Francesco IV di Modena, crudele tempra di tiranno, non poverissimo

d'ingegno e ricco d'ambizione, parve egli stesso cercare l'appoggio

della carboneria per costituirsi nella media Italia un grosso Stato. Era

il vecchio sogno dei Medici, dei Farnesi, degli Estensi colle stesse

invincibili difficoltà. La storia non ha ancora potuto accertare quanta

realtà di propositi e di mezzi fosse in questo ultimo sogno: i settari

traditi lo ingrandirono forse nelle invettive contro il tiranno, questi

spaventato lo negò. Nullameno fu chiaro che Francesco IV si era di

qualche guisa accontato con Ciro Menotti, eroica ed ingenua natura di

patriota, consacrato dal martirio all'onore della storia; e che,

sbigottito dalle rivelazioni fatte contro di lui dallo stesso Luigi

Filippo, già mescolato nelle sètte, al conte Appony ambasciatore

austriaco a Parigi, si gettò colla ferocia della paura nella reazione.

Parve, ed era una fazione medioevale. Ciro Menotti invano combattente

rimase prigioniero; ma all'eco della ribalda ducale aggressione Bologna,

agitata dalle novelle francesi, esplode: l'indomani (5 febbraio 1831)

Modena riavutasi dallo stupore caccia il duca, che ripara a Mantova

traendosi dietro Ciro Menotti, freno allora contro le vendette popolari,

sfogo più tardi alla vendetta del tiranno. Imola, Faenza, Forlì, Cesena,

Ravenna s'emancipano, Ferrara imita l'esempio; Parma, Pesaro,

Fossombrone, Fano, Urbino licenziano i propri governatori; poi Macerata,

Camerino, Ascoli, Perugia, Terni, Narni e finalmente Ancona seguono la

rivolta. Il 25 febbraio un popolo di due milioni e mezzo di italiani

liberi dovrebbe essere in armi e non vi è: Napoli, Torino, Milano,

Venezia non si muovono. Una congiura, tentata a Roma nell'interregno del

conclave dai principi Bonaparte, figli dell'ex-re d'Olanda, era fallita

inonoratamente; un'altra capitanata a Firenze dal Libri, mirabile

ingegno di scienziato cui la sordidezza del carattere doveva apprestare

così miserabile fine, concluse ad una ridicola dimostrazione di teatro.

Quindi il moto si concentrò a Bologna, nella quale era costituito un

governo provvisorio, ma giammai più nobile causa ebbe più inetti

rappresentanti. Lo componevano aristocratici, professori d'università,

grossi proprietari: Giovanni Vicini, volgare avvocato e peggiore

politico, lo presiedeva. Il governo pontificio aveva ceduto con

mollezza: i rivoluzionari furono anche più fiacchi. Del problema

politico, quale loro s'imponeva, non solo non intesero nulla, ma per

angustia di carattere ed insufficienza d'ingegno parvero intenti a

contraddirlo. Anzitutto affermarono di essersi costituiti in governo per

evitare l'anarchia dietro la dichiarazione di monsignor Clarelli

prolegato abdicante all'amministrazione della provincia; poi il

presidente Vicini diramò una sua scrittura di leguleio, nella quale,

desumendo la libertà di Bologna dalla convenzione stretta nel 1447 fra

la città e Niccolò V, finiva col paragonare le _Tre Giornate_ francesi

di luglio alle sei della creazione. Era una risurrezione del

ghibellinismo federale, senza modernità nemmeno nelle frasi. A Parma e a

Modena i governi costituiti si scusavano della propria esistenza,

accusandone i sovrani fuggiti senza nominare altro governo. Non si

pensava nè a leggi nè ad armi. La formula del non intervento, lanciata

dalla Francia, pareva presidio sufficiente; non si capiva il doppio

giuoco di Luigi Filippo, non si voleva aumentare la rivoluzione per non

accrescerne i pericoli. Le vanità municipali si sbizzarrivano nelle

teatralità di staterelli improvvisati: si mandavano deputazioni agli

Stati vicini chiedendo e promettendo amicizia; ogni provincia si reggeva

da sè; pareva una commedia e lo sarebbe stata, se gli austriaci

intervenendo bruscamente non l'avessero mutata in dramma. Ma il governo

non pensava più agli austriaci, che la formula francese del non

intervento avrebbe dovuto rattenere.

