Quindi un tentativo colle armi parve a tutti come inevitabile rivincita.

Mazzini, trasferitosi a Ginevra e accontatosi coi repubblicani di

Francia per esserne spalleggiato, raccolse una mano di esuli polacchi,

come primo e miglior nucleo di battaglia; poi vi si aggiunsero tedeschi,

svizzeri, quanti italiani erano in Ginevra. Si sperava di sollevare la

Savoia; e si era deciso che, vincendo, si sarebbe lasciato al voto della

popolazione di serbarsi all'Italia o dichiararsi francese o congiungersi

alla confederazione Svizzera. Mazzini consigliava quest'ultima

soluzione: così la prima battaglia vinta dai patriotti avrebbe tolto

all'Italia una provincia. Ma, infervorato nel pensiero di una

ricostituzione europea, Mazzini, riconoscendo la Savoia non italiana,

intendeva farne una federazione alpina colla Svizzera e il Tirolo

tedesco come antemurale d'Italia contro la Francia e la Germania: buona

idea di filosofo della storia, ma allora grosso errore politico, che

avrebbe indebolito contro l'Austria il Piemonte, offendendo le

suscettibilità italiane sull'integrità del territorio politicamente

nazionale. Si congiurava in un albergo; mancavano i denari e le armi. I

pareri divisi fra i maggiorenti imposero forse per invidia a Mazzini che

generale dell'impresa fosse il Ramorino, avventuriero ritornato dalle

guerre di Polonia con molta ma dubbia fama. Mazzini accusato d'orgoglio,

perchè avverso a questa nomina, pianse come un poeta e se la lasciò

imporre. Senonchè Ramorino, ottenute le prime 40,000 lire per formare la

colonna, fuggì a Parigi a dissiparle nei bagordi; passarono altri mesi,

le spie formicolavano fra i cospiratori; Buonarroti, l'inflessibile

carbonaro, si dichiarava improvvisamente avverso all'impresa; finalmente

Ramorino tornò (1834), ma, accontatosi forse colla polizia francese

interessata al disastro della spedizione, la condusse così male che finì

ad una ridicola dimostrazione militare a Bossey e ad Annemasse.

Mazzini, che sospettava giustamente il generale di tradimento, non ebbe

l'energia di cacciarlo e mettersi al suo posto: poi, sorpreso dalla

febbre, quasi ne morì. La sua prima spedizione aveva ripetuti

peggiorandoli tutti gli errori da lui rinfacciati ai capi rivoluzionari

del '21 e del '31: il popolo della Savoia non si era mosso, i volontari

non si erano battuti, il generale aveva tradito; uno sbandamento aveva

finito di disonorare un'impresa assurda nel disegno e nei mezzi.

Bisognava insorgere a Torino o a Genova, meglio in questa che in quella

per la vecchia tradizione republicana, sorprendere la corte, aver

complici buona parte delle guarnigioni, o non insorgere perchè il popolo

delle campagne non avrebbe certo secondato, come non secondò,

l'insurrezione.

Mazzini invece s'illudeva sullo spirito popolare: l'energia e la

fecondità del suo apostolato derivavano appunto da questa illusione, che

lo rendeva così impari ad una vera azione di guerra o di sommossa.

Contemporaneamente il moto, che Garibaldi intendeva eccitare a Genova,

veniva impedito dalla novella del disastro in Savoia, cosicchè egli potè

appena scampare travestito da contadino e inseguito da una condanna a

morte. Mazzini, abbandonato da quasi tutti gli amici, svillaneggiato dai

gazzettieri, accusato di viltà dai settari e di tentato regicidio dalla

corte francese mediante la più ignobile falsificazione di documenti,

resistette eroicamente, rispondendo a tutti con un ammirabile opuscolo,

_Fede ed avvenire_; ma, sottoscritto indi a poco in Berna il patto della

Giovine Europa, dovette esulare a Londra. La Svizzera lo espelleva,

cedendo finalmente alla pressione di tutte le diplomazie europee. Gli

altri si dispersero: Nicola Fabrizi e Manfredo Fanti andarono a

combattere in Spagna, Garibaldi valicò l'oceano per conquistare in

America la più originale gloria di soldato in un secolo, che,

cominciando con Napoleone, doveva chiudersi con Moltke.

