CAPITOLO XLI.

_Conquiste di Giustiniano in Occidente. Carattere, e prime

campagne di Belisario. Esso invade e soggioga il Regno Vandalico

in Affrica. Suo trionfo. Guerra Gotica. Ricupera la Sicilia,

Napoli e Roma. Assedio di Roma fatto da' Goti. Ritirata, e

perdite de' medesimi. Resa di Ravenna. Gloria di Belisario. Sua

vergogna, e disgrazie domestiche._

[A. 533]

Quando Giustiniano salì sul trono, circa cinquant'anni dopo la caduta

dell'Impero di Occidente, i Regni de' Goti e de' Vandali avevano

acquistato un solido e, per quanto potrebbe sembrare, legittimo

stabilimento sì in Europa, che in Affrica. I titoli che la vittoria

Romana erasi attribuita, furono con ugual giustizia cancellati dalla

spada de' Barbari; e la fortunata loro rapina trasse un più venerabil

diritto dal tempo, dai trattati e da' giuramenti di fedeltà ripetuti già

da due o tre generazioni di ubbidienti sudditi. L'esperienza ed il

Cristianesimo avevan confutato la superstiziosa speranza, che Roma fosse

fondata dagli Dei per regnare in perpetuo sulle Nazioni della Terra. Ma

la superba pretensione di perpetuo ed invulnerabil dominio che i suoi

soldati non poteron più sostenere fu costantemente difesa da' suoi

Politici e Giureconsulti, le opinioni de' quali son talvolta risorte e

si son propagate nelle moderne scuole di Giurisprudenza. Dopo che la

stessa Roma fu spogliata della Porpora Imperiale, i Principi di

Costantinopoli assunsero il solo e sacrato scettro della Monarchia;

dimandarono come legittima loro eredità le Province, che erano state

soggiogate da' Consoli o possedute da' Cesari; e debolmente aspiravano a

liberare i fedeli lor sudditi d'Occidente dall'usurpazione degli Eretici

e dei Barbari. A Giustiniano fu riservata in qualche parte l'esecuzione

di questo splendido disegno. Per i primi cinque anni del suo Regno esso

fece con ripugnanza una dispendiosa e svantaggiosa guerra contro i

Persiani, finattantochè l'orgoglio non cedè all'ambizione di esso e

comprò al prezzo di quattrocento quarantamila lire sterline una precaria

tregua, che nel linguaggio di ambedue le Nazioni fu decorata col nome

d'eterna pace. La sicurezza dell'Oriente lasciò l'Imperatore in libertà

d'impiegar le sue forze contro i Vandali; e lo stato interno

dell'Affrica somministrò un onorevol motivo, e promise un efficace aiuto

alle armi Romane[608].

[A. 525-534]

Il Regno Affricano, secondo il testamento del suo Fondatore, era per

retta linea pervenuto in Ilderico, maggiore in età fra' Principi

Vandali. Una dolce indole fece inclinare il figlio d'un tiranno, ed il

nipote d'un conquistatore a preferire i consigli di clemenza e di pace;

ed il suo avvenimento al trono fu contrassegnato da un salutar editto,

che restituì dugento Vescovi alle lor Chiese, e permise la libera

professione del Simbolo Atanasiano[609]. Ma i Cattolici accettarono con

fredda e passeggiera gratitudine un favore tanto inferiore alle lor

pretensioni, e le virtù d'Ilderico offesero i pregiudizi de' suoi

Nazionali. Il Clero Arriano cercò d'insinuare a' Vandali ch'egli aveva

rinunziato alla fede de' suoi Maggiori, ed i soldati più altamente si

dolsero, che avea degenerato dal coraggio di essi. Si sospettò ne' suoi

Ambasciatori una segreta e vergognosa negoziazione alla Corte Bizantina:

ed il suo Generale, che si chiamava l'Achille[610] de' Vandali, perdè

una battaglia contro i nudi e indisciplinati Mori. Gelimero, a cui

l'età, l'origine e la fama militare dava un apparente diritto alla

successione, esacerbò il mal contento: ei prese col consenso della

Nazione le redini del Governo; ed il suo sfortunato Sovrano senza

neppure un combattimento, precipitò dal trono in una prigione, dove fu

rigorosamente guardato insieme con un fedel Consigliere, ed il suo

malveduto nipote, l'Achille de' Vandali. Ma l'indulgenza che Ilderico

avea dimostrato a' suoi sudditi Cattolici, lo raccomandò efficacemente

al favore di Giustiniano, che per vantaggio della propria setta, poteva

ammettere l'uso e la giustizia della tolleranza religiosa. Mentre il

nipote di Giustino era tuttavia privato, si fomentò la loro alleanza col

vicendevol commercio di doni e di lettere; e l'Imperator Giustiniano

sostenne la causa della dignità reale e dell'amicizia. Egli ammonì

l'usurpatore in due successive ambascierie a pentirsi del suo tradimento

o almeno ad astenersi da ogni ulteriore violenza che provocar potesse

l'ira di Dio, e de' Romani; a rispettare le leggi della parentela e

della successione; ed a lasciar, che un uomo vecchio ed infermo

terminasse in pace i suoi giorni, o sul trono di Cartagine, o nel

palazzo di Costantinopoli. Le passioni, ovvero la prudenza di Gelimero

lo costrinsero a rigettar queste domande, che venivan fatte con calore

nell'altiero tuono di minacce e di comandi, ed ei giustificò la sua

ambizione in un linguaggio, che di rado tenevasi alla Corte di Bizanzio,

allegando il diritto, che aveva un Popolo libero di rimuovere o di

punire il suo principal Magistrato che avea mancato nell'esecuzione

dell'ufizio Reale. Dopo questa inutile intimazione il prigioniero

Monarca fu trattato con più rigore; al suo nipote furono levati gli

occhi, ed il crudel Vandalo, confidando nella sua forza e distanza

derideva le vane minacce, ed i lenti preparativi dell'Imperatore

d'Oriente. Giustiniano dunque risolvè di liberare, o vendicare il suo

amico; Gelimero di sostener la sua usurpazione; e la guerra, secondo

l'uso delle Nazioni incivilite, fu preceduta dalle più solenni proteste,

che ciascheduna delle parti desiderava sinceramente la pace.

La notizia d'una guerra Affricana non fu grata che alla vana ed oziosa

plebaglia di Costantinopoli di cui la povertà l'esentava da' tributi, e

la poltroneria ben di rado l'esponeva al servizio militare. Ma i

Cittadini più savi, che dal passato giudicavano del futuro, riflettevano

all'immensa perdita, sì di uomini che di danaro, dall'Impero sofferta

nella spedizione di Basilisco. Le truppe che dopo cinque laboriose

Campagne si erano richiamate dalle frontiere della Persia, temevano il

mare, il clima e le armi d'un incognito nemico. I ministri delle Finanze

calcolavano, per quanto eran suscettibili di calcolo, i bisogni d'una

guerra nell'Affrica; le tasse, che bisognava trovare ed esigere per

supplire ai tali esorbitanti bisogni; ed il pericolo che le proprie lor

vite, o almeno i loro lucrosi impieghi non fossero responsabili della

mancanza di ciò ch'era necessario. Giovanni di Cappadocia, mosso da tali

cagioni del proprio interesse (giacchè non può sopra di lui cadere il

sospetto d'alcuna sorte di zelo del pubblico bene), si avventurò ad

opporsi in pieno consiglio alle inclinazioni del suo Signore. Confessò

in vero, che una vittoria di tale importanza non potea mai comprarsi a

troppo caro prezzo; ma ne rappresentò in un grave discorso le difficoltà

certe, e l'incerto evento. «Se intraprendete, disse il Prefetto,

l'assedio di Cartagine per terra, la distanza non è minore di cento

quaranta giorni di cammino, e per mare bisogna che passi un intero

anno[611], prima che voi possiate avere alcuna nuova della vostra

flotta. Soggiogando l'Affrica, essa non potrebbe conservarsi senza la

conquista anche della Sicilia, e dell'Italia. Il buon successo vi

obbligherà a nuovi travagli; ed una sola disgrazia attirerà i Barbari

nel cuore dell'esausto vostro Impero». Giustiniano sentì il peso di

questo salutevol consiglio; restò confuso dall'insolita libertà di un

ossequioso servo; e forse si sarebbe abbandonato il disegno di far

quella guerra, se non si fosse ravvivato il suo coraggio da una voce,

che fece tacere i dubbi della profana ragione: «Ho avuto una visione

(gridò un artificioso o fanatico Vescovo d'Oriente): è volere del Cielo,

o Imperatore, che non abbandoniate la vostra santa impresa di liberare

la Chiesa Affricana. Il Dio degli Eserciti precederà le vostre bandiere,

e dispergerà i vostri nemici che sono i nemici del suo Figlio».

