nell'illusione dell'opera propria: la sua società della Giovine Italia,
cresciuta a Giovine Europa, deve compiere il miracolo della
trasformazione universale: egli non tien conto nè dello stato delle
scienze nè di quello della filosofia; come incredulo di tutti i culti,
non li calcola; sempre assorto nelle altezze della propria democrazia,
giudica la rivoluzione francese piuttosto conclusione che inizio di
epoca. Ma quando il socialismo gli si parerà dinanzi colla terribilità
delle sue negazioni atee e passionate, inevitabili in tutte le
novazioni, Mazzini indietreggerà inorridito, additando il cielo reso da
lui stesso deserto coll'espulsione del Dio cattolico.
Ma in questo misticismo politico-religioso ferve l'anima più italiana
che dopo Dante e Michelangelo sia apparsa nella storia. Le sue
contraddizioni stesse formano la sua gloria, rispecchiando
l'incalcolabile mistura del popolo da lui incarnato. Quindi Mazzini
vuole essere tutto, si crede avere le più disparate attitudini:
letteratura, critica, arte, filosofia, economia politica, poi la guerra,
la cospirazione, l'erudizione, la filologia, la bibliografia; sentenzia
su tutto, subordina tutto alla propria idea, livella tutto col traguardo
di un solo teorema. Passioni, interessi, vizi per lui non sono forze e
nemmeno realtà, perchè il difetto non è mai che negazione: li trascura,
non s'accorge che, non mutandoli in armi per la rivoluzione, saranno
armi contro di essa. Nella sua fede non vuole e non può ingannare il
popolo; e la politica è l'inganno sublime, che il genio fa al buon senso
angusto delle masse e all'avarizia del loro interesse, conducendole dove
non intenderebbero o non saprebbero andare. In lui il riformatore vizia
il rivoluzionario. Gli manca l'odio, questa forza suprema delle
rivoluzioni: ha lo sdegno del profeta e il perdono del martire; se
qualche volta sacrifica pochi cospiratori a un'impresa pericolosa, non
giunge mai all'impassibilità pessimista di considerarli semplici
strumenti. La moralità del suo cuore e del suo sistema lo inceppa; può
arrivare al regicidio non alla strage, all'insurrezione non alla guerra
civile, alla dittatura non al terrore; tradito non sa tradire, e si
arrochisce in predicazioni spesso sublimi ed inutili; si batte inerme,
ma sempre ferito non si arrende mai. Laonde isolato a poco a poco si
falsa, la divinazione delle prime ore non gli si ripete più che a lunghi
intervalli; profeta ed apostolo, pontefice e martire, non può essere il
capitano delle moltitudini, delle quali non ha le passioni effimere e
colle quali gli mancano le affinità irresistibili della vita. Invece di
cogliere i fatti per adagiarsi in essi, bada a collocarvi le proprie
formule e ad attuarvi il proprio sistema: è un poeta dell'azione che
cerca uno scenario al proprio dramma, un accompagnamento al proprio
canto.
Ma la sua influenza sulle anime è irresistibile. Alfieri, Foscolo,
Berchet, Guerrazzi, gli spiriti più ardenti e sdegnosi paiono larve
vicino a lui: egli solo è uomo; la sua penna gronda sangue, le sue
lagrime abbruciano, la sua parola abbaglia. È impossibile non credere
all'Italia, non sentirsi democratico, non voler soffrire e vincere con
lui, dopo averlo letto o udito. Per quanto insufficienti le sue
argomentazioni, e discutibili i suoi espedienti rivoluzionari, e poco
probabile il disegno totale dell'impresa, e assurda ogni speranza nel
risultato, bisogna credergli e seguirlo. Quindi nel giorno della
battaglia tutti i volontari saranno suoi neofiti; quando si organizzerà
la rivoluzione tutti i partiti politici, che lo tradiranno, saranno
stati educati da lui. Ma allora il temperamento religioso e il genio
poetico tradiranno Mazzini peggio de' suoi medesimi adepti; egli non
saprà essere nè parlamentare, nè diplomatico; gli antagonismi politici
lo coglieranno sprovveduto, le passioni e gli interessi non si
accorderanno nella sua opera; parrà confuso, incerto, quasi piccolo,
finchè il vento della catastrofe, dissipando il polverio delle
quotidiane contraddizioni, non scopra nella caduta della repubblica
romana la più grande tragedia della storia moderna. Allora Mazzini ne
dirà gli ultimi versi, ed esulando da Roma, dopo avervi distrutto il
papato, apparirà grande quanto S. Pietro, che diciotto secoli prima vi
arrivava esule da Gerusalemme per distruggere Roma pagana e fondarlo.
