Carlo Alberto di Carignano, presunto erede dei Savoia rimast

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ALFREDO ORIANI

LA LOTTA POLITICA IN ITALIA

ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE (476-1887)

QUINTA EDIZIONE

Curata e riveduta sul manoscritto da A. MALAVANI e G. FUMAGALLI

VOLUME II.

FIRENZE

SOC. ANONIMA EDITRICE «LA VOCE»

1921

ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE

(476-1887)

LIBRO QUARTO

IL RISORGIMENTO

CAPITOLO PRIMO.

I moti del 1821

Influenze europee.

L'Europa era anche più agitata dell'Italia dai moti sotterranei del

liberalismo.

Il patto della Santa Alleanza uscito da una tragedia pareva prossimo ad

attirarsi gli scherni di una farsa: il dispotismo dei re, per quanto

agguerrito, non bastava ad atterrire la libertà dei popoli. La

individualità civile e politica creata dalla rivoluzione francese col

dogma della sovranità popolare, sorpassata la necessaria antitesi della

dittatura napoleonica, passava dal cittadino alla nazione, dalla Francia

all'Europa. Un nuovo diritto era proclamato tutti i giorni dai giornali

e dalle cattedre, dalle esigenze industriali e commerciali, politiche e

sociali. La rivoluzione francese avendo più o meno rivelato se medesima

a tutti i popoli, ognuno di essi impadronendosi del proprio problema

badava a trovarne la soluzione. E il problema era il medesimo per tutti

attraverso ogni differenza di grado: emanciparsi dal passato

costituendosi nell'indipendenza e nella libertà e mutando i propri

despoti in funzionari.

La Carta conquistata dalla Francia nella propria sconfitta metteva il

principio dell'elettorato popolare al disopra della monarchia: questa

per combatterlo si logorerebbe fatalmente; mentre la nazione,

percorrendo in mezzo secolo tutta la gamma delle monarchie

costituzionali quasi a convincere il mondo della loro inconciliabilità

colla moderna libertà, riconquisterebbe la republica. L'Inghilterra,

rappresentante di un parlamentarismo nel quale la sovranità nazionale

era ancora limitata al doppio patriziato dei lords e dei ricchi,

guadagnata al contagio della democrazia francese, si preparava con

discussioni di popoli e reazioni di governo alla grande rivoluzione

legale del 1829; l'Irlanda s'insanguinava nell'eroica caparbietà di una

emancipazione mal definita; interclusi dalla Russia dall'Austria e dalla

Turchia, i Principati Danubiani, quasi anella fracassate dell'immenso

dragone slavo, erano agitati da moti convulsi di congiunzione e

cercavano sottrarsi alla tirannia turca invocando la libertà francese.

Erano popolazioni quasi barbare che si avventuravano alla libertà

coll'energia di una indipendenza selvaggia, mescolando sentimenti e

tradizioni medioevali ad istinti meravigliosi di modernità. Dopo

l'antica civiltà del Mediterraneo e del Baltico fermentava in essi

quella del mar Nero. La Slavia del sud, avanguardia della Slavia del

nord, combatteva precipuamente Turchia ed Austria, il potere più barbaro

e la potenza più dispotica d'Europa, le due negazioni più assurde

dell'individualità cristiana e moderna.

La Grecia, piccola, smembrata, appena colla popolazione d'una grande

città, senza denaro e senz'armi, si scagliava sull'immane colosso dei

Dardanelli: tutti i suoi figli erano eroi. Gli antichi poemi di Omero

ammutolivano agli echi delle nuove gesta: le vecchie storie leggendarie

diventavano pedestri dinanzi ai racconti delle presenti imprese; persino

la tragedia napoleonica nella sua vastità non uguagliava questa angusta

epopea, nella quale tutto un popolo si mutava in esercito, mentre tutte

le sue città affogavano nel sangue, e flottiglie di brulotti

incendiavano le armate nemiche incalcolabilmente numerose, e falangi di

donne superavano d'ardimento gl'invincibili battaglioni dei klefti.

La Spagna si ribellava contro il tradimento di Ferdinando VII, re così

ribaldo che al suo paragone quelli d'Italia sembravano magnanimi.

Quiroga e Riego alla testa di una insurrezione militare lo forzano al

rispetto della costituzione proclamata spontaneamente dalla nazione nel

1812 durante l'interregno e da lui accettata al ritorno nel 1814. Ma il

costituzionalismo è impossibile anche alla Spagna troppo incolta e

bigotta; quindi il partito liberale si spezza e, mentre i moderati

aggirati dalla corte e dal clero mirano a sminuire rivoluzione e

costituzione, i radicali esasperati mantengono la rivolta. La guerra

civile avvampa sublime di orrore e di eroismo. Il moto si propaga al

Portogallo: il colonnello Sepulveda vi si solleva, i costituzionali

entrano trionfanti a Lisbona, e Giovanni VII vi sbarca dal Brasile per

accettare la costituzione, lasciando quello emanciparsi e proclamare don

Pedro imperatore.

L'Europa freme. La Polonia, ostinata nel sogno assurdo d'una rivoluzione

aristocratica, nella quale al popolo viene sempre offerto il dispotismo

dei propri signori in cambio della tirannide russa, affila le armi; la

Germania si agita nelle società segrete, scuotendo con brividi poderosi

i limiti dei propri molteplici stati come disadatte congiunture di

troppo vecchia armatura.

La rivoluzione napoletana.

L'Italia, sempre da tre secoli accodata all'Europa, rabbrividisce al

vento della rivolta, che soffia da tutte le sue sponde e discende dalle

Alpi a sferzare i vapori del suo cielo sonnolento.

