Giustiniano vedeva con piacere le dissensioni dei Goti, e la mediazione

dell'alleato celava, e favoriva le ambiziose mire del conquistatore. I

suoi Ambasciatori, nella pubblica loro udienza richiesero la Fortezza di

Lilibeo, dieci Barbari fuggitivi, ed una giusta compensazione per il

saccheggio d'una piccola Città sui confini dell'Illirico; ma

segretamente trattarono con Teodato la resa della provincia di Toscana,

e tentarono Amalasunta di trarsi fuori dal pericolo e dalla perplessità,

mediante una libera restituzione del Regno d'Italia. La Regina

prigioniera sottoscrisse con ripugnanza una lettera falsa e servile, ma

i Senatori Romani, mandati a Costantinopoli, manifestarono la vera di

lei situazione, e Giustiniano per mezzo d'un nuovo Ambasciatore,

intercesse più efficacemente per la libertà, e per la vita di essa. Le

segrete istruzioni però dell'istesso Ministro eran dirette a servire la

crudel gelosia di Teodora, che temeva la presenza e le superiori

attrattive d'una rivale: egli insinuò, con artificiosi ed ambigui cenni,

l'esecuzione d'un delitto così vantaggioso a' Romani[663]; ricevè la

notizia della morte della Regina con dispiacere e con isdegno; ed in

nome del suo Padrone dichiarò immortal guerra contro il perfido di lei

assassino. In Italia, ugualmente che in Affrica il delitto d'un

usurpatore parve, che giustificasse le armi di Giustiniano; ma le forze

ch'egli apparecchiò, non eran sufficienti per rovesciare un potente

Regno, se il piccolo numero di esse non si fosse aumentato dal nome,

dallo spirito e dalla condotta d'un Eroe. Una scelta truppa di guardie a

cavallo armate con lancie e scudi, accompagnavano la persona di

Belisario; la sua cavalleria era composta di dugento Unni, di trecento

Mori, e di quattromila _Confederati_; e l'infanteria consisteva in soli

tremila Isauri. Il Console Romano dirigendo il suo corso come nella

prima spedizione, gettò l'ancora avanti a Catania in Sicilia per

osservare la forza dell'Isola, e per determinare, se dovea tentarne la

conquista o pacificamente proseguire il suo viaggio per la costa di

Affrica. Ei vi trovò un fertil terreno, ed un Popolo amichevole.

Nonostante la decadenza dell'agricoltura, la Sicilia sosteneva sempre i

granai di Roma; gli affittaiuoli di essa erano graziosamente esentati

dall'oppressione de' quartieri militari; ed i Goti, che affidavano la

difesa dell'Isola a' suoi abitanti, ebber ragione di dolersi, che la lor

fiducia fu ingratamente tradita. Invece di chiedere ed aspettare l'aiuto

del Re d'Italia, essi alle prime intimazioni prestarono volentieri

ubbidienza; e questa Provincia, ch'era stata il primo frutto delle

guerre Puniche, dopo una lunga separazione fu nuovamente unita

all'Imperio Romano[664]. La guarnigione Gotica di Palermo, che sola

tentò di resistere, dopo un breve assedio fu ridotta ad arrendersi,

mediante un singolare strattagemma. Belisario introdusse le sue navi

nell'intimo recinto del porto; i loro battelli furono a forza di cavi e

di carucole alzati fino alla cima de' loro alberi, e furono empiti di

arcieri, che da quel luogo dominavano le mura della Città. Dopo questa

facile e fortunata campagna il Conquistatore entrò in Siracusa

trionfante, alla testa delle vittoriose sue truppe, gettando al Popolo

delle medaglie d'oro, nel giorno in cui gloriosamente finiva l'anno del

suo Consolato. Ei passò la stagione invernale nel palazzo degli antichi

Re in mezzo alle rovine d'una colonia Greca, che una volta estendevasi

ad una circonferenza di ventidue miglia[665]; ma nella primavera, dopo

la festa di Pasqua, fu interrotto il proseguimento de' suoi disegni da

una pericolosa sommossa delle truppe Affricane. Si salvò Cartagine per

la presenza di Belisario, che immediatamente sbarcovvi con mille

guardie; duemila soldati di dubbiosa fede tornarono alle bandiere

dell'antico lor Comandante; ed ei fece senza esitare più di cinquanta

miglia per cercare un nemico, che affettava di compassionare, e di

sprezzare. Ottomila ribelli tremarono all'avvicinarsi di esso; furono

messi in rotta al primo incontro dalla destrezza del loro Signore; e

questa ignobil vittoria restituito avrebbe la pace all'Affrica, se il

Conquistatore non fosse stato richiamato in fretta nella Sicilia per

quietare una sedizione, che si era accesa durante e la sua assenza nel

proprio Campo[666]. Il disordine e la disubbidienza erano le malattie

comuni di que' tempi. Non risedevano che nell'animo di Belisario il

talento per comandare, e la virtù di obbedire.

[A. 534-536]

Quantunque Teodato discendesse da una stirpe di Eroi, non sapeva l'arte

della guerra, e ne abborriva i pericoli; e quantunque avesse studiato

gli scritti di Platone e di Tullio, la Filosofia non fu capace di

purgare il suo spirito dalle più basse passioni dell'avarizia e del

timore. Egli aveva comprato uno scettro per mezzo dell'ingratitudine e

dell'uccisione: e alla prima minaccia d'un nemico, avvilì la propria

maestà, e quella di una Nazione, che già sprezzava il suo indegno

Sovrano. Sorpreso dal fresco esempio di Gelimero, si vedeva tratto in

catene per le strade di Costantinopoli; l'eloquenza di Pietro,

Ambasciator Bizantino accrebbe i terrori, che ispirava Belisario; e

quell'audace e sottile Avvocato lo persuase a sottoscrivere un trattato,

troppo ignominioso per servir di fondamento ad una pace durevole. Fu

stipulato, che nelle acclamazioni del Popolo Romano sempre si

proclamasse il nome dell'Imperatore avanti a quello del Re Goto, e che

ogni volta che s'innalzava in bronzo o in marmo la statua di Teodato,

gli fosse posta alla destra la divina immagine di Giustiniano: invece di

conferire gli onori del Senato, il Re d'Italia era ridotto a

sollecitarli; ed era indispensabile il consenso dell'Imperatore, prima

ch'ei potesse eseguir la sentenza di morte, o di confiscazione contro

d'un Prete, o d'un Senatore. Il debol Monarca rinunziò al possesso della

Sicilia; offerì, come un annuo segno della sua dipendenza, una corona

d'oro del peso di trecento libbre; e promise di somministrare, alla

richiesta del suo Sovrano, tremila Goti ausiliari per servizio

dell'Impero. Soddisfatto di queste straordinarie concessioni, l'abile

agente di Giustiniano affrettò il suo ritorno a Costantinopoli; ma

appena era giunto alla villa Albana[667], che fu richiamato dall'ansietà

di Teodato; e merita d'esser riportato nell'originale sua semplicità

questo dialogo fatto fra il Re e l'Ambasciatore: «Siete voi di

sentimento, che l'Imperatore ratificherà questo Trattato? Forse. Qualora

ei ricusi, qual conseguenza ne verrà? _La guerra._ Tal guerra sarà ella

giusta o ragionevole? _Sicurissimamente: ognuno agirebbe secondo il suo

carattere._ Che intendete di dire? _Voi siete un filosofo; Giustiniano è

Imperator de' Romani: mal converrebbe al discepolo di Platone spargere

il sangue di più migliaia di uomini per una sua privata contesa; ma il

successore d'Augusto dovrebbe rivendicare i suoi diritti, e ricuperare

con le armi le antiche Province del suo Impero_». Questo ragionamento

non è per avventura molto convincente, ma servì per mettere in

agitazione e per vincer la debolezza di Teodato, che tosto discese

all'ultima sua offerta di rinunziare per il meschino prezzo d'una

pensione di quarantottomila lire sterline il Regno de' Goti e

degl'Italiani, e d'impiegare il resto de' suoi giorni negl'innocenti

piaceri della filosofia e dell'agricoltura. Affidò ambedue i trattati

all'Ambasciatore, sulla fragile sicurezza d'un giuramento di non

manifestare il secondo, finattantochè non si fosse positivamente

rigettato il primo. Se ne può facilmente prevedere l'evento. Giustiniano

richiese ed accettò l'abdicazione del Re Goto. L'instancabile suo agente

da Costantinopoli tornò a Ravenna con ampie istruzioni, e con una bella

lettera, che lodava la saviezza e generosità del Reale Filosofo, gli

accordava la pensione, con assicurarlo di quegli onori, dei quali poteva

esser capace un suddito Cattolico, e prudentemente fu commessa la finale

esecuzion del Trattato alla presenza ed autorità di Belisario. Ma nel

tempo che restò sospeso, due Generali Romani, che erano entrati nella

Provincia di Dalmazia, furon disfatti ed uccisi dalle truppe Gotiche.

Teodato, da una cieca ed abbietta disperazione, capricciosamente passò

ad una presunzione senza fondamento e fatale[668], ed osò di ricevere

con minacce e disprezzo l'ambasciatore di Giustiniano, che insistè nella

sua promessa, sollecitò la fedeltà de' suoi sudditi, ed arditamente

sostenne l'inviolabile privilegio del proprio carattere. La marcia di

Belisario dissipò quest'orgoglio immaginario; e siccome fu consumata la

prima campagna[669] nel soggiogar la Sicilia, Procopio assegna

l'invasione d'Italia al secondo anno della Guerra Gotica[670].

[A. 537]

Dopo aver Belisario lasciato sufficienti guarnigioni in Palermo e in

Siracusa, imbarcò le sue truppe a Messina, e le sbarcò senza resistenza

sui lidi opposti di Reggio. Un Principe Goto, che avea sposato la figlia

di Teodato, stava con un esercito a guardar l'ingresso d'Italia; ma esso

imitò senza scrupolo l'esempio d'un Sovrano, che mancava a' suoi

pubblici e privati doveri. Il perfido Ebermore disertò con i suoi

seguaci al campo Romano, e fu mandato a godere i servili onori della

Corte Bizantina[671]. La flotta e l'esercito di Belisario s'avanzarono

quasi sempre in vista l'una dell'altro da Reggio a Napoli, per quasi

trecento miglia lungo la costa del mare. Il Popolo dell'Abruzzo, della

Lucania e della Campania, che abborriva il nome e la religione de' Goti,

profittò dello specioso pretesto che le rovinate lor mura erano incapaci

di difesa; i soldati pagavano un giusto prezzo di ciò che compravano

sugli abbondanti mercati; e la sola curiosità interrompeva le pacifiche

occupazioni degli agricoltori o degli artefici. Napoli, ch'è divenuta

una grande e popolata Capitale, conservò lungamente il linguaggio ed i

costumi di colonia Greca[672]: e la scelta, che ne fece Virgilio, aveva

nobilitato quest'elegante ritiro, che attraeva gli amatori del riposo e

dello studio, allontanandogli dallo strepito, dal fumo e dalla laboriosa

opulenza di Roma[673]. Appena fu investita per mare e per terra la

piazza, Belisario diede udienza ai deputati del Popolo, che l'esortavano

a non curare una conquista indegna delle sue armi, a cercare in un campo

di battaglia il Re dei Goti, e dopo d'averlo vinto, a ricevere come

Sovrano di Roma l'omaggio delle Città dipendenti. «Quando io tratto co'