L'Italia non esisteva ancora; Roma stessa, capitale del regno pontificio

e quindi rivale di Bologna, era dimenticata, quantunque pel nuovo

governo l'assenso e l'opposizione di Roma fosse della massima

importanza. Ma l'Austria, così poco spaventata dal non intervento

francese che lo avrebbe affrontato magari a costo di una guerra

generale, uscì da Piacenza rimasta fedele alla duchessa per tradizionale

ostilità a Parma insorta, e con poco più di un migliaio di soldati

sbaragliò le scarse truppe rivoluzionarie a Firenzuola: questo bastò

perchè tutto il ducato tornasse alla duchessa. Quindi toccò a Modena,

che il generale Zucchi, buon veterano napoleonico disertato dagli

austriaci per mettersi alla testa della rivoluzione, tentò invano

difendere contro gli Estensi e gli austriaci vincitori a Carpi e a Novi.

Il governo di Bologna, sempre fidente nelle promesse estere, aveva

rinunciato non solo all'offesa ma alla difesa, quasi sperando dalla

propria nullaggine meritare il permesso di vivere. Non si erano volute

riattare le fortificazioni di Ancona; si era respinta l'idea di

Sercognani, temerario colonnello faentino educato nelle guerre

imperiali, che intendeva ad un'impresa decisiva su Roma; si era

oppugnato il disegno di Zucchi per la formazione di sei reggimenti di

fanteria e due di cavalleria. Quindi all'invasione di Modena il governo

provvisorio di Bologna, rispose stupidamente che le cose dei modenesi

non erano sue e che il non intervento era legge anche per lui: per

quella di Ferrara replicò nel _Precursore_, organo governativo, che il

non intervento non era stato violato perchè i trattati di Vienna vi

concedevano all'Austria diritto di guarnigione; e quando finalmente

Zucchi sconfitto si ripiegò su Bologna, il governo, che aveva ordinato

di disarmare e d'internare quanti stranieri si presentassero armati alle

frontiere, disarmò i 700 modenesi accorsi in suo aiuto. Poi il 20 marzo

gli austriaci, dimenticando le derisorie promesse prodigate a quel

ridicolo governo, si presentarono alle porte; e questo sempre eguale a

se medesimo, intimato al paese di star quieto e alla guardia nazionale

di mantenere l'ordine quale unico supremo intento, si ritirò ad Ancona

col cardinale Benvenuti catturato, nelle mani del quale abdicò

prontamente per chiedere amnistia. Nessuno dei membri del governo

provvisorio si ricusò a firmare l'ignobile atto, nemmeno Terenzio

Mamiani, anima ed ingegno tutt'altro che volgare. Il generale Zucchi,

divisa la propria truppa in due corpi, ordinò la ritirata per la via

Emilia e per la bassa Romagna. A Rimini, punto di congiunzione, avvenne

uno scontro che salvò l'onore della bandiera, il solo che rimanesse: e

poichè il generale Armandi, ministro della guerra, non aveva voluto

riunire le forze dello Zucchi con quelle di Sercognani per assalire

Roma, questi, spintosi fino a Rieti ed intesa la dedizione finale,

dovette dar volta per la Toscana e rifuggirsi in Francia.

La rivoluzione, morta come era vissuta, non meritava rispetto e non

l'ottenne. Gli austriaci violarono tosto la capitolazione, occupando

Ancona un giorno prima e catturando la nave sulla quale erano saliti lo

Zucchi e gli altri patrioti dirigendosi a Corfù. Comandava la corvetta

austriaca in questa triste cattura il barone Bandiera, padre di Attilio

e di Emilio, che dovevano dopo pochi anni immolarsi nella più arrisicata

delle imprese patriottiche. Gregorio XVI, asceso al pontificato,

richiamò il cardinale Benvenuti, e negò l'amnistia.

Quindi incrudelirono repressioni e vendette. Il duca di Modena chiamò al

governo della polizia il Canosa, che rinfrescò la propria infame

celebrità con nuovi orrori: Menotti, Borelli e troppi altri perirono; si

promulgarono editti feroci sino all'assurdo, le condanne non si

contarono più che a centinaia, mentre il popolo taceva allibito e il

vescovo della città bandiva una lettera pastorale per additare nel duca

un sovrano secondo il cuore di Dio. Maria Luigia di Parma con più mite

animo si contentò invece di sospendere i magistrati partecipi della

rivoluzione, e indi a poco perdonò a tutti. Gregorio XVI, dietro

consiglio del cardinale Bernetti, incaricò due commissioni, l'una civile

e l'altra militare, con pieni poteri di inquisire, e lasciando allo

stesso cardinale di raccomandare loro la più sommaria delle procedure

contro rei e sospetti: nè i giudici intesero a sordo. Un esodo di

illustri propalò le sventure e le abbominazioni d'Italia; altri illustri

nelle carceri meditarono e scrissero libri che valsero battaglie; molti

illustri seguitarono nell'ombra il lento e solido lavoro per ridare

all'Italia un pensiero nazionale.