La catastrofe della spedizione in Savoia rinforzava il partito dei

riformisti liberali, togliendo a molti unitari la fede di una possibile

iniziativa italiana. Il giudizio del Buonarroti, inspirato allora da

troppa passione francese e giudicato empio da Mazzini nella bocca di un

italiano, che l'Italia non potesse muoversi se non dietro la Francia

antesignana della rivoluzione in Europa, era tanto giusto che tutte le

rivoluzioni susseguenti lo verificarono. Una capacità di iniziativa

politica nelle condizioni d'Italia vi avrebbe supposto un popolo così

fortemente temprato e intensamente rivoluzionario, da non avere prima

accettato senza guerra il mal governo di tutte le proprie corti.

Il moto rivoluzionario italiano era bensì spontaneo, ma, subordinato al

francese, non trascinava ancora che la parte migliore e meno numerosa

della borghesia.

Nullameno l'espansione liberale non si arrestava: il numero delle

società politiche cresceva; a Milano si costituiva la _Pantenna_,

mascherandosi d'intenzioni carnevalesche; Fabrizi fondava la _Legione

Italiana_ a Malta, reclutandola fra i soldati che specialmente avevano

combattuto nelle Spagne; il carbonarismo riformato teneva centro a Pisa,

i _Veri Italiani_ a Livorno. Per contro i governi cercavano di stringere

altre sètte: se ne tentò una borbonica col nome di _Ferdinandea_,

persino un'altra austriaca, ma indarno.

Le condizioni politiche d'Italia, malgrado il lento formarsi di una

nuova opinione politica, restavano le stesse, anzi parevano peggiorate

in una più stretta lega di tutte le corti coll'Austria. Quindi ogni

tentativo di rivolta doveva fatalmente rivelarsi altrettanto falso nel

disegno che impari nei mezzi, e cadere abbandonato dal popolo.

L'operosità delle sètte segrete, mirabile di ardire e di costanza, non

poteva sostituirsi allo spontaneo accordo del popolo per fare una

rivoluzione: i settari o precursori, o martiri, o arruffoni, secondo

l'indole dell'animo, finivano a costituire una specie di segreto

patriziato politico, che, vivendo separato dalla moltitudine, non ne

rappresentava i bisogni e non ne comprendeva lo spirito. L'orgoglio di

un principio politico superiore ai tempi e alle masse, lo stesso nobile

rischio della vita, prolungato per anni e raddoppiato ad ogni ora da

circostanze drammatiche, rendevano i cospiratori meno adatti che mai ad

acquistare quella cieca confidenza del popolo così necessaria in ogni

vera insurrezione. D'altronde il popolo non soffriva abbastanza per

rivoltarsi contro gli antichi padroni, e la borghesia non voleva

arrischiare di soffrire per un meglio, del quale non sentiva la

grandezza che nell'immaginazione. Così, malgrado le declamazioni degli

scrittori liberali, la vita nazionale in Italia non appariva agli

stranieri molto peggiore che nei tempi andati, mentre qualche

miglioramento materiale vi si veniva pure a grado a grado introducendo:

la passione rivoluzionaria invece vi si mostrava così scarsa che non uno

solo dei tanti suoi moti aveva saputo arrivare all'onore di una piccola

battaglia. Questa dolorosa contraddizione fra tanto bollore di frasi e

tanta freddezza di atti, tra la falange sacra degli scrittori e dei

cospiratori che gettavano ogni fiore della loro anima sull'altare della

patria per purificarlo dal contatto dei carnefici, e il popolo che non

dava un grido nemmeno quando i martiri penzolavano dalle forche o i

ribelli si presentavano audacemente armati alle porte della città

urlando: Rivoluzione!, impressionavano sinistramente gli stranieri,

attirando sull'Italia dispregi, che il genio e l'orgoglio di pochi

grandi non bastavano a respingere. E l'Europa si ricordava che la Spagna

sola era bastata contro Napoleone vincitore dell'Europa, che la Russia

si era bruciata volontariamente perchè il suo invincibile invasore

perisse per mancanza di ricovero, che la Grecia piccola come un

villaggio e non più numerosa aveva resistito per cinque o sei anni a

tutto l'impero turco: ricordava le lotte non antiche di Fiandra e la

recente vittoria del Belgio, l'eroica caparbietà della Polonia, nella

quale ogni insurrezione vampeggiava in guerra e ogni guerra

s'insanguinava di battaglie senza paura e senza pietà; e, ascoltando i

garriti d'Italia e vedendola sempre così inerte, sorrideva d'insultante

compassione.