miei nemici, replicò il Capitano Romano con un altiero sorriso, io son

più assuefatto a dare, che a ricever consiglio: ma tengo in una mano

l'inevitabil rovina, e nell'altra la pace e la libertà, come ora gode la

Sicilia». L'impazienza della dilazione lo mosse ad accordar le più

liberali condizioni, ed il suo onore ne assicurava l'effettuazione: ma

Napoli era divisa in due fazioni, e la democrazia Greca era infiammata

da' suoi Oratori, i quali con molto spirito e con qualche verità

rappresentarono alla moltitudine, che i Goti avrebber punito la lor

mancanza di fede, e che Belisario medesimo dovea stimare la loro lealtà

e valore. Le deliberazioni però che facevansi, non erano perfettamente

libere; la Città era dominata da ottocento Barbari, le mogli ed i figli

de' quali si ritenevano a Ravenna come pegni della lor fedeltà; e fino

gli Ebrei, ch'erano ricchi e numerosi, opponevansi con disperato

entusiasmo alle intolleranti leggi di Giustiniano. In un tempo assai

posteriore, la circonferenza di Napoli[674] non era più di duemila

trecento sessantatre passi[675]: le fortificazioni eran difese da

precipizi o dal mare; se si tagliavano gli acquedotti, poteva supplirsi

con l'acqua de' pozzi e de' fonti; e la quantità delle provvisioni era

sufficiente a stancar la pazienza degli assedianti. Al termine di venti

giorni era quasi esausta quella di Belisario, ed erasi accomodato alla

vergogna d'abbandonar l'assedio per poter marciare, avanti l'inverno,

contro Roma, ed il Re de' Goti. Ma fu la sua ansietà soddisfatta

dall'ardita curiosità d'un Isauro, ch'esplorò il canale asciutto d'un

acquedotto, e segretamente riferì, che potevasi aprire un passaggio per

introdurre una fila di soldati armati nel cuore della Città. Quando

l'opera fu tacitamente eseguita, l'umano Generale rischiò la scoperta

del suo segreto con un ultimo ed infruttuoso avviso dell'imminente

pericolo. Nell'oscurità della notte, quattrocento Romani entrarono

nell'acquedotto, s'introdussero per mezzo d'una fune, che legarono ad un

ulivo, nella casa o nel giardino d'una solitaria matrona, suonarono le

loro trombette, sorpreser le sentinelle, ed ammessero i loro compagni,

che da ogni parte scalaron le mura, ed aprirono le porte della Città. Fu

commesso, come per diritto di guerra, ogni delitto che si punisce dalla

giustizia sociale; gli Unni si distinsero per la crudeltà ed il

sacrilegio, ed il solo Belisario comparve per le strade, e nelle Chiese

di Napoli a moderar la calamità, ch'egli aveva predetto. «L'oro e

l'argento, esclamò più volte, sono i giusti premj del vostro valore; ma

risparmiate gli abitanti: essi son Cristiani, son supplichevoli, e son

ora vostri concittadini. Restituite i figli a' loro Genitori; le mogli

a' loro mariti; e dimostrate loro, mediante la vostra generosità di

quali amici hann'ostinatamente privato se stessi». La Città fu salvata

per la virtù, e per l'autorità del suo Conquistatore[676]; e quando i

Napoletani tornarono alle loro case, trovarono qualche sollievo nel

segreto godimento de' nascosti loro tesori. La guarnigione Barbara

s'arruolò al servizio dell'Imperatore; la Puglia e la Calabria, liberate

dall'odiosa presenza de' Goti, riconobbero il suo dominio; e L'Istorico

di Belisario curiosamente descrive le zanne del Cignale Calidonio, che

tuttavia si mostravano a Benevento[677].

[A. 536-540]

I Soldati e Cittadini fedeli di Napoli avevano indarno aspettato d'esser

liberati da un Principe, che restò inoperoso, e quasi indifferente

spettatore della loro rovina. Teodato si assicurò dentro le mura di

Roma, mentre la sua cavalleria si avanzò quaranta miglia sulla via

Appia, e si accampò nelle paludi Pontine, le quali, mediante un canale

lungo diciannove miglia erano state recentemente seccate, e convertite

in eccellenti pasture[678]. Ma le Fortezze principali dei Goti eran

disperse nella Dalmazia, nella Venezia, e nella Gallia, ed il debole

spirito del loro Re era confuso dall'infelice evento d'una divinazione,

che sembrava presagir la caduta del suo Impero[679]. I più abbietti

schiavi hanno (talvolta) processato il delitto, o la debolezza d'uno

sfortunato padrone; ma il carattere di Teodato fu rigorosamente

esaminato da un libero, e quieto campo di Barbari, consapevoli del lor

diritto e potere; fu esso dichiarato indegno della sua razza, della

Nazione e del trono, ed il loro Generale Vitige, che avea segnalato il

proprio valore nella guerra Illirica, fu innalzato con unanime applauso

sopra gli scudi de' suoi compagni. Al primo romore di ciò, il deposto

Monarca fuggì dalla giustizia de' propri Nazionali; ma fu inseguito

dalla vendetta privata. Un Goto, ch'egli aveva offeso nel suo amore,

sorprese Teodato sulla via Flaminia, e senza riguardo alle non virili

sue strida, lo scannò, mentre stava prostrato sul suolo, come una

vittima (dice l'Istorico) a piè dell'Altare. L'elezione del Popolo è il

titolo migliore e più puro per regnare sopra di esso; pure tal è il

pregiudizio d'ogni tempo, che Vitige impazientemente desiderò di tornare

a Ravenna per poter ivi prendere, con la ripugnante mano della figlia di

Amalasunta, una debole ombra di ereditario diritto. Si tenne

immediatamente un Concilio Nazionale, ed il nuovo Monarca dispose

l'impaziente spirito dei Barbari ad un passo vergognoso, che la cattiva

condotta del suo predecessore avea reso indispensabile e savio. I Goti

acconsentirono a ritirarsi in faccia d'un vittorioso nemico; a differire

fino alla primavera seguente le operazioni d'una guerra offensiva: a

richiamare le sparse loro truppe; ad abbandonare i lontani loro

stabilimenti, e ad affidare anche la stessa Roma alla fede de' suoi

abitanti. Lauderi attempato guerriero, fu lasciato nella Capitale con

quattromila soldati: debole guarnigione, che avrebbe potuto secondare lo

zelo de' Romani, quantunque fosse incapace d'opporsi ai desiderj di

essi. Ma si accese ne' loro animi un momentaneo entusiasmo di religione

e di patriottismo: essi furiosamente esclamarono che la Sede Apostolica

non dovea più lungamente profanarsi dal trionfo, o dalla tolleranza

dell'Arrianismo, che non si dovevan più calpestare le tombe de' Cesari

da' selvaggi del Settentrione; e senza riflettere, che l'Italia dovea

divenire una Provincia di Costantinopoli, con trasporto applaudirono

alla restaurazione d'un Imperator Romano, come, ad una nuova epoca di

libertà e di prosperità. I Deputati del Papa e del Clero, del Senato e

del Popolo invitarono il Luogotenente di Giustiniano ad accettare il

loro volontario omaggio, e ad entrare nella Città, di cui si sarebbero

aperte le porte per riceverlo. Tosto che Belisario ebbe fortificato le

sue nuove conquiste di Napoli e di Cuma, si avanzò per circa venti

miglia fino alle rive del Vulturno, contemplò la decaduta grandezza di

Capua, e si fermò dove la via Latina si separa dall'Appia. L'opera del

Censore, dopo l'uso continuo di nove secoli, tuttavia conservava la sua

primitiva bellezza, e neppure, una fessura potea scuoprirsi nelle grandi

e levigate pietre, delle quali era quella solida, sebbene stretta via,

si stabilmente composta[680]. Belisario però preferì la via Latina, che

lontana dal mare e dalle paludi continuava per lo spazio di centoventi

miglia lungo il piede delle montagne. I suoi nemici erano spariti.

Quando egli fece il suo ingresso per la porta Asinaria, la guarnigione

partì senz'alcuna molestia per la via Flaminia; e la Città, dopo

sessant'anni di servitù, fu liberata dal giogo de' Barbari. Il solo

Leuderi, per un motivo d'orgoglio o di mal contento, non volle

accompagnare i fuggitivi; ed il Capitano de' Goti, ch'era egli medesimo

un trofeo della vittoria, fu mandato con le chiavi di Roma al Trono

dell'Imperator Giustiniano[681].

[A. 537]

I primi giorni, che corrispondevano agli antichi Saturnali, consacrati

furono alla vicendevol congratulazione, ed alla pubblica gioia; ed i

Cattolici si preparavano a celebrare, senza rivali, la prossima festa

della Natività di Cristo. Nella famigliar conversazione d'un Eroe,

acquistarono i Romani qualche cognizione delle virtù, che l'Istoria

attribuiva a' loro Maggiori, furono edificati dell'apparente rispetto di

Belisario per il successor di S. Pietro; e la rigida sua disciplina

assicurò loro, in mezzo alla guerra, i vantaggi della tranquillità e

della giustizia. Essi applaudirono al rapido successo delle sue armi,

che invasero l'addiacente campagna, fino a Narni, Perugia e Spoleto; ma

tremò il Senato, il Clero ed il Popolo imbelle all'udire, ch'egli aveva

risoluto, e presto sarebbe stato nel caso di sostenere un assedio contro

le forze della Monarchia Gotica. Furono eseguiti nella stagione

invernale i disegni di Vitige con diligenza ed effetto. I Goti dalle

rustiche loro abitazioni e dalle lor guarnigioni più distanti,

adunaronsi a Ravenna per difesa del loro Paese; e tale ne fu il numero,

che dopo averne distaccata un'armata in aiuto della Dalmazia, marciarono

sotto le bandiere Reali ben cento cinquantamila combattenti. Secondo i

vari gradi del posto o del merito, il Re Goto distribuì armi e cavalli,

ricchi doni e liberali promesse: ei si mosse lungo la via Flaminia,

evitò gl'inutili assedj di Perugia e di Spoleto, rispettò

l'inespugnabile Rocca di Narni, ed arrivò lontano due miglia di Roma, a

piè del Ponte Milvio. Quello stretto passo era fortificato con una

torre, e Belisario avea contato l'importanza di venti giorni, che

bisognava consumare nel costruire un altro ponte. Ma la costernazion de'

soldati della torre, che o fuggirono o disertarono, sconcertò le sue

speranze, ed espose la sua persona al più imminente pericolo. Il

Generale Romano, alla testa di mille cavalli, uscì dalla porta Flamminia

per notare il luogo d'una vantaggiosa posizione, e per osservare il

campo de' Barbari; ma mentre li credeva sempre dall'altra parte del

Tevere, fu ad un tratto circondato ed assalito dagl'innumerabili loro

squadroni. Il destino d'Italia dipendeva dalla sua vita; ed i disertori

si dirigevano all'appariscente cavallo baio[682] con la faccia bianca,

ch'ei cavalcava in quella memorabil giornata: «Mira al cavallo baio» era

il grido universale. Ogni arco era teso, ed ogni dardo appuntato contro

quel fatale oggetto, e veniva ripetuto ed eseguito quest'ordine da

migliaia di persone, che ne ignoravano il vero motivo. I più arditi

Barbari si avanzarono al più onorevol combattimento delle spade e delle

lance, e la lode d'un nemico ha onorato la caduta di Visando, che

portando la bandiera[683] mantenne il suo posto avanti degli altri,

finattantochè non rimase trafitto da tredici ferite, per mano forse di

Belisario medesimo. Il Generale Romano era forte, attivo e destro; da

ogni parte scagliava i pesanti e mortali suoi colpi; le fedeli sue

guardie ne imitarono il valore, e ne difesero la persona; ed i Goti,

dopo una perdita di mille uomini, fuggirono innanzi alle armi d'un Eroe.