L'Imperatore potè facilmente tentarsi, ed i suoi consiglieri furon

costretti a dar fede a questa opportuna rivelazione: ma essi trassero

una più ragionevole speranza dalla rivolta, che gli aderenti di Ilderico

o Atanasio avevano già eccitato a' confini della Monarchia Vandalica.

Pudenzio, suddito affricano, aveva segretamente manifestato le sue

fedeli intenzioni, ed un piccol soccorso militare fece tornar la

Provincia di Tripoli all'ubbidienza de' Romani. Era stato affidato il

Governo di Sardegna a Goda, valoroso Barbaro, che sospese il pagamento

del tributo, negò di prestar omaggio all'usurpatore, e diede orecchio

agli emissari di Giustiniano, che lo trovaron padrone di quella fertile

Isola, alla testa delle sue guardie, e superbamente rivestito delle

insegne Reali. Si diminuiron le forze dei Vandali dalla discordia e dal

sospetto; e gli eserciti Romani furono animati dal coraggio di

Belisario, uno di que' nomi eroici, che son cogniti ad ogni tempo e ad

ogni Nazione.

[A. 529-532]

L'Affricano della nuova Roma era nato, e forse educato fra' contadini

della Tracia[612] senz'alcuno di quei vantaggi, che avea formato le

virtù del vecchio e del giovine Scipione, quali sono un'origine nobile,

gli studj liberali, e l'emulazione d'uno stato libero. Il silenzio d'un

loquace Segretario si può ammetter come una prova, che la gioventù di

Belisario non potè somministrare alcun soggetto di lode: ei servì

sicurissimamente con valore e riputazione fra le guardie private di

Giustiniano; e quando il suo padrone divenne Imperatore, fu egli

promosso al comando militare. Dopo un'ardita incursione nella

Persarmenia, in cui divise la sua gloria con un collega, e ne fu

arrestato il progresso da un nemico, Belisario si fermò nell'importante

posto di Darà, dove preso la prima volta al suo servizio Procopio,

fedele compagno, e diligente istorico delle sue imprese[613]. Il Miranne

di Persia con quarantamila uomini delle migliori sue truppe avanzossi

per gettare a terra le fortificazioni di Dara; e indicò il giorno e

l'ora, in cui dovevano i Cittadini preparargli un bagno per rinfrescarsi

dopo le fatiche della vittoria. Incontrò egli un avversario uguale a lui

nel nuovo titolo, che aveva avuto di Generale dell'Oriente; superiore

nella perizia della guerra; ma molto inferiore nel numero, e nella

qualità delle sue truppe, che non erano più di venticinquemila fra

Romani e stranieri, rilassati nella disciplina militare, ed umiliati da

recenti disastri. Siccome la pianura di Dara non ammetteva alcuna sorte

di strattagemma, o d'imboscata, Belisario difese la sua fronte con una

forte trincera, che prolungò prima in linee perpendicolari e poi

parallele, per cuoprire le ali della cavalleria, situata

vantaggiosamente in luogo da poter dominare i fianchi e la retroguardia

del nemico. Attaccato che fu il centro de' Romani, l'opportuno loro e

rapido urto decise della battaglia: cadde la bandiera Persiana;