La carboneria cresciuta ad incredibile numero di adepti non poteva non

risentirne. Nella dissoluzione dell'immensa unità, napoleonica, fra il

doppio crepuscolo di un'epoca che finiva e di un'altra che incominciava,

dopo aver sopportato la protezione e la persecuzione regia, non aveva

ancora trovato il problema pel quale era nata. Il cosmopolitismo,

togliendole la precisione degli obiettivi e il carattere nazionale,

invece di una forza diventava una debolezza. Quantunque si reclutasse

anche nelle file del popolo e fosse borghese per studi e tendenze,

subiva ancora così il fascino dell'aristocrazia da cercare in essa i

propri capi. Quindi anelava a sostituirsi nel governo anzichè a vera

emancipazione politica; i suoi più illustri capitani furono Carlo

Alberto di Carignano e Francesco duca di Calabria; avevano scritto sulla

propria bandiera -- Indipendenza, Libertà, e poi Unione invece di Unità --

sfuggendo così al problema primordiale della ricostituzione italica. Del

come stringere la federazione o fondare una republica una monarchia

unitaria non discuteva, quasi di secondaria conseguenza lasciata alla

decisione del capo al capriccio della vittoria. Moralmente la carboneria

era nobile e generosa; ma intellettualmente retriva, affettava il

classicismo nelle idee e nelle forme letterarie, romanticheggiava sulla

tradizione italica, invanendo nel segreto teatrale delle proprie

iniziazioni e nella rapida diffusione delle vendite. Se la sua forza

avesse corrisposto alla sua cifra, la quale raggiungeva quasi il

milione, e la sua fede fosse stata profonda, avrebbe potuto, mutandosi

in esercito al momento della riscossa, assicurare la rivoluzione: invece

non ne fu nulla. Questa cominciò come una insubordinazione, visse fra

una festa e un'accademia, rinnegò nell'insulsaggine di un egoismo

regionale l'unità italiana, si affidò ingenuamente ridicola alla parola

di un re spergiuro, per finire fortunatamente in un massacro di

reazione, che la riabilitò avvalorando con ineffabili dolori il

carattere politico nazionale.

Come sètta politica la sua debolezza stava nel suo stesso numero

eccessivo, giacchè prima di raggiungerlo avrebbe dovuto affermarsi per

insurrezione; e peggiori erano le qualità dei suoi adepti in gran parte

preti. Questo invece di essere un carattere religioso significava che

l'antinomia del vaticanismo colla rivoluzione non era ancora sentita.

I primi fatti avvennero a Napoli. Guglielmo Pepe, strenuo soldato ma

inetto generale e più inetto politico, vi sfoggiò teatralmente.

Compromesso quasi da fanciullo in due cospirazioni, processato e gittato

nelle orribili fosse del Marittimo e della Favignana, poi soldato a

Marengo e nelle Spagne; di republicano mutato in costituzionale;

colonnello al servizio di re Giuseppe e di Murat; contro questo

mescolato nelle ultime cospirazioni per strappargli una costituzione;

finalmente rimasto generale sotto Ferdinando di Borbone, era l'eroe

della carboneria. Lo splendore delle sue gesta soldatesche, le sue prime

congiure, la sua ultima conversione al costituzionalismo, i suoi pregi e

i suoi difetti, lo destinavano a rappresentare il nuovo moto. Si sapeva

che Pepe nel 1819, quando Francesco I d'Austria e Metternich vennero

ospiti del re Ferdinando, aveva tramato di catturarli tutti ad una

rivista che poi fallì. Ma la carboneria, dopo la costituzione della

Vendita suprema di Salerno, incalzata dalla rivoluzione spagnuola,

affretta le disposizioni per la rivolta: tradita da un miserabile

Acconciagiuoco le precipita: l'esercito è quasi tutto carbonaro. Due

sottotenenti del reggimento Borbone cavalleria, Michele Morelli e

Giuseppe Silvati, sospinti dal canonico Menichini, lo sollevano al grido

di: viva Dio, viva il re, viva la costituzione, ma il popolo non capisce

quest'ultima parola. Il tenente colonnello Concili aderisce, si canta

trionfalmente col vescovo il _Te deum_ in Avellino. Di qui la colonna

degli insorti s'avvia a Monforte, altri canonici carbonari la

rinfiancano con bande raccogliticce; la Corte sgomentata deputa Pepe ai

ribelli, poi, malcerta della sua fede, manda loro il generale Carrascosa

senza soldati. Questi tratta coi rivoltosi aspettando rinforzi per

batterli, ma l'insurrezione si propaga, altri reggimenti si ribellano

eccitati da Pepe, la Corte trema, e cinque settari col duca Piccolelli

alla testa, quasi nel finale di un melodramma, vi penetrano intimando al

re di concedere la costituzione fra tre ore.

E Ferdinando la dà.

Allora è un'ebrezza: Pepe, dichiarato salvatore del re, fa retrocedere i

calabresi già in marcia su Napoli, quindi vi entra, 9 luglio 1820,

caracollando alla testa degli insorti fra nembi di fiori e cantici di

osanna. L'eccitabile immaginazione del popolo lo paragona a Murat.

Disceso a corte, bacia umilmente la mano al vecchio re Ferdinando che lo

abbindola con volgari complimenti.

La costituzione giurata all'indomani dal re con invocazioni di fulmini

divini sul proprio capo, se mai avesse a tradirla, esalta al delirio le

fantasie: la costituzione era spagnuola e si era voluta fanaticamente

quella, benchè nessuno la conoscesse e in tutta Napoli solamente

l'ambasciatore spagnuolo ne avesse una copia. La Corte s'inganna, la

carboneria s'illude, il popolo festeggia. Il poeta Gabriele Rossetti

lancia la più bella delle sue odi a questa incruenta rivoluzione senza

accorgersi che se adesso non vi è stilla di sangue su tante migliaia di

spade, nel giorno prossimo della battaglia le stesse spade ricuseranno

d'insanguinarsi. Tutti si affigliano alla grande setta: il duca di

Calabria vi si fa iniziare da monsignor Marcello, i lazzari vi si

arruolano a frotte. Ma la camorra, eterna peste di Napoli, vi si mesce,

vendendo diplomi di carboneria agli stessi sanfedisti, intenti così al

doppio scopo di salvarsi da possibili vendette e di penetrare nella

rocca del nemico.

La diplomazia estera osteggia la rivoluzione: Sir William A' Court e il

duca di Narbonne la disonorano nei propri rapporti, onde a mezzo agosto

due flotte francesi ed inglesi compaiono nelle acque di Napoli per

difendere la famiglia reale. I grandi maestri della carboneria

congregata per avvisare ai nuovi pericoli ordinano ai carbonari e alle

milizie di muovere su Napoli, e stabiliscono un comitato di salute

publica di cinque membri col potere degli Efori spartani, eterno ricordo

classico, che vigilino sui generali, sui ministri, sulla corte, su

tutti.