Furono temerariamente inseguiti fino al lor campo, ed i Romani, oppressi

dalla moltitudine, fecero una lenta ed alla fine precipitosa ritirata

verso le porte della Città, le quali si chiusero in faccia de'

fuggitivi; ed il pubblico terrore s'accrebbe dalla notizia, che

Belisario era stato ucciso. Era in vero sfigurato il suo aspetto dal

sudore, dalla polvere, e dal sangue; rauca n'era la voce, e quasi

esausta la forza; ma tuttavia gli restava l'invincibile suo coraggio: ei

lo partecipò agli abbattuti compagni; ed il disperato loro ultimo sforzo

si sentì da' Barbari, posti nuovamente in fuga come se fosse uscito

dalla Città un altro vigoroso ed intero esercito. Fu aperta la porta

Flamminia ad un _vero_ trionfo; ma non potè Belisario esser persuaso

dalla moglie e dagli amici a prendere il necessario ristoro di cibo e di

sonno, prima d'aver visitato ogni posto, e provveduto alla pubblica

sicurezza. Nello stato più perfetto dell'arte della guerra, è raro che

un Generale abbia bisogno, o che anche gli sia permesso di mostrare la

personal sua prodezza di soldato; e può aggiungersi quello di Belisario

a' rari esempi di Enrico IV, di Pirro e d'Alessandro.

Dopo questo primo ed infelice sperimento de' nemici, tutto l'esercito

dei Goti passò il Tevere e formò l'assedio della Città, che continuò più

d'un anno, fino all'ultima loro partenza. Per quanto possa spaziar

l'immaginazione, l'esatto compasso del Geografo determina il circuito di

Roma ad una linea di dodici miglia e di trecento quarantacinque passi; e

questo circuito, eccettuata la parte ch'è nel Vaticano, è stato

invariabilmente il medesimo dal trionfo di Aureliano, fino al pacifico,

ma oscuro Regno de' moderni Papi[684]. Ma nel tempo della sua grandezza,

lo spazio compreso dentro le mura era pieno di abitazioni e di abitanti;

ed i popolati sobborghi, che s'estendevano lungo le pubbliche strade,

partivano come tanti raggi da un centro comune. Le avversità le tolsero

questi estranei ornamenti, e lasciarono desolata e nuda anche una parte

considerabile de' sette Colli. Nondimeno, Roma, nel presente suo stato,

potrebbe mettere in campo sopra trentamila uomini atti a militare[685];

e nonostante la mancanza di disciplina e d'esercizio, la massima parte

di essi, assuefatta a' travagli della povertà, sarebbe capace di portar

le armi per la difesa della patria e della religione. La prudenza di

Belisario non trascurò questo importante ripiego. Furono alquanto

sollevati i suoi soldati dallo zelo e dalla diligenza del Popolo, che

vegliava mentr'essi dormivano, e lavorava mentr'essi riposavano; egli

accettò il volontario servizio della più brava e indigente gioventù

Romana; e le compagnie di cittadini talvolta rappresentavano, in un

posto vacante, le truppe, che si eran mandate a fare operazioni di

maggiore importanza. Ma la giusta sua fiducia era posta ne' veterani,

che avevan combattuto sotto le sue bandiere nelle guerre di Persia o

dell'Affrica; e sebbene quella valorosa truppa fosse ridotta a

cinquemila uomini, con sì tenue numero intraprese a difendere un recinto

di dodici miglia contro un esercito di cento cinquantamila Barbari.

Nelle mura di Roma, che Belisario costruì o restaurò, si possono ancora

discernere i materiali dell'antica architettura[686]; e fu compita

l'intera fortificazione, a riserva d'un apertura, che sempre esiste fra

le porte Pincia e Flamminia, e che i pregiudizi de' Goti e de' Romani

lasciavano sotto l'efficace custodia di S. Pietro Apostolo[687]. I

bastioni erano fatti ad angoli acuti; un fosso largo e profondo

difendeva il piede della muraglia; e gli arcieri sopra di essa erano

aiutati dalle macchine militari, come dalla _Balista_, forte arco in

forma di croce, che scagliava corti, ma grossi dardi, e dagli _Onagri_,

o asini selvaggi che a guisa di fionde gettavano pietre e palle di

enorme grandezza[688]. Sì tirò una catena a traverso il Tevere; si

resero impervj gli archi degli acquedotti; e la mole o il sepolcro

d'Adriano[689] fu per la prima volta convertito in una Cittadella.

Questa venerabile Fabbrica, la quale conteneva le ceneri degli Antonini,

era una Torre circolare, che s'alzava sopra una base quadrangolare; era

coperta di marmo bianco di Paros e decorata da statue di Numi e di Eroi;

e l'amatore delle arti dee leggere sospirando, che le opere di

Prassitele o di Lisippo fossero staccate dagli alti lor piedestalli, e

gettate nel fosso sulle teste degli assedianti[690]. A ciascuno de' suoi

Luogotenenti Belisario assegnò la difesa d'una porta, con la savia e

perentoria istruzione, che qualunque muovimento potesse farsi, essi

restassero costantemente a' rispettivi lor posti, e lasciassero al

Generale il pensiero della salvezza di Roma. Il formidabil'esercito de'

Goti non fu sufficiente ad abbracciar l'ampio circuito della Città; di

quattordici porte non ne furono investite che sette dalla via Prenestina

fino alla Flamminia; e Vitige divise le sue truppe in sei campi,

ciascheduno dei quali era fortificato con un fosso ed un muro. Dalla

parte del fiume verso la Toscana, formossi un settimo accampamento nel

campo o circo del Vaticano, per l'importante oggetto di dominare il

ponte Milvio, ed il corso del Tevere; ma s'accostavano con devozione

alla vicina Chiesa di S. Pietro, e durante l'assedio, la soglia de'

Santi Apostoli fu rispettata da un nemico Cristiano. Ne' secoli delle

vittorie, ogni volta che il Senato decretava qualche distante conquista,

il Console dichiarava la guerra con aprire in solenne pompa le porte del

Tempio di Giano[691]. La guerra domestica rese in quest'occasione

superfluo l'avviso, e la ceremonia erasi abolita dallo stabilimento

d'una nuova Religione: ma rimaneva tuttora in piedi nel Foro il tempio

di bronzo di Giano, ch'era di una grandezza capace di contener solamente

la statua di quel nume alta cinque cubiti, di figura umana, ma con due

faccie, dirette all'Oriente ed all'Occidente. Le doppie porte erano

parimente di bronzo; ed un inutile sforzo per girarle su' rugginosi lor

cardini, manifestò lo scandaloso segreto, che v'erano de' Romani

tuttavia attaccati alla superstizione de' loro Maggiori.

Gli assedianti consumaron diciotto giorni a provveder tutti

gl'istrumenti d'attacco, che aveva inventato l'antichità. Si prepararon

delle fascine per empiere i fossi, e delle scale per salir sulle mura; i

più grossi alberi della foresta somministraron le travi di quattro

arieti, che avevano le teste armate di ferro; essi eran sospesi per

mezzo di cavi, e maneggiati da cinquant'uomini per ciascheduno. Le alte

torri di legno si muovevano sopra delle ruote o de' rulli e formavano

una spaziosa piattaforma al livello della muraglia. La mattina del

decimonono giorno, fu fatto un generale attacco dalla Porta Prenestina

fino alla Vaticana: s'avanzarono all'assalto sette colonne Gotiche con

le loro macchine militari; ed i Romani che stavano in fila sulle mura,

prestavano con dubbiezza ed ansietà orecchio alle vive assicurazioni de'

lor Comandanti. Appena il nemico s'accostò al fosso, Belisario medesimo

scagliò il primo dardo; e tale fu la sua forza e destrezza, che trafisse

il primo de' condottieri barbari. Un rimbombo d'applauso e di vittoria

andò eccheggiando lungo le mura. Tirò egli un secondo dardo, ed il colpo

ebbe il medesimo successo e la medesima acclamazione. Allora il Generale

Romano diede ordine, che gli arcieri mirassero a' luoghi dov'erano

attaccati i bovi, e questi furono immediatamente coperti di mortali

ferite; le torri, ch'essi tiravano, restarono inutili ed immobili; ed un

solo momento sconcertò i laboriosi progetti del Re dei Goti. Malgrado di

questo smacco, Vitige continuò tuttavia, o finse di continuare l'assalto

della porta Salaria per divertir l'attenzione del suo avversario, mentre

le principali sue forze più fortemente attaccavano la porta Prenestina,

ed il sepolcro d'Adriano alla distanza di tre miglia da quella. Vicino

alla prima, le doppie mura del _Vivarium_[692] erano basse o rotte: le

fortificazioni dell'altro erano guardate debolmente: si eccitava il

vigore de' Goti dalla speranza della vittoria e della preda; e se avesse

ceduto un sol posto, i Romani e Roma stessa erano irreparabilmente

perduti. Questa pericolosa giornata fu la più gloriosa nella vita di

Belisario: in mezzo al tumulto ed allo spavento era distintamente

presente al suo spirito tutto il piano dell'attacco e della difesa;

osservava le mutazioni d'ogni istante; pesava ogni possibil vantaggio;

accorreva ne' luoghi di pericolo; e comunicava il suo coraggio con

tranquilli e decisivi ordini. Il combattimento mantennesi fieramente

dalla mattina fino alla sera; i Goti furon rispinti da tutte le parti ed

ogni Romano potè vantarsi d'aver vinto trenta Barbari, se pur la strana

sproporzione del numero non fu contrabbilanciata dal merito d'un sol

uomo. Trentamila Goti, secondo la confessione de' propri lor Capitani

perirono in questa sanguinos'azione, e la quantità de' feriti fu uguale,

a quella de' morti. Allorchè si avanzarono all'assalto, lo stretto loro

disordine non permise che un sol giavelotto andasse a vuoto; e quando si

ritirarono, s'unì la plebaglia della Città ad inseguirli, e trafisse

impunemente le schiene dei fuggitivi loro nemici. Belisario

immediatamente sortì dalle porte, e mentre i soldati celebravano il nome

e le vittorie di lui, furono ridotte in cenere le macchine di guerra

ostili. Tale fu la perdita e la costernazione de' Goti, che dopo quel

giorno l'assedio di Roma degenerò in un tedioso e indolente blocco; e

furono essi continuamente inquietati dal Generale Romano, che in

frequenti scaramucce distrusse più di cinquemila uomini delle loro più

valorose truppe. La cavalleria de' Goti non era pratica nell'uso

dell'arco; i loro arcieri militavano a piedi; e questa forza così divisa

non fu capace di contendere co' loro avversari, le lancie ed i dardi de'

