Mazzini, trasferitosi a Ginevra e accontatosi coi repubblicani di
Francia per esserne spalleggiato, raccolse una mano di esuli polacchi,
come primo e miglior nucleo di battaglia; poi vi si aggiunsero tedeschi,
svizzeri, quanti italiani erano in Ginevra. Si sperava di sollevare la
Savoia; e si era deciso che, vincendo, si sarebbe lasciato al voto della
popolazione di serbarsi all'Italia o dichiararsi francese o congiungersi
alla confederazione Svizzera. Mazzini consigliava quest'ultima
soluzione: così la prima battaglia vinta dai patriotti avrebbe tolto
all'Italia una provincia. Ma, infervorato nel pensiero di una
ricostituzione europea, Mazzini, riconoscendo la Savoia non italiana,
intendeva farne una federazione alpina colla Svizzera e il Tirolo
tedesco come antemurale d'Italia contro la Francia e la Germania: buona
idea di filosofo della storia, ma allora grosso errore politico, che
avrebbe indebolito contro l'Austria il Piemonte, offendendo le
suscettibilità italiane sull'integrità del territorio politicamente
nazionale. Si congiurava in un albergo; mancavano i denari e le armi. I
pareri divisi fra i maggiorenti imposero forse per invidia a Mazzini che
generale dell'impresa fosse il Ramorino, avventuriero ritornato dalle
guerre di Polonia con molta ma dubbia fama. Mazzini accusato d'orgoglio,
perchè avverso a questa nomina, pianse come un poeta e se la lasciò
imporre. Senonchè Ramorino, ottenute le prime 40,000 lire per formare la
colonna, fuggì a Parigi a dissiparle nei bagordi; passarono altri mesi,
le spie formicolavano fra i cospiratori; Buonarroti, l'inflessibile
carbonaro, si dichiarava improvvisamente avverso all'impresa; finalmente
Ramorino tornò (1834), ma, accontatosi forse colla polizia francese
interessata al disastro della spedizione, la condusse così male che finì
ad una ridicola dimostrazione militare a Bossey e ad Annemasse.
Mazzini, che sospettava giustamente il generale di tradimento, non ebbe
l'energia di cacciarlo e mettersi al suo posto: poi, sorpreso dalla
febbre, quasi ne morì. La sua prima spedizione aveva ripetuti
peggiorandoli tutti gli errori da lui rinfacciati ai capi rivoluzionari
del '21 e del '31: il popolo della Savoia non si era mosso, i volontari
non si erano battuti, il generale aveva tradito; uno sbandamento aveva
finito di disonorare un'impresa assurda nel disegno e nei mezzi.
Bisognava insorgere a Torino o a Genova, meglio in questa che in quella
per la vecchia tradizione republicana, sorprendere la corte, aver
complici buona parte delle guarnigioni, o non insorgere perchè il popolo
delle campagne non avrebbe certo secondato, come non secondò,
l'insurrezione.
Mazzini invece s'illudeva sullo spirito popolare: l'energia e la
fecondità del suo apostolato derivavano appunto da questa illusione, che
lo rendeva così impari ad una vera azione di guerra o di sommossa.
Contemporaneamente il moto, che Garibaldi intendeva eccitare a Genova,
veniva impedito dalla novella del disastro in Savoia, cosicchè egli potè
appena scampare travestito da contadino e inseguito da una condanna a
morte. Mazzini, abbandonato da quasi tutti gli amici, svillaneggiato dai
gazzettieri, accusato di viltà dai settari e di tentato regicidio dalla
corte francese mediante la più ignobile falsificazione di documenti,
resistette eroicamente, rispondendo a tutti con un ammirabile opuscolo,
_Fede ed avvenire_; ma, sottoscritto indi a poco in Berna il patto della
Giovine Europa, dovette esulare a Londra. La Svizzera lo espelleva,
cedendo finalmente alla pressione di tutte le diplomazie europee. Gli
altri si dispersero: Nicola Fabrizi e Manfredo Fanti andarono a
combattere in Spagna, Garibaldi valicò l'oceano per conquistare in
America la più originale gloria di soldato in un secolo, che,
cominciando con Napoleone, doveva chiudersi con Moltke.