Nullameno l'eroismo italiano, per essere piuttosto individuale che

collettivo, non era meno bello, e prometteva attraverso una tragedia

ancora incompresa una incomparabile originalità di epopea.

Infatti, mentre l'accordo delle corti coll'Austria moltiplicava

all'infinito le difficoltà di una qualunque vittoria per i cospiratori

insorgenti, e la condiscendenza dell'Europa alla diplomazia austriaca

toglieva ogni speranza in altra iniziativa europea, e lo stesso partito

liberale, scindendosi in moderati e rivoluzionari, condannava fra le

approvazioni dei più qualunque impresa ribelle col denunciare alla

pubblica esecrazione i capi delle sètte, che, riparati nell'esilio o

nell'ombra del mistero, votavano alla morte i più giovani adepti, il

coraggio drammatico della rivolta aumentava tutti i giorni. Una nuova

generazione di rivoluzionari cresceva, i quali, anzichè essere spinti

dai capitani, li trascinavano essi medesimi all'azione. Quella poesia

alta e severa dei migliori libri animava molte giovani vite, tirandole

alla morte attraverso un pessimismo, nel quale il martirio riconfermava

con nuove speranze le eterne verità dell'ideale. Come all'inizio di

tutte le epoche rivoluzionarie, pullulavano i precursori: l'incertezza

politica dei principii, che rendeva così contraddittori e spesso così

assurdi i libri politici del tempo, scomponeva naturalmente anche i

disegni delle cospirazioni, riducendoli piuttosto a scene drammatiche

che a canti epici, traendoli ad appagare le infrenabili baldanze dei

forti esasperati dall'ignavia dei più, anzichè a concordare le molte e

disseminate forze per la penisola. L'oligarchia dei comitati sparsi in

tutte le città, intendendo a combinare i mezzi, finiva più spesso a

sperperarli per invidie e gelosie reciproche dei capi: le diffidenze

delle molte spie intralciavano ogni accordo; nessuna classe di

cittadini, nessuna corporazione di mestieri, nessuna provincia, nessuna

città, nessun villaggio era unanime ad insorgere, pronto a capitanare

una vittoria o a seppellirsi sotto la rovina di una sconfitta.

L'iniziativa restava quindi individuale e romantica. Peggio ancora

l'ignavia generale era siffatta che persino il danaro mancava sempre per

ogni più piccola spedizione; e poco sarebbe bastato a ritentare quella

fallita da Mazzini nella Savoia, che non aveva costato più di 50,000

lire.

Stato generale della penisola.

Così passarono quasi dieci anni, nei quali nessun fatto politico potè

riempire di sè medesimo la vacua e malinconica storia d'Italia.

Nella sempre mite Toscana la reazione seguitava ad insinuarsi, evitando

i rigori e contrapponendo alla febbre delle nuove idee i narcotici di

una politica modellata sull'amministrazione d'una buona fattoria. Ma

l'influenza del Fossombroni, ostile all'Austria per antico orgoglio

paesano, decresceva sempre più nell'indirizzo del governo, quantunque il

popolo si conservasse quieto e le stesse idee liberali inclinando alla

federazione non minacciassero seriamente nè la dinastia nè il

granducato. Le seconde nozze del granduca Leopoldo con Maria Antonietta

di Napoli, e la nascita del principe ereditario, furono quindi

solennizzate a Firenze con grande favore da tutti per abborrimento

all'Austria, cui la Toscana sarebbe scaduta allo spegnersi della

dinastia. Ma questa, sentendosi istintivamente separata dalla vita nuova

d'Italia, guardava a Vienna come al gran centro della reazione e del

dispotismo. Chè se l'agitazione di molti liberali toscani in favore del

Walewski, figlio naturale di Napoleone, per farlo re costituzionale

d'Italia, concludeva ad un povero manifesto incompreso dal popolo e

ridicolo per coloro che l'intendevano, cosicchè bastarono al governo

poche ammonizioni severe e pochi sfratti per trionfarne, nullameno il

granduca come ogni altro sovrano d'Italia si accorgeva tratto tratto di

non essere più sicuro in Toscana come il grande avo. Infatti quanti in

essa pensavano, anche rivolgendosi al governo per invocarne riforme, le

oltrepassavano, toccando quello stesso ideale de' rivoluzionari da loro

oppugnati. Nella propria maggior perfezione d'istituti e di vita la

Toscana era già arrivata da tempo a un punto che ogni vera riforma

avrebbe dovuto esprimervi il principio rivoluzionario della sovranità

popolare.