Ma siccome la polizia reagisce contro la setta arrestandone qualcuno,

questa non ardisce spingersi all'insurrezione.

Intanto la Sicilia, ostinata nella propria autonomia e sobillata dalla

corte, profitta della rivoluzione di Napoli per ribellarsi; orribili

scene di sangue disonorano Palermo. Mentre il re riconcede la

costituzione del 1812, e il popolo reclama quella spagnuola proclamata a

Napoli, mirando precipuamente a costituirsi in stato indipendente sotto

la stessa dinastia, la guerra scoppiata fra soldati di presidio e

popolani costringe il nuovo governo di Napoli ad intervenire. Le

antinomie politiche si aggrovigliano: la Sicilia vuole essere

indipendente secondo le tradizioni federaliste italiane e non comprende

che a questo le occorrerebbe prima decretare la decadenza dei Borboni ed

eleggersi altro re o costituirsi in repubblica; a Napoli la rivoluzione

inspirata da un vago liberalismo cosmopolita, che sino alla vigilia

della sommossa aveva sempre parlato d'Italia, si chiude con insipiente

egoismo nella formula regionale contro le proprie inconscie tendenze

nazionali sino a ricusare, per timore di Roma, la fusione con Benevento

e Pontecorvo, città pontificie internate nelle terre napoletane. Ma

verso la Sicilia, che vorrebbe usare a Napoli il trattamento da questa

tenuto coll'Italia, l'antico orgoglio di capitale protesta in nome

dell'unità. Così Florestano Pepe, fratello di Guglielmo, generale egli

pure, viene deputato a soggiogare Palermo, e sbarca a Milazzo,

s'accentra a Messina rimasta fedele a Napoli per tradizionale rivalità

con Palermo. Senonchè scarso a soldati, tratta di componimento col

principe di Villafranca; questi troppo ben disposto ad arrendersi è

infamato subitamente dalla plebe col nome di giacobino, tanto nell'isola

è ancora odiata la rivoluzione francese! Il tumulto cresce, si

scarcerano i galeotti, si tempesta nelle guise più strane. Pepe,

astutamente longanime, arriva nullameno a concludere un accordo, che

Napoli infatuata della propria superbia di capitale cancella, mandando

il Colletta, generale che poi doveva rimanere illustre come storico, a

schiacciare la ribellione.

Il Colletta vinse, disciolse la giunta ribelle, fe' giurare la

costituzione spagnuola, convocò gli elettori, ma indarno. Nella riottosa

isola solo i pubblici funzionari giurarono e votarono: i deputati al

parlamento di Napoli ricusarono il mandato.

Intanto a Napoli la rivoluzione stagna. Malgrado le dichiarazioni di

cosmopolitismo e di nazionalismo la carboneria, anzichè eccitare la

rivolta nel resto d'Italia, si racchiude nel regno come nella speranza

di salvarsi, quindi fallisce al di fuori e peggiora al di dentro. Le

vanterie teatrali della setta sull'esempio dei frammassoni di Spagna

trasformano la Vendita di Napoli in un'assemblea permanente rivale del

parlamento: rivoluzione di setta che pretende naturalmente a governo di

setta! Il parlamento ricalcitra, ma ricusando il consiglio impostogli di

armare i carcerati non osa e non può accettare il conflitto. Le minaccie

d'Europa aumentano lo scompiglio; solo la Spagna, i Paesi Bassi, la

Svezia e la Svizzera hanno riconosciuto il nuovo governo; la Francia,

malgrado ogni speranza di giovarsene per riacquistare in Italia la

perduta influenza, rattenuta dal principio legittimista del proprio

governo, tergiversa; l'Inghilterra s'astiene e s'aggronda; lo czar

sfugge alle insistenze liberali di Capodistria per arrendersi ai maneggi

di Nesselrode e di Metternich, il quale ricusa di ricevere a Vienna

l'ambasciatore napoletano. L'Austria, sempre insidiosa, sollecita tutte

le corti italiane a dichiarare che la rivoluzione, mettendole in

pericolo, accetteranno una guarnigione austriaca; e queste consentono

alla prima parte della dichiarazione, ricusando il pericoloso presidio.

S'adunano congressi: a quello di Troppau (ottobre 1820), non ostante le

ipocrite riserve dell'Inghilterra, si afferma il principio

dell'intervento armato in tutti gli stati, nei quali la rivoluzione

rovesci il governo legittimo; quindi all'altro di Lubiana, cui

intervengono il cardinale Spina per la Santa Sede, il conte d'Agliè e il

marchese di San Marzano pel Piemonte, il principe Neri Corsini per la

Toscana, il conte Molza per Modena; si stabilisce la guerra contro

Napoli. Solo il legato pontificio ne dissente, per timore che le truppe

austriache, passando sul territorio romano, non vi si fermino.

Re Ferdinando, riuscito nei preliminari di questo secondo congresso a

farvisi invitare dagli alleati, ottiene il permesso di andarvi a

patrocinare la causa della rivoluzione dalla miracolosa insipienza del

proprio parlamento. Lo stesso Poerio decide l'assemblea a questa

scempiaggine: Guglielmo Pepe francamente convertito al costituzionalismo

rimane fedele al re, il generale Carrascosa si dichiara persino pronto a

ripetere la scena del diciotto brumaio contro l'assemblea.

Intanto giù nella piazza si urla freneticamente: la costituzione di

Spagna, o morte!

Ferdinando parte. Appena giunto in Firenze vi rinnega col duca la

giurata costituzione, scusandosene come di violenza patita: da Lubiana

manda il conte Del Gallo a significare il volere degli alleati; il

reggente si trincera dietro la volontà del padre per sottrarsi a quella

del parlamento, che convocato a sessione straordinaria, superando se

stesso nell'ingenuità, dichiara il re prigioniero e coartata la sua

lettera al figlio.