La catastrofe della spedizione in Savoia rinforzava il partito dei
riformisti liberali, togliendo a molti unitari la fede di una possibile
iniziativa italiana. Il giudizio del Buonarroti, inspirato allora da
troppa passione francese e giudicato empio da Mazzini nella bocca di un
italiano, che l'Italia non potesse muoversi se non dietro la Francia
antesignana della rivoluzione in Europa, era tanto giusto che tutte le
rivoluzioni susseguenti lo verificarono. Una capacità di iniziativa
politica nelle condizioni d'Italia vi avrebbe supposto un popolo così
fortemente temprato e intensamente rivoluzionario, da non avere prima
accettato senza guerra il mal governo di tutte le proprie corti.
Il moto rivoluzionario italiano era bensì spontaneo, ma, subordinato al
francese, non trascinava ancora che la parte migliore e meno numerosa
della borghesia.
Nullameno l'espansione liberale non si arrestava: il numero delle
società politiche cresceva; a Milano si costituiva la _Pantenna_,
mascherandosi d'intenzioni carnevalesche; Fabrizi fondava la _Legione
Italiana_ a Malta, reclutandola fra i soldati che specialmente avevano
combattuto nelle Spagne; il carbonarismo riformato teneva centro a Pisa,
i _Veri Italiani_ a Livorno. Per contro i governi cercavano di stringere
altre sètte: se ne tentò una borbonica col nome di _Ferdinandea_,
persino un'altra austriaca, ma indarno.
Le condizioni politiche d'Italia, malgrado il lento formarsi di una
nuova opinione politica, restavano le stesse, anzi parevano peggiorate
in una più stretta lega di tutte le corti coll'Austria. Quindi ogni
tentativo di rivolta doveva fatalmente rivelarsi altrettanto falso nel
disegno che impari nei mezzi, e cadere abbandonato dal popolo.
L'operosità delle sètte segrete, mirabile di ardire e di costanza, non
poteva sostituirsi allo spontaneo accordo del popolo per fare una
rivoluzione: i settari o precursori, o martiri, o arruffoni, secondo
l'indole dell'animo, finivano a costituire una specie di segreto
patriziato politico, che, vivendo separato dalla moltitudine, non ne
rappresentava i bisogni e non ne comprendeva lo spirito. L'orgoglio di
un principio politico superiore ai tempi e alle masse, lo stesso nobile
rischio della vita, prolungato per anni e raddoppiato ad ogni ora da
circostanze drammatiche, rendevano i cospiratori meno adatti che mai ad
acquistare quella cieca confidenza del popolo così necessaria in ogni
vera insurrezione. D'altronde il popolo non soffriva abbastanza per
rivoltarsi contro gli antichi padroni, e la borghesia non voleva
arrischiare di soffrire per un meglio, del quale non sentiva la
grandezza che nell'immaginazione. Così, malgrado le declamazioni degli
scrittori liberali, la vita nazionale in Italia non appariva agli
stranieri molto peggiore che nei tempi andati, mentre qualche
miglioramento materiale vi si veniva pure a grado a grado introducendo:
la passione rivoluzionaria invece vi si mostrava così scarsa che non uno
solo dei tanti suoi moti aveva saputo arrivare all'onore di una piccola
battaglia. Questa dolorosa contraddizione fra tanto bollore di frasi e
tanta freddezza di atti, tra la falange sacra degli scrittori e dei
cospiratori che gettavano ogni fiore della loro anima sull'altare della
patria per purificarlo dal contatto dei carnefici, e il popolo che non
dava un grido nemmeno quando i martiri penzolavano dalle forche o i
ribelli si presentavano audacemente armati alle porte della città
urlando: Rivoluzione!, impressionavano sinistramente gli stranieri,
attirando sull'Italia dispregi, che il genio e l'orgoglio di pochi
grandi non bastavano a respingere. E l'Europa si ricordava che la Spagna
sola era bastata contro Napoleone vincitore dell'Europa, che la Russia
si era bruciata volontariamente perchè il suo invincibile invasore
perisse per mancanza di ricovero, che la Grecia piccola come un
villaggio e non più numerosa aveva resistito per cinque o sei anni a
tutto l'impero turco: ricordava le lotte non antiche di Fiandra e la
recente vittoria del Belgio, l'eroica caparbietà della Polonia, nella
quale ogni insurrezione vampeggiava in guerra e ogni guerra
s'insanguinava di battaglie senza paura e senza pietà; e, ascoltando i
garriti d'Italia e vedendola sempre così inerte, sorrideva d'insultante
compassione.