Ma soffocata la ribellione, rimanevano a stabilire le provvidenze

controrivoluzionarie. Quindi le diplomazie si accordarono, seguendo

l'astuta politica dell'Austria in Italia, a chiedere con un

_Memorandum_, rimasto celebre, alla corte di Roma alcune guarentigie

municipali e giudiziarie a favore delle provincie pontificie fedeli o

ribelli. Si voleva secondo l'idea più o meno espressa nei precedenti

congressi ridurre lo Stato pontificio alle norme degli altri, senza

accorgersi che con quest'atto implicante una certa secolarizzazione del

governo papale si veniva a dar ragione ai rivoluzionari. Roma retriva e

gelosa della propria tirannia interna recalcitrò, fingendo aderire:

furono promesse l'elezione libera dei consigli comunali, l'istituzione

di consigli provinciali, nuovi codici, la riforma dei tribunali, delle

amministrazioni, delle finanze, l'ammissione dei secolari ai sommi

uffici: sarebbe stata, come si disse, una èra novella. Se non che

partiti gli austriaci Roma ritrattò ogni promessa; i liberali si

sollevarono, i sanfedisti si armarono a combatterli. Furono inviati

deputati a Roma per scongiurare la corte a mantenere la propria parola,

ma questa non trattò che per guadagnar tempo: intanto le bande

sanfediste ingrossavano. Il cardinale Albani, nominato legato _a latere_

per le Romagne, attaccò gl'insorti a Cesena, e li disciolse; quindi

infellonito invase Forlì, stuprando e uccidendo; gli austriaci

ripassarono la frontiera accolti come liberatori dalle popolazioni

tremanti per gli eccessi delle orde papaline. Al violato non intervento

la Francia rispose occupando Ancona: il papa protestò, la Francia diede

lo scambio ai due comandanti Combes e Galloy, troppo giacobini, col

generale Cubières che si offerse sicario alla curia ma non evacuò la

città. Nuovi processi si aggravarono sui vinti; gli ebrei d'Ancona

dovettero pagare 600,000 franchi per l'accusa di aver veduto con piacere

la rivoluzione del 1831; i sanfedisti vennero arruolati in corpi quasi

regolari risuscitando una istituzione soldatesca, che Sisto V aveva

cassato per ragioni di publica sicurezza. Questi strani volontari

seguitavano ad abitare nelle proprie case, esenti da certe tasse e col

permesso di tutto commettere. Tutto era loro consentito dalla polizia e

dai tribunali; quindi rozzi e fanatici, perversi e pervertiti ne

abusarono.

La diplomazia, fingendo riconoscerli sufficienti a garantire l'ordine

nello Stato pontificio e dimenticando il proprio _Memorandum_, lasciò al

papa ogni libertà di sgoverno: forse ella stessa aveva compreso

l'impossibilità di spingere l'immobile amministrazione papale sulla via

di una qualunque riforma, o forse la reazione universale la persuase in

favore dell'assolutismo pontificio. Solo il ministro inglese lord

Seymour si rifiutò di segnare la dichiarazione (gennaio 1832), colla

quale si affermava che, avendo il pontefice pienamente adempito le

proprie promesse di riformare lo Stato, occorrevano ora alla quiete

d'Europa le misure repressive da lui prese contro gl'incontentabili

ribelli.

Il risultato dell'intervenzione franco-austriaca negli Stati romani fu

di costringere carboneria e sanfedismo ad uscire dal segreto delle sètte

per combattersi all'aperto, precisando meglio l'antagonismo fra

rivoluzione e governo: la rivoluzione degli Stati romani per

contraccolpo modificò la condizione di tutti i partiti italiani. Quello

assolutista si scisse: i sanfedisti degli Stati pontifici inclinavano

all'Austria, mentre quasi tutte le altre società cattoliche d'Italia se

ne staccavano impaurite, volgendosi ai principi indigeni. Il

protettorato austriaco spaventò: si credette di poter resistere alla

rivoluzione colla forza paesana della religione e della legittimità: era

un primo passo all'emancipazione dello straniero, uno di quei mirabili

accordi fra le forze antagoniste di una società, nei quali sembra spesso

compiacersi la storia. Quindi il clero si alleò ovunque alle polizie

paesane.

