Italia centrale.
Alle sommosse romagnuole seguivano le napoletane. Prima era stata Aquila
a ribellarsi contro il proprio governatore militare, un ribaldo delle
bande di Ruffo, e a gridare: Costituzione e libertà! Soffocato ad Aquila
nel sangue, poco appresso il tumulto scoppiò a Cosenza. Questa volta era
provocato dalla congrega centrale di Napoli, nella quale sedevano fra
gli altri Carlo Poerio e Francesco Bozzelli; ma al solito la congiura
era stata fiutata dalla polizia. Vi furono ritardi ed equivoci fra i
cospiratori, due bande di essi scontrandosi di notte si combatterono, la
popolazione non si mosse, le truppe regie trionfarono dopo breve
combattimento, nel quale Salfi, uno dei capi ribelli, morì; gli altri
fuggirono.
Un ordine del governo, comunicato per telegrafo ai giudici della
commissione militare, impose che degli arrestati si fucilassero non meno
di sei e non più di nove: e fu eseguito. A Napoli intanto venivano
imprigionati i maggiorenti della congrega centrale, ma il dualismo
scoppiato fra il marchese di Pietracatella, ministro dell'interno, e il
Del Carretto, ministro della polizia, li salvò.
Pochi mesi dopo i fratelli Emilio ed Attilio Bandiera, ritentando la
stessa impresa, perivano nella più magnanima tragedia del risorgimento.
Figli di quell'ammiraglio, che nel 1831 catturava la nave dei
rivoluzionari fuggenti da Ancona a Corfù, i due fratelli, uffiziali
della marina austriaca a Venezia, prima tentarono con mirabile accordo
di animi di spingere i compagni a ribellarsi; quindi, entrati in
corrispondenza con Mazzini, vi si compromisero coraggiosamente sperando
nel fermento rivoluzionario, che allora sollevava inutilmente tutta la
penisola. Ma sospettati e costretti a salvarsi fuggirono a Corfù. Di là
ricusarono il perdono, resistendo eroicamente alle preghiere della
madre, si ostinarono contro i consigli di Mazzini, che fiaccato dalle
disillusioni dell'esilio non osava accettare il loro olocausto di una
spedizione nelle Calabrie. Nicola Ricciotti, uomo per l'adamantina
semplicità dell'anima degno di Plutarco, mandato a dissuaderli si
strinse ad essi; Domenico Moro e pochi altri li seguirono. Mancavano i
denari, le polizie braccheggiavano, il governo inglese, questa volta
peggiore d'ogni altro, tradiva il segreto delle proprie poste rivelando
ai Borboni e all'Austria le lettere dei proscritti a Mazzini. Le spie
formicolavano a Corfù: un Boccheciampe còrso, nipote di quelli che
iniziarono la sanguinaria reazione di Ruffo nelle Calabrie, si mise
traditore nell'impresa. I cospiratori non erano più di venti e speravano
di sollevare tutta l'Italia!
Sbarcati a Cotrone, e tosto denunciati dal Boccheciampe, sono catturati
dal popolo medesimo insorto contro di essi: tradotti prigionieri a
Cosenza e giudicati sommariamente, rispondono e muoiono con epica
serenità. Ma il popolo nel quale avevano sperato, se da ultimo si pentì
di averli imprigionati e li rimpianse morti, non si accinse per allora a
vendicarli. L'impresa aveva conchiuso ad un sacrificio, che il
tradimento da un lato e una impossibile ingenuità dall'altra resero
sublime.
Il governo borbonico accrebbe la propria infamia coll'eccidio dei
generosi, dei quali più tardi nella reazione del 1848 profanò le ossa
mescolandole a quelle dei giustiziati volgari: la rivoluzione si giovò
del martirio, che infiammando tutti i cuori, li predispose ai pericoli
di una imminente riscossa.