La guerra è dichiarata con frasi epiche, ma l'esercito, quantunque

numeroso, poco vale: gli aiuti del generale Wilson inglese, offerentesi

di comporre 4 reggimenti di volontari, per non essere stati accolti in

tempo, non giovano; i volontari accorsi da altre parti d'Italia non

bastano; i generali sono discordi e non sinceri. Carrascosa, regio di

sentimento, sostiene la difensiva; Pepe, costituzionale inetto ma

soldato impetuoso, declama di eroismi disperati; il Colletta ministro

della guerra, invido di Pepe e sfiduciato forse di ogni resistenza,

soffiando sul loro dissidio, disunisce la loro azione. Pepe, spintosi

con mossa avventata su Rieti, è battuto: il corpo di Carrascosa si

sbanda all'avvicinarsi del nemico; gli austriaci entrano in Napoli senza

colpo ferire, mentre Poerio con incredibile puerilità protesta contro

l'invasione, dichiarando «incostituzionale e quindi impossibile

traslocare il parlamento senza il concorso del potere esecutivo,

invocando la saviezza di sua altezza reale e del suo augusto genitore».

Questa fu la suprema affermazione della rivoluzione napoletana.

Ferdinando ritornato livido d'ira richiama il Canosa: grandinano le

condanne di morte; nuovi patiboli s'inzuppano del sangue dei più

generosi rivoluzionari che non seppero o non vollero fuggire; l'esodo

degli esiliati, respinti dalle frontiere pontificie con cattolica

crudeltà e vaganti nel terrore dell'abbandono e della morte, desola le

provincie; la polizia infellonisce con sì sfacciata barbarie che lo

stesso generale austriaco Frimont minaccia il re di ripassare la

frontiera se non cacci il Canosa. E questi va ministro presso non

migliore tiranno, Francesco IV di Modena.

Così finiva questa rivoluzione settaria, egoisticamente regionale

malgrado alcune prime intenzioni nazionaliste, ferocemente unitaria

contro la Sicilia, scioccamente costituzionale nella fede al re,

ridicolmente guerriera nella resistenza all'invasione, senza che il

popolo delle provincie e delle città v'intendesse cosa alcuna.

Rivoluzione piemontese.

Nessuno degli errori della rivoluzione napoletana fu evitato in

Piemonte.

Bonapartisti e carbonari l'accesero senza accordi con Napoli, mentre la

più volgare esperienza politica avrebbe dovuto suggerirli anche senza il

lontano magnanimo scopo dell'unità d'Italia. Napoli aveva armato

quarantamila uomini alla difesa, e quarantamila erano gli austriaci

all'attacco: piombare alle spalle di questi ringagliardendo gli altri

con una diversione, sollevare la Lombardia, gettare un grido alle

Romagne sempre pronte ad ogni moto, tendere la mano alla Toscana,

congiungere con una medesima parola di riscossa Venezia e Genova,

antiche rivali di mare ora affratellate dalla sventura della servitù,

doveva essere l'inevitabile programma della rivoluzione piemontese dopo

gli errori commessi a Napoli. Invece non solo non si ebbe idea di una

vera rivoluzione, ma nemmeno un concetto dell'impresa che ne uscirebbe.

Siccome qualche diplomatico come il Crotti di Brusasco, legato sardo a

Pietroburgo, per ravvivare la tradizione della monarchia piemontese,

consigliava al re di prendere con larvate riforme costituzionali la

direzione delle forze liberali latenti nella penisola, così l'agitazione

rivoluzionaria cominciò colla forma ingenua di due indirizzi al sovrano.

Si sperava in tal modo di strappargli la benda dagli occhi e di

persuadergli la costituzione spagnuola. Poi l'11 gennaio 1821 gli

studenti di Torino tumultuavano per l'arresto di alcuni di loro comparsi

al teatro d'Angennes con berretti rossi alla greca. La carboneria,

sempre più accademia che setta, bizantineggiava ancora sulla scelta

della costituzione da proclamarsi, perdendo tempo e circostanze per

l'insurrezione: finalmente mandava deputati alla grande Vendita di

Parigi, specie di sinodo europeo, cui convenivano i liberali di Spagna,

i radicali d'Inghilterra, l'eterie di Grecia e ogni altra setta

politica. I deputati, traditi forse dalla polizia francese, furono

catturati al ritorno e i disegni di ribellione scoperti.

Carlo Alberto di Carignano, presunto erede dei Savoia rimasti tutti

senza prole, era da tempo il capo e l'eroe predestinato della carboneria

piemontese. Aveva ricevuto educazione cittadinesca a Ginevra; a 15 anni

era entrato volontario nell'esercito napoleonico; poi richiamato dalla

restaurazione del 1814 sui gradini del trono e odiato dalla corte meno

ancora per la sua inevitabile qualità di erede che per la sua

affettazione di sentimenti liberali, pareva a tutti l'uomo del destino

italiano. Monti, servile ed incorreggibile retore, lo aveva già salutato

come l'astro sorgente della patria: più tardi un altro poeta doveva

colpirlo col fulmine di una maledizione che scosse tutta Italia. Carlo

Alberto, senza fede nella libertà e senz'amore per la patria,

tergiversava fra la gloria di compiere una rivoluzione e il timore di

perdere un trono. La sua indecisione finiva di paralizzare il processo

già lento della carboneria. La corte avvertita non osava risolversi;

l'Austria più pronta mandava il generale Bubna a chiedere di occupare

Alessandria: a questa domanda il re, già fanaticamente ostile alla

rivoluzione tramata nel suo nome per farlo re costituzionale di tutta

l'alta Italia, si riaffermava nei propositi di resistenza. Dalla

Lombardia l'altra setta della federazione italiana, raccolta sotto la

maschera della scienza o della letteratura nelle sale dei conti

Gattinara e Confalonieri, spingeva il Piemonte all'insurrezione giurando

seguirlo, ma non voleva essere prima all'esempio. Finalmente Alessandria

si solleva al grido di: viva la costituzione, morte ai tedeschi!

costituendo una _Giunta della Federazione italica_. Asti, Pinerolo ed

altre città sono trascinate nel moto: a Torino un colpo di mano rende i

federati padroni della fortezza. Carlo Alberto, che nel vile egoismo

dell'anima dubbia aveva già tradito i rivoluzionari rivelando i loro

disegni al ministro della guerra, non può sottrarsi alla propria parte

di cospiratore; e mentre Torino si decide davvero in favore della

rivoluzione, e Vittorio Emanuele si dimette per non rispondere

all'appello che lo proclama re dell'alta Italia, diventa reggente per

Carlo Felice succeduto al trono e residente in Modena.