Nullameno l'eroismo italiano, per essere piuttosto individuale che
collettivo, non era meno bello, e prometteva attraverso una tragedia
ancora incompresa una incomparabile originalità di epopea.
Infatti, mentre l'accordo delle corti coll'Austria moltiplicava
all'infinito le difficoltà di una qualunque vittoria per i cospiratori
insorgenti, e la condiscendenza dell'Europa alla diplomazia austriaca
toglieva ogni speranza in altra iniziativa europea, e lo stesso partito
liberale, scindendosi in moderati e rivoluzionari, condannava fra le
approvazioni dei più qualunque impresa ribelle col denunciare alla
pubblica esecrazione i capi delle sètte, che, riparati nell'esilio o
nell'ombra del mistero, votavano alla morte i più giovani adepti, il
coraggio drammatico della rivolta aumentava tutti i giorni. Una nuova
generazione di rivoluzionari cresceva, i quali, anzichè essere spinti
dai capitani, li trascinavano essi medesimi all'azione. Quella poesia
alta e severa dei migliori libri animava molte giovani vite, tirandole
alla morte attraverso un pessimismo, nel quale il martirio riconfermava
con nuove speranze le eterne verità dell'ideale. Come all'inizio di
tutte le epoche rivoluzionarie, pullulavano i precursori: l'incertezza
politica dei principii, che rendeva così contraddittori e spesso così
assurdi i libri politici del tempo, scomponeva naturalmente anche i
disegni delle cospirazioni, riducendoli piuttosto a scene drammatiche
che a canti epici, traendoli ad appagare le infrenabili baldanze dei
forti esasperati dall'ignavia dei più, anzichè a concordare le molte e
disseminate forze per la penisola. L'oligarchia dei comitati sparsi in
tutte le città, intendendo a combinare i mezzi, finiva più spesso a
sperperarli per invidie e gelosie reciproche dei capi: le diffidenze
delle molte spie intralciavano ogni accordo; nessuna classe di
cittadini, nessuna corporazione di mestieri, nessuna provincia, nessuna
città, nessun villaggio era unanime ad insorgere, pronto a capitanare
una vittoria o a seppellirsi sotto la rovina di una sconfitta.
L'iniziativa restava quindi individuale e romantica. Peggio ancora
l'ignavia generale era siffatta che persino il danaro mancava sempre per
ogni più piccola spedizione; e poco sarebbe bastato a ritentare quella
fallita da Mazzini nella Savoia, che non aveva costato più di 50,000
lire.
Stato generale della penisola.
Così passarono quasi dieci anni, nei quali nessun fatto politico potè
riempire di sè medesimo la vacua e malinconica storia d'Italia.
Nella sempre mite Toscana la reazione seguitava ad insinuarsi, evitando
i rigori e contrapponendo alla febbre delle nuove idee i narcotici di
una politica modellata sull'amministrazione d'una buona fattoria. Ma
l'influenza del Fossombroni, ostile all'Austria per antico orgoglio
paesano, decresceva sempre più nell'indirizzo del governo, quantunque il
popolo si conservasse quieto e le stesse idee liberali inclinando alla
federazione non minacciassero seriamente nè la dinastia nè il
granducato. Le seconde nozze del granduca Leopoldo con Maria Antonietta
di Napoli, e la nascita del principe ereditario, furono quindi
solennizzate a Firenze con grande favore da tutti per abborrimento
all'Austria, cui la Toscana sarebbe scaduta allo spegnersi della
dinastia. Ma questa, sentendosi istintivamente separata dalla vita nuova
d'Italia, guardava a Vienna come al gran centro della reazione e del
dispotismo. Chè se l'agitazione di molti liberali toscani in favore del
Walewski, figlio naturale di Napoleone, per farlo re costituzionale
d'Italia, concludeva ad un povero manifesto incompreso dal popolo e
ridicolo per coloro che l'intendevano, cosicchè bastarono al governo
poche ammonizioni severe e pochi sfratti per trionfarne, nullameno il
granduca come ogni altro sovrano d'Italia si accorgeva tratto tratto di
non essere più sicuro in Toscana come il grande avo. Infatti quanti in
essa pensavano, anche rivolgendosi al governo per invocarne riforme, le
oltrepassavano, toccando quello stesso ideale de' rivoluzionari da loro
oppugnati. Nella propria maggior perfezione d'istituti e di vita la
Toscana era già arrivata da tempo a un punto che ogni vera riforma
avrebbe dovuto esprimervi il principio rivoluzionario della sovranità
popolare.