gl'_immortali_ fuggirono; l'infanteria gettò via gli scudi; ed ottomila

de' vinti restarono morti sul campo di battaglia. Nella seguente

campagna fu invasa la Siria dalla parte del deserto; e Belisario, con

ventimila uomini corse da Dara in soccorso di quella Provincia. Per

tutta la state le abili sue disposizioni resero vani i disegni del

nemico: lo costrinse a ritirarsi; ogni notte occupava il campo, che

quello aveva lasciato il giorno avanti; e si sarebbe assicurato una

vittoria senza spargimento di sangue, se avesse potuto resistere

all'impazienza delle proprie truppe. Queste però nell'ora della

battaglia debolmente mantennero la promessa fatta di portarsi

valorosamente; l'ala destra rimase esposta per la proditoria e codarda

diserzione degli Arabi cristiani; gli Unni, che formavano una truppa

veterana di ottocento guerrieri, furon oppressi dalla superiorità del

numero; la fuga degl'Isauri fu impedita, ma l'infanteria Romana restò

ferma nella sinistra, perchè Belisario medesimo, smontato da cavallo,

dimostrò loro che un'intrepida disperazione poteva unicamente salvarli.

Voltarono essi le spalle all'Eufrate, e la faccia al nemico; un'immensa

quantità di dardi strisciò senza effetto su' loro scudi insieme stretti,

ed ordinati a guise di tetto per ripararli; a' replicati assalti della

cavalleria Persiana fu opposta un'impenetrabile linea di picche; e dopo

una resistenza di più ore, le truppe che rimasero, col favor della notte

furono abilmente imbarcate. Il comandante Persiano si ritirò con

disordine e vergogna a rendere stretto conto delle vite di tanti

soldati, ch'egli aveva sacrificato in una steril vittoria; ma la fama di

Belisario non fu contaminata da una disfatta, nella quale aveva egli

solo salvato il suo esercito dalle conseguenze della temerità del

medesimo. L'approssimarsi della pace lo dispensò dal guardare le

frontiere Orientali, e la sua condotta nella sedizione di Costantinopoli

ampiamente soddisfece alle obbligazioni, che aveva coll'Imperatore.

Allorchè la guerra d'Affrica divenne il soggetto de' discorsi popolari,

e delle segrete deliberazioni, ciascheduno dei Generali Romani temeva,

piuttosto che ambisse, quel pericoloso onore; ma appena Giustiniano ebbe

dichiarato la preferenza, ch'ei dava al merito superiore di Belisario,

si riaccese la loro invidia dall'unanime applauso, che fu fatto a tale

scelta. L'indole della Corte Bizantina può avvalorare il sospetto, che

l'Eroe fosse segretamente assistito dagl'intrighi della bella e scaltra

Antonina sua moglie, che alternativamente godè la grazia, ed incorse

nell'odio dell'Imperatrice Teodora. Antonina era d'origine ignobile,

discendendo da una famiglia di cocchieri, e n'era stata macchiata la

riputazione con le più brutte accuse. Nonostante regnò con lungo ed

assoluto potere sull'animo dell'illustre di lei marito; e se non curò il

merito della fedeltà coniugale, dimostrò per Belisario un'amicizia

virile, avendolo accompagnato con intrepida fermezza in tutti i travagli

e pericoli d'una vita militare[614].

[A. 533]

I preparativi per la Guerra d'Affrica non furono indegni dell'ultima

contesa fra Roma e Cartagine. L'orgoglio ed il fior dell'esercito

consisteva nelle guardie di Belisario, che secondo la perniciosa

indulgenza di que' tempi si obbligavano mediante un particolar

giuramento di fedeltà al servizio del loro Capo. La loro forza e

statura, per cause delle quali erano stati con gran cura scelti, la

bontà de' loro cavalli e delle armi, e l'assidua pratica di tutti gli

esercizi militari gli rendeva capaci d'eseguire tutto ciò, che il loro

coraggio poteva proporre; e questo coraggio esaltavasi dal sociale onore

del loro grado, e dalla personale ambizione di favore e fortuna.