quali erano ugualmente formidabili sì da lontano che da vicino. La

consumata perizia di Belisario gli faceva abbracciar tutte le occasioni

favorevoli; e siccome sceglieva il luogo ed il momento, insisteva

nell'attacco o suonava la ritirata a proposito[693], così rare volte gli

squadroni, ch'ei distaccava, ebber cattivo successo. Questi particolari

vantaggi sparsero un impaziente ardore fra i soldati, ed il Popolo che

principiava a sentir gl'incomodi dell'assedio, ed a non curare i

pericoli d'una mischia generale. Ogni plebeo s'immaginò d'essere un

eroe, e l'infanteria, che dopo la decadenza della disciplina erasi

rigettata dalla linea di battaglia, aspirava agli antichi onori della

legione Romana. Belisario lodò il coraggio delle sue truppe, condannò la

lor presunzione, cedè a' loro clamori e preparò i rimedi d'una disfatta,

la possibilità della quale egli solo ebbe il coraggio di sospettare. Nel

quartiere del Vaticano, i Romani prevalsero; e se nel saccheggio del

campo non avessero consumato degli irreparabili momenti, avrebber potuto

occupare il ponte Milvio, ed attaccar l'esercito Gotico nella

retroguardia. Dall'altra parte del Tevere s'avanzò Belisario dalle porte

Pincia e Salaria; ma la sua armata, forse di quattromila soldati, si

perdè in una spaziosa pianura e fu circondata ed oppressa da fresche

truppe, che continuamente supplivano le rotte file de' Barbari. I

valorosi condottieri dell'infanteria, non sapendo vincere, morirono; una

precipitosa ritirata fu coperta dalla prudenza del Generale; ed i

vincitori si sottrassero con spavento dal formidabile aspetto d'una

muraglia armata. La riputazione di Belisario non fu macchiata da una

disfatta; e la vana confidenza de' Goti non fu meno vantaggiosa pe' suoi

disegni, che il pentimento e la modestia delle truppe Romane.

Fin dal momento in cui Belisario erasi determinato a sostenere un

assedio, l'assidua sua cura fu di metter Roma al coperto dal pericolo

della fame, più terribile che le armi de' Goti. Vi s'era introdotta

dalla Sicilia una straordinaria quantità di grano; le raccolte della

Campania e della Toscana furono a forza destinate per l'uso della Città;

e si violarono i diritti della proprietà privata per la forte ragione

della salvezza pubblica. Era ben facile a prevedersi che il nemico

tagliato avrebbe gli acquedotti e la mancanza de' mulini a acqua fu il

primo incomodo che prestamente si rimosse, legando insieme delle gran

barche, e fissandovi delle macine lungo la corrente del fiume. Questo

però fu tosto imbarazzato di tronchi di alberi e contaminato di

cadaveri; ma le precauzioni del General Romano tornarono sì efficaci,

che le acque del Tevere continuarono sempre a dare il moto a' mulini e

la bevanda agli abitanti; a quartieri più lontani supplivano i pozzi

domestici, ed una Città assediata poteva senza impazienza soffrire la

privazione de' suoi pubblici Bagni. Una gran parte di Roma, dalla porta

Prenestina fino alla Chiesa di S. Paolo, non fu mai investita da' Goti;

si frenavano le loro scorrerie dall'attività delle truppe Moresche; e la

navigazione del Tevere, e le strade Latina, Appia ed Ostia erano libere

e senza molestia per l'introduzione del grano e del bestiame, o per la

ritirata degli abitanti, che cercavan rifugio nella Campania o in

Sicilia. Belisario, desideroso di sgravarsi d'una inutile divorante

moltitudine, diede i suoi perentorj ordini per la subita partenza delle

donne, de' fanciulli e degli schiavi. Volle che i suoi soldati

licenziassero i loro serventi, sì maschi che femmine, e regolò in modo

il loro stipendio, che ne ricevessero una metà in provvisioni, e l'altra

in danaro. La sua previdenza fu giustificata dall'aumento della pubblica

strettezza, tosto che i Goti ebber occupato due posti importanti nelle

vicinanze di Roma. Mediante la perdita del porto, o come si dice adesso,

della città di Porto, restò chiuso il paese alla destra del Tevere, e

tolta la miglior comunicazione col mare; ed il Generale rifletteva con

dispiacere o con isdegno, che con trecent'uomini, se avesse potuto

risparmiare sì tenue quantità di truppa, avrebbe potuto difenderne le

inespugnabili fortificazioni. Alla distanza di sette miglia dalla

Capitale, fra la via Appia e la Latina, due principali acquedotti,

replicatamente incrociandosi fra loro, chiudevano dentro i solidi ed

alti loro archi un luogo fortificato[694], dove pose Vitige un campo di

settemila Goti per intercettare i convogli della Sicilia e della

Campania. Si esaurirono appoco appoco i granai di Roma; l'addiacente

campagna era stata devastata dal ferro e dal fuoco; e quegli scarsi

sussidi, che si potevan ottenere per mezzo di frettolose scorrerie,

servivan di premio al valore, ed erano il prezzo della ricchezza: non

mancò mai veramente il foraggio per i cavalli, ed il pane per gli

uomini: ma negli ultimi mesi dell'assedio il Popolo trovossi esposto

alle miserie della carestia, ad un cibo malsano[695], ed al disordine

del contagio. Belisario scorgeva e compassionava i lor patimenti; ma

egli avea preveduto, e stava osservando in essi la diminuzione della

fedeltà ed il progresso del malcontento. L'avversità avea risvegliato i

Romani da' sogni di grandezza e di libertà, ed aveva insegnato loro

l'umiliante lezione, che poco importava per la reale felicità loro, che

il nome del padrone a cui dovevano ubbidire, derivato fosse dalla lingua

Gotica o dalla Latina. Il Luogotenente di Giustiniano ascoltò le giuste

loro querele, ma rigettò con isdegno l'idea della fuga, o della

capitolazione; represse la clamorosa loro impazienza di combattere; gli

lusingò col prospetto d'un sicuro e pronto soccorso; ed assicurò se

medesimo e la Città dagli effetti della disperazione o del tradimento di

essi. Due volte il mese mutava il posto degli Ufiziali, a' quali era

commessa la custodia delle porte; impiegò più volte le varie precauzioni

di pattuglie, della parola, de' fanali e della musica per scoprire tutto

ciò, che seguiva sulle mura; furon poste delle guardie avanzate di là

dal fosso; e la fedel vigilanza de' cani suppliva alla più dubbiosa

fedeltà degli uomini. Fu intercettata una lettera, che assicurava il Re

de' Goti, che la porta Asinaria, annessa alla Chiesa Lateranense si

sarebbe segretamente aperta alle sue truppe. Sulla prova dunque o sul

sospetto di tradimento furon banditi più Senatori, e fu citato il

Pontefice Silverio a portarsi dal Rappresentante del suo Sovrano, al

principal quartiere di esso nel Palazzo Pinciano[696]. Gli

Ecclesiastici, che seguitavano il loro Vescovo, furono ritenuti nel

primo e nel secondo appartamento[697], ed egli solo fu ammesso alla

presenza di Belisario. Il Conquistatore di Roma e di Cartagine sedeva

modestamente a piè d'Antonina che riposava sopra un magnifico letto: il

Generale tacque ma uscì la voce del rimprovero e della minaccia dalla

bocca dell'imperiosa sua moglie. Accusato da testimoni degni di fede e

della prova della propria sua sottoscrizione[698] il successor di S.

Pietro fu spogliato dei suoi ornamenti Pontificali, vestito da semplice

monaco; e senza dilazione imbarcato per un lontano esilio in Oriente.

Per ordine poi dell'Imperatore, il Clero di Roma procedè alla scelta

d'un nuovo Vescovo, e dopo una solenne invocazione dello Spirito Santo,

elesse il diacono Vigilio, che avea comprato la sede Papale con un

donativo di dugento libbre d'oro. S'imputò a Belisario il profitto, e

per conseguenza la colpa di questa simonìa: ma l'Eroe ubbidiva agli

ordini della sua moglie; Antonina serviva alle passioni

dell'Imperatrice; e Teodora prodigamente spargeva i suoi tesori con la

vana speranza d'ottenere un Pontefice contrario, o almeno indifferente

per il Concilio di Calcedonia[699].

La lettera di Belisario all'Imperatore annunciava la vittoria, il

pericolo e la fermezza di esso. «Secondo i vostri ordini sono entrato

(dic'egli) ne' dominj de' Goti, ed ho ridotto alla vostra ubbidienza la

Sicilia, la Campania e la Città di Roma: la perdita però di tali

conquiste sarà più vergognosa di quel che ne fosse glorioso l'acquisto.

Fin qui abbiamo felicemente combattuto contro sciami di Barbari, ma la

lor moltitudine può alla fin prevalere. La vittoria è dono della

provvidenza; ma la reputazione de' Re e de' Generali dipende dal buono o

cattivo successo de' loro disegni. Permettetemi di parlare con libertà:

se volete che viviamo, mandateci viveri; se desiderate che facciamo

conquiste, mandateci armi, cavalli, e uomini. I Romani ci hanno ricevuto

come amici e liberatori; ma nella nostra presente angustia, o saranno

essi traditi per la loro fiducia, o noi resterem oppressi dal tradimento

e dall'odio di essi. Quanto a me, la mia vita è consacrata al vostro

servizio: a voi tocca a riflettere, se in questa situazione la mia morte

contribuirà alla gloria, ed alla prosperità del vostro Regno». Forse

quel Regno sarebbe stato ugualmente prospero, se il pacifico Signor

dell'Oriente si fosse astenuto dalla conquista dell'Affrica e

dell'Italia: ma siccome Giustiniano era ambizioso di fama, egli fece

alcuni sforzi, sebbene deboli e languidi, per sostenere e liberare il

vittorioso suo Generale. Martino e Valeriano condussero un rinforzo di

mille seicento Schiavoni ed Unni; e siccome si erano riposati nella

stagione invernale ne' porti della Grecia, non s'era la forza degli

uomini e de' cavalli diminuita dalle fatiche d'un viaggio per mare, ed

essi distinsero il lor valore nella prima sortita contro gli assedianti.