Costituendo la Giovine Italia Mazzini afferma l'Italia una e
repubblicana: il voto di Alfieri, di Parini, di Foscolo, di Monti, di
Manzoni, di Berchet, di tutti i poeti si condensa in programma: l'unità
accennata dal Romagnosi, propugnata confusamente dal Gioia in un
opuscolo, non solo si muta in dogma, ma è finalmente sostenuta con fede
incrollabile e con disciplina di argomenti storici e politici contro
tutti i partiti italiani. Unità e repubblica: dunque guerra a tutta
Italia e l'Europa di allora. Il passato è respinto; non esiste più che
l'avvenire. La logica di Mazzini è tanto meravigliosa di lucidezza e di
passione, quanto deboli le sue proposte per concretare la rivoluzione.
Le antinomie della sua natura religiosa e rivoluzionaria peggiorano la
sua già debole posizione. Rivoluzionario come Robespierre e Danton, non
dovrebbe pensare che a distruggere, sbrigliando le passioni e versando
veleno sulle piaghe del popolo: nel suo primo momento una rivoluzione
non può essere che negativa, l'odio solo è la sua formula, tutte le
armi, specialmente se cattive, le servono. Invece Mazzini è religioso, e
mira piuttosto a rigenerare il popolo che ad emanciparlo: la rivoluzione
politica per lui è mezzo, e i mezzi delle rivoluzioni, essendo
fatalmente immorali, gli sfuggono. Egli non pensa nemmeno alla
possibilità di giovarsi con interessi monarchici o aristocratici: non sa
blandire le altre società liberali moderate per assalirle poi: non gli
rimangono dunque che la propaganda degli scritti, la grandezza dell'idea
e l'eroismo della vita.
Nell'esame storico, che egli fa dell'Italia, coglie bensì lo stato di
putrefazione avanzata di tutte le monarchie, ma non indovina perchè il
Belgio vittorioso nella propria rivoluzione s'imponga un re, perchè la
Francia, dopo le trionfali giornate di luglio, si sottometta a Luigi
Filippo, perchè la Grecia emancipata dal Turco accatti un re in
Germania, perchè la Spagna in preda ad una rivoluzione permanente non
voglia rinunciare alla propria infame dinastia. Per lui queste
contraddizioni delle vittorie repubblicane, che concludono sempre
all'elezione di un re, sono l'opera ribalda di pochi politicanti: il
popolo schiettamente democratico è sempre stato tradito. Ma chi può
tradire un popolo? Chi imporglisi? Di questa triste verità, che il
popolo ancora dominato dalla tradizione autoritaria non può nè
comprendere nè volere la repubblica, egli nemmeno sospetta: quindi non
suppone che l'Italia, sorpassando la federazione, possa acquetarsi in
una unità monarchica quanto la stessa federazione distrutta. E questo
che era il termine più prossimo di progresso per allora, e che poi
trionfò, gli pare non solo assurdo ma un regresso. Per lui la conquista
d'Italia operata da una monarchia sarebbe un raddoppiamento di tirannide
nel re e di abbassamento nel popolo.
L'unità è per Mazzini indipendenza, la repubblica libertà: inutili
entrambe e paradossali se non siano unite.
Il programma della Giovine Italia non è dunque quello di un partito, ma
di un sistema: anzi il partito è poco più di una scuola politica, con
questo incalcolabile vantaggio sulle altre di essere una scuola in
azione.