Quattrocento de' più bravi fra gli Eruli marciavano sotto la bandiera

del fedele ed attivo Fara; l'intrattabile valore di questi si apprezzava

assai più che la mansueta sommissione dei Greci e de' Sirj; e si crede

di tale importanza l'avere un rinforzo di seicento Massageti o Unni,

ch'essi furono con la frode e coll'inganno allettati ad impegnarsi in

una spedizione navale. S'imbarcarono a Costantinopoli cinquemila cavalli

e diecimila fanti per la conquista dell'Affrica; ma l'infanteria, per la

maggior parte reclutata nella Tracia e nell'Isauria, cedeva all'uso, che

più dominava, ed alla riputazione della cavalleria; e l'arco Scitico era

l'arme, in cui gli eserciti Romani erano in quel tempo ridotti a porre

la loro principal fiducia. Procopio, per un lodevole desiderio di

sostenere la dignità del suo tema, difende i soldati del suo tempo

contro gli austeri critici, che limitavano quel rispettabile nome a'

guerrieri di grave armatura dell'antichità, e maliziosamente

osservavano, che Omero adopera la parola _Arciero_ come un termine di

disprezzo[615]: «Tal disprezzo potè (_dic'egli_) forse meritarsi da que'

nudi giovani, che comparivano a piedi ne' campi di Troia, e

nascondendosi dietro a un sepolcro, o allo scudo d'un amico si tiravano

al petto la corda dell'arco[616], e scagliavano un debole e lento dardo.

Ma i nostri arcieri (prosegue l'Istorico) cavalcano destrieri, ch'essi

maneggiano con ammirabil perizia; hanno difeso il capo e le spalle da un

elmo, o dallo scudo; portano delle difese di ferro alle gambe, e i loro

corpi son guardati da una corazza di maglia; pende loro al fianco dalla

destra parte una faretra, una spada dalla sinistra, e la loro mano è

assuefatta nel combatter più da vicino a maneggiare una lancia, o un

pugnale. I loro archi son forti e pesanti; scagliano in ogni direzione

possibile, sì nell'avanzarsi, che nel ritirarsi, di fronte, per di

dietro, e da ciaschedun lato; e siccome sono istruiti a tirar la corda

dell'arco, non già al petto, ma all'orecchio diritto, bisogna, che sia

bene stabile quell'armatura, che può resistere alla rapida forza del

loro dardo». Si riunirono nel porto di Costantinopoli cinquecento navi

da trasporto con ventimila marinari d'Egitto, di Cilicia e di Ionia. La

più piccola di queste navi può valutarsi di trenta tonnellate, e la più

grande di cinquecento; e potrà accordarsi con una liberale sì, ma non

eccessiva condiscendenza, che la vera portata di esse ascendesse a circa

centomila tonnellate[617], ad oggetto di contenere trentacinquemila fra

soldati e marinari, cinquemila cavalli, le armi, le macchine e

provvisioni militari, ed una sufficiente quantità d'acqua, e di cibi per

un viaggio forse di tre mesi. Le alte galere, che anticamente battevano

il Mediterraneo con tante centinaia di remi, erano già da gran tempo

sparite; e la flotta di Giustiniano fu scortata solo da novantadue

piccoli brigantini, coperti da' dardi nemici, e montati da duemila bravi

e robusti giovani di Costantinopoli. Vi si trovano nominati ventidue

Generali, la maggior parte de' quali dipoi si distinse nelle guerre

d'Affrica e d'Italia; ma il comando supremo, sì per terra che per mare,

fu affidato al solo Belisario, con un'illimitata facoltà d'agire secondo

il suo giudizio, come se fosse presente l'Imperatore medesimo. La

separazione, che si è fatta della professione nautica dalla militare, è

l'effetto nel tempo stesso e la causa dei moderni avanzamenti nella

scienza della navigazione, e della guerra marittima.

[A. 535]