Le antitesi della sua posizione come rappresentante della dinastia e

delegato della rivoluzione trionfante, finiscono di scombuiarlo.

Incalzato a scoprirsi, indugia, largisce amnistia come di una colpa alle

truppe che lo hanno sollevato al nuovo governo; finchè, vinto da

pressioni di ogni sorta, promulga la costituzione spagnuola «salvo le

modificazioni che dalla rappresentanza nazionale in una con Sua Maestà

il re verranno deliberate». Si crea una giunta provvisoria di governo,

chiamando a capo del nuovo ministero Ferdinando Dal Pozzo, un regio che,

dopo aver giustificato il tradimento di Carlo Emanuele III al Giannone,

doveva poi vendere la penna all'Austria scrivendo un libro _Sulla

felicità che gli italiani possono e debbono dal governo austriaco

procacciarsi_.

Ma Carlo Felice, più retrivo e tiranno di Vittorio Emanuele, ordina alla

truppa di concentrarsi a Novara sotto il generale Latour, fulmina da

Modena condanne di ribellione contro tutti i sudditi aderenti al nuovo

governo. Carlo Alberto, sempre falso ed incerto, non ha ancora nè

convocati i collegi, nè dichiarata la guerra all'Austria; posto quindi

nella necessità di ribellarsi o di sottomettersi, non sa essere nè

francamente ribelle, nè astutamente traditore. Ricusa di ricevere

Santarosa venuto da Alessandria per eccitarlo alla guerra; poi,

vedendolo sostenuto dalla pubblica opinione, lo nomina ministro della

guerra, e la medesima notte, fingendo di mandare il cardinale Morozzo a

Carlo Felice per indurlo a mutar consiglio, fugge a Novara presso il

generale austriaco Bubna, donde emana un proclama di ubbidienza al nuovo

re.

Era un'infamia ed avrebbe potuto essere una fortuna. Ma la rivoluzione,

libera dagl'intoppi della reggenza, non osa nè il proprio principio, nè

i propri modi. Tutto peggiorava intorno ad essa: lo czar ordina al

generale Jermolov di mettersi in marcia; quindici mila austriaci si

avanzavano chiamati da Carlo Felice. A Torino non si pensa nemmeno a

bandire la guerra popolare e si lasciano al conte Latour il governo di

Novara e al conte di Andezeno quello della Savoia, sebbene entrambi

nemici della rivoluzione; i carabinieri della capitale minacciano di

sollevarsi in favore dell'assolutismo, il popolo assiste spettatore;

Genova rivale tumultua per separarsi dal Piemonte; Nizza, ricovero di

Vittorio Emanuele, tace; e le notizie di Napoli, finendo di prostrare

gli spiriti, persuadono la sommessione. La Giunta incapace di alzarsi al

disopra della legalità costituzionale decretando la decadenza del re,

discende a trattare col conte Mocenigo, ambasciatore russo, del perdono,

e avrebbe acconsentito ad ogni più duro patto senza la nobile fierezza

del Santarosa, che dopo aver cercato inutilmente di risollevare gli

animi perfino con false novelle d'insurrezioni lombarde e di vittorie

napoletane, vedendo che tutto è perduto, vuole almeno salvare l'onore. E

il suo fu salvo; ma la rivoluzione si disciolse dopo lo scontro di

Novara, nel quale i generali Ferrero e San Marzano furono dispersi dopo

fiacca resistenza dalle truppe austriache. Il 9 aprile il generale

Latour entrava trionfante in Torino, mentre Carlo Alberto, salutato

oltraggiosamente dai tedeschi col titolo di re d'Italia, trattato come

valletto da Carlo Felice che respingesse le sue lettere sbattendole sul

volto dei corrieri, riparava in Firenze sotto la protezione

dell'ambasciatore francese, malgrado questi dichiarasse di

accordargliela solo nel nome della legittimità.

Repressioni assolutiste.

Frattanto la Lombardia, per non aver osato muoversi, subiva egualmente i

rigori della più feroce repressione. Già ai primi rumori della

rivoluzione napoletana, l'Austria dichiarava rei di alto tradimento

tutti i carbonari, e correi quanti omettessero di denunciarli; quindi si

moltiplicarono gli arresti, mirando a colpire gli uomini più celebrati.

Alessandro Andryane affigliato alla società dei maestri sublimi fondata

a Ginevra da Buonarroti, còlto a Milano con tutte le carte, compromise

un numero stragrande di liberali; altri accusarono Carlo Alberto di

averli denunciati; i nuovi inquisitori Bolza e Salvotti peggiorarono con

incredibili perfidie il disastro. Fra gli arrestati più insigni furono

Pietro Maroncelli, Silvio Pellico, Melchiorre Gioia, Giandomenico

Romagnosi, il conte Giovanni Arrivabene, il conte Confalonieri, il

principe Pallavicini. Nel terribile dramma non tutti perirono: Gioia e

Romagnosi si salvarono, Laderchi s'infamò eternamente come delatore,

Silvio Pellico, Maroncelli, Oroboni, Foresti, don Fortini, Confalonieri

furono seppelliti vivi nella rocca di Spielberg. In Piemonte le condanne

di morte salirono a novantadue, per fortuna quasi tutte contumaciali;

molte furono eseguite in effigie e fra esse quella del principe della

Cisterna, una discendente del quale doveva poi arricchire coi propri

milioni un nipote di Carlo Alberto. Più terribili ancora furono le

misure contro gli uffiziali che avevano partecipato alla rivoluzione.

Negli Stati pontifici, focolare del Sanfedismo, la repressione scoppiò

senza che rivoluzione vi fosse stata: di quattrocento processati molti

vennero condannati specialmente per opera del Rusconi e del Sanseverino,

legati a Ravenna ed a Forlì, alla pena capitale commutata poi nella

reclusione. In Toscana il granduca non volle processi; Maria Luigia

invece li permise a Parma e vi furono coinvolti Ferdinando Maestri e

Jacopo Sanvitale illustri professori, cui le pene vennero commutate in

esilio. A Modena la reazione s'infamò nel supplizio del prete Andreoli,

simpatica figura di apostolo, che aprì il martirologio dei preti

patrioti. Gli alleati, commossi al rapido trionfo, lo ascrissero «al

terrore, onde la provvidenza colpì le ree coscienze», ed annunziarono

con ingenua baldanza all'Europa che d'ora innanzi «i cambiamenti utili o

necessari nelle legislazioni e nelle amministrazioni non devono emanare

che dalla libera volontà, che Dio rese responsabile del potere».