La nuova società si sviluppò vivacemente: i fratelli Ruffini, l'uno
immortalatosi col suicidio, l'altro più tardi nelle lettere,
corrispondevano da Genova con Marsiglia; da Livorno aiutavano il
Guerrazzi e il Bini benchè per diversità d'indole poco inclini alla
religiosità del nuovo moto: presto in Francia, in Spagna, in Svizzera,
ovunque fossero emigrati, sorsero le nuove congreghe. Intorno a Mazzini
stavano stretti il La Cecilia, il Modena moderno Roscio, il Campanella,
il Benza ed altri. Il loro giornale, presto guerreggiato da Luigi
Filippo, accontatosi colla santa alleanza per ottenere il proprio
riconoscimento, dovette celarsi ed uscire di contrabbando. Tale lotta
drammatica fu sostenuta dai giovani collaboratori con virtù pari
all'ingegno.
La società, attraverso il misticismo un po' vuoto di formule morali e
religiose, ricopiava nell'organizzazione segreta le sètte antecedenti,
solo diminuendone la teatralità delle iniziazioni: il suo motto «ora e
sempre» valeva la più bella delle odi patriottiche; la sua bandiera
bianca rossa e verde, che diventò poi nazionale, era dono della duchessa
Trivulzio, donna illustre per ingegno e per amori anche più illustri, e
da un lato recava «Libertà Uguaglianza Umanità», dall'altro «Unità ed
Indipendenza». Vi erano due gradi nella società, iniziato e propagatore,
poi un giuramento lirico come un inno e rettorico come una declamazione,
segni di riconoscimento, gerarchie di congreghe, tutto un organismo
imitato dalla carboneria. Scopi della società erano la repubblica una ed
indivisibile, la distruzione dell'alto clero per sostituirvi un semplice
sistema parrocchiale, l'abolizione di ogni aristocrazia, la promozione
illimitata della pubblica istruzione, una specie di nuova dichiarazione
dei diritti dell'uomo, considerando transitori tutti i governi non
repubblicani.
I mezzi d'azione consistevano nell'unanimità dei propositi, nella
propaganda fra il popolo, nell'armamento di ogni confederato, pel quale
era già stabilita l'assisa, con previdenza teatrale, nella speranza di
costituire bande e di sedurre milizie regolari.
Evidentemente la nuova società non era un gran progresso sulle altre, nè
come organismo nè come mezzi, ma il suo programma politico, sceverato
dal paralogismo religioso, era una rivelazione. Per la prima volta in
Italia intenzione, volontà, concetto, disegno, tutto era schiettamente
democratico. Italia e repubblica, unità e libertà; il resto era
romanticismo del tempo e che il tempo avrebbe guarito.
Mazzini stese il programma, dichiarando guerra a tutti i principi
italiani e indirizzandosi al popolo. La nuova idea utopistica si divulgò
colla rapidità di un uragano. Le declamazioni letterarie di tutti gli
altri scrittori aiutavano: si poteva temerne impossibile l'applicazione,
non ricusarsi a sperarla. I principi risposero male all'attacco,
calunniando e perseguitando i nuovi rivoluzionari, che la persecuzione
abbellì e fortificò. Il giornale, spedito con ammirabili sotterfugi, fu
ricevuto e diffuso con rischi di morte; Mazzini grandeggiava di stile,
sfolgorando nella passione delle battaglie e badando a scendere in campo
davvero con una spedizione nell'alta Savoia. Le simpatie dell'Europa
rivoluzionaria si rivolgevano a questa Giovine Italia, che nel proprio
slancio poetico comprendeva già il problema della libertà europea in
quello della liberazione italiana; le vecchie sètte liberali erano
screditate dagl'insuccessi patiti e senza idee, le corti più odiate che
temute, tutti i loro governi senz'altro programma che la reazione.