In Piemonte i pochi senati di Torino, di Casale e di Nizza eletti dal re
non avevano che scarse e contraddittorie attribuzioni giuridiche:
vigevano ancora le antiche legislazioni, producendo insoffribili
contrasti di giurisprudenza e di sentenze. I governatori generali
esercitavano l'autorità militare e politica; ovunque apparenza e
affettazione guerresca: arma più odiata i carabinieri. Ma la polizia
sola riassumeva tutto il governo, concedeva e toglieva, dietro anonime
ed irreparabili informazioni, impieghi, onori, cattedre, passaporti;
rovistava cinica e bugiarda nelle famiglie, violava segreti di lettere e
di professioni, imprigionava per sospetti e liberava per capricci,
comprava anime e corpi, vendeva infamie e tradimenti. Una dolorosa
disformità amministrativa rendeva le provincie troppo vaste od anguste,
soggette o libere dall'imposta prediale, fornite o prive di censimento;
in alcune duravano ancora privilegi antichissimi e diritti regali. Più
antiquata e meno italiana fra tutte la Savoia, culla della dinastia e ad
essa vivamente affezionata malgrado un'irresistibile tendenza francese.
Benchè le imposte non fossero gravi, era grave la miseria peggiorata da
forti dazi e mal ripartite gabelle; commercio ed industria rantolavano
stretti nelle fascie della tradizione, ignorato il credito, giudicate
utopie ogni nuova grande opera o istituzione, l'alta burocrazia
ignorante, lenta l'intermedia, bruta la bassa.
La censura civile ed ecclesiastica, assurda ed intrattabile nella
sofisticheria, v'inceppava pensieri e scritti, così che nessuno dei
migliori e più moderati libri stampati in Lombardia sarebbe stato
permesso a Torino: non ultima superiorità questa dell'Austria sul
Piemonte. L'aristocrazia altezzosa e ligia al clero spregiava plebe e
popolo, pensatori e produttori, liberali d'ogni colore e valore,
precipitandosi con voracità d'arpie sopra ogni carica civile e militare
ben retribuita o capace di dare adito a corte. L'antico orgoglio
guerriero animava ancora i suoi membri migliori, ma, ridotta a cenacolo
di parassiti e di privilegiati, non vedeva più nella nazione che se
stessa e nel re tutto il diritto e tutta l'autorità. Quei pochi fra
essa, tratti dall'ingegno alle lettere o dalla forzata pratica di
governo verso le idee moderne, considerava quasi transfugi e puniva con
insani dispetti. La borghesia, laboriosa e scarsa d'ingegno, ignorava
per mancanza d'esperienza la cosa pubblica e odiava l'aristocrazia
bersagliata dal popolo con epigrammi senza veleno.