Così l'assolutismo, separandosi dal diritto, giustificava qualunque

futuro eccesso della rivoluzione.

L'Italia era oramai tutta soggetta all'Austria. Re Ferdinando, dopo aver

nominato con abbietta gratitudine il generale austriaco Frimont principe

di Antrodoco con duecentoventimila ducati di dote, per timore di nuovi

pronunciamenti militari sciolse l'esercito affidando la custodia del

regno a quattro reggimenti svizzeri e a trentacinquemila austriaci. Alla

sua morte nel 1826 Carlo Felice, per compiacere a Metternich, si

affrettò a persuadere re Francesco di prolungare l'occupazione

austriaca, ma questi, sicuro del proprio stato e corto a quattrini, non

potè consentirvi: nullameno il regno di Napoli dipendeva direttamente

dall'Austria. A peggio ancora, per opera di Carlo Felice, era disceso il

Piemonte. Il nuovo re, tirannicamente inflessibile coi sudditi, fu così

servile verso l'Austria che non solo il generale Bubna, occupata

Alessandria, potè mandarne la chiave della cittadella all'Imperatore, e

questi pubblicarne la notizia nella gazzetta ufficiale, ma dopo tale

insulto il legato sardo, conte di Pralormo, ebbe incarico di offrire

all'Austria i più amichevoli accordi per mantenere la pace nella

penisola contro lo spirito rivoluzionario. A questo intento Metternich

propose un supremo magistrato d'inquisizione a Modena per cercare ed

impadronirsi delle fila della cospirazione: i re di Sardegna e di Napoli

si affrettarono ad aderire; ma le corti di Toscana e di Roma, sempre

diffidenti dell'ingerenza, vi si ricusarono.

Metternich portò la questione al congresso di Verona.

Questo terzo congresso, come complemento di quelli di Troppau e di

Lubiana, avrebbe dovuto decidere su la rivoluzione di Spagna,

l'indipendenza delle colonie spagnuole, la tratta dei negri, la

pirateria d'America, le controversie della Russia colla Turchia per

l'Oriente, la rivoluzione greca e le condizioni interne dell'Italia.

Ma a questo congresso di cristiani, nel quale il pontefice di Roma aveva

per legato il cardinale Spina, gli ambasciatori greci non furono nemmeno

ricevuti. Gloria d'eroismi, santità di religione, ineffabili dolori di

stragi patite, nulla valse a vincere l'egoismo politico dei congregati,

tementi in ogni moto di popolo una ribellione al diritto divino.

Per l'Italia si decise lo sgombero degli austriaci dal Piemonte, che lo

sollecitava meno per alterezza di regno che per sgravio delle finanze;

poi si volle imporre alla Svizzera l'infamia di consegnare tutti i

fuorusciti politici rifugiativisi sulla fede dell'onore republicano.

L'accanimento del legato sardo conte Della Torre nel triste proposito, e

la facile adesione di Chateaubriand, il nobile bardo cristiano che aveva

saputo resistere alla seduttrice prepotenza di Napoleone, rivoltarono

ogni spirito onesto. La Svizzera resistette degnamente; la Toscana, meno

forte di essa, fu anche più magnanima, e respinse la codarda

persecuzione ai vinti della rivoluzione con parole che parvero eco dei

secoli morti, quando i magni spiriti de' suoi cittadini republicani

rispondevano con invincibile orgoglio alla superbia dei re. Quindi il

supremo magistrato d'Inquisizione in Italia fallì. Il cardinale Consalvi

e il Fossombroni, quegli da Roma e questi da Firenze, vi si opposero con

fortunata costanza. Per Napoli si convenne di ridurre l'occupazione a

soli 35,000 austriaci, e che le due consulte di stato, residenti a

Palermo e a Napoli, si accentrassero dietro istanza del principe Ruffo

in quest'ultima, unica capitale del regno.

Su tutti gli altri argomenti poco si discusse e meno si decise: la

tratta dei negri fu condannata platonicamente; sulle sollevazioni

dell'America, malgrado le insistenze dell'Inghilterra, non fu preso

alcun partito; su quella di Spagna si permise alla Francia la

malaugurata spedizione del duca di Angoulème per dare alla inonorata

orifiamma dei Borboni il battesimo della vittoria. Chateaubriand

perdette in quest'impresa tutta la propria gloria di poeta, giacchè,

sperando di riconciliare i Borboni colla Francia sul campo del trionfo,

li rese strumenti odiosi della Santa Alleanza contro un popolo

eroicamente ribelle al peggiore dei tiranni.

In Spagna erano già accorsi da ogni parte d'Italia i più generosi fra i

vinti rivoluzionari, quasi a punire se medesimi di aver fallito nelle

patrie rivoluzioni e ad apprendere dal più indomabile fra i popoli

d'Europa il segreto della resistenza invincibile. Gl'italiani, secondo

la dolorosa tradizione che li aveva sempre resi incomparabili come

avventurieri e partigiani, si copersero di gloria; il nome d'Italia fu

acclamato con ammirazione dagli spagnuoli così alteri del proprio

coraggio, mentre da lungi con più epico grido rispondevano i greci

raggruppati intorno a Santorre Santarosa e ad altri italiani. Ma nel

campo dei crociati francesi che s'avanzavano sotto Madrid gridando:

muoia la costituzione, viva il re assoluto!, Carlo Alberto di Carignano,

volontario della tirannide, combatteva nuovamente contro i traditi

compagni di cospirazione, per ottenere dalla Santa Alleanza il prezzo

del primo tradimento raddoppiato dall'infamia di tale espiazione.

E vinse, e il papa, italiano degno di lui, mandò al duca di Angoulème,

generale da palcoscenico, come premio delle vittorie spagnuole il

berrettone e lo stocco che avevano santificato i trionfi di Giovanni

d'Austria, di Sobieski e di Eugenio di Savoia contro i turchi.