Alle vinte sollevazioni napoletane seguivano infatti altri moti
romagnoli (1845). La robusta fibra del popolo e il suo spirito ribelle
prevalsero ancora una volta alla prudenza dei più fra i molti
congiurati. L'arresto di un Galletti e di un Montecchi, perpetrato dal
governo, parve provocazione: le condanne della commissione militare
mandata a Ravenna dal cardinale Massimi ruppero col terrore gl'indugi,
precipitando una mano di patriotti dietro Pietro Renzi, che occupò
Rimini e ne disarmò il presidio. Ma i nuovi ribelli erano così poco
rivoluzionari che si affrettarono a pubblicare un manifesto dettato dal
Farini nello stile classicamente pedante della scuola letteraria
romagnola, col quale si riconosceva il diritto divino del pontefice e
s'invocavano solo alcune riforme amministrative dal suo cuore di re e di
padre. Fortunatamente poco dopo Aurelio Saffi, allora giovanissimo e
sconosciuto, dettava con due canonici commissari di riforme una fiera
protesta, che, affermando l'unità d'Italia, manteneva l'onore romagnolo
compromesso dal manifesto del Farini. Naturalmente la sollevazione
abortì: falsa nell'idea e nel processo, non fu intesa dalle popolazioni,
spiacque ai veri rivoluzionari, sbigottì inutilmente la grassa
borghesia. Pietro Renzi riparato con altri fuorusciti in Toscana fu poi
dal granduca con ignobile tradimento consegnato al governo pontificio.
Quest'ultimo tentativo romagnolo, così erroneo nel concetto e povero nel
risultato, rivelò lo stato della coscienza politica nella maggior parte
di coloro che di politica si occupavano.
I riformisti.
Se la predicazione profondamente rivoluzionaria di Giuseppe Mazzini
aveva nell'intelletto nazionale diradato le nebbie delle vecchie
dottrine scolastiche, traendolo quasi a forza nell'idea del proprio
secolo, la coscienza politica d'Italia non aveva potuto accordarvisi.
Troppo era il peso della tradizione autoritaria e debole il fondamento
morale del carattere perchè, accogliendo nel pensiero l'austerità eroica
della nuova dottrina, i più sapessero trasmutarla in sentimento per
discendere con essa all'azione. Mentre la letteratura echeggiava di
fanfare guerresche, e i congressi scientifici moltiplicati a pretesto
simulavano assemblee nazionali, e le congiure insistenti addestravano il
coraggio a rischi di morte con una coreografia troppo spesso
insanguinata, l'immensa maggioranza della nazione vi assisteva come ad
uno spettacolo, nel quale il fulgore della poesia non toglieva di
sentire la fragilità della trama. Si odiavano i governi, ma se ne
riveriva ancora l'autorità; si chiedevano riforme, ma non s'intendeva
una rivoluzione che spostando i termini della storia collocasse la
sovranità dai principi nel popolo; si temeva che sguinzagliando questo
nella rivoluzione si avessero a ripetere le atroci scene del '93 rese
ornai famigliari da ogni forma di racconto e di critica. La reazione
cattolica signoreggiava ancora quasi tutti gli spiriti, l'immane potenza
militare dell'Austria li prostrava. Se i frequenti martirii dei giovani
più animosi rinvigorivano con nuova passione le anime migliori,
sbigottivano invece la massa, traendola a conclusioni malinconicamente
assennate sull'inutilità di tragedie individuali in un problema, che
tutta Italia era inetta a risolvere. Avarizie e codardie si coprivano
quindi di questa prosaica assennatezza, servendosi della stessa altrui
disperazione eroica per rifiutarsi nell'ignavia di una vita solleticata
da tutte le lussurie della servitù. Quindi la voce fatidica di Mazzini
passava su quelle coscienze sonnolente, irritandole senza destarle: la
tragica magnanimità della sua vita e la stoica semplicità della sua
predicazione erano con abile ipocrisia trattate di paradosso e di
gloriola. Si rinfacciava al grande esule di spingere a mortali
sacrifici, stando al sicuro in Londra. Lo si accusava di ambizione
dittatoria, di assassinio sistematico, di demenza rivoluzionaria. Non si
voleva intenderlo perchè intendendolo si sarebbe dovuto agire contro
ogni prudenza egoistica nell'interesse supremo della patria.