Carlo Alberto, ambiguo nelle idee e nei sentimenti, ora secondava il
moto latente ed universale del progresso, ora ricalcitrando si impuntava
per arrestarlo. Rispettoso agli averi altrui, era abbastanza savio
amministratore; pedante e rigido nel dovere materialmente precisato,
altero sino al ridicolo poichè alla grandezza dell'orgoglio gli mancava
quella dell'ingegno, non ammetteva ai propri circoli che nobili
autentici: nemmeno il segretario generale del governo, massimo fra tutti
gl'impiegati, poteva penetrarvi. Leggeva e conosceva gli scrittori
paesani. Tratto dalla sfrenata e sentimentale ambizione verso la marea
delle idee per esserne sollevato ben alto, s'atterriva poi subito al
dubbio di perdervi qualche briciola del proprio assoluto potere. Mentre
nella prima giovinezza era stato galante e scioperato, ora un bigottismo
non senza rimorsi lo spingeva a digiunare perennemente e a portare sulle
vive carni un segreto cilicio. Della propria ammalata incertezza nelle
opinioni si scaricava sulla responsabilità dei ministri, riunendo in un
solo ministero i più disparati caratteri e le più opposte tendenze
politiche. Il suo odio e al tempo stesso la sua paura erano verso
l'Austria e la libertà. Nullameno il moto lo trascinava. Nel 1836 abolì
la giustizia feudale nella Sardegna togliendovi i privilegi di fòro e
d'asilo e la servitù del pabarile, peste dell'agricoltura, sradicando
d'un sol colpo tanti vecchi abusi che i lagni dei danneggiati superarono
le stesse ovazioni del popolo. Nel 1837 concesse finalmente i codici:
nel civile unificò la giurisdizione cassando gli statuti locali, ed
abolì le istituzioni fidecommissarie, che poi ripermise in un editto;
nel criminale, ricalcato in parte sul francese e stupidamente spietato
d'intolleranza religiosa, prodigò ogni sorta di pene, specialmente
quella di morte, conservando le immunità ecclesiastiche e gli arbitrii
dei giudici, proclamando obbligatoria la delazione sino contro i parenti
nei delitti politici; ma non promulgò il codice di procedura così
necessario alla buona applicazione degli altri. In quello militare, per
istinto di despota e forse anche per nordica imitazione, stabilì la pena
delle verghe sino a mille e ottocento colpi, mentre poi spendeva oltre
un terzo delle rendite dello stato per la costituzione dell'esercito.
Malgrado l'incomparabile postura del porto di Genova implacata nell'odio
contro il Piemonte, la marina sarda rimase così povera che parve gran
fatto quando una sua nave da guerra fece finalmente per la prima volta
il giro del globo. A tale era discesa la grande nazione marinara che nel
più fitto medio evo trasportava già le crociate in Terra Santa.
Qualche migliorìa ottennero pure le due università di Genova e di
Torino, ma Carlo Alberto non vi concesse mai cattedra di storia, forse
intendendo così di vietare a questa il diritto di giudicare anche i re
morti; e negò persino a Silvio Pellico, malgrado la sua tanto acclamata
conversione al più rigido cattolicismo, quella di eloquenza. Il
consiglio di stato, eletto per discutere bilanci, contratti e ogni altra
operazione di finanza, non aveva alcuna autorità nel governo; la
statistica non esisteva o quasi, e così il catasto, onde si continuava
l'imposta personale senza riguardo alla condizione del contribuente.
Nonpertanto le finanze erano così floride che secondo il conto del Revel
(4 marzo 1848) le rendite superavano le uscite, e il debito di 95
milioni vinceva di poco l'entrata d'un anno.
Sui confini del Piemonte l'Austria, potenza eminentemente conservatrice,
accettava i progressi materiali del tempo senza confessarli e vietandone
ogni discussione. Il suo governo era burocraticamente un modello a
paragone di tutti gli altri d'Italia, ma, per quanto vago di
centralizzazione amministrativa, non pretendeva all'uniformità e
rispettava molti costumi ed usi locali. In esso l'imperatore era tutto e
la polizia unico mezzo; si provvedeva sempre per decreto imperiale; il
popolo non poteva chiedere che per suppliche; i diritti civili
chiaramente definiti e conservati incolumi, quelli politici non
riconosciuti che dal codice criminale che li colpiva tutti con procedure
arbitrarie e pene feroci. L'antico ordinamento municipale sopravvissuto
alle rovine rivoluzionarie ma ridotto a mera burocrazia, funzionava con
robusta regolarità, senza permettere mai alla vita paesana di
rivelarvisi nell'originalità dei propri bisogni. Milano, nuova capitale
austriaca in Italia, brillava d'ingegni piuttosto trascurati che
malmenati dal governo: la censura vi era meno stupida che altrove,
florido il commercio dei libri esteri, frequenti i congressi
scientifici, abbastanza viva l'istruzione, i gesuiti ammessi ma
sottomessi al clero ed al governo; nessuna eccezione di fòro o influenza
di sagrestia. Il paese naturalmente florido prosperava materialmente
sotto un governo che, conculcando ogni ispirazione nazionale, favoriva
per sapiente egoismo d'economia politica lo sviluppo delle ricchezze e
il perfezionamento dell'amministrazione: così la Lombardia vantava casse
di risparmio, associazioni industriali e commerciali, eccellenti strade,
buone norme idrauliche e forestali, mentre gli altri Stati d'Italia,
all'infuori della Toscana, soffrivano ancora nell'antica incuria. Se le
prime società ferroviarie nel 1837 vi fallirono, la colpa fu meno del
governo austriaco che delle gelosie municipali.