Così cessarono i moti italiani del '20 e del '21. La insurrezione delle

Calabrie aveva provocato la rivoluzione di Napoli, questa affrettata

l'altra di Piemonte; la Lombardia inerte aveva lasciato agli austriaci

ogni facilità nelle repressioni, Genova e Venezia vi avevano assistito

spettatrici, la Toscana calma nella propria sicurezza, Parma sussultando

appena, Modena rabbrividendo, il regno pontificio nella più svogliata

disattenzione. L'Austria spalleggiata dalla Santa Alleanza doveva

vincere militarmente, ma vinse anche politicamente. La carboneria non

ebbe nè destrezza alla preparazione, nè audacia allo scoppio, nè dignità

nella sconfitta. La rivoluzione parve a tutti quello che era, cioè una

sommossa militare svanita al primo giungere in piazza. Vi si imitava la

Spagna, si attendevano ordini dalla Vendita di Parigi, si proseguì a

sperare negli aiuti della Francia. Il popolo, non consultato prima, non

fu armato poi: Napoli non pensò a Torino, Torino a Milano, Milano ad

alcun'altra città. L'Italia era così poco persuasa della propria

nazionalità politica che i rivoluzionari, malgrado l'affratellamento

delle sètte, entrando nella scena politica, ricadevano nelle abitudini

del regionalismo.

L'Austria, militarmente poco stimata fra le memorie ancora sfolgoranti

della grande epopea napoleonica, distendendo il proprio protettorato

sull'Italia, vi aveva adottato la più sapiente delle politiche.

Inesorabile ai liberali e ai demagoghi, frenava contemporaneamente gli

eccessi della controrivoluzione, imponendo a Ferdinando di Napoli per

due volte di cacciare il sanguinario Canosa: abbassava l'aristocrazia,

seduceva la borghesia colla regolarità di un'amministrazione superiore a

quella di ogni principe italiano, atterriva tutti colla vigilanza

instancabile di una polizia, alla quale i codici non erano ostacolo e

denari ed armi non mancavano mai. Il congresso di Vienna, dopo quelli di

Troppau e di Lubiana, aveva persuaso ai popoli che ogni loro moto

sarebbe inesorabilmente represso: ogni rivoluzione avrebbe quindi dovuto

sentirsi sorella delle altre, invece di isolarsi quasi a cercare salute

nella propria piccolezza.

L'esercito austriaco di occupazione si mostrava ammirabile per rispetto

alle popolazioni, mentre i francesi della prima rivoluzione e

dell'impero le avevano manomesse: i funzionari civili, ancora più

disciplinati, non avevano iattanza di padroni, ma la glaciale

terribilità di sudditi usi a non discutere mai gli ordini del sovrano e

ad eseguirli contro tutti. Infine l'Austria assicurava la pace

ardentemente voluta da tutte le classi, dispensando o quasi dalla

coscrizione e rendendo ridicola alla ragione volgare ogni speranza di

rivolta colla strapotenza del proprio impero. I due elementi

d'insurrezione, pretese aristocratiche ed idee liberali, erano del pari

combattute; distrutta ogni forma di vita politica, i municipii così

schiavi da non poter prendere alcuna iniziativa. Con abile intendimento

la letteratura fu da essa talmente disprezzata che il pensiero stesso ne

soffrì: l'istruzione discese a mestiere meccanico. Gli avvocati, sempre

pericolosi come classe e per lo studio del diritto e per la clientela

degli affari, perdettero il diritto di arringa, per discendere al grado

di procuratori soggetti alle regole di una carriera burocratica come i

giudici. Quindi proibito il viaggiare a tutte le persone sospette,

diffranta la società in un atonismo che lasciava ogni individuo solo

contro la vasta organizzazione e la granitica compattezza dell'impero.

Era più di quanto bastava. L'esaltazione lasciata dalle idee

rivoluzionarie e dalle imprese napoleoniche negli spiriti italiani non

poteva resistere nè al freddo del nuovo ambiente, nè alla logica di un

sistema opponente sempre la più innegabile realtà alla più incerta delle

ipotesi.

Ma questa compressione, assicurando all'Austria il presente, le

preparava un terribile futuro. Le franche dichiarazioni del congresso,

separando i re dai popoli e il diritto divino dal diritto popolare,

rendevano più chiare le idee nella coscienza dei popoli. La lotta si

presentava inevitabile. La vita, scissa nella propria unità,

ricominciava il processo dialettico della propria ricomposizione, e

poichè tutto era negato dall'autorità dei padroni, i servi si

persuadevano della razionalità di ogni muta aspirazione. La coscienza,

costretta a nascondersi dietro le proprie porte, vi ricostruiva

segretamente come ai primi tempi del cristianesimo un nuovo mondo

ideale, riconciliandovi le antitesi storiche contrastanti al di fuori la

vita dell'azione. Quindi la poesia e l'attività delle sètte non scemò.

Un elemento tragico purificò la giovinezza di tutti coloro, cui

l'eccellenza della natura non consentiva di putrefarsi nella inazione o

di obliarsi nella volgarità della vita materiale. L'idea dell'unità

d'Italia fu appunto suggerita dall'uniformità del dispotismo; non

essendovi più alcuno Stato di carattere italiano per alzare contro

l'Austria la bandiera della libertà, il popolo solo nell'unità della

propria storia, della propria lingua, della propria servitù, dei propri

dolori, delle proprie speranze, restava italiano. Allora ricominciò il

fermento delle idee rivoluzionarie recate dai francesi della prima

invasione; i prigionieri spariti nelle ròcche della Moravia, pei quali

non si era osato un grido al momento della condanna, diventarono

fratelli primogeniti di tutti gli oppressi; i fuorusciti corsi a

combattere nella Spagna e nella Grecia giganteggiarono eroi nelle

fantasie e nei racconti popolari; l'aristocrazia oppressa come il popolo

gli si avvicinò; la borghesia, troppo attiva per stancarsi nelle bisogne

materiali e anelante alla scienza e al potere, si dilatò riunendo in un

pensiero comune i due estremi sociali; la letteratura crebbe, la

filosofia si rialzò, le scienze ripresero l'interrotto lavoro.

L'autorità fu tirannide straniera: il pensiero dell'indipendenza

accomunò tutte le classi, ospitando nelle proprie pieghe tutte le

passioni della libertà.