Nel settimo anno del Regno di Giustiniano, e verso il tempo del

solstizio estivo, fu disposta in marzial pompa tutta la flotta di

seicento navi avanti a' giardini del Palazzo. Il Patriarca la benedì,

l'Imperatore manifestò gli ultimi suoi ordini, la trombetta del Generale

diede il segno della partenza, ed ognuno, secondo i propri timori o

desiderj esplorò con ansiosa curiosità gli augurj della disgrazia, e del

buon successo. Si fece la prima fermata a Perinto o Eraclea, dove

Belisario aspettò cinque giorni per ricevere alcuni cavalli Tracj,

ch'erano un dono militare del suo Sovrano. Di là proseguì la flotta il

suo corso per mezzo della Propontide; ma mentre si affaticavano per

passar lo Stretto dell'Ellesponto, un vento contrario gli trattenne

quattro giorni in Abido, dove il Generale diede una memorabil lezione di

fermezza e di rigore. Due Unni, che in una contesa, cagionata

dall'ebrietà, avevano ucciso uno de' loro compagni, furono

immediatamente mostrati all'armata sospesi da un'alta forca. I loro

compatriotti, che non riconoscevan le Leggi servili dell'Impero, e

adducevano il libero privilegio della Scizia, dove una piccola multa

pecuniaria serviva per espiare i subitanei trasporti dell'intemperanza e

dell'ira, si risentirono dell'ingiuria fatta alla Nazione. Erano

speciose le loro querele, alti i loro clamori, ed a' Romani non

dispiaceva l'esempio del disordine e dell'impunità. Ma fu quietato il

nascente tumulto per l'autorità ed eloquenza del Generale, che

rappresentò alle truppe adunate l'obbligo della giustizia, l'importanza

della disciplina, i premj della pietà e della virtù, e l'imperdonabil

delitto dell'omicidio, che a suo giudizio veniva piuttosto aggravato che

scusato dal vizio dell'ebrietà[618]. Nella navigazione dall'Ellesponto

al Peloponneso, che i Greci dopo l'assedio di Troia avevan fatto in

quattro giorni[619], la flotta di Belisario era guidata nel suo corso

dalla principal Galera di esso, visibile di giorno per le vele rosse, e

di notte per mezzo di torcie accese sulla cima dell'albero. Era ufizio

de' Piloti, quando navigarono fra le Isole, e girarono i promontori di

Malea e di Tenaro, il mantenere un ordine giusto, e delle regolate

distanze fra tante navi; e siccome il vento fu piacevole e moderato, le

loro fatiche riuscirono bene, e furono felicemente sbarcate le truppe a

Metono sulla costa della Messenia, per farle riposare alquanto dopo i

travagli del mare. In quest'occasione esse provarono quanto può

l'avarizia, investita dell'autorità, prendersi giuoco delle vite di

migliaia di Uomini, che valorosamente s'espongono pel servizio pubblico.

Secondo l'uso militare il pane o biscotto de' Romani era cotto nel forno

due volte, e volentieri si soffriva la diminuzione d'un quarto per la

perdita del peso. Per guadagnare questo miserabil vantaggio, e

risparmiar la spesa delle legna, il Prefetto Giovanni di Cappadocia

diede ordine, che si cuocesse il pane leggermente al medesimo fuoco, che

faceva scaldare i bagni di Costantinopoli: e quando s'apriron le sacca

fu distribuita una molle e muffita pasta all'esercito. Questo cibo

insalubre, unito al caldo del clima e della stagione tosto produsse una

malattia epidemica, che portò via cinquecento soldati. La diligenza di

Belisario, che provvide dell'altro pane a Metona, e liberamente

manifestò il suo giusto ed umano risentimento, rimediò alla loro salute:

l'Imperatore ascoltò i suoi lamenti; fu lodato il Generale; ma il

Ministro non fu punito. Dal porto di Metona i Piloti fecero vela lungo

la costa occidentale del Peloponneso fino all'Isola di Zacinto o del

Zante, prima d'intraprendere il viaggio (a' loro occhi difficilissimo)

di cento leghe sul mare Ionio. Poichè la flotta fu sorpresa da una

calma, si consumarono sessanta giorni in quella lenta navigazione; ed

anche l'istesso Generale avrebbe sofferto l'intollerabile ardor della

sete, se l'ingegno d'Antonina non avesse conservato dell'acqua in boccie

di vetro, ch'essa nascose profondamente nella sabbia in una parte della

nave dove non potevano arrivare i raggi solari. Finalmente il porto di

Caucana[620] nella parte meridionale di Sicilia diede loro un sicuro ed

ospitale rifugio. Gli Ufiziali Goti, che governavano l'Isola in nome

della Figlia e del Nipote di Teodorico, ubbidirono agl'imprudenti loro

ordini di ricever le truppe di Giustiniano come amiche ed alleate:

furono loro generosamente date delle provvisioni, fu rimontata la

cavalleria[621], e Procopio presto tornò da Siracusa con un'esatta

informazione dello stato e dei disegni de' Vandali. Queste notizie

determinarono Belisario ad affrettar le sue operazioni, e la savia di

lui impazienza fu secondata da' venti. La flotta perdè di vista la

Sicilia, passò davanti all'Isola di Malta, scuoprì i promontori

dell'Affrica, scorse lungo le coste con un forte vento di nord-est, e

gettò finalmente l'ancora al Promontorio di _Caput vada_, circa cinque

giornate di cammino al mezzodì di Cartagine[622].

