sentiva confusamente che qualche cosa doveva pur mutare, se
l'opposizione fra la coscienza dei migliori e la prepotenza dei
governanti aumentava ogni giorno d'intensità: ogni moto all'estero
diventava promessa, il progresso commerciale ed industriale conduceva
per la via sicura degl'interessi al liberalismo, la guerra al pensiero
lo costringeva ad alzarsi sino ai principii e a destreggiarsi
nell'abilità di espedienti che potessero sconfiggere la forza bruta dei
governi. Le sètte ristringevano nuovi vincoli di fratellanza, che gli
emigranti annodavano coll'estero; l'odiosità delle polizie irritando
anche il popolo allentava in esso i vincoli dell'antica soggezione; le
università si mutavano in focolari di congiura e in caserme, entro le
quali si preparavano armi per tutte le battaglie. Oramai la vanità
obbligava i giovani ad avversare i governi e ad evitarne gl'impieghi. I
libri parlavano tutti d'Italia, ogni parola era un appello, ogni
reticenza un'allusione. Quel bisogno di grandezza morale, eterno nella
coscienza pubblica, non trovando modo di appagarsi nella vita politica
dei governi mutati in prefetture austriache, rivolgeva gli spiriti
altrove, nello spettacolo dei popoli liberi, derivandone una passione
d'invidia, che era amore all'Italia e odio allo straniero.
Condizioni uniformi dei governi.
Napoli e Torino erano le due sedi peggiori della tirannide paesana, la
Lombardia la provincia più serva, il regno pontificio il più spregiato e
sconnesso, la Toscana il migliore ducato. Infatti Ferdinando III,
ricondottovi dalla reazione del 1814, vi si mostrò così mite e generoso,
accordando ospitalità ai proscritti e resistendo all'Austria, che la sua
morte fu sinceramente pianta e il suo successore Leopoldo quasi amato
per lunghi anni. Però questi, ipocrita e malvagio per natura, essendosi
accordato segretamente con Vienna e con Modena contro i liberali, non li
ospitava più che per denunziarli segretamente. Intanto la tradizione
lorenese seguitava nelle migliorie amministrative e nell'abbandono di
ogni carattere politico. Non rappresentanze popolari, nessuna milizia
degna di tal nome, distrutta la marina; le scuole floride per ingenito
vigore, ma l'istruzione non riconosciuta strada a cariche eminenti;
nessun concetto di governo tranne quello della polizia; nessuna
coscienza nè toscana nè italiana.
Peggiore di lui, Carlo Lodovico di Lucca, succeduto alla propria madre
Maria Luisa di Borbone, si rotolava nelle più oscene demenze, nominando
lo stalliere Tommaso Ward a ministro delle finanze, e sperperando il
pubblico denaro con sì cinica rovina dello Stato che il granduca di
Toscana, nella propria qualità di erede del ducato per diritto di
riversione, dovette pubblicamente protestare di non riconoscerne i
debiti. E a questa mala condotta il giovane duca era spinto
dall'Austria, insignoritasi per mezzo del conte di Bombelles, destro ed
ignobile diplomatico, del governo nel piccolo ducato. A Parma la
duchessa Maria Luisa seguitava nelle eleganti dissipazioni, considerando
il proprio Stato come un feudo austriaco.