Il partito confusamente nazionale, da bonapartista e militare come al

tempo della prima ristorazione, perdendo pressochè ogni spirito

bellicoso, si mutò in riformista. Con questo spirito aveva governato

l'ultima rivoluzione priva di forze soldatesche e quindi anche più

inetta di quelle del '21. Laonde, non potendo sperare ulteriormente in

sollevazioni o in costituzioni largite da principi, dei quali aveva

fatto tanto misera esperienza, si volse a patrocinare le forze più vive

della società, le lettere e le industrie, i congressi scientifici, le

strade e le ferrovie. Così formò un'opinione publica intelligente ed

operosa, che disarmò in parte il feroce terrore dei principi per ogni

riforma, e, divulgando con efficacia idee e sentimenti politici, potè

persino penetrare nelle corti. Il liberalismo, distinguendosi dalla

rivoluzione, divenne come un campo, nel quale i due eccessi politici

della nazione potevano incontrarsi per tentare qualche effimera

conciliazione. Ma clero e nobiltà tiravano l'assolutismo italiano a

nuove violenze, distruggendo i lenti e faticosi approcci del liberalismo

riformista, costretto a consumarsi nello sforzo di riprodurli ogni

giorno.

Il partito democratico invece fu rialzato vivamente dalla rivoluzione di

luglio, nella quale apprese la necessità delle armi e di fare da sè. Il

nuovo successo non fece che schiarirgli nella coscienza l'idea di una

rivoluzione veramente italiana e simultanea contro preti, nobili,

principi e stranieri. Gli ostacoli erano troppi e troppo forti.

Nullameno il distinguerli e misurarli era già un immenso vantaggio; si

usciva finalmente dalle ridicole teatralità della carboneria segreta, si

smettevano gli inutili vanti degli avanzi napoleonici, si cercava

sopratutto una nuova propaganda che affratellasse nella passione e nella

fede. Contro tanti e sì potenti nemici non era difficile comprendere che

solo il popolo, immenso di numero e di forze per quanto ignaro ed

incerto, poteva combattere.

Il grido di Ciro Menotti morente: non vi fidate a stranieri! doveva fra

poco essere raccolto dal genio eroico del risorgimento italiano.

Intanto le repressioni seguitavano infuriando. Il governo pontificio

difeso da francesi, austriaci, truppe indigene, due reggimenti di

svizzeri, volontari, centurioni, non avrebbe dovuto consigliarsi colla

paura; nullameno punendo insanì. Chiuse le università per consentire poi

l'insegnamento delle scienze a maestri privati, negò i gradi accademici

a tutti i giovani anche minorenni mescolati alla rivoluzione, molti

respinse dal fòro, a tutti attraversò ogni carriera onorata. Così

aumentava il numero dei settari. Disciolti i consigli comunali e

condannati quanti tale dissoluzione non approvassero, vennero mutate le

già arbitrarie rappresentanze municipali in congreghe servili e faziose;

perseguitati i liberali, negati i passaporti, sorvegliate le famiglie,

violati i domicili. Finanze, industrie, commercio, polizia, tutto

peggiorò.

La mite Toscana soppresse il giornale l'_Antologia_; fu bandito il

Colletta moribondo; incarcerati il Salvagnoli, il Bini, il Guerrazzi; e

si sarebbero perfino invocati gli austriaci, se il vecchio Fossombroni

opponendovisi non fosse stato ancora tanto stimato da poterlo impedire.