Il giornale della Giovine Italia dichiarò i sottintesi e compiè le
reticenze degli scrittori, che rimasti in patria dovevano per forza
conservarsi guardinghi: la sua sfida alla coalizione monarchica
inorgoglì l'oppressa dignità di tutti gli italiani. Un uomo solo aveva
osato dire e fare quello, cui un'intera nazione non era bastata. Il tono
mistico di Mazzini, concordando colla religiosità della reazione
cristiana succeduta alla rivoluzione francese, rendeva più accette le
arditezze della sua democrazia; il suo coraggioso abbandono di ogni
spirito regionale sollevava le anime dal peso di una tradizione, nella
quale l'idea era morta. Se i governi non si sentirono istantaneamente
scrollati dalla nuova setta, avvertirono però subito la giustezza
terribile della nuova propaganda, senza potervi riparare efficacemente.
La stessa debolezza del partito mazziniano ad agire lasciava più libera
l'espansione delle sue idee, quasi non fosse che una propagazione
letteraria. L'irritazione delle vecchie sètte liberali, spodestate dal
favore crescente di questa nel popolo, bastò a condannarle nel
sentimento generoso della gioventù.
Mazzini intanto facevasi nel giornale eco di tutti i lagni d'Italia,
denunciando le infamie delle polizie e trattando ogni sorta di
questioni; rimbeccava la gazzetta del duca di Modena, discuteva con
Sismondi, allora riverita autorità, e passava oltre; annullava con
critica superba di sdegno patriottico tutti i capi delle passate
rivoluzioni, affermando nella propria idea della repubblica italiana il
segreto di una imminente vittoria. Ma sopratutto parlava di popolo col
popolo, che nessuna setta aveva ancora degnato di calcolare come
elemento rivoluzionario; predicava una democrazia, che solo nelle masse
poteva ottenere il proprio trionfo, perchè esse sole erano il popolo.
Quindi, svisando storia e letteratura nazionale con una incomparabile
sofistica, sincera a forza di essere passionata, mostrava a tutte le
epoche il principio della libertà e della unità italiana e repubblicana
come anima del popolo e di tutti i grandi, denunciava combattendole le
fatalità tiranniche della monarchia e del papato, difendeva il
cristianesimo e lo epurava, proponeva e stringeva alleanze a modo dei
governi colla Giovine Allemagna e colla Giovine Francia, spiegava la
missione degli individui e dei popoli in un vangelo contro il quale
nessuna critica poteva prevalere. Naturalmente i liberali moderati
ricalcitravano, ma i loro propositi troppo prudenti e le loro idee di
federazione fra i principi italiani, egualmente utopistiche che
l'immediata repubblica di Mazzini, non potevano lottare con questa
nell'animo bollente della gioventù. Poi Mazzini tuonava alto
sull'Europa, ed essi balbettavano appena, e nessuno di loro era ancora
abbastanza italiano per posporre l'interesse della propria provincia a
quello della nazione.
Nessuna figura di principe, di prete o di ribelle era allora in Italia
che potesse rivaleggiare con quella di Mazzini: la sua popolarità
divenne quindi immensa. Non si discusse, non si temè, non si sperò che
in lui: la coalizione monarchica, guidata da Metternich, aiutata dal
papa e da Luigi Filippo, non bastava contro questo profugo, di cui ogni
scritto era una battaglia e ogni battaglia una vittoria.
Allora che il giornalismo in Italia era meno che rudimentario, l'opera
di Mazzini, che vi discendeva collo splendore di una letteratura più
potente di quella del Guerrazzi stesso e del Manzoni, avendo dell'uno
una passione anche più nobile e dell'altro uno stile anche più vivo,
ebbe i trionfi irresistibili del più originale fra i capolavori.
Forse la prima volta in Italia uno scrittore fu acclamato anzi che la
critica lo avesse accolto; ma anche questa volta Mazzini, creando la
prosa moderna, ripetè il miracolo di Machiavelli, che aveva trovata la
propria dimenticando nella passione delle idee i lenocinii e le
tradizioni delle scuole letterarie.