In Piemonte Carlo Felice vi aveva dai primi giorni meritato il nome di
Carlo Feroce. Reazionario sino alla crudeltà e fanatico oltre ogni
ignoranza, dopo essersi reso proconsole dell'Austria, le umiliò quella
corona, che la sua stirpe aveva sempre difeso con ogni maniera d'inganni
e di battaglie contro le pretensioni imperiali. Forse nessun re d'Europa
ebbe allora della propria regalità un concetto più antiquato ed angusto
di Carlo Felice, e nessuno fu meno re di lui. Ristabiliti tutti i
privilegi antichi, riconsegnò le scuole ai gesuiti quando nella stessa
Francia borbonica questi venivano sfrattati dalle scuole laiche; così il
Piemonte ripiombò in un'atonia intellettuale che gli sforzi di pochi
pensatori solitari non valsero a scuotere. Dell'esercito, antica gloria
e costante forza del Piemonte, non ebbe e non poteva avere concetto,
dacchè il vero presidio d'Italia, secondo il suo spirito reazionario,
era l'Austria. Per la nuova vita politica e civile non sentì che
ripugnanze; e repugnante a tal punto gli era Carlo Alberto di Carignano,
malgrado ogni suo pentimento ed umiliazione, che lo avrebbe escluso a
favore dell'Austria dalla successione, se la vittoria della nuova
rivoluzione francese (1830) e le minaccie del suo governo, pronto in tal
caso ad invadere il Piemonte, non lo avessero finalmente deciso a
serbare italiano il proprio trono. Così finiva la dinastia dei Savoia,
cresciuta illustre fra battaglie ed intrighi, senza che mai il Piemonte
fiorisse di quella civiltà che aveva reso immortali Firenze e Venezia,
Milano e Genova. L'ultima speranza d'Italia sembrava vanire con questa
dinastia abbastanza forte nel tramonto dei principati per costituirsi
regno, quasi a preparare con esso il passaggio dalla federazione
all'unità; mentre Napoli, separata dal resto d'Italia per l'enorme
muraglione dello stato pontificio e troppo diversa d'indole, si era
venuta a mano a mano isolando. Il centro ideale d'Italia passato da
Pavia a Milano, da Milano a Firenze, da Firenze a Venezia, da Venezia a
Torino, sul lembo estremo d'Italia, come nel luogo più adatto allo
scambio delle influenze europee per mezzo della Francia, si dissolveva
con questa dinastia di re guerrieri non mai distrutti da alcuna guerra,
e che nessuna guerra sembrava poter più rimettere alla testa d'Italia.
Carlo Alberto di Carignano, che doveva innestarsi sovra di essa, si era
già due volte infamato col tradimento e coll'espiazione.
A Napoli Francesco I, succeduto a Ferdinando, finiva colla più
incredibile corruttela di rovinare il regno martoriato da tanti anni di
guerra e di rivolte. L'ignominia del piccolo duca di Lucca nominante uno
stalliere ministro delle finanze sparve negli scandali del governo
napoletano trafficato da certo Michelangelo Viglia e da Caterina di
Simone, entrambi camerieri del re e della regina. Francesco I, più falso
e codardo del padre, ne ereditò gl'istinti feroci e la scempia
bigotteria. Francesco Del Carretto, carbonaro convertito al sanfedismo,
fu il più feroce de' suoi proconsoli; il Medici seguitò ad essergli
ministro, ma con infernale ironia re Francesco I si compiacque a
lasciare arbitro supremo del governo il proprio cameriere. Le rapine, le
malversazioni, le atrocità poliziesche, l'ipocrisia religiosa, la
miseria del popolo, l'oblio d'ogni legge, giunsero al colmo. Metternich
stesso ne fu così indignato che, seguitando nell'abile politica di
frenare gli eccessi della contro-rivoluzione per togliere al popolo ogni
pretesto d'insorgere, ammonì severamente il perverso monarca. Alcune
congiure, scoppiate piuttosto come esplosioni di dolore che quali
tentativi rivoluzionari, vennero represse con inaudita ferocia: il paese
di Bosco fu distrutto a cannonate da Del Carretto e fra le cruenti
rovine vi sorse una colonna a perpetuo ricordo e minaccia; altre
congiure furono simulate o fomentate dalla polizia, per atterrire
simultaneamente il re ed il popolo. Nel 1827 la povertà delle finanze
costrinse il re a rinunziare alla garanzia dell'occupazione austriaca,
per fidarsi ad una guardia di 6000 svizzeri così dimentichi della loro
antica libertà e così poco persuasi della nuova da servire come sicari
di ogni tirannide; ma anche questa spesa bastava ad opprimere il troppo
debole bilancio. La milizia napoletana, alquanto ritemprata dalla
educazione delle guerre napoleoniche, ricadde nella antica ignavia; la
marina, conservata piuttosto per fasto che per difesa, si coperse di
vergogna dinanzi ai corsari di Tripoli; la polizia sola usò le armi
contro il popolo della città e della campagna, insanguinandole per ogni
più lieve pretesto. L'aristocrazia, ligia alla corte, si gettò nella
corruttela per arraffarvi ricchezze; la borghesia abbandonata invilì
sotto le minaccie di processi non guarentiti da alcuna procedura, e di
condanne alle quali nessuna innocenza poteva essere ostacolo; il popolo
rimase plebe quasi selvaggia nelle campagne, oziosa e viziosa nelle
città.