Verso il tempo del solstizio estivo sbarcò a Terracina Eutalio con

grosse somme di danaro per il pagamento delle truppe: proseguì

cautamente il suo cammino lungo la via Appia, ed entrò in Roma questo

convoglio per la porta Capena[700], mentre Belisario, da un'altra parte,

divertiva l'attenzione de' Goti mediante una vigorosa e felice

scaramuccia. Questi opportuni aiuti, l'uso e la riputazione de' quali

destramente si maneggiarono dal Generale Romano, ravvivarono il

coraggio, o almen le speranze de' soldati e del Popolo. Fu mandato

l'Istorico Procopio con una importante commissione a raccoglier le

truppe e le provvisioni, che potea somministrar la Campania, o si eran

mandate da Costantinopoli; ed il segretario di Belisario fu tosto

seguito da Antonina medesima[701], che arditamente traversò i posti del

nemico, e tornò coi soccorsi Orientali in aiuto del suo marito e

dell'assediata Città. Una flotta di tremila Isauri gettò l'ancora nella

baia di Napoli, ed in seguito ad Ostia; più di duemila cavalli, una

parte de' quali erano Traci, sbarcarono a Taranto; e dopo la riunione di

cinquecento soldati della Campania, e d'una quantità di carri carichi di

vino e di farina, essi presero il loro cammino per la via Appia, da

Capua verso Roma. Le forze, che arrivarono per terra e per mare, erano

tutte unite all'imboccatura del Tevere. Antonina dunque adunò un

consiglio di guerra, dove fu risoluto di vincere a forza di vele e di

remi la contraria corrente del fiume; ed i Goti non ardirono disturbare

con alcuna temeraria ostilità la negoziazione, a cui Belisario

accortamente avea dat'orecchio. Credettero essi troppo facilmente di non

vedere che la vanguardia d'una flotta e di un'esercito che già copriva

il mare Ionio e le pianure della Campania; e fu sostenuta

quest'illusione dal superbo linguaggio, che tenne il Generale Romano,

allorchè diede udienza agli Ambasciatori di Vitige. Dopo uno specioso

discorso per dimostrar la giustizia della lor causa essi dichiararono,

che per amor della pace eran disposti a rinunziare il possesso della

Sicilia. «L'Imperatore non è meno generoso,» rispose con un sorriso di

sdegno il suo Luogotenente, «in contraccambio d'un dono, che voi più non

possedete, vi regala un'antica provincia dell'Impero; rinunzia egli a'

Goti la sovranità dell'Isola Britannica». Belisario con ugual fermezza e

disprezzo rigettò l'offerta d'un tributo; ma concesse agli Ambasciatori

Goti di sentire il loro destino dalla bocca di Giustiniano medesimo; ed

acconsentì con apparente ripugnanza ad una tregua di tre mesi, dal

solstizio d'inverno fino all'equinozio di primavera. Potea la prudenza

certamente diffidare sì de' giuramenti, che degli ostaggi dei Barbari;

ma la nota superiorità del Capitano Romano si manifestò nella

distribuzione delle sue truppe: ogni volta che il timore o la fame

costrinse i Goti a lasciare Alba, Porto, e Civitavecchia, fu

immediatamente occupato il lor posto; si rinforzarono le guarnigioni di

Narni, di Spoleto e di Perugia; ed i sette campi degli assedianti furono

appoco appoco circondati dalle calamità d'un assedio. Le preghiere ed il

pellegrinaggio di Dazio, Vescovo di Milano, non furono senza effetto; ed

egli ottenne mille Traci ed Isauri per sostenere la rivolta della

Liguria contro l'Arriano di lei tiranno. Nell'istesso tempo Giovanni il

_Sanguinario_[702], nipote di Vitaliano, fu distaccato con duemila

cavalli scelti, prima per Alba sul lago Fucino, e poi per le frontiere

del Piceno sul mare Adriatico: «In quella provincia, disse Belisario, i

Goti hanno depositato le lor famiglie ed i loro tesori, senz'alcuna

guardia o sospetto di pericolo. Senza dubbio essi violeranno la tregua;

vi trovino dunque presenti prima che abbiano notizia de' vostri

movimenti. Risparmiate gl'Italiani; non vi lasciate dietro le spalle

alcuna piazza ostile fortificata; e conservate fedelmente la preda per

farne un uguale e comune riparto. Non sarebbe ragionevole, soggiunse con

un sorriso, che mentre noi travagliamo per distruggere i calabroni, i

nostri più fortunati fratelli portassero via e godessero il miele».

S'era unita tutta la Nazione degli Ostrogoti per l'attacco di Roma, e

restò quasi tutta consumata nell'assedio di questa Città. Se qualche

fede si dee prestare ad un intelligente spettatore, fu distrutto almeno

un terzo dell'enorme loro esercito ne' frequenti e sanguinosi

combattimenti seguiti sotto le mura di essa. Alla decadenza

dell'agricoltura e della popolazione potevano già imputarsi la cattiva

fama, e le perniciose qualità dell'aria della state; ed i mali della

carestia e della pestilenza furono aggravati dalla propria loro licenza,

e dalla non amichevol disposizione del Paese. Mentre Vitige combatteva

con la sua fortuna, mentre stava dubbioso fra la vergogna e la rovina,

le domestiche vicende ne accelerarono la ritirata. Il Re de' Goti fu

informato da tremanti messaggi, che Giovanni il sanguinario estendeva la

devastazione di guerra dall'Appennino fino all'Adriatico; che le ricche

spoglie e gl'innumerabili schiavi del Piceno erano dentro le

fortificazioni di Rimini; e che quel formidabile Capitano avea disfatto

il suo zio, insultato la sua Capitale e sedotto, per mezzo di una

segreta corrispondenza, la fedeltà dell'imperiosa figlia d'Amalasunta,

sua moglie. Pure avanti di ritirarsi, Vitige fece un ultimo sforzo

d'assaltare o di sorprendere la Città: fu scoperto un segreto passaggio

in uno degli acquedotti; s'indussero due cittadini del Vaticano per

mezzo di doni ad inebriare le guardie della porta Aurelia; fu meditato

un attacco sulle mura di là dal Tevere in un luogo che non era

fortificato con torri; ed i Barbari s'avanzarono con torce, e con scale

a dar l'assalto alla porta Pincia. Ma fu reso vano qualunque tentativo

dall'intrepida vigilanza di Belisario, e della sua truppa di Veterani,

che ne' più pericolosi momenti non si sgomentarono per l'assenza de'

loro compagni; ed i Goti, privi di speranza, non meno che di

sussistenza, insisteron clamorosamente sulla ritirata, prima che

spirasse la tregua, e di nuovo s'unisse la Romana cavalleria. Un anno e

nove giorni dopo il principio dell'assedio, un esercito poco prima sì

forte e trionfante bruciò le sue tende, e tumultuariamente ripassò il

ponte Milvio. Non lo ripassò per altro impunemente. L'affollata

moltitudine, oppressa in un luogo angusto, fu rovesciata nel Tevere da'

propri timori, e dal nemico, che l'inseguiva; ed il Generale Romano,

fatta una sortita dalla porta Pincia, fece un forte e vergognoso sfregio

alla ritirata dei Goti. Un esercito infermo ed abbattuto, che dovea

marciar lentamente, fu a stento condotto lungo la strada Flamminia,

dalla quale i Barbari furon talvolta costretti a deviare per paura di

non incontrare le guarnigioni nemiche, le quali guardavano la strada

maestra verso Rimini e Ravenna. Ciò nonostante questa armata fuggitiva

era sì forte, che Vitige destinò diecimila uomini per difender quelle

Città, che più gli premeva di conservare, e distaccò Uraia suo nipote

con una sufficiente forza per gastigare la ribelle Milano. Alla testa

poi della sua principale armata egli assediò Rimini, ch'era solo

trentatre miglia distante dalla Capitale de' Goti. Una debol muraglia ed

un tenue fosso si sostennero per la perizia e il valore di Giovanni il

Sanguinario, che partecipava il pericolo e la fatica del minimo soldato,

ed emulava, in un teatro meno illustre, le virtù militari del suo gran

Comandante. Le torri e le macchine de' Barbari si resero inutili, se ne

rispinser gli attacchi; ed il tedioso blocco, che ridusse la guarnigione

all'ultima estremità della fame, diede tempo all'unione ed alla marcia

delle forze Romane. Una flotta, che aveva sorpreso Ancona, navigò lungo

la costa dell'Adriatico in soccorso dell'assediata città; l'eunuco

Narsete sbarcò nel Piceno con duemila Eruli, e cinquemila delle più

brave truppe d'Oriente. Fu forzata la rocca dell'Apennino; diecimila

veterani girarono il piè delle montagne sotto il comando di Belisario

medesimo: e _comparve_ una nuova armata che s'avanzava lungo la via

Flamminia, gli accampamenti della quale risplendevano d'innumerabili

lumi. I Goti oppressi dallo stupore e dalla disperazione, abbandonaron

l'assedio di Rimini, le loro tende, le lor bandiere ed i lor

condottieri; e Vitige, che diede o seguitò l'esempio della fuga, non si

fermò finattantochè non trovò un ricovero nelle mura e nelle paludi di

Ravenna.

[A. 538]

