come capitale momentanea del regno italico il maggiore centro
letterario, e fondò un giornale col titolo falso di _Conciliatore_. Lo
scrivevano Confalonieri, Pellico, Romagnosi, Rasori, Ermes Visconti,
Berchet, Borsieri e Pecchio. La loro prima battaglia fu contro la
letteratura vacua e pretenziosa degli ultimi classicisti, che, perduta
la pompa affascinante di Monti e la scarna austerità di Alfieri,
rimbambivano nella pedanteria dei precetti scolastici o nelle puerilità
armoniose della lingua. A costoro, che seguitavano ricantando i
classici, opposero Camoens, Shakespeare, Byron, Schiller, Goethe; poi
dalle questioni letterarie si discese alle pratiche, appassionando gli
animi pel mutuo insegnamento, pei battelli a vapore, per l'illuminazione
a gaz; si evocarono le memorie del regno italico: si toccò la linea che
separa la politica dalla letteratura. Ma la disputa rinfocolandosi
trasse i giovani combattenti fuori del campo, cosicchè si videro il
giornale soppresso (1819) da un ordine della polizia, mentre badavano a
combinare l'alleanza della politica colla letteratura accogliendo in un
bizzarro eclettismo le idee più disparate, dalla costituzione spagnuola
all'estetica tedesca e all'economia inglese.
Il gruppo si sbandò, molti perirono tragicamente. I processi del '21
dispersero nelle carceri o negli esigli gl'ingenui novatori: Rasori si
rituffò nella medicina, illustrandosi ed illustrandola; Romagnosi,
sfuggito alla condanna, si chiuse nell'operosità di studi filosofici;
Borsieri suo discepolo, Confalonieri, Silvio Pellico sparirono negli
antri dello Spielberg. Ma la breve propaganda aveva così poco toccato il
popolo che i condannati furono coperti d'ingiurie attraversando Verona:
quindi parvero dimenticati. Silvio Pellico, allora leggermente
volterriano, fors'anco materialista, di tratto in tratto economista come
scolaro di Gioia, amico di Foscolo, poeta più melodrammatico che
tragico, anima più sensibile che appassionata, si fiaccò nel carcere.
Quello sgomento, che già aveva sorpreso Manzoni meditando sulle
tempestose tragedie della rivoluzione francese, lo colse negli squallidi
silenzi della segreta, in quella eterna luce di tramonto che gli
scendeva dall'alto delle inferriate come un gemito. Il romanticismo che
covava nel suo spirito si sviluppò. Pellico si convertì alla religione
dei propri carnefici e scrisse _Le mie prigioni_, spaventevole poema,
con alcuni carcerieri, pochi personaggi muti, due o tre compagni
d'infortunio, una prigione buia, un imperatore invisibile al disopra di
tutti e Dio al disopra dell'imperatore. Il cospiratore era vinto, il
nuovo cristiano predicava coll'antico fervore del congiurato la
rassegnazione alla schiavitù, additando lo stesso cielo in nome del
quale tiranni e preti opprimevano. L'immenso successo delle _Mie
prigioni_, quando furono stampate nel 1831, rivelò lo stato della
coscienza nazionale ancora troppo soggetta alla codarda morale del clero
e troppo poco educata all'orgoglio delle battaglie.