Nullameno altre condanne di esilio colpirono il La Cecilia, il Poerio,

il Giordani: l'antica ospitalità, che aveva fatto della Toscana il paese

più gentile ed amato d'Italia, cessò. Sull'animo poco schietto e meno

coraggioso del granduca Leopoldo II pesavano le minaccie di Vienna e i

suggerimenti del Piemonte, spingendolo a crudeli repressioni coll'accusa

di usare clemenza per sedurre i liberali e diventare con l'opera loro re

costituzionale di una Italia libera. Eroica ingiuria, che nessun sovrano

d'Italia poteva allora meritare! Così re Carlo Felice, al quale nei

primi rumori della rivoluzione di Bologna era stata presentata una

supplica, secondo il remissivo procedere dei liberali piemontesi, per

ottenere più liberi ordinamenti, rispose collo stringersi all'Austria

contro ogni istanza di lord Palmerston e col cacciare in carcere i

supplicanti: fra questi primeggiavano il Bersani, il Balestra, il

Brofferio. Carlo Alberto succedutogli (21 aprile 1831) li prosciolse, ma

lasciando nelle prigioni i traditi cospiratori del '21. Triste inizio di

regno che doveva finire più tristamente! Il nuovo re per unica riforma

diede un consiglio di stato di nomina regia e con voto consultivo su

materie dal governo proposte: come prima idea politica si accodò

all'Austria per sottrarsi ad ogni liberale influenza francese. Ma

all'indomani della sua assunzione al vecchio trono di Savoia, ridotto

negli ultimi anni ad insozzato predellino del trono imperiale degli

Asburgo, gli scoppiava sul capo, violenta come una bufera ed abbagliante

come un sole, la prima lettera di Giuseppe Mazzini, giovanissimo e già

esule dall'Italia, per ricordargli il tradimento del '21 e promettergli

il perdono da una vittoria italiana. Le più calde pagine di Machiavelli

diventavano gelide al confronto di questa lettera, che bruciò quante

coscienze la conobbero, e, passando anonima di mano in mano, parve

scritta dall'Italia stessa al nuovo re di Piemonte. Chi poteva mai,

scrivendo così, sottrarsi alla gloria del proprio genio?

A Napoli Ferdinando II, succeduto a Francesco I, sordidamente avaro e

non meno simulatore del padre, finse onesti sentimenti con un'anmistia

politica, che, alleviando le condizioni dei condannati, non mutò affatto

i criteri del governo. Questi, cresciuto dai gesuiti alle più assurde

idee del dispotismo, non ebbe e non potè avere alcun concetto politico.

La sua affettata passione pei soldati non era che sfogo di giovanile

iattanza e astuta misura per assicurarsi del loro favore dopo quello

della plebe; infatti l'animo suo stupidamente malvagio si rivelò nella

nomina di Del Carretto, il feroce incendiario di Vallo, il distruttore

di Bosco, a successore dell'Intonti nel supremo magistrato della

polizia, quando quest'ultimo per carpire al re una qualunque

costituzione simulò coi propri agenti e d'accordo coi liberali congiure

di rivolta. La nomina di Del Carretto fu la risposta del re, pronta ed

inesorabile. Poco dopo a Messina, nel luglio del 1831, Ferdinando II,

passando una rivista militare, ordinava una carica alla baionetta per

cacciare nel mare metà della popolazione intenta allo spettacolo. E rise

di questa sanguinaria ed imbecille imitazione di Caligola, che faceva

precipitare dal ponte fra Baia e Pozzuoli la stipata moltitudine

plaudente alla sua biga imperiale.

Questa rivoluzione del '31, se pure può chiamarsi così, chiuse il

periodo dei moti regionali, liquidando tutti gli avanzi della

rivoluzione e dell'impero francese. La sua inanità concettuale e

l'inettitudine del suo processo, inevitabili allora, persuasero che

nessuna indipendenza parziale sarebbe mai stata possibile in Italia,

finchè l'Austria vi avesse dominato tutte le corti e Roma rattenuti

nella servitù spirituale tutti gli spiriti. Naturalmente il progresso

delle idee doveva condurre nella necessità di una ricostituzione italica

a formule rivoluzionarie più vaste e positive: quindi la minoranza degli

intelletti più audaci e dei cuori più generosi, gittando ogni prudenza e

sorvolando ogni difficoltà, pensarono ad un'Italia una, libera,

indipendente, republicana in una rivoluzione concepita come fine e mezzo

a se medesima; confusero nello stesso sdegno eroico le tiranniche

intimazioni dell'Austria e le fallaci promesse della Francia, l'esoso

dispotismo dei principi e la subdola autorità di Roma. La maggioranza

della gente, desiderosa di un meglio senza il coraggio di arrischiare il

presente qualunque si fosse, e rispettosa dei diritti dei principi e dei

papi, mirò ad una rigenerazione lenta con un accordo di tutti i poteri

sociali, coi sovrani confederati contro lo straniero e largheggianti di

riforme coi sudditi, con Roma banditrice di libertà in nome del vangelo

e alla testa della confederazione. Ma erano ancora idee torbide e

sentimenti indecisi. L'imminente partito dell'unità doveva essere lirico

ed appassionato, ingenuo fino al ridicolo, ma parato sempre a

riscattarlo col martirio, intrattabile nei compromessi ed assurdo

nell'ostinazione: quello della confederazione invece calmo, dotto,

rimpinzito di storia per sostenere la propria tesi irrompente da tutto

il passato italiano, ma fiacco nell'azione, nascondendo nelle pieghe

della prudenza molte viltà, spesso falso nelle intenzioni e nelle opere.