A queste mura e ad alcune Fortezze prive d'ogni comunicazione fra loro

era in quel tempo ridotta la Monarchia Gotica. Le Province d'Italia

avevano abbracciato il partito dell'Imperatore; ed il suo esercito,

reclutato di mano in mano fino al numero di ventimila uomini, avrebbe

dovuto compire una rapida e facil conquista, se le invincibili sue forze

non si fossero indebolite dalla discordia de' Generali Romani. Avanti

che terminasse l'assedio, un atto sanguinoso, ambiguo ed indiscreto

macchiò la bella fama di Belisario. Presidio, fedele Italiano, mentre

fuggiva da Ravenna a Roma, fu duramente arrestato da Costantino,

Governator militare di Spoleto e spogliato anche in una Chiesa di due

pugnali riccamente intarsiati d'oro e di pietre preziose. Passato che fu

il pubblico pericolo, Presidio si lagnò della perdita e dell'ingiuria

ricevuta: fu ascoltata la sua querela; ma fu disubbidito all'ordine di

restituire dall'orgoglio, e dall'avarizia dell'offensore. Inasprito

dalla dilazione Presidio fermò arditamente il cavallo del Generale,

mentre passava pel Foro; e col coraggio d'un Cittadino richiese il comun

benefizio delle Leggi Romane. Fu impegnato in quest'affare l'onore di

Belisario: ei convocò un consiglio; ricercò l'ubbidienza de' suoi

subordinati Ufiziali; e fu provocato da un'insolente risposta a chiamare

in fretta l'assistenza delle sue guardie. Costantino, riguardando la

loro entrata come un segnale di morte, sfoderò la sua spada, e corse

contro il Generale che destramente evitò il colpo, e fu difeso da' suoi

amici; mentre il disperato assassino fu disarmato, tratto in un'altra

camera e decapitato, o piuttosto trucidato dalle guardie all'arbitrario

comando di Belisario[703]. In questo precipitoso atto di violenza non fu

più rammentato il delitto di Costantino; la disperazione e la morte di

quel valoroso Ufiziale segretamente imputaronsi alla vendetta

d'Antonina; e ciascheduno de' suoi colleghi, rimproverandosi la medesima

rapina, temeva il medesimo evento. Il timore d'un nemico comune sospese

gli effetti della loro invidia e malcontentezza, ma nella speranza della

vicina vittoria, intrigarono un potente rivale ad opporsi al

Conquistatore di Roma e dell'Affrica. Dal servizio domestico del

Palazzo, e dell'amministrazion delle rendite private, l'eunuco Narsete

fu innalzato ad un tratto alla testa d'un esercito; e lo spirito d'un

Eroe, che in seguito uguagliò il merito e la gloria di Belisario, servì

solo ad imbarazzare le operazioni della guerra Gotica. Il soccorso di

Rimini fu attribuito ai suoi prudenti consigli da' Capi della

malcontenta fazione, ch'esortaron Narsete ad assumere un indipendente e

separato comando. La lettera di Giustiniano in vero gli aveva ingiunto

l'ubbidienza al Generale, ma quella pericolosa eccezione «finattantochè

possa esser di vantaggio al pubblico servigio» riservava qualche libertà

di giudizio al discreto favorito, che sì di fresco era venuto dalla

_sacra_, e famigliar conversazione del suo Sovrano. Nell'esercizio di

questo dubbioso diritto, l'eunuco sempre dissentì dalle opinioni di

Belisario; e dopo aver ceduto con ripugnanza all'assedio d'Urbino,

abbandonò di notte il suo Collega e marciò alla conquista della

provincia Emilia. Le feroci e formidabili truppe degli Eruli erano

attaccate alla persona di Narsete[704]; diecimila Romani e confederati

si lasciaron persuadere a marciare sotto le sue bandiere; ogni

malcontento abbracciò questa bella occasione di vendicare i privati o

immaginari suoi torti; e le rimanenti truppe di Belisario eran divise e

disperse dalle guarnigioni di Sicilia fino a' lidi dell'Adriatico. La

sua perizia e perseveranza peraltro superò qualunque ostacolo: fu preso

Urbino; s'intrapresero e vigorosamente si proseguirono gli assedj di

Fiesole, d'Orvieto e d'Osimo, e finalmente l'eunuco Narsete fu

richiamato alle cure domestiche del Palazzo. Tutte le dissensioni furon

quietate, e fu vinta ogni opposizione dalla temperata autorità del

Generale Romano, a cui non potevano i suoi stessi nemici ricusare la

loro stima; e Belisario inculcò sempre quella salutar lezione, che le

forze d'uno Stato dovrebber comporre un solo corpo ed essere animate da

un solo spirito. Ma nel tempo della discordia fu permesso a' Goti di

respirare; si perdè un'importante stagione; fu distrutto Milano; e le

Province settentrionali d'Italia furono afflitte da un'inondazione di

Franchi.

Allorchè Giustiniano principiò a meditar la conquista d'Italia, egli

mandò ambasciatori a' Re de' Franchi, e gli scongiurò per i comuni

vincoli dell'alleanza e della Religione ad unirsi nella santa sua

impresa contro gli Arriani. I Goti, essendo pressati da più urgenti

bisogni, usarono una maniera di persuadere più efficace, e vanamente

cercarono con doni di terre e di denaro, di comprar l'amicizia, o almeno

la neutralità d'una leggiera e perfida Nazione[705]. Ma le armi di

Belisario, e la rivolta degl'Italiani ebbero appena scosso la Monarchia

Gotica, che Teodeberto d'Austrasia, il più potente e guerriero de' Re

Merovingici, fu persuaso a soccorrer le loro angustie, mediante un

indiretto ed opportuno aiuto. Diecimila Borgognoni, recenti suoi

sudditi, senz'aspettare il consenso del loro Sovrano, discesero dalle

Alpi, e s'unirono alle truppe, che Vitige avea mandato a gastigar la

rivolta di Milano. Dopo un ostinato assedio, la Capitale della Liguria

fu costretta ad arrendersi per la fame; ma non potè ottenersi altra

capitolazione, che per la salva ritirata della guarnigione Romana.

Dazio, Vescovo Ortodosso, che aveva indotto i suoi compatriotti alla

ribellione[706], ed alla rovina, fuggì a godere il lusso e gli onori

della Corte Bizantina[707]; ma il Clero, forse il Clero Arriano, fu

trucidato a piè degli Altari dai difensori della Fede Cattolica. Si

disse, che vi fossero uccisi trecentomila maschi[708]; le femmine e la

preda più preziosa furon lasciate a' Borgognoni; e le case, o almeno le

mura di Milano furono livellate al suolo. I Goti negli ultimi loro

momenti, si vendicarono con la distruzione d'una Città, che non cedeva

che a Roma nella grandezza ed opulenza, nello splendore delle sue

fabbriche, o nel numero degli abitanti: ed il solo Belisario compatì il

destino degli abbandonati e devoti suoi amici. Teodeberto medesimo,

incoraggito da questa fortunata scorreria, nella seguente primavera

invase le pianure d'Italia con un'armata di centomila Barbari[709]. Il

Re, ed alcuni suoi scelti seguaci erano a cavallo, ed armati di lance:

l'infanteria, senz'archi nè picche, si contentava d'uno scudo, d'una

spada, e d'una scure da guerra a due tagli, che nelle lor mani era

un'arme mortale, che non cadeva mai in fallo. L'Italia tremò al

muovimento de' Franchi; e tanto il Principe Goto, quanto il General

Romano, ignorando del pari i loro disegni, sollecitarono con speranza e

terrore l'amicizia di questi pericolosi alleati. Fino a tanto che non si

fu assicurato del passaggio del Po sul ponte di Pavia, il nipote di

Clodoveo nascose le sue intenzioni, che alla fine dichiarò, assaltando,

quasi nel medesimo istante, i campi ostili de' Romani e de' Goti. Invece

d'unire insieme le loro armi, essi fuggirono con ugual precipitazione, e

le fertili quantunque desolate Province della Liguria e dell'Emilia

restarono abbandonate ad un licenzioso esercito di Barbari, il furore

dei quali non veniva mitigato da pensiero alcuno di stabilimento o di

conquista. Fra le Città, ch'essi rovinarono, si conta particolarmente

Genova, non ancora fabbricata di marmi: e sembra che la morte di più

migliaia di persone, secondo l'ordinario uso della guerra, eccitasse

minore orrore, che alcuni idolatrici sacrifizi di donne e di fanciulli,

che furono impunemente fatti nel campo del Re Cristianissimo. Se non

fosse una trista verità, che i primi e più crudeli patimenti debbon

toccare agl'innocenti ed a' deboli, potrebbe rallegrarsi alquanto

l'Istoria nella miseria de' conquistatori, che in mezzo alle ricchezze

restaron privi di pane e di vino, essendosi ridotti a ber le acque del

Po, ed a cibarsi della carne di bestie inferme. La dissenteria distrusse

un terzo del loro esercito; e le grida de' suoi sudditi, ch'erano

impazienti di ripassar le Alpi, disposero Teodeberto ad ascoltar con

rispetto le blande esortazioni di Belisario. Si perpetuò nelle medaglie

della Gallia la memoria di questa non gloriosa e distruttiva guerra; e

Giustiniano, senza sfoderar la spada, prese il titolo di conquistatore

de' Franchi. Il Principe Merovingico s'offese della vanità

dell'Imperatore; affettò di compassionare le cadute fortune dei Goti; e

l'insidiosa sua offerta d'una confederazione fu corroborata dalla

promessa, o dalla minaccia di scender dalle Alpi alla testa di

cinquecentomila uomini. I suoi disegni di conquista erano illimitati, e

forse chimerici. Il Re d'Austrasia minacciò di gastigar Giustiniano e di

marciare alle porte di Costantinopoli[710]: ma egli fu gettato a terra

ed ucciso[711] da un toro salvatico[712], mentre andava a caccia nelle

foreste Belgiche o Germaniche.

Tostochè Belisario trovossi libero da' suoi esterni ed interni nemici,

seriamente impiegò le proprie forze nel sottomettere intieramente

l'Italia. Nell'assedio d'Osimo, il Generale mancò poco che non fosse

trafitto da un dardo, se non si fosse riparato il mortal colpo da una

delle sue guardie, che in questo pietoso ufizio perdè l'uso d'una mano.

I Goti d'Osimo, in numero di quattromila guerrieri, con quelli di

Fiesole e delle Alpi Cozie, furon fra gli ultimi che sostennero la loro

indipendenza; e la valorosa resistenza che fecero, e che quasi stancò la

pazienza del Conquistatore, meritò la stima di esso. La sua prudenza

negò di conceder loro il salvo condotto, che dimandavano per unirsi a'

loro confratelli di Ravenna; ma per mezzo d'un'onorevol capitolazione

salvarono almeno la metà de' propri averi con la libera alternativa, o

di ritirarsi pacificamente alle lor terre, o d'arruolarsi nella milizia

dell'Imperatore per servir nelle sue guerre Persiane. Le truppe, che

tuttavia militavano sotto le bandiere di Vitige, erano molto più

numerose delle Romane; pure nè le preghiere, nè la diffidenza, nè

l'estremo pericolo de' suoi più fedeli sudditi poteron trarre il Re Goto

dalle fortificazioni di Ravenna. Queste in fatti non potevano espugnarsi

nè per mezzo dell'arte nè della violenza; ed allorchè Belisario investì

la Capitale, fu tosto convinto, che la sola fame avrebbe potuto

ammansire l'ostinato spirito de' Barbari. Dalla vigilanza del Generale

Romano si guardavano il mare, la terra ed i canali del Po, e la sua

morale estendeva i diritti della Guerra all'uso di avvelenar le

acque[713], e di bruciare segretamente i granai[714] d'una Città

assediata[715]. Mentre stringeva li blocco di Ravenna restò sorpreso

all'arrivo di due Ambasciatori, che vennero da Costantinopoli con un

trattato di pace, che Giustiniano imprudentemente avea sottoscritto

senza degnarsi di consultare l'autore della sua vittoria. Mediante

questo vergognoso e precario accordo si divideva l'Italia ed il tesoro

Gotico, e si rilasciavano le Province di là dal Po col titolo Reale al

successore di Teodorico. Gli Ambasciatori s'affrettarono ad eseguire la

salutare lor commissione; il prigioniero Vitige accettò con trasporto

l'inaspettata offerta d'una corona; presso i Goti prevalse all'onore la

mancanza e il desiderio del cibo; ed i Capitani Romani, che mormoravano

per la continuazion della guerra, professarono una cieca sommissione a'

comandi dell'Imperatore. Se Belisario non avesse avuto che il coraggio

d'un soldato, gli sarebbe stato strappato di mano l'alloro da' timidi ed

invidiosi consigli; ma in quel decisivo momento risolvè, con la

magnanimità d'un uomo di Stato, di solo sostenere il pericolo e il

merito d'una generosa disubbidienza. Ciascheduno de' suoi Ufiziali diede

in iscritto il suo sentimento, che l'assedio di Ravenna era

impraticabile, e senza speranza: allora il Generale rigettò il trattato

di divisione, e dichiarò la sua risoluzione di condur Vitige in catene

a' piedi di Giustiniano. I Goti si ritirarono con dubbiezza e spavento;