In Piemonte i pochi senati di Torino, di Casale e di Nizza eletti dal re

non avevano che scarse e contraddittorie attribuzioni giuridiche:

vigevano ancora le antiche legislazioni, producendo insoffribili

contrasti di giurisprudenza e di sentenze. I governatori generali

esercitavano l'autorità militare e politica; ovunque apparenza e

affettazione guerresca: arma più odiata i carabinieri. Ma la polizia

sola riassumeva tutto il governo, concedeva e toglieva, dietro anonime

ed irreparabili informazioni, impieghi, onori, cattedre, passaporti;

rovistava cinica e bugiarda nelle famiglie, violava segreti di lettere e

di professioni, imprigionava per sospetti e liberava per capricci,

comprava anime e corpi, vendeva infamie e tradimenti. Una dolorosa

disformità amministrativa rendeva le provincie troppo vaste od anguste,

soggette o libere dall'imposta prediale, fornite o prive di censimento;

in alcune duravano ancora privilegi antichissimi e diritti regali. Più

antiquata e meno italiana fra tutte la Savoia, culla della dinastia e ad

essa vivamente affezionata malgrado un'irresistibile tendenza francese.

Benchè le imposte non fossero gravi, era grave la miseria peggiorata da

forti dazi e mal ripartite gabelle; commercio ed industria rantolavano

stretti nelle fascie della tradizione, ignorato il credito, giudicate

utopie ogni nuova grande opera o istituzione, l'alta burocrazia

ignorante, lenta l'intermedia, bruta la bassa.

La censura civile ed ecclesiastica, assurda ed intrattabile nella

sofisticheria, v'inceppava pensieri e scritti, così che nessuno dei

migliori e più moderati libri stampati in Lombardia sarebbe stato

permesso a Torino: non ultima superiorità questa dell'Austria sul

Piemonte. L'aristocrazia altezzosa e ligia al clero spregiava plebe e

popolo, pensatori e produttori, liberali d'ogni colore e valore,

precipitandosi con voracità d'arpie sopra ogni carica civile e militare

ben retribuita o capace di dare adito a corte. L'antico orgoglio

guerriero animava ancora i suoi membri migliori, ma, ridotta a cenacolo

di parassiti e di privilegiati, non vedeva più nella nazione che se

stessa e nel re tutto il diritto e tutta l'autorità. Quei pochi fra

essa, tratti dall'ingegno alle lettere o dalla forzata pratica di

governo verso le idee moderne, considerava quasi transfugi e puniva con

insani dispetti. La borghesia, laboriosa e scarsa d'ingegno, ignorava

per mancanza d'esperienza la cosa pubblica e odiava l'aristocrazia

bersagliata dal popolo con epigrammi senza veleno.

Carlo Alberto, ambiguo nelle idee e nei sentimenti, ora secondava il

moto latente ed universale del progresso, ora ricalcitrando si impuntava

per arrestarlo. Rispettoso agli averi altrui, era abbastanza savio

amministratore; pedante e rigido nel dovere materialmente precisato,

altero sino al ridicolo poichè alla grandezza dell'orgoglio gli mancava

quella dell'ingegno, non ammetteva ai propri circoli che nobili

autentici: nemmeno il segretario generale del governo, massimo fra tutti

gl'impiegati, poteva penetrarvi. Leggeva e conosceva gli scrittori

paesani. Tratto dalla sfrenata e sentimentale ambizione verso la marea

delle idee per esserne sollevato ben alto, s'atterriva poi subito al

dubbio di perdervi qualche briciola del proprio assoluto potere. Mentre

nella prima giovinezza era stato galante e scioperato, ora un bigottismo

non senza rimorsi lo spingeva a digiunare perennemente e a portare sulle

vive carni un segreto cilicio. Della propria ammalata incertezza nelle

opinioni si scaricava sulla responsabilità dei ministri, riunendo in un

solo ministero i più disparati caratteri e le più opposte tendenze

politiche. Il suo odio e al tempo stesso la sua paura erano verso

l'Austria e la libertà. Nullameno il moto lo trascinava. Nel 1836 abolì

la giustizia feudale nella Sardegna togliendovi i privilegi di fòro e

d'asilo e la servitù del pabarile, peste dell'agricoltura, sradicando

d'un sol colpo tanti vecchi abusi che i lagni dei danneggiati superarono

le stesse ovazioni del popolo. Nel 1837 concesse finalmente i codici:

nel civile unificò la giurisdizione cassando gli statuti locali, ed

abolì le istituzioni fidecommissarie, che poi ripermise in un editto;

nel criminale, ricalcato in parte sul francese e stupidamente spietato

d'intolleranza religiosa, prodigò ogni sorta di pene, specialmente

quella di morte, conservando le immunità ecclesiastiche e gli arbitrii

dei giudici, proclamando obbligatoria la delazione sino contro i parenti

nei delitti politici; ma non promulgò il codice di procedura così

necessario alla buona applicazione degli altri. In quello militare, per

istinto di despota e forse anche per nordica imitazione, stabilì la pena

delle verghe sino a mille e ottocento colpi, mentre poi spendeva oltre

un terzo delle rendite dello stato per la costituzione dell'esercito.

Malgrado l'incomparabile postura del porto di Genova implacata nell'odio

contro il Piemonte, la marina sarda rimase così povera che parve gran

fatto quando una sua nave da guerra fece finalmente per la prima volta

il giro del globo. A tale era discesa la grande nazione marinara che nel

più fitto medio evo trasportava già le crociate in Terra Santa.

Qualche migliorìa ottennero pure le due università di Genova e di

Torino, ma Carlo Alberto non vi concesse mai cattedra di storia, forse

intendendo così di vietare a questa il diritto di giudicare anche i re

morti; e negò persino a Silvio Pellico, malgrado la sua tanto acclamata

conversione al più rigido cattolicismo, quella di eloquenza. Il

consiglio di stato, eletto per discutere bilanci, contratti e ogni altra

operazione di finanza, non aveva alcuna autorità nel governo; la

statistica non esisteva o quasi, e così il catasto, onde si continuava

l'imposta personale senza riguardo alla condizione del contribuente.

Nonpertanto le finanze erano così floride che secondo il conto del Revel

(4 marzo 1848) le rendite superavano le uscite, e il debito di 95

milioni vinceva di poco l'entrata d'un anno.

Sui confini del Piemonte l'Austria, potenza eminentemente conservatrice,

accettava i progressi materiali del tempo senza confessarli e vietandone

ogni discussione. Il suo governo era burocraticamente un modello a

paragone di tutti gli altri d'Italia, ma, per quanto vago di

centralizzazione amministrativa, non pretendeva all'uniformità e

rispettava molti costumi ed usi locali. In esso l'imperatore era tutto e

la polizia unico mezzo; si provvedeva sempre per decreto imperiale; il

popolo non poteva chiedere che per suppliche; i diritti civili

chiaramente definiti e conservati incolumi, quelli politici non

riconosciuti che dal codice criminale che li colpiva tutti con procedure

arbitrarie e pene feroci. L'antico ordinamento municipale sopravvissuto

alle rovine rivoluzionarie ma ridotto a mera burocrazia, funzionava con

robusta regolarità, senza permettere mai alla vita paesana di

rivelarvisi nell'originalità dei propri bisogni. Milano, nuova capitale

austriaca in Italia, brillava d'ingegni piuttosto trascurati che

malmenati dal governo: la censura vi era meno stupida che altrove,

florido il commercio dei libri esteri, frequenti i congressi

scientifici, abbastanza viva l'istruzione, i gesuiti ammessi ma

sottomessi al clero ed al governo; nessuna eccezione di fòro o influenza

di sagrestia. Il paese naturalmente florido prosperava materialmente

sotto un governo che, conculcando ogni ispirazione nazionale, favoriva

per sapiente egoismo d'economia politica lo sviluppo delle ricchezze e

il perfezionamento dell'amministrazione: così la Lombardia vantava casse

di risparmio, associazioni industriali e commerciali, eccellenti strade,

buone norme idrauliche e forestali, mentre gli altri Stati d'Italia,

all'infuori della Toscana, soffrivano ancora nell'antica incuria. Se le

prime società ferroviarie nel 1837 vi fallirono, la colpa fu meno del

governo austriaco che delle gelosie municipali.