Se Gelimero fosse stato informato dell'avvicinarsi del nemico, egli

avrebbe sicuramente differito la conquista della Sardegna per

l'immediata difesa della propria persona e del Regno. Un distaccamento

di cinquemila soldati, ed uno di cento venti galere si sarebbero uniti

alle altre forze de' Vandali, ed il discendente di Genserico avrebbe

potuto sorprendere ed opprimere una flotta di navi da trasporto, molto

cariche, incapaci d'agire, e di piccoli Brigantini, che sembravano solo

atti alla fuga. Belisario aveva tremato internamente quando sentì, che i

suoi soldati, nel passaggio, s'animavano l'uno coll'altro a confessare

le loro apprensioni. Dicevano essi, che se potevano una volta porre il

piede sul lido, speravano di sostenere il decoro delle loro armi; ma se

fossero stati attaccati per mare, non arrossivano di confessare, che

mancava loro il coraggio per combattere nell'istesso tempo coi venti,

co' flutti, e co' Barbari[623]. La cognizione de' loro sentimenti fece

decidere Belisario a prender la prima occasione, che gli si presentò, di

sbarcarli sulla costa dell'Affrica; ed in un Consiglio di guerra

prudentemente rigettò la proposizione di entrare insieme con la flotta e

l'esercito nel porto di Cartagine. Tre mesi dopo la loro partenza da

Costantinopoli, furono felicemente sbarcati gli uomini ed i cavalli, le

armi e gli arnesi militari, e si lasciaron cinque soldati per guardia su

ciascheduna delle navi, che furon disposte in forma di semicerchio. Le

altre truppe occuparono un campo sul lido del mare, che si fortificò

secondo l'antico uso con un fosso e con un riparo; e la scoperta d'una

fonte d'acqua fresca nel tempo che servì a smorzarne la sete, eccitò la

superstiziosa fiducia de' Romani. La mattina seguente, furono

saccheggiati alcuni de' giardini più prossimi; e Belisario, dopo aver

gastigato i rei, prese quella occasione leggiera per se stessa, ma che

si presentò in un momento decisivo, per inculcar le massime di

giustizia, di moderazione, e di vera politica: «Quando accettai la

commissione di soggiogar l'Affrica, disse il Generale, io contai molto

meno sul numero, o anche sulla bravura delle mie truppe, che

sull'amichevol disposizione degli abitanti, e sull'immortale lor odio

contro de' Vandali. Voi soli potete privarmi di questa speranza, se

continuate ad estorcer con la rapina quel che potrebbe comprarsi per

poco prezzo: tali atti di violenza riconcilieranno fra loro

quest'implacabili nemici, e gli uniranno in una giusta e santa lega

contro gl'invasori del loro paese». Quest'esortazioni furono avvalorate

da una rigorosa disciplina, della quale i soldati medesimi provaron ben

tosto, e lodaron gli effetti. Gli abitanti invece di abbandonare le loro

case, o di nascondere il loro grano, aprivano a' Romani un comodo e

copioso mercato; gli Ufiziali civili della Provincia continuarono ad

esercitar le loro funzioni a nome di Giustiniano; ed il Clero, per

motivi sì di coscienza che d'interesse, continuamente si affaticava a

promuovere la causa d'un Imperatore Cattolico. La piccola Città di

Sullette[624], distante una giornata di cammino dal campo, ebbe l'onore

d'esser la prima ad aprir le porte, ed a riassumer l'antica sua fedeltà:

le altre maggiori Città di Leptis, e di Adrumeto ne imitaron l'esempio,

subito che comparve Belisario; e questi senza opposizione