La reazione proseguiva peggiorando giorno per giorno; fra governo e
paese si allargava un abisso sul quale nessuna costituzione avrebbe più
saputo gettare il proprio ponte, o gittandolo saldarlo così fortemente
sulle ripe che la storia vi passasse. Le due maggiori monarchie italiane
erano dunque decadute da ogni funzione politica, dopo avere per oltre
due secoli riassunto tutta la vita politica nazionale: e questa,
ricominciando non solo al di fuori ma contro di esse, accennava
chiaramente che principio e forma del suo futuro governo avrebbero ad
essere assolutamente diversi. Ma di questo principio e di questa forma
nessuno ancora fra gli spiriti magnanimamente ribelli sapeva precisare
qualcosa. Se i governi reazionari non erano più che una negazione
assurda e feroce, la rivoluzione ancor rudimentaria non era che la
negazione di questi governi, e nemmeno così vasta ancora da comprenderne
gli Stati; il rispetto alla tradizione storica e la soggezione a tutte
le autorità non permettevano che di sperare in piccole migliorìe
amministrative o in cambiamenti di re per l'appagamento dei più
immediati interessi. Occorrevano quindi molti altri anni di persecuzione
e di studi per educare la nazione alla fede della propria sovranità
politica.
Questo periodo fu il più torbido della storia italiana, perchè nè
governi, nè Stati, nè popoli vi ebbero coscienza: Roma stessa, che,
cosmopolita di carattere, avrebbe potuto ottenervi un forte significato,
inducendo col proprio principio ieratico una specie di unità nella
reazione monarchica, parve più meschina delle altre corti. Il cardinale
Consalvi, istrutto dalle traversie della rivoluzione e dell'impero,
avrebbe voluto nella ristorazione pontificia salvare qualcuna delle
conquiste moderne, ma la sua opera e la sua politica ostile all'Austria
furono tosto abbandonate. Un antico rancore diplomatico separava
l'illustre segretario di Pio VII dal nuovo pontefice Leone XII, pallida
ombra di Sisto V, che si accinse alla reazione senza accorgersi di
annullarvi i resti della politica del proprio Stato. Il problema imposto
dalla storia al papato sfuggì al pontefice. Nella reazione europea, che
rimetteva in tanto credito la religione, il papato avrebbe dovuto
costituirsi arbitro supremo delle monarchie per dirigerne e dominarne
l'opera.