Ma soppresso il _Conciliatore_, usciva a Firenze l'_Antologia_,
raggruppando altri ingegni e riprendendo la guerra. Dante, che Monti
aveva travisato in una sonante ed abbarbagliante imitazione, risorgeva
come poeta nazionale per opera specialmente di Foscolo: si
moltiplicavano le edizioni della _Divina Commedia_, nuovi commenti non
più informati a piccinerie filosofiche o erudite apparvero; Arrivabene e
Troya vi si distinsero, poi tutti vi si cacciarono falsando con
intenzioni patriottiche il significato del poema, che nullameno giovò a
ricostituire la coscienza letteraria. Un gran fervore di studi si
apprese alla gioventù: le Accademie si dettero a utili e nobili lavori,
si vollero forme moderne e idee nuove. L'antico tipo del letterato
pretensioso e disutile scomparve, ogni libro ebbe uno scopo sociale; non
fu più permessa la puerilità di quei diverbi letterari che avevano
divertito l'ozio delle passate generazioni. Ma gli scrittori erano
tuttavia divisi, oltre che per scuole, in gruppi regionali non senza
lievito di ostilità: i libri più divulgati in Toscana erano appena noti
in Lombardia, quelli di Napoli per giungere a Torino dovevano impiegare
molti anni. Nè il mestiere dello scrittore era senza pericoli e dolori:
i governi sospettosi vegliavano e censurando condannavano: la pubblica
opinione poco giovava: la stessa coscienza degli autori, combattuta da
principii inconciliabili di autorità e di emancipazione, non trovava
sempre in se medesima l'energia di una lotta, nella quale il riposo era
conteso e negato il trionfo.
Però un'intenzione italiana animava ogni scritto. I giornali scarsi, mal
redatti, diretti da gazzettieri ligi alla polizia, non potevano
diventare arma di battaglia contro i governi, o, tentandolo per opera di
giovani animosi, erano presto soppressi. D'altronde il popolo in gran
parte analfabeta non leggeva. I libri valevano meglio, perchè capaci di
lasciare più profonde impressioni e di educare opinioni più durevoli. La
grande massa del pubblico rimaneva nullameno svogliata: quelli che,
leggendo per ozio di vita o cultura di spirito, partecipavano col
pensiero alla vita spirituale della nazione, erano stati educati quasi
tutti dal clero o nell'abitudine di famiglie egoisticamente chiuse in se
medesime e timorose di ogni novità per troppo lunga esperienza di
servitù. La bigotteria, profittando del nuovo fervore romantico verso la
religione, affettava grande e signorile importanza; l'impossibilità
materiale d'una rivoluzione, che i ripetuti tentativi infelici
disonoravano nel timido buon senso dei più, rafforzava il rispetto ai
principi, mentre lo spionaggio delle polizie assiderava ogni calda ed
improvvisa risoluzione.
Il dualismo letterario.
Quindi delle due grandi scuole letterarie, che allora si divisero il
campo, quella della rassegnazione e quella della rivolta, la prima fu la
più numerosa ed accetta. A capo di essa splendeva Alessandro Manzoni,
guidava la seconda Francesco Domenico Guerrazzi: entrambi poderosi
nell'ingegno, profondamente e largamente originali. Intorno a Manzoni si
strinsero Pellico, Grossi, Torti, Tommaseo, più tardi il Carcano e il
D'Azeglio; con Guerrazzi instava scettico ed appassionato il Bini,
tempestava il Berchet, poi folgoreggiò il Niccolini; da Napoli lanciava
inni simili a girandole il Rossetti, quindi stridè la satira del Giusti;
alto su tutti, più moderno e nulla meno antico quanto il dolore umano,
si librava Leopardi, quasi immagine disperata della patria che quegli
sforzi generosi non avrebbero salvato.
Ma se nel Manzoni un cattolicismo troppo più cristiano di quello
politico di Roma attutiva le passioni esasperate dall'oppressione
indigena e straniera, attirando l'egoistica prudenza dei molti piuttosto
a speranze di riforme graduate che alla necessità di una rivoluzione
nazionale, il sentimento di questa era pur così vivo nel grande poeta da
ispirargli tra gl'inni dell'Adelchi la più rovente rampogna di
battaglia. Nel suo stesso romanzo tanto lodato, attraverso la falsità di
caratteri popolari che allora parvero meravigliosi di esattezza, e sotto
il velo di una morale che sconsigliando la lotta conclude fatalmente
alla tirannia dei malvagi responsabili solo in faccia a Dio, si coglie
una onesta intenzione democratica, che riconosce unicamente nel popolo
la poca virtù capace di albergare sulla terra. Ma contro Manzoni, del
quale la coscienza religiosa e semi-rivoluzionaria, accordandosi con
quella della massa, doveva rimanere come specchio di quella della
nazione, sorgeva tempestando il Guerrazzi. Preso nell'orbita della
grande cometa di Byron, egli è fosco e solenne, impetuoso e compassato,
credulo e scettico: la sua collera come quella del mare gitta schiuma e
ruggiti, la sua parola scoppia come il baleno, la sua passione ulula
come una bufera. Libertà, odio allo straniero ed al prete, orgoglio
italiano, antagonismo regionale, amore democratico e rancore plebeo,
pessimismo ateo e deismo biblico, tutto fermenta nel suo spirito;
incapace di misura, nullameno conserva sempre l'atteggiamento
scultoriamente classico di un gladiatore; tribuno, fonde la veemenza
dell'apostolo con quella del profeta. I suoi libri spesso pensati e
scritti nelle carceri sono battaglie: il suo disprezzo per la gente è un
tonico che la fortifica, le sue invettive hanno il vigore di
un'argomentazione, la sua teatralità abitua ai pericoli delle parate per
giungere a quello degli scontri.