Venezia invece, malgrado la sistemazione della sua laguna colla diga di
Malamocco e l'ampliazione de' Murazzi, soccombeva alla concorrenza di
Trieste diventata fatalmente il miglior scalo austriaco pel commercio
orientale.
Se Francesco I a Lubiana aveva detto: «voglio sudditi obbedienti e non
cittadini illuminati», il suo motto trasformato in programma politico
era stato applicato nel Lombardo-Veneto col massimo rigore. L'eccessiva
perfezione burocratica menava dritto all'automatismo: non si volevano nè
originalità nè varietà, nè libertà di sorta, quindi si surrogava il
sistema italiano di peso, misura e monetazione col tedesco, s'imponeva
al commercio di trattare coll'impero rinunziando ai propri sbocchi
naturali colle altre nazioni, e vi si creava così un esercito di
contrabbandieri maggiore di quello dei doganieri. Si teneva la chiesa
sottoposta come i comuni, al punto che parroci e vescovi, nominati sopra
informazioni della polizia, non potevano comunicare con Roma senza il
visto di un impiegato provinciale. Nella coscrizione invece di
costituire corpi italiani s'incorporavano le reclute nei reggimenti
tedeschi disseminandole a tutte le estremità dell'impero, ma concedendo
la surrogazione per denaro: con questo l'Austria evitava di addestrare
contro se stessa un esercito italiano, e l'Italia cansava il disonore
d'essere tiranneggiata da forze proprie.
Morto Francesco I (1835), suo figlio Ferdinando salendo al trono
concesse un'amnistia così insolita nelle abitudini del governo che in
parte vi rimase impedita. Nullameno quando il nuovo imperatore venne a
farsi coronare in Milano, vi furono grandi feste con tale concorso e
vivezza di popolo che stupirono gli stranieri credenti nel patriottismo
italiano, ed umiliarono i pochi grandi spiriti eroicamente votati alla
resurrezione della patria. Ma il popolo minuto e la plebe delle
campagne, anzichè essere allora ostili all'Austria, dovevano molti anni
dopo la grande guerra del 1859 meravigliare Garibaldi di non poter
trarre dalla bocca di un villano nessuna informazione sul nemico, mentre
gli austriaci apprendevano subito dai contadini tutte le sue.
A Napoli invece le condizioni erano più tristi.
Le lustre di bonomia e di buon governo fatte dal nuovo re Ferdinando II
durarono ben poco: il suo riordinamento dell'esercito, non essendo che
vanità di principe e non mirando a scopo italiano, divenne un aggravio
assurdo per le finanze e scisse ancora maggiormente il paese già troppo
lacerato da tradizioni e idee antagoniste. Re Ferdinando non vide
nell'esercito che una guardia contro il popolo, e quindi badò a
separarnelo con privilegi: i soldati furono molti, bene armati,
abbastanza ben addestrati, ma senza spirito nè militare, nè patriottico.
La riforma finanziaria, provocata in lui da istinto avaro e annunciata
clamorosamente colla rinunzia ai 360 mila ducati, che il padre percepiva
a titolo di borsa privata per le elemosine, e colla tassa sugli stipendi
degli alti impiegati che giungeva fino al cinquanta per cento, non ebbe
nè criteri scientifici, nè basi morali. Infatti questa tassa non era che
provvisoria per quindici anni, mentre i grossi impiegati seguitavano a
rubacchiare sugli _incerti_, somme indefinibili nell'amministrazione e
nell'economia politica, che si attribuivano con ingenuo cinismo. E
siccome il re domandava a tutti i ministri i residui di cassa per
ingrossarne la propria lista civile, i ministri ad ingraziosirsi col
sovrano affettavano turpi sparagni compiendo ogni sorta di ladrerie nel
suo nome. Ma Ferdinando, avidissimo di denaro, credeva assioma che
nessun uomo potesse resistere alla tentazione dell'oro, e scherzava
cinicamente sulla nota disonestà dei propri ministri come il Santangelo,
finendo egli stesso più tardi a frodare con immane truffa, la quale per
poco non gli attirò guerra dall'Inghilterra e rovinò molti commercianti,
la società delle solfare di Sicilia.