CAPITOLO SECONDO.

Trame ed insurrezioni del '31

Incubazione liberale.

L'opposizione scoppiata in Francia fra liberali e realisti aveva aperto

una palestra a tutti gli ingegni d'Europa.

Una discussione sapiente ed appassionata, vasta e minuta, caustica fino

alla satira ed inesauribile come un pettegolezzo, obbligava tutti gli

antichi diritti a produrre i propri titoli contro il mondo nuovo

prodotto dalla rivoluzione e garantito dalla Carta. Le dispute delle

Camere insegnavano ai popoli le teoriche di una sovranità popolare, che

i disordini della rivoluzione e le guerre dell'impero avevano loro

impedito di comprendere. Il nuovo liberalismo borghese in lotta colle

ultime reazioni realiste appariva molto più bello e generoso di quanto

poi doveva mostrarsi. Si reclamavano tutte le libertà, si voleva tutta

l'uguaglianza legale. Gli antiquati privilegi, costretti a confessare il

proprio principio, diventavano ancora più ridicoli che odiosi; il re

prigioniero della Carta non era più che un funzionario insubordinato

contrastandone l'applicazione, meritevole di espulsione come ogni altro

se ardisse violarne i patti. L'aristocrazia, disonoratasi negli avari

reclami, coi quali aveva ottenuto dalla Francia esausta un miliardo

d'indennizzo, appariva codazzo di servitori a un re servo di stranieri,

più straniera del re avendo per vent'anni combattuta la patria sotto

tutte le insegne, ignorante di fronte alla nuova borghesia padrona di

tutte le scienze, spregevole dinanzi all'esercito che un'altra

aristocrazia di eroi aveva guidato alla vittoria su tutti i campi

d'Europa, odiosa al popolo che l'aveva veduta fuggire ai primi gridi

della rivoluzione e ritornare ai primi disastri dell'invasione. La parìa

non rappresentava quindi che la corte, mentre il parlamento, per quanto

l'elettorato ne fosse ristretto, rappresentava la nazione.

Aristocrazia e dinastia negavano rivoluzione ed impero: la Francia

riaffermando l'una e l'altro voleva essere sovrana di se stessa per

ritornare alla testa dell'Europa.

Laonde tutti i popoli agitati dall'idea rivoluzionaria miravano a lei,

come aspettando la parola di nuove rivoluzioni.

Giornali e libri, aiutati dalle nuove facilità di comunicazioni,

portavano ovunque la luce e il calore degli insegnamenti liberali. Una

letteratura senza esempio in alcuna epoca della storia illuminava dalla

Francia tutto il mondo, mentre il grande periodo filosofico della

Germania chiudendosi apriva quello più vivace delle applicazioni

politiche e scientifiche. La solidarietà, insegnata loro dalle guerre

napoleoniche, rendeva i popoli più pronti ad accogliere i nuovi

principii e ad intendersi nell'azione per trarne le conseguenze; la

borghesia, ancora sola a combattere, era costretta dalla dialettica

della storia ad affettare una democrazia migliore del proprio cuore e

maggiore del proprio interesse. Il parlamentarismo, barcollante sulla

doppia base della sovranità popolare e della regalità ancora consacrata

dal diritto divino, si esauriva, addestrandosi a più alte prove nello

sforzo quotidiano di conciliare le antitesi rinascenti da una

costituzione considerata dalla corte come una concessione e dalla

nazione come un diritto, nella quale il re si sentiva violato e il

popolo si aspettava di essere ad ogni ora tradito. Religione e clero,

ostili alla costituzione, vi si destreggiavano per comandare ed

impinguarsi; i costumi mutati proseguivano l'opera livellatrice della

rivoluzione; l'arringo politico, esigendo attitudini scientifiche e

abitudini popolari, diventava sempre più difficile all'aristocrazia,

mentre l'aumentata facilità dell'istruzione attirava il popolo a queste

battaglie del pensiero. Naturalmente la Francia, discutendo per tutti

dall'alto delle proprie tribune, congiurava per tutti nel segreto delle

proprie sètte afforzate dai veterani della rivoluzione e dai soldati

dell'impero coll'energia di gente usata a tutti i pericoli. Da Parigi

muovevano gli ordini e si attendevano soccorsi. Spagna, Grecia,

Germania, Polonia, Italia seguivano nell'armi contro tutti gli Stati

feudali. La Grecia si ostinava nella propria guerra contro i turchi,

aspettando nella sicurezza eroica dell'istinto da una contraddizione

europea l'urto necessario a frangere a suo favore l'unità dispotica

della Santa Alleanza; l'Italia, ricaduta dopo le meschine sollevazioni

di Napoli e di Torino nella prima soggezione, seguitava con più nobile

fervore l'opera segreta della propria ricostituzione.

Un fecondo disinganno era succeduto alla disperazione delle ultime

sconfitte. Nè la corte di Torino, nè quella di Napoli avrebbero mai

accettato di capitanare la rivoluzione; l'organismo delle sètte si era

addimostrato insufficiente, l'isolamento dell'insurrezione aveva loro

conteso persino l'onore di una morte eroica. Si cominciava a comprendere

che il malcontento militare dei residui napoleonici e le pretese

arcaicamente generose o ipocritamente egoiste dell'aristocrazia essendo

senza forza, la borghesia sola avrebbe dovuto fare la rivoluzione,

mentre il popolo seppellito nell'ignavia secolare vi assisterebbe quasi

impassibile. Si potrebbe calcolare su qualche sua collera, non sulla sua

fede rivoluzionaria; la miseria, l'ignoranza, un timore cieco

dell'Austria, un rispetto superstizioso per Roma, gl'impedivano di

comprendere l'idealità del mondo moderno. Le sue passioni erano ancora

quelle delle antiche plebi; molte sue abitudini, specialmente nelle

campagne infestate da banditi, si sarebbero prestate a virtù di guerra,

ma gli mancavano ancora la passione indispensabile al coraggio

d'insorgere e l'idea necessaria alla costanza di una rivoluzione. Lo

stesso dispotismo dei governi era quasi senza oppressione per il popolo

uso da secoli a servire, dacchè le nuove persecuzioni preferivano coloro

più alti per grado di classe o elettezza di natura.

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 1 / 30 段