questa perentoria negativa gli privò dell'unica sottoscrizione, a cui

potevano affidarsi; e riempiè le loro menti d'un giusto timore, che un

sagace nemico avesse conosciuto in tutta la sua estensione il

deplorabile loro stato. Essi paragonarono la fama e la fortuna di

Belisario con la debolezza del disgraziato lor Re; e tal confronto

suggerì uno straordinario progetto, a cui Vitige con apparente

rassegnazione fu costretto ad acconsentire. La divisione avrebbe

rovinato la forza della Nazione, l'esilio l'avrebbe disonorata; essi

dunque offerivan le loro armi, i tesori, e le fortificazioni di Ravenna,

se Belisario avesse voluto non più riconoscer l'autorità d'un padrone,

ma accettar la scelta dei Goti, e prender, come meritava, il Regno

d'Italia. Quand'anche il falso splendor d'un diadema avesse potuto

tentar la lealtà d'un suddito fedele, la sua prudenza avrebbe dovuto

preveder l'incostanza de' Barbari, e la ragionevole sua ambizione dovea

preferire il sicuro ed onorevole posto di Generale Romano. La pazienza

medesima, e l'apparente soddisfazione, con cui esso trattò un progetto

di tradimento, sarebbe stata capace d'una maligna interpretazione. Ma il

Luogotenente di Giustiniano sapeva la propria rettitudine; egli entrò in

un oscuro e tortuoso sentiero, quale avrebbe potuto condurre alla

volontaria sommissione de' Goti; e la sua destra politica li persuase,

ch'egli era disposto a compiacere i lor desiderj, senza però impegnarsi

ad alcun giuramento o promessa per la conclusione d'un trattato, ch'ei

segretamente abborriva. Dagli Ambasciatori Gotici fu determinato il

giorno della resa di Ravenna; una flotta, carica di provvisioni, quasi

un graditissimo ospite, fu introdotta nel più interno recinto del porto;

furono aperte le porte all'immaginario Re d'Italia; e Belisario, senza

incontrare neppure un nemico, passeggiò in trionfo per le strade

d'un'inespugnabil Città[716]. I Romani furon sorpresi del loro successo;

le truppe degli alti e robusti Barbari restaron confuse all'aspetto

della propria loro pazienza; e le donne d'animo più virile, sputando in

faccia de' propri figli e mariti, facevan loro i più amari rimproveri

per aver abbandonato il dominio e la libertà loro a que' pimmei del

mezzogiorno, spregevoli pel numero, e di statura sì piccola. Avanti che

i Goti potessero rientrare in se stessi dalla prima sorpresa, e chieder

l'adempimento delle incerte loro speranze, il vincitore assicurò il suo

potere in Ravenna dal pericolo del pentimento e della rivolta. Vitige,

che forse avea tentato di fuggire, fu onorevolmente guardato nel suo

palazzo[717]; fu scelto il fiore della gioventù Gotica per il servizio

dell'Imperatore; il resto del Popolo fu rimandato alle pacifiche sue

abitazioni nelle Province meridionali: e fu invitata una colonia

d'Italiani a riempire la spopolata Città. S'imitò la sottomissione della

Capitale nelle Città e villaggi d'Italia, che non furono soggiogati, e

neppur veduti da' Romani; e gl'indipendenti Goti, che rimasero in armi a

Pavia ed in Verona furono solo ambiziosi di sottomettersi a Belisario.

Ma l'inflessibile di lui fedeltà rigettò di accettare, in altra qualità

che di delegato di Giustiniano, i loro giuramenti d'omaggio; e non si

offese del rimprovero dei loro deputati, ch'ei volesse piuttosto essere

schiavo che Re.

Dopo la seconda vittoria di Belisario, di nuovo sussurrò l'invidia, a

cui Giustiniano diè orecchio, e l'Eroe fu richiamato. «Quel che restava

della guerra Gotica (si disse) non era più degno della sua presenza; il

grazioso Sovrano era impaziente di premiare i suoi servigi, e di

consultarne la saviezza, ed ei solo era capace di difender l'Oriente

contro le innumerabili armate della Persia». Belisario conobbe il

sospetto, accettò la scusa, imbarcò a Ravenna le sue spoglie e trofei, e

con la sua pronta ubbidienza provò, che tale improvvisa remozione dal

governo d'Italia non era meno ingiusta di quel che avrebbe potuto essere

imprudente. L'Imperatore ricevè con onorevole cortesia tanto Vitige,

quanto la sua più nobil consorte; e siccome il Re de' Goti uniformossi

alla fede Atanasiana, ottenne insieme con un ricco appanaggio di terre

nell'Asia il grado di Senatore e di Patrizio[718]. Ogni spettatore

ammirava senza pericolo la forza e la statura de' giovani Barbari: essi

adoraron la maestà del Trono, e promisero di spargere il sangue in

servizio del loro Benefattore. Giustiniano depositò nel Palazzo

Bizantino i tesori della Monarchia Gotica: un Senato adulatore fu

ammesso qualche volta ad osservare quel magnifico spettacolo; ma il

medesimo fu invidiosamente tolto alla pubblica vista; ed il

Conquistatore dell'Italia rinunziò, senza mormorare, e forse anche senza

un sospiro, ai ben meritati onori d'un secondo trionfo. La sua gloria

infatti s'era innalzata sopra ogni pompa esterna; ed alle tenui ed

incerte lodi della Corte, anche in un secolo servile, il rispetto e

l'ammirazione della sua Patria. Ovunque compariva Belisario nelle

strade, e nelle pubbliche piazze di Costantinopoli, attraeva e

soddisfaceva gli occhi del Popolo. L'alta statura, ed il maestoso

portamento di lui corrispondevano all'espettazione, che avevano d'un

Eroe; le sue gentili e graziose maniere incoraggivano i minimi suoi

concittadini; ed il marzial treno, che seguitava i suoi passi, lasciava

la sua persona più accessibile, che in una giornata di battaglia. Si

mantenevano al servizio, ed a proprie spese del Generale settemila

uomini a cavallo, che non avevan gli uguali per la bellezza, e pel

valore[719]; la loro prodezza era sempre visibile ne' combattimenti a

corpo a corpo, o nelle prime file; ed ambedue le parti confessavano, che

nell'assedio di Roma le sole guardie di Belisario avevan vinto

l'esercito Barbaro. Il loro numero veniva continuamente accresciuto da'

più bravi e fedeli fra' nemici, ed i fortunati suoi schiavi, i Vandali,

i Mori ed i Goti emulavano l'attaccamento de' domestici di lui seguaci.

Congiungendo insieme la liberalità e la giustizia, egli acquistò l'amor

de' soldati senz'alienarsi l'affetto del Popolo. Gli ammalati e feriti

venivan soccorsi con medicine e danaro, e più efficacemente ancora, con

le visite ed accoglienze salutari del loro Comandante. La perdita d'un

arme, o d'un cavallo era subito risarcita, ed ogni atto di valore

premiavasi coi ricchi ed onorevoli doni d'un'armilla o d'una collana,

che il giudizio di Belisario rendea più preziosi. Egli era caro agli

agricoltori per la pace ed abbondanza, che essi godevano, all'ombra

delle sue bandiere. In vece d'esser maltrattata la campagna,

arricchivasi dalla marcia degli eserciti Romani; e tanto era esatta la

disciplina del loro campo, che non coglievano neppure un frutto dagli

alberi, nè si sarebbe potuta trovare un'orma di essi nei campi di grano.

Belisario era casto e sobrio. Nella licenza d'una vita militare, nessuno

potè vantarsi d'averlo mai veduto inebriato dal vino: s'offerirono a'

suoi abbracciamenti le più belle schiave delle razze Gotiche o Vandale;

ma esso girava altrove lo sguardo, allontanandolo dalle lor grazie, e

non cadde mai sul marito d'Antonina il sospetto d'aver violato le leggi

della coniugal fedeltà. Lo spettatore ed istorico delle sue geste ha

osservato, che in mezzo a' pericoli della guerra egli era intraprendente

senza temerità, prudente senza timore, tardo o rapido secondo le

occorrenze del momento; che nelle massime angustie era animato da reale

o apparente speranza; ma era modesto ed umile nella più prospera

fortuna. Per mezzo di queste virtù egli uguagliò, o anche superò gli

antichi maestri dell'arte militare. La vittoria per mare e per terra

seguitò le sue armi. Egli soggiogò l'Affrica, l'Italia e le Isole a

quelle addiacenti; condusse via schiavi i successori di Genserico e di

Teodorico; empiè Costantinopoli delle spoglie de' loro Palazzi; e nello

spazio di sei anni ricuperò la metà delle Province dell'Impero

Occidentale. Nella fama e nel merito, nella ricchezza e nel potere fu

senza rivale il primo de' sudditi Romani: la voce dell'invidia non potè

che amplificare la pericolosa importanza di tal uomo; e l'Imperatore

dovette applaudire al proprio discernimento nell'avere scoperto ed

innalzato il genio di Belisario.

L'uso de' trionfi Romani era, che si collocasse uno schiavo dietro al

cocchio per rammentare al Conquistatore l'instabilità della fortuna, e

le debolezze della natura umana. Procopio ne' suoi Aneddoti, si è

addossato, rispetto a Belisario, questo servile ed odioso ufizio. Può il

generoso lettore toglier di mezzo la satira; ma resterà l'evidenza de'

fatti attaccata alla sua memoria; e dovrà, sebbene con ripugnanza,

confessare, che la fama, ed anche la virtù di Belisario furon macchiate

dalla lascivia e crudeltà della sua moglie, e che quest'Eroe meritò un

nome, che non dee cader dalla penna d'un decente Istorico. La madre

d'Antonina[720] era una prostituta di teatro, e tanto il padre che l'avo

di essa esercitarono in Tessalonica e Costantinopoli la vile, quantunque

lucrosa professione di cocchieri. Nelle varie situazioni della lor

fortuna, essa divenne la compagna, la nemica, la serva, e la favorita

dell'Imperatrice Teodora: queste due dissolute ed ambiziose donne si

eran collegate insieme per la somiglianza de' piaceri, furon separate

dalla gelosia del vizio, e finalmente riconciliate fra loro dalla

partecipazione della colpa. Prima che si maritasse con Belisario,

Antonina ebbe un marito, e parecchi amanti; Fozio, figlio dello prime

sue nozze, era in età da distinguersi all'assedio di Napoli; e non fu

che nell'autunno della sua età e bellezza[721], ch'ella s'abbandonò ad

una scandalosa passione per un giovine Trace. Teodosio era stato educato

nell'eresia Eunomiana; il viaggio Affricano fu santificato dal

battesimo, e dall'avventuroso nome del primo soldato, che s'imbarcò, ed

il proselito fu adottato nella famiglia di Belisario ed Antonina, suoi

spirituali parenti[722]. Avanti che si toccassero i lidi dell'Affrica,

questa santa parentela degenerò in amor sensuale; e siccome Antonina

presto passò i confini della modestia e della cautela, il Generale

Romano era il solo, che non sapesse il proprio disonore. Nel tempo che

stavano in Cartagine, ei sorprese una volta i due amanti soli,

riscaldati, e quasi nudi in una camera sotterranea. Balenò l'ira da'

suoi occhi; ma «coll'aiuto di questo giovino (disse Antonina

senz'arrossire) io nascondeva i nostri più preziosi effetti agli occhi

di Giustiniano». Il giovine riprese le sue vesti, ed il pio marito

acconsentì a non prestar fede alla testimonianza de' suoi propri sensi.