Bisognava, sceverando i miglioramenti inevitabili ai tempi dai principii
rivoluzionari, contrapporre alla logica della rivoluzione la dialettica
di un'autorità capace di sorpassare l'opera angusta e contraddittoria
dei parlamenti con generose iniziative, nelle quali, dietro l'esempio
napoleonico, le monarchie si fondessero con una democrazia arditamente
progressista e al di sopra delle quali Roma cattolica brillasse come un
faro. Se il papato fosse stato ancora storicamente vivo, forse
quest'idea vi si sarebbe espressa, ma, rovesciato dalla conquista del
direttorio, cacciato dall'altra dell'impero, quasi schiacciato
dall'Austria al congresso di Vienna, poi ricondotto a Roma come un
simulacro fra i tanti dell'arte che la Francia restituiva alla città
eterna, non ebbe e non potè avere vita politica. Il papa non vi fu più
che un sovranello come Ferdinando e Vittorio Emanuele, sottomesso
all'Austria, timoroso dei propri sudditi, incapace di affrontare il gran
problema del secolo, respinto fatalmente nei regni del passato come
tutti coloro cui è chiuso l'avvenire. La reazione, invece che a Roma,
ebbe il proprio centro a Vienna; ma poichè questa minacciava di
assorbire nel proprio patronato tutti gli Stati italiani come la
rivoluzione intendeva a minarli, la condotta dei principi e del
pontefice si smarrì in un dedalo di contraddizioni inconciliabili. Roma
rimase appena una grossa città come Napoli e Torino; la sua antica
autorità non impose rispetto alla politica di Metternich, che intendeva
a sottometterla; il suo primato italico andò perduto, il suo governo
composto di preti e di vecchi fu vecchio di idee e di modi, la sua
reazione malvagia e puerile non sventò alcun pericolo e non suscitò
alcuna forza.
Leone XII, cominciando dal favoreggiare confraternite e congregazioni
religiose, ridusse tutti gli studi sotto la gerarchia ecclesiastica:
quindi, dietro il falso esempio dell'impero napoleonico che tentava
imporre il francese, rese obbligatorio il latino alle cattedre e ai
tribunali, cedette al clero ogni istituto di carità e gli riconfermò ed
ampliò immunità, privilegi, giurisdizioni. Vennero tolti agli ebrei i
diritti di proprietà e richiamati contro di essi i nefandi rigori
medioevali, chiusi i loro ghetti con portoni e sottoposta la loro
libertà all'arbitrio dei santo uffizio; si concessero nuove istituzioni
di maggioraschi, e si sarebbero ripristinate le giurisdizioni baronali
se il concistoro non vi si fosse opposto. Si distrussero i tribunali
collegiati per avere giudizi di un solo giudice e questi più ligio:
annullata ogni autonomia municipale, soppresso persino il magistrato
della vaccinazione.
Ma questa reazione essenzialmente formale come non irrobustiva il
governo, così non scemava le forze latenti della rivoluzione. Infatti
tutte le campagne romane erano così infestate da grosse squadre di
banditi che le milizie papaline ne andarono sconfitte come in regolari
battaglie: poi vi si deputarono cardinali, che dopo feroci esperimenti
dovettero scendere a patti coi briganti. Dall'altro canto la carboneria
seguitava ad estendersi, malgrado l'opposizione dei sanfedisti
organizzati a brigantaggio politico sotto la tutela del governo.
Un doppio lavorìo di società segrete minava quindi lo Stato pontificio:
i sanfedisti si congregavano presso i curati e i devoti; i carbonari
presso i nobili, i commercianti o i proprietari; ma la loro lotta a
colpi di fucile o di coltello, illuminata da drammi di tribunale nei
quali i vinti sparivano per sempre nelle carceri o spenzolavano dalle
forche, rivelava tutta l'insufficienza politica del governo.
Un'invincibile anarchia peggiorava ogni giorno lo Stato pontificio,
rendendolo scandaloso all'Europa nei racconti degl'innumerevoli
visitatori di Roma. Il giubileo (1825) inspirò deliranti angoscie al
Vaticano: si temeva che i carbonari vi prendessero parte travestiti da
pellegrini, e, occupata Roma, l'insanguinassero. Ma siccome Leone XII,
piuttosto per riottosità di natura che per sentimento di regale dignità,
recalcitrava agli imperiosi ammonimenti di Metternich, e la Francia lo
consigliava d'impedire ogni commozione liberale per evitare i pericoli
di un intervento tedesco, spiegò molta pompa di rigori contro il
liberalismo. Il cardinale Rivarola, mandato legato _a latere_ nella
Legazione di Ravenna, memore della sua venuta nei primi giorni del 1814,
v'insanì in persecuzioni ridicole malgrado la ferocia. Nell'agosto del
1825 vi condannò cinquecento e otto liberali, parecchi dei quali alla
pena capitale e al carcere perpetuo: ed erano per la maggior parte
nobili e borghesi, persone elette per nascita o per funzione.