CAPITOLO QUINTO.
Conati ed imprese rivoluzionarie
La spedizione nella Savoia.
La rivoluzione dell'Italia centrale aveva lasciato nei patriotti un
fermento, del quale Mazzini fu pronto a profittare. Oramai si cominciava
a comprendere che i moti rivoluzionari non potevano essere nè spinti nè
diretti da principi, e che senza un largo concorso di popolo non
sarebbero mai per riuscire. Il nuovo programma della Giovine Italia
aveva almeno il vantaggio di principii e di obiettivi fin troppo chiari:
anzichè sognare l'indipendenza da impossibili combinazioni diplomatiche,
la domandava a tutte le virtù degli individui e del popolo. Se la forma
delle passate rivoluzioni era stata l'insurrezione, quella della
imminente non sorpasserebbe naturalmente la sommossa, giacchè la grossa
massa, popolare, incapace di assecondare la spinta rivoluzionaria,
abbandonerebbe daccapo i nuovi ribelli.
Il lavoro di ricostituzione nella coscienza nazionale procedeva ancora
troppo lentamente, malgrado la generosità dei molti che vi cooperavano,
perchè il problema della patria indipendenza si presentasse solubile.
L'Austria, immensa ed agguerrita, teneva l'Italia inerme tra le forti
branche; tutte le corti italiane per codardo ed inevitabile egoismo si
stringevano sotto il suo protettorato, preferendo la propria miserabile
vita di prefetture imperiali ai pericoli di una rivolta, nella quale
avrebbero dovuto assoggettarsi al popolo. Questo sentiva bensì gli
incomodi materiali del dispotismo indigeno, ma la sua inesauribile
pazienza di schiavo vi resisteva senza troppo dolore, mentre non
intravedeva affatto le necessità ideali di una rivoluzione contro
eserciti addestrati nelle armi e di tutte le armi muniti. L'antico
rancore contro i privilegi dei grandi e quella poesia indefinibile, che
lo attrae sempre verso l'avvenire, non bastavano a scuotere l'enorme
massa della sua moltitudine entro l'àmbito angusto dei mestieri. Anzi
nelle campagne, ove l'opera del clero era più efficace e più spontanea
la superstizione, i villani odiavano i liberali come eretici, godendosi
per egoismo avaro di mezzadri o invidia implacata di braccianti alle
persecuzioni contro i padroni: a Napoli la plebaglia dei lazzaroni,
sempre ostile ai signori, gettava con selvaggia compiacenza i propri
lazzi sui condannati politici, come scorgendo nel feroce trattamento
loro usato dal governo una tarda parificazione a quello sempre sofferto
da essi.
D'altronde gli eserciti napoletani e piemontesi, quand'anche i loro re
si fossero decisi alla rivoluzione, non avrebbero bastato contro
l'Austria, potenza militare che Napoleone stesso non era riuscito a
fiaccare. Mai l'Italia era stata militarmente in peggiori condizioni: il
breve addestramento delle guerre napoleoniche, producendovi capitani di
valore, non aveva creato nella penisola una scuola militare capace di
mantenervi così grande tradizione. I principi richiamati dalla
ristorazione si erano affrettati ad espellere i migliori soldati come
sospetti giustamente di ostilità, riconfermando negli antichi gradi
l'aristocrazia delle proprie corti: d'allora non più battaglie. Il
nemico era diventato la rivoluzione, e l'esercito un accessorio della
polizia: quindi fra esso e il popolo quella diffidenza fra cacciatore e
selvaggina, che è sempre passata fra popolo e polizia.