Di tal piacevole, e forse volontaria illusione Belisario fu risvegliato

a Siracusa dall'officiosa informazione di Macedonia; e questa servente,

dopo aver richiesto un giuramento per la sua sicurezza, produsse due

camerieri, che avevan più volte veduto, come ella medesima, gli adulterj

di Antonina. Una precipitosa fuga nell'Asia salvò Teodosio dalla

giustizia d'un ingiuriato marito, che aveva dato ad una delle sue

guardie l'ordine della morte di esso; ma le lacrime d'Antonina, e le

artificiose di lei seduzioni assicurarono il credulo Eroe della sua

innocenza; ed ei si piegò, contro la data fede ed il proprio giudizio,

ad abbandonare quegl'imprudenti amici, che avevano ardito d'accusare, o

di porre in dubbio la castità della sua moglie. La vendetta d'una donna

colpevole è implacabile e sanguinosa: la disgraziata Macedonia con i due

testimonj furono segretamente arrestati da' ministri della sua crudeltà;

fu tagliata loro la lingua, ne furono ridotti i corpi in piccoli pezzi,

e gettati nel mare di Siracusa. Restò profondamente impresso nell'animo

d'Antonina un detto ardito, quantunque giudizioso, di Costantino che

«egli avrebbe piuttosto punito l'adultera, che il giovine» e due anni

dopo, quando la disperazione ebbe armato quell'Ufiziale contro il suo

Generale, il sanguinario di lei consiglio fece decidere, ed affrettò la

sua esecuzione. Neppure allo sdegno di Fozio si perdonò da sua madre;

l'esilio del proprio figlio preparò il richiamo dell'amante; e Teodosio

condiscese ad accettare il pressante ed umile invito del Conquistatore

d'Italia. Il favorito giovine, nell'assoluta direzione della sua casa,

ed in varie importanti commissioni di pace e di guerra[723], prestissimo

acquistò uno stato di quattrocentomila lire sterline; e dopo che furon

tornati a Costantinopoli, la passione, almeno d'Antonina, continuava

sempre ardente e vigorosa. Ma il timore, la devozione, e forse la

stanchezza inspirarono a Teodosio pensieri più serj. Gli fece spavento

l'affaccendato scandalo della Capitale, e la indiscreta tenerezza della

moglie di Belisario; fuggì da' suoi abbracciamenti; e ritiratosi ad

Efeso, si rase il capo, e si riparò nel santuario d'una vita Monastica.

La disperazione della nuova Arianna si sarebbe appena scusata dalla

morte del proprio marito: essa pianse, si strappò i capelli, empiè il

palazzo delle sue grida: «aveva perduto il più caro degli amici, un

tenero, un fedele, un laborioso amico!» Ma le sue calde premure,

fortificate dalle preghiere di Belisario, non furon sufficienti a trarre

il santo monaco dalla solitudine d'Efeso. Finattantochè il Generale non

si mosse per la guerra Persiana, Teodosio non potè indursi a tornare a

Costantinopoli; ed il breve intervallo, che passò fra la partenza di

Belisario e quella d'Antonina medesima, fu arditamente consacrato

all'amore ed al piacere.

Un Filosofo può compatire e perdonar le debolezze del sesso femminile,

da cui egli non riceva alcuna reale ingiuria; ma è spregevole il marito,

che sente e soffre la sua propria infamia in quella della sua moglie.

Antonina perseguitò il proprio figlio con implacabile odio, ed il

valoroso Fozio[724] fu esposto alle segrete persecuzioni di essa nel

campo di là dal Tigri. Irritato dalle proprie ingiurie, e dal disonor

del suo sangue, si spogliò ancor esso de' sentimenti naturali, e

manifestò a Belisario la turpitudine d'una donna, che aveva violato

tutti i doveri di madre e di moglie. Dalla sorpresa e dall'ira del

General Romano apparisce, che la precedente sua credulità fosse sincera:

egli abbracciò le ginocchia del figlio d'Antonina, lo scongiurò a

rammentarsi le sue obbligazioni piuttosto che la sua nascita, ed essi

confermarono avanti l'altare i loro santi voti di vendetta e di

reciproca difesa. S'era diminuito il dominio d'Antonina dall'assenza; e

quando essa incontrò il marito nel ritorno di lui da' confini della

Persia, Belisario nei primi e transitorj suoi moti confinò la persona, e

minacciò la vita della medesima. Fozio fu più risoluto a punire, e meno

pronto a perdonare. Volò ad Efeso, trasse a forza di bocca da un

confidente eunuco di sua madre la piena confessione della colpa di essa;

arrestò Teodosio, ed i suoi tesori nella Chiesa di S. Giovanni Apostolo,

e nascose i prigionieri, de' quali fu solamente differita l'esecuzione,

in una sicura e remota Fortezza di Cilicia. Un oltraggio sì fiero contro

la pubblica giustizia non potea passare impunito; e la causa d'Antonina

fu sostenuta dall'Imperatrice, di cui avea essa meritato il favore,

mediante i recenti servigi dell'infamia d'un Prefetto, e dell'esilio ed

uccisione d'un Papa. Al termine della campagna Belisario fu richiamato,

ed egli ubbidì secondo il solito, al comando Imperiale. Il suo animo non

era disposto alla ribellione; la sua ubbidienza, per quanto contraria

fosse a' dettami dell'onore, era coerente ai desiderj del suo cuore; e

quando per ordine, e forse in presenza dell'Imperatrice, abbracciò la

sua moglie, l'amoroso marito era ben disposto a perdonare o ad esser

perdonato. La bontà di Teodora riservava per la sua compagna un favor

più prezioso: «Ho trovato, disse ella, mia carissima Patrizia, una gemma

d'inestimabil valore; non è stata per anche veduta da alcun occhio

mortale; ma la vista ed il possesso di questa gioia è destinata per la

mia amica». Accesa che fu la curiosità e l'impazienza d'Antonina, s'aprì

la porta d'un Gabinetto, ed essa vide il suo amante, che la diligenza

degli eunuchi avea ritrovato nella segreta di lui prigione. La tacita di

lei meraviglia scoppiò in tenere esclamazioni di gratitudine e di

letizia; e chiamò Teodora sua Regina, sua benefattrice e sua salvatrice.

Il monaco d'Efeso fu nutrito nel Palazzo con lusso ed ambizione; ma

invece d'assumere, come gli era stato promesso, il comando degli

eserciti Romani, Teodosio spirò nelle prime fatiche d'un amoroso

congresso. Il cordoglio d'Antonina non potè alleggerirsi, che mediante i

patimenti del proprio figlio. Un giovine di condizione Consolare, e

d'una debole costituzione, fu punito senza processo come un malfattore

ed uno schiavo; pure tale fu la costanza dell'animo suo, che Fozio

sostenne i tormenti più forti senza violare la fede, che aveva giurato a

Belisario. Dopo questa inutile crudeltà, il figlio d'Antonina, mentre

sua madre si divertiva coll'Imperatrice, fu sepolto nelle sotterranee

prigioni di questa, che non ammettevano distinzione alcuna fra la notte

ed il giorno. Egli scappò due volte a' più venerabili santuari di

Costantinopoli, alle Chiese di S. Sofia, e della Vergine: ma le sue

tiranne non eran sensibili nè alla religione nè alla pietà; ed il misero

giovine, fra i clamori del Clero e del Popolo, fu per due volte

dall'Altare tratto alla prigione. Il terzo di lui tentativo fu più

fortunato. In capo a tre anni, il Profeta Zaccaria, o qualche mortale

suo amico, gl'indicò la maniera di fuggire; deluse le spie e le guardie

dell'Imperatrice; giunse al santo sepolcro di Gerusalemme, abbracciò la

professione di Monaco; e l'Abate Fozio, dopo la morte di Giustiniano, fu

impiegato a riconciliare fra loro, e regolare le Chiese dell'Egitto. Il

figlio d'Antonina soffrì tutto quello, che un nemico può infliggere: ma

il paziente di lei marito si sottopose alla più vergognosa miseria di

violare la sua promessa, e d'abbandonare l'amico.

Nella seguente campagna, Belisario fu di nuovo mandato contro i

Persiani: ei salvò l'Oriente; ma offese Teodora, e forse l'Imperatore

medesimo. Una malattia di Giustiniano avea colorito il rumore della sua

morte; ed il Generale Romano, sulla supposizione di questo probabile

avvenimento, parlò col libero linguaggio proprio d'un Cittadino, e d'un

soldato. Buze, suo Collega, che concorse ne' medesimi sentimenti, perdè

il suo grado, la libertà, e la salute per la persecuzione

dell'Imperatrice: ma la disgrazia di Belisario fu alleggerita dalla

dignità del proprio di lui carattere, e dall'influenza della sua moglie,

che desiderava per avventura d'umiliare, ma non poteva bramar di

rovinare il compagno delle sue fortune. La stessa sua remozione si

colorì dalla protesta, che il cadente stato d'Italia non potrebbe

sostenersi, che dalla presenza del Conquistatore di quella. Ma appena fu

egli tornato solo e senza difesa, fu mandata una ostil commissione in

Oriente di prender possesso dei suoi tesori, e di processarne le azioni;

le guardie ed i veterani, che seguitavano la privata di lui bandiera, si

distribuiron fra i Capitani dell'esercito; e fino gli eunuchi presunsero

di partecipare nella divisione dei suoi marziali domestici. Quando egli

passò con un piccolo e sordido seguito per le strade di Costantinopoli,

la sua negletta comparsa eccitò la sorpresa e la compassione del Popolo.

Giustiniano e Teodora lo riceverono con fredda ingratitudine; la servile

turba con insolenza e disprezzo; e la sera si ritirò con passi tremanti

al suo abbandonato palazzo. Una finta o reale indisposizione avea

confinato Antonina nel suo appartamento: ed essa passeggiava

sdegnosamente tacendo nel vicino portico, mentre Belisario si gettò sul

letto, ed in un'agonia di cordoglio e di terrore aspettava la morte, che

aveva tante volte sfidata sotto le mura di Roma. Lungo tempo dopo il

tramontar del sole, fu annunziato al medesimo un messaggio mandato

dall'Imperatrice; ed egli aprì con ansiosa curiosità la lettera, che

conteneva la sentenza del suo destino: «Voi non potete ignorare (diceva)

quanto avete meritato il mio dispiacere. Io però non sono insensibile a'

servigi d'Antonina. Ai meriti, ed all'intercessione di essa io vi ho

accordato la vita, e vi permetto di ritenere una parte delle vostre

ricchezze, che giustamente si potrebbero confiscare. Si manifesti la

vostra gratitudine a chi è dovuta, non già in parole, ma col vostro

contegno per l'avvenire». Io non so come fare a credere, o a riferire i

trasporti, co' quali si dice, che l'Eroe ricevesse quest'ignominioso

perdono. Ei cadde prostrato avanti la sua moglie, baciò i piedi della

sua salvatrice, devotamente promise di vivere come un grato e sommesso

schiavo d'Antonina. Fu imposta una multa di cento ventimila lire

sterline su beni di Belisario, e coll'ufizio di Conte, o di

Soprintendente delle stalle Reali egli accettò la condotta della guerra

d'Italia. Alla partenza di esso da Costantinopoli, i suoi amici, ed

anche il Pubblico eran persuasi, che tostochè avesse ricuperato la

libertà, rinunziato avrebbe alla dissimulazione, e che la sua moglie,

Teodora, e forse l'Imperatore medesimo, sarebbero stati sacrificati alla

giusta vendetta d'un virtuoso ribelle. Restaron deluse però le loro

speranze; e l'invincibil pazienza e lealtà di Belisario sembra, che

fosse o _sotto_ o _sopra_ il carattere d'un _Uomo_[725].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07 · 第 24 / 31 题