Moltissimi altri subirono il _precetto politico_ consistente nel non
poter uscire di casa se non a certe ore, nell'obbligo di presentarsi
ogni quindici giorni ad un ispettore e di confessarsi tutti i mesi ad un
confessore approvato dalla polizia. Misure violente ed inefficaci, che
confondendo governo e religione abituavano al dispregio dell'uno e
dell'altra! Naturalmente i processi non avevano garanzia di sorta: i
codici napoleonici soppressi dalla ristorazione del 1814 non erano
ancora stati surrogati, i giudici venivano riconosciuti strumenti di
polizia; naturalmente le popolazioni si disgustavano più che non
s'intimorissero. Mentre il Rivarola finiva infatti d'impazzire volendo
conciliare i secolari odii tra Faenza e il Borgo d'Urbecco con matrimoni
imposti fra le più fiere famiglie d'ambo le parti, e la propaganda
sanfedistica del giubileo menava una campagna di spionaggi e di minaccie
contro le sètte liberali, queste attentarono per mano d'intrepidi sicari
alla vita del timido e feroce cardinale, costringendolo a riparare in
Genova. Gli successe monsignor Invernizzi con una commissione
straordinaria di legulei e di soldati, che più destro riuscì a
corrompere le sètte con una generale promessa di perdono a chiunque
facesse spontanea confessione delle proprie colpe. Ma se l'espediente
raggiunse in parte lo scopo, molti essendo stati i settari che vi si
avvilirono, in parte fallì costringendo le sètte a migliore
organizzazione: a Roma stessa si tentò una congiura, nella quale un
Targhini e il medico Montanari lasciarono la vita.
La reazione pontificia diretta dal cardinale Bernetti, successore al
Della Somaglia, non senza ingegno e temperandola con qualche
miglioramento amministrativo, ispirava così poca fiducia a lui stesso,
diplomatico rotto ai più difficili negozi e largamente istrutto degli
altri governi, che lasciò sfuggirsi col Chateaubriand il celebre motto:
Se campassi a lungo assisterei alla rovina del papato! Ma invece di
cercarvi riparo, persuase al pontefice lo sciagurato _motu proprio_ col
quale, rianimando le classe dei nobili, si sopprimevano affatto i
consigli provinciali.
Pio VIII dopo Leone XII trovò lo Stato senza codici e senza finanze in
piena reazione contro l'opera iniziata contraddittoriamente da Pio VII
per consiglio del Consalvi; quindi, reagendo sulla reazione del
predecessore, cassò quanto questi aveva fatto di meno cattivo per
abbandonarsi ciecamente nelle mani dell'Austria. Era l'ultima dedizione
di Roma: il papa ne ebbe appena il tempo, e morì; quasi
contemporaneamente cessavano di vivere Francesco I di Napoli e Carlo
Felice di Piemonte.
Nuovi attori si presentavano per l'imminente rivoluzione.
La sommossa del centro.