Dopo la rivoluzione del '31 la reazione crebbe: il duca di Modena, la
più forte testa di tiranno che fosse allora in Italia, spingeva al
terrore; Ferdinando di Napoli, il più lontano e il più saldo sul trono,
affidava il governo al truce Del Carretto; a Roma Gregorio XVI, energica
e biliosa natura di teologo, riassumendo con vigore la rilassata
autorità, si preparava a una suprema battaglia contro il liberalismo
religioso che minacciava di sommergere Roma per purificarla; Carlo
Alberto, arrampicatosi a stento sul vecchio trono dei Savoia,
s'accingeva a cancellare le tracce sanguinose del proprio liberalismo
giovanile con altro sangue, inebriandosi del nuovo potere di re, che la
libertà da lui tradita minacciava nuovamente; l'Austria, proseguendo
nell'astuta politica, dopo aver diviso amministrativamente la Venezia
dalla Lombardia quasi a risuscitarvi le antiche rivalità, ed ingrossata
Verona a massimo centro militare e come a terza capitale, vigilava con
una polizia ammirabile di disciplina ed aiutata nell'opera da tutte le
polizie d'Europa.
La situazione era disperata: Mazzini, temperamento lirico e religioso,
trovò appunto in essa la propria forza.
Vessato, calunniato d'assassinio dalla polizia francese, quindi espulso,
egli dovette riparare in Svizzera. L'opera della Giovine Italia si
dilatava: in Lombardia, nel Genovesato, in Toscana, negli Stati
Pontifici il fervore cresceva mirabilmente; più molle si mostrava la
Venezia, più remoto e retrivo restava il Napoletano, malgrado il suo
solito numero miracoloso di congiurati. Si pensò ad agire; i pareri
oscillavano naturalmente: si prescelsero a campo le Provincie sarde.
Giuseppe Garibaldi, arruolatosi a Nizza nella Giovine Italia, proponeva
coll'infallibile istinto dell'uomo di guerra, di cominciare da Genova.
Mazzini sostenne una invasione di esuli nella Savoia. Ma le trattative
tiravano in lungo; le polizie sarda ed austriaca, sempre vigilanti,
poterono per mezzo di spie scoprire la trama; Carlo Alberto, reso alacre
dalla paura e feroce dalla coscienza degli antichi tradimenti,
moltiplicò gli arresti, denigrò nella spaurita immaginazione della gente
i cospiratori, condusse i processi con inaudita perversità; le condanne
di morte e le esecuzioni capitali fioccarono; vi furono condannati nel
capo, solo per aver letto il giornale della Giovine Italia, altri per
aver avuto sentore di qualche trama e non averla tosto rivelata: alla
morte si aggiunsero sevizie come pel povero Vochieri. Jacopo Ruffini
arrestato a Genova, dalla quale aveva generosamente ricusato di porsi in
salvo, si suicidò scrivendo col proprio sangue sulle mura del carcere:
«la mia vendetta ai fratelli»; l'abate Gioberti fu esiliato. Mazzini
condannato in contumacia e dichiarato nemico della patria. Carlo
Alberto, ubbriacato dal sangue, conferiva le maggiori onorificenze ai
carnefici: il conte Galateri, peggiore di tutti, ebbe persino il collare
dell'Annunziata, che concede di salutare il re col nome di cugino.
A Milano, quasi contemporaneamente (1833), l'Austria sventava un disegno
di cospirazione iniziato specialmente da un Albèra e un Tinelli. Il
commissario Zajotti, scribacchiatore venduto all'Austria, infellonì, e
nullameno parve mite in confronto del Galateri: diciannove furono i
condannati a morte, ma a tutti fu commutata la pena nel carcere; così
l'Austria dava lezioni di benignità al Piemonte. Napoli non si mosse: il
Del Carretto arrestò un Leopardi e un Dragonetti, sospettati capi di
vasta congiura, ma poi, non scoprendosi altro, le pene si limitarono a
pochi esigli.
Veramente queste repressioni furono piuttosto una mossa poliziesca che
un riparo contro un disegno di cospirazione politica. Nessun accordo di
mezzi o di ordini aveva riunito i vari centri di congiura: erano
impazienze che si scoprivano quasi spontanee prima di sapersi affermare,
sogni d'imprese che ondeggiavano nella penombra romantica delle
conventicole rivoluzionarie, senza precisarsi nemmeno nel concetto dei
capi.