Nullameno per legge storica esso doveva riempire il nuovo periodo,

perchè con un fallito esperimento di confederazione la coscienza

nazionale si staccasse dalla formula antica della propria vita,

avviandosi per quella dell'unità al conquisto del gran principio moderno

proclamato dalla rivoluzione francese del dogma della sovranità

popolare.

CAPITOLO TERZO.

Il pensiero politico nel moto letterario

I primi gruppi.

Questi rivolgimenti politici si ripercuotevano nel pensiero nazionale.

Al tempo dell'impero napoleonico l'opposizione non era rappresentata che

da impiegati malcontenti e da giovani esaltati nelle classiche memorie

dell'antichità: pei primi tutte le questioni diventavano amministrative,

pei secondi svaporavano in prediche poetiche di ribellione indecisa

contro le cose e le persone; giù nella massa il sentimento nazionale,

volendo chiamarlo così, era intorbidato tanto dai benefizi delle nuove

idee liberali quanto dalle inevitabili vessazioni della dittatura

militare; peggio ancora pregiudizi regionali, religiosi e sociali

falsavano ogni giudizio. Ma colla ristorazione austriaca la scena

cangiò: alle angherie dei francesi, sempre larvate da promesse di un

regno italico o consolate da speranze di facili miglioramenti, successe

un'oppressione senza diritti e senza avvenire: l'Austria schiacciò

popoli e principi, cancellando ogni idea liberale della rivoluzione

francese. Naturalmente questo bastò perchè coloro medesimi, i quali da

principio non simpatizzavano troppo con essa, ne capissero tosto il

valore e la verità. Il pensiero si destò ai gridi di dolore della

coscienza italiana. Quindi nella nuova ricomposizione dei partiti

l'opposizione si spostò, formandosi a gruppi con elementi bonapartisti e

liberali d'ogni gradazione, per passare indi a poco in ogni forma di

letteratura. Al di fuori delle corti e delle polizie, nelle quali

interessi privilegiati e coalizzati toglievano di sentire la

contraddizione della politica governativa colla vita italiana per

risognare un passato, che gli eccessi medesimi della reazione

constatavano impossibile, ogni coscienza culta e disinteressata doveva

fatalmente accorgersi che l'Italia aveva bisogno di maggiore libertà e

di leggi migliori.

L'opposizione fu dunque in tutti, ma non si esplicò che nella azione dei

più forti.

La scuola di Monti agonizzava entro la scenica decorazione, nella quale

aveva ospitato con servile indifferenza avvenimenti e padroni d'ogni

sorta: quella di Foscolo, nobile d'intenzioni ed austera nel carattere,

cresceva nella passione dei giovani, che affacciandosi alla vita

sentivano ventarsi sulla fronte l'aria di un secolo nuovo. La grande

rivoluzione letteraria del romanticismo giunse anche in Italia a

sommuovere gli ultimi strati classici, che Foscolo stesso aveva

rispettati. Ma il romanticismo innovatore ed insieme reazionario,

ritogliendo l'arte alla tradizione delle scuole per rituffarla nella

vita del popolo e rivelarle con altra interpretazione tutto il passato,

implicava un ritorno alla religione; e questa contraddizione agli

istinti del secolo produceva una bizzarra ed intensa passione per tutte

le antichità medioevali. Quindi un'altra divisione di scuole venne a

scindere l'opposizione, che il dispotismo straniero avrebbe sempre più

condensato. La tormenta della grande rivoluzione francese placandosi

lasciava negli spiriti un immenso bisogno di pace e di fede; si

cominciava a comprendere la falsità del metodo rivoluzionario

altrettanto assoluto nella distruzione che assurdo nell'ateismo;

s'inorridiva degli eccessi francesi, si diffidava del popolo, nel quale

il carattere era ancora di plebe. Laonde la scuola francamente

rivoluzionaria non ebbe più rappresentanti; invece quella romantica,

malgrado le proprie inconciliabili antinomie, apportava una formula che

la costrinse a rapido e magnifico sviluppo. Il romanticismo era

anzitutto libertà letteraria.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 3 / 30 段