La rivoluzione francese delle Tre Giornate di luglio rianimò in Europa
le speranze liberali. Belgio, Polonia, Italia risposero con altrettanti
moti, affidandosi a magnanime illusioni ben presto tradite: nella
Francia stessa la rivoluzione deviò presto dalla propria mèta
republicana per arrestarsi nell'insuperabile pantano di una nuova
monarchia. Qualunque fossero le intenzioni dei capi rivoluzionari e per
quanto facile si mostrasse l'Europa a riconoscerle, una republica
francese non poteva allora trionfare per difetto di republicani, giacchè
il popolo aveva piuttosto partecipato all'insurrezione parigina per
insofferenza della scempia tirannide borbonica che per una ideale
passione di libertà. Quindi la borghesia, prima iniziatrice della
rivolta e rimasta prontamente sola nella vittoria, si scisse in due
partiti: l'uno, composto di una immensa maggioranza inspirata da
interessi pecuniari, anelante al potere, diffidente del popolo per
egoismo di fortuna e per superiorità di coltura, imbevuta di
parlamentarismo inglese e di economia classica, badò a consolidare il
trionfo con una nuova dinastia sottomessa alle idee e ai voleri delle
Camere; l'altro, scarsissimo di numero, torbido nei concetti, generoso
nei sentimenti, innamorato del popolo e che pel popolo solo aveva
combattuto, si frazionò in mille opinioni invece di proseguire
nell'audacia rivoluzionaria, e, non trovando eco nelle masse incapaci di
comprendere il suo moto settario, abdicò per rituffarsi nelle congiure e
preparare una lontana republica.
Luigi Filippo d'Orléans, natura sordida ma ingegno destro, impersonò
l'ideale borghese della involuzione, che lo nominava re, facendogli
gettare sulle spalle un mantello republicano dal vecchio Lafayette, il
più ingenuo fra i republicani aristocratici. Quindi la sua politica fu
doppia. Sulle prime, incerto di ottenere dalle grandi corti d'Europa
sempre collegate nella Santa Alleanza, il riconoscimento della propria
nomina regale, liberaleggiò, prodigando promesse a tutti gli insorti e
proclamando il non intervento ai monarchi contro le rivoluzioni.
L'Europa sorpresa e mal preparata ad una rivoluzione continentale
nicchiò: la Francia, benchè spossata ancora dagli ultimi sforzi
dell'impero, atterriva le fantasie nordiche; le fiaccole rivoluzionarie
agitate da Madrid a Bruxelles, da Bologna a Varsavia, turbavano le viste
senili dei diplomatici: si temevano esplosioni; tutta l'Europa era
minata, la Francia poteva rinnovare i miracoli del '93. Ma Luigi
Filippo, che conosceva meglio di tutti la propria situazione, appena
carpito all'Europa il riconoscimento, mutando linguaggio e modi
aspreggiò la rivoluzione.
Quindi tutti i moti, che determinati dai primi impulsi francesi ne
aspettavano altri per proseguire, si arrestarono: vi furono delusioni e
sconfitte tragiche, abbiezioni e tradimenti senza nome. La Francia,
riapparsa così bella e grande nelle Tre Giornate, cambiò ancora
fisionomia, acconciandosi sulla magnifica testa rivoluzionaria la
maschera scialba e falsa di Casimiro Périer. La prima controprova
monarchica della grande rivoluzione era stata fatta dai Borboni del
primo ramo; la seconda cominciava con quello degli Orléans e non doveva
avere con più lunga vita miglior fortuna: l'ultima doveva essere quella
del secondo impero. Solo dopo aver logorato in successivi esperimenti
tutte le forme della monarchia, la Francia arriverebbe prima in Europa
alla conquista della republica pel proprio principio democratico.
L'Italia si scosse. Ma se alla rivoluzione spagnuola del '20 erano
insorte Napoli e Torino, i due maggiori regni nei quali più fermentavano
i residui militari del napoleonismo e la carboneria, alla nuova
rivoluzione francese non risposero che i ducati e le Romagne. Troppa era
la forza militare dei due regni e l'energia della loro reazione, perchè
si potesse contro di loro rinnovare il fallito tentativo. D'altronde se
in questo decennio le idee politiche avevano progredito teoricamente,
non si osava ancora iniziando una rivolta proclamare la decadenza dei
sovrani e un vero mutamento degli Stati. Il regno pontificio, più scarso
a soldati e più fiacco di ordini, si prestava meglio ad una sommossa,
che doveva esprimere piuttosto una generosa impazienza di sentimento che
un vero concetto politico. Ma anche questa volta la carboneria ripetè
l'errore del '21, fidandosi ad un principe.