Nessun scrittore fu allora utile e potente più di lui, nessuno pure
doveva essere più presto dimenticato. E mentre il Guerrazzi, facendo
dell'arte una catapulta, scagliava i propri libri come macigni sui
nemici della patria, Berchet esule lanciava da lungi canzoni di guerra e
di maledizioni che facevano stringere convulsamente le mani cercando
un'arma a chiunque le ascoltasse; Niccolini risaliva sonante di lirica
sul teatro di Alfieri, mutando la tragedia in una battaglia per la
libertà, spesso a rovescio della storia, moltiplicando personaggi e
fantasmi che parlavano contro i tiranni, come irrompono i torrenti e
divampano gl'incendi; Giusti ravvolto nell'anonimo, come l'eterna satira
popolare, gittava fra quelle ardenti declamazioni lo stridore di un
sarcasmo che finiva di rendere spregevoli i nemici della patria, già
diventati odiosi a forza di essere odiati. Vivido, leggero, infallibile
nella malizia quanto l'antico popolo di Firenze, il nuovo poeta coglieva
il falso di ogni partito, spingendo alla rivoluzione collo scherno a
tutte le autorità, e con così intensa passione di patria da mutargli
spesso il lazzo amaro in un eroico urlo di sfida.
Ma sulle due scuole della rassegnazione e della rivolta, sui nuovi
guelfi e ghibellini, su coloro che non avrebbero voluto sacrificare il
cattolicismo alla rivoluzione, e quelli che dichiaravano la libertà
inconciliabile colla religione, Giuseppe Mazzini, alto nello sforzo di
riassumere le due opposte tendenze, predicava l'insurrezione in nome del
diritto e il martirio in nome di una religione che del cristianesimo
accettava quasi tutta la parte essenziale. Scrittore politico più
rivoluzionario ed efficace di tutti, dava corpo agl'incerti fantasmi
delle due scuole colla doppia formula dell'unità e della republica
italiana in una prosa serrata come una falange e nullameno sinuosa come
un'onda, balenante e melodica, esatta come una geometria e capziosa come
una pittura, italiana più che quella medesima di Machiavelli e tanto
moderna che oggi pure nessun'altra ha ancora saputo ripeterne l'animosa
ed animatrice naturalezza.
In tanta effervescenza di novità si rivangava naturalmente il passato; a
ciò spingeva la passione romantica, e quella dialettica storica che
costringe i popoli ad estrarre il futuro dalla coscienza del proprio
passato. La morta erudizione si animava d'intenzioni creatrici, i
congressi scientifici fingevano assemblee nazionali, i canti del popolo
erano sfide alla tirannide, le allusioni dei libri e dei discorsi
avevano l'improvviso e la precisione delle coltellate. La stessa
questione della lingua dibattuta con tanto accanimento si mutava in
problema nazionale, giacchè l'insurrezione di tutte le provincie contro
la primazia toscana e la confusa difesa di quest'ultima menavano
all'unità di un linguaggio piuttosto parlato che scritto, non più
imbalsamato nella tradizione, ma vario e mobile come la vita. La
critica, trascinata dall'istinto novatore della letteratura, cangiava i
vecchi canoni delle scuole per accoglierne altri dalla storia e dalla
filosofia; l'arte ribattezzata da Canova nel classicismo greco, spezzava
con Bartolini il sacro fonte per avventarsi a mal comprese originalità;
si moltiplicavano le storie regionali, s'investigavano gli archivi, si
cercava il segreto delle epoche trascorse quasi per indovinare quello
dei fatti imminenti.
Il contatto e la diffusione delle letterature europee spronavano a
grandi cose col confronto umiliante dello stato attuale italiano,
giacchè la boria del passato, diventando argomento contro l'oppressione
straniera, non toglieva di sentire a quanta distanza si fosse ancora
dalle nazioni che guidavano il movimento europeo.
Bisognava tutto rinnovare e tutto fu miracolosamente rinnovato. Giammai
l'Italia ebbe più grande operosità spirituale; dalla ristorazione del
'15 alla rivoluzione federale del '48 il numero dei grandi italiani è
tale che fa battere il cuore di nobile orgoglio.
Colletta e Botta.
Nella letteratura politica, dopo il _Conciliatore_, le opere di
Guglielmo Pepe e di Santorre Santarosa rivelano meglio di ogni altra le
idee d'allora negli uomini d'azione, che, separati dalla vita nel
segreto delle sètte, non solo vi diventano incapaci di afferrare il
significato storico di un momento, ma non v'imparano nemmeno l'abilità
necessaria alle cospirazioni. Al disopra di esse levasi per senno
politico la storia della rivoluzione napoletana di Vincenzo Coco: dopo
di essi il Colletta e il Botta, fra la turba degli storici accumulanti
in lavori parziali l'immenso materiale della futura grande storia
d'Italia, esprimono un altro momento dell'opinione publica italiana.
Quegli bonapartista, nemico della carboneria e uomo del potere
anzitutto, giudica la rivoluzione napoletana del '20 come una serie
gratuita di errori, senza afferrare la causa recondita di un movimento
storico, che pure riceve contraccolpi da tutto un moto europeo; non
sente la fatalità dell'antitesi in quel processo rivoluzionario, al
quale mancano i due grandi principii dell'unità e della sovranità
nazionale; ma, nemico implacabile della monarchia borbonica, la trascina
alla gogna dell'immortalità colla paziente passione di una analisi, cui
nulla sfugge. Senonchè il suo pensiero si offusca alla fine: fra i regii
sempre carnefici, e i rivoluzionari sempre inetti, l'avvenire è
impossibile. Il bonapartismo fallito non può ripetersi; la religione
ridotta dai preti ad arma di battaglia non saprebbe mutarsi in sostegno;
il popolo non esiste e non esisterà; l'Italia non è, non fu, non sarà
mai che una regione spezzata in singoli Stati; e lo storico,
rifugiandosi indarno nell'angustia di un concetto puramente napoletano,
muore senza risolvere il problema impostogli dalla propria storia.
Quando questa uscì, il successo ne fu immenso: si parlò di Tacito, si
ammirò la severa grandezza dello stile classico, al quale avevano
collaborato il Giordani, il Niccolini e il Capponi; ma di nobile e
d'importante davvero non ne scaturiva che l'odio alla monarchia
borbonica, così intenso da propagarsi in contagio contro ogni altra
monarchia.
La conclusione, che il Colletta non aveva osato di trarre dalla propria
storia, la cavò il Botta, e fu un odio profondo ed ingenuo contro la
rivoluzione francese venuta a turbare il naturale sviluppo della storia
italiana. Colletta era rimasto vittima della crisi nell'impossibilità di
conciliare la doppia impotenza dei regii e dei rivoluzionari in un'idea
di progresso; Botta si cacciò risolutamente indietro, isolando il
passato d'Italia ed isolandola da tutto il mondo. Egli non si domanda il
perchè della rivoluzione o dell'impero francese: le tempeste e le
disgrazie hanno forse sempre un perchè? Secondo lui la libertà era
antica in Italia, le repubbliche di Genova e di Venezia l'avevano
applicata coll'equa combinazione di un patriziato immobile e di una
democrazia municipale. Perchè dunque erano finite così tristamente?
Botta non se lo chiede. La Francia, compiendo di sopprimerle, non reca
in Italia che leggi geometriche; ma l'assoluta uguaglianza civile, che
sola può produrre la sovranità nazionale, ripugna al vecchio italiano.
La rivoluzione francese non ha che a presentarsi per vincere, e Botta
profondamente innamorato del proprio paese dimentica la propria autorità
di storico, colla quale aveva condannato la nullaggine infame di tutte
le corti italiane, per sposare subitamente la causa dei vinti contro i
nuovi barbari. Ogni mossa dell'esercito francese per lui è un errore,
ogni riforma una profanazione; i liberali sono parricidi, i reazionari
possono essere assassini, ma in fondo hanno ragione. La caduta del
potere temporale non soddisfa più in lui il giansenista, la sostituzione
di Murat a Ferdinando IV non lo compensa, il benessere prodigato dal
governo unitario dell'impero napoleonico non lo appaga. Il suo
patriottismo italiano trionfa della sua ragione: le republiche
improvvisate e morte eroicamente, come quella di Napoli, non vietano a
lui democratico il rimpianto delle vecchie dinastie cadute senza decoro
nè di diplomazia nè di battaglia. Quindi rifugiato nell'adorazione di
Torino, spia la caduta dell'impero aspettando il ritorno dei Savoia, dai
quali non chiede e non aspetta nulla, ma nei quali sembra sentire
istintivamente la continuità della storia italiana: e alla fine della
propria storia, scorato e confuso, conclude in un lamento
sull'incorregibile perversità umana e sull'inutilità di seguirne le
vicende.
L'esagerazione dell'odio alla Francia aveva già toccato gli ultimi
termini nel libro stravagante di un altro piemontese, il conte Galiani
di Cocconato, che paragonò l'invasione francese alle calate dei barbari.
L'influenza del Botta sul pensiero nazionale fu efficacissima. La sua
sincerità nel rivelare gli orrori delle corti italiane scemava l'effetto
del suo odio alla rivoluzione francese venuta a spazzarle, mentre il suo
patriottismo, che aveva resistito a tutte le speranze della libertà per
passione della patria indipendenza, rinfocolava l'odio all'Austria ben
più tirannica di Napoleone. La sua irreligione, i suoi istinti
democratici persistenti nella disperata difesa dell'aristocrazia per
opporla alla demagogia straniera giovavano nella nuova guerra contro
l'autorità dei papi e dei principi, cui il ravvivarsi della religione
per opera della reazione romantica ridava forze più minacciose. Che se
il suo scettico scoramento sminuiva nei lettori la fede ai destini della
patria, il nuovo pessimismo della scuola romantica, ebbro di violenze
patriottiche, bastava a temperarne l'effetto; mentre l'autorità dello
storico, allora immensa, serviva come arma contro coloro che avrebbero
voluto vedere la salvezza solo in un ritorno all'antico.
Il principio rivoluzionario abilissimo a giovarsi di tutto non derivava
dai due storici che gli effetti della loro critica al passato, lasciando
all'entusiasmo dei giovani scrittori aprire le porte del futuro colla
magica chiave dei sogni. Perché il presente di quella reazione
monarchico-austriaca fosse irremissibilmente condannato nella coscienza
della nazione bastava che nessuno dei magni spiriti, combattendo il
liberalismo per le tragiche ed incomprensibili contraddizioni de' suoi
primi momenti, si ergesse difensore del passato: e nel passato si poteva
come Botta condannare per patriottismo l'invasione francese, non
assolvere i principii dei vecchi governi in nome dei quali si pretendeva
ancora di governare.
Ma la corrente rivoluzionaria ingrossava tutti i giorni. Una turba di
minori letterati, accodandosi ai grandi, ne rinforzava e ne diffondeva
l'opera; il rispetto alla religione cresceva nei più per influenza della
scuola manzoniana; ma il nuovo sentimento religioso, sorto come reazione
contro l'empietà rivoluzionaria, non l'aveva al tutto dimenticata, e
separava involontariamente la religione dal clero: questo non poteva più
essere stimato che a patto di conformarsi interamente allo spirito di
quella. I nuovi credenti non avevano che a ricordarsi per ritornare
increduli: l'ingenuità della vecchia superstizione era finita; il
cattolicismo profittava della crescente religiosità delle anime senza
contenerla intera, giacchè la filosofia, la poesia e la patria stessa se
ne toglievano gran parte. L'eroismo ateo della rivoluzione passava nella
religione, che aveva ceduto così vilmente il campo alle prime bufere del
1793 per ritornare tremante fra i gendarmi dell'impero napoleonico e
soccombere daccapo alla loro violenza. L'opposizione del clero al
patriottismo liberale, costretta ad allearsi collo straniero oppressore,
disgustava anche i più arrendevoli fra i credenti: le stesse plebi
brutali malmenate dalla polizia cessavano di vedere nei liberali tanti
eretici. Solo i contadini, lontani da tutte le influenze civilizzatrici
dello spirito, rimanevano ligi al clero; ma, chiusi nell'inerte egoismo
della propria segregazione, non potevano offrire, e non offersero poi,
soldati nei giorni della battaglia.
La quale, diversificandosi per tutte le forme, che il pensiero può
assumere nell'azione, si rinnovava ogni giorno e in ogni luogo, nel
discorso e nel libro, nell'allusione e nella reticenza, negli scavi
dell'erudizione e nelle visioni della poesia, nelle proposte commerciali
e nelle ipotesi scientifiche, nell'italianità e nella nazionalità, che
uomini e cose, affermazioni e negazioni, esprimevano contro la reazione
monarchico-clericale guidata dall'Austria.
Rosmini e Gioberti.
Ma come fondamento al vasto e confuso edificio letterario, che la nuova
coscienza nazionale alzava per disciplinarsi all'azione, una nuova
filosofia allargava con sapiente lavoro le basi del pensiero. Mentre il
Galluppi, fedele alla filosofia sperimentale inglese oppugnava la
_Genealogia del pensiero_ del Borelli attaccandosi a Kant senza troppo
comprenderlo; e il Poli, con tentativo più generoso che fortunato,
imbastiva un eclettismo universale per opporlo a quello prestigioso del
Cousin; e il padre Ventura, obbedendo inconsciamente al moto
risospingente gli spiriti nel passato per conquistare nuove idee, mirava
a risuscitare la scolastica innestando la filosofia sulla rivelazione; e
Terenzio Mamiani, ingegno forbito, mirabile per facilità di
dilettantismo in ogni ramo del pensiero, affrettavasi a sciogliere tutte
le questioni riducendole a quella sola del metodo, già noto secondo lui
in tutta la sua assoluta verità agli antichi italiani; due primissimi
intelletti stampavano nella storia del pensiero nazionale ben più vasta
orma. Contemporanei, dottissimi, diversi nell'ingegno e nel carattere,
furono avversari, e nullameno concorsero politicamente nello stesso
concetto. Rosmini si oppose al criticismo dissolvente di Kant, Gioberti
all'idealismo trascendente di Hegel; ma entrambi rimasero inferiori alla
logica del primo e alla sintesi del secondo. Rosmini fondò il metodo
psicologico con insuperata precisione di analisi; Gioberti salì
impetuosamente sull'ontologia per dominare da essa tutto lo scibile,
capovolgendolo spesso nelle più arbitrarie e bizzarre prospettive.
Quegli era un intelletto, questi una fantasia filosofica; l'uno un
carattere sacerdotale, l'altro un temperamento tribunizio
irresistibilmente facondo e ciarlatano; l'opera di Rosmini prosegue,
quella di Gioberti si è arrestata. Ambedue furono cattolici ed
agguerrirono il sistema cristiano contro gli assalti della metafisica
tedesca e della scienza moderna, per quanto era sistematicamente
possibile.