Venezia invece, malgrado la sistemazione della sua laguna colla diga di

Malamocco e l'ampliazione de' Murazzi, soccombeva alla concorrenza di

Trieste diventata fatalmente il miglior scalo austriaco pel commercio

orientale.

Se Francesco I a Lubiana aveva detto: «voglio sudditi obbedienti e non

cittadini illuminati», il suo motto trasformato in programma politico

era stato applicato nel Lombardo-Veneto col massimo rigore. L'eccessiva

perfezione burocratica menava dritto all'automatismo: non si volevano nè

originalità nè varietà, nè libertà di sorta, quindi si surrogava il

sistema italiano di peso, misura e monetazione col tedesco, s'imponeva

al commercio di trattare coll'impero rinunziando ai propri sbocchi

naturali colle altre nazioni, e vi si creava così un esercito di

contrabbandieri maggiore di quello dei doganieri. Si teneva la chiesa

sottoposta come i comuni, al punto che parroci e vescovi, nominati sopra

informazioni della polizia, non potevano comunicare con Roma senza il

visto di un impiegato provinciale. Nella coscrizione invece di

costituire corpi italiani s'incorporavano le reclute nei reggimenti

tedeschi disseminandole a tutte le estremità dell'impero, ma concedendo

la surrogazione per denaro: con questo l'Austria evitava di addestrare

contro se stessa un esercito italiano, e l'Italia cansava il disonore

d'essere tiranneggiata da forze proprie.

Morto Francesco I (1835), suo figlio Ferdinando salendo al trono

concesse un'amnistia così insolita nelle abitudini del governo che in

parte vi rimase impedita. Nullameno quando il nuovo imperatore venne a

farsi coronare in Milano, vi furono grandi feste con tale concorso e

vivezza di popolo che stupirono gli stranieri credenti nel patriottismo

italiano, ed umiliarono i pochi grandi spiriti eroicamente votati alla

resurrezione della patria. Ma il popolo minuto e la plebe delle

campagne, anzichè essere allora ostili all'Austria, dovevano molti anni

dopo la grande guerra del 1859 meravigliare Garibaldi di non poter

trarre dalla bocca di un villano nessuna informazione sul nemico, mentre

gli austriaci apprendevano subito dai contadini tutte le sue.

A Napoli invece le condizioni erano più tristi.

Le lustre di bonomia e di buon governo fatte dal nuovo re Ferdinando II

durarono ben poco: il suo riordinamento dell'esercito, non essendo che

vanità di principe e non mirando a scopo italiano, divenne un aggravio

assurdo per le finanze e scisse ancora maggiormente il paese già troppo

lacerato da tradizioni e idee antagoniste. Re Ferdinando non vide

nell'esercito che una guardia contro il popolo, e quindi badò a

separarnelo con privilegi: i soldati furono molti, bene armati,

abbastanza ben addestrati, ma senza spirito nè militare, nè patriottico.

La riforma finanziaria, provocata in lui da istinto avaro e annunciata

clamorosamente colla rinunzia ai 360 mila ducati, che il padre percepiva

a titolo di borsa privata per le elemosine, e colla tassa sugli stipendi

degli alti impiegati che giungeva fino al cinquanta per cento, non ebbe

nè criteri scientifici, nè basi morali. Infatti questa tassa non era che

provvisoria per quindici anni, mentre i grossi impiegati seguitavano a

rubacchiare sugli _incerti_, somme indefinibili nell'amministrazione e

nell'economia politica, che si attribuivano con ingenuo cinismo. E

siccome il re domandava a tutti i ministri i residui di cassa per

ingrossarne la propria lista civile, i ministri ad ingraziosirsi col

sovrano affettavano turpi sparagni compiendo ogni sorta di ladrerie nel

suo nome. Ma Ferdinando, avidissimo di denaro, credeva assioma che

nessun uomo potesse resistere alla tentazione dell'oro, e scherzava

cinicamente sulla nota disonestà dei propri ministri come il Santangelo,

finendo egli stesso più tardi a frodare con immane truffa, la quale per

poco non gli attirò guerra dall'Inghilterra e rovinò molti commercianti,

la società delle solfare di Sicilia.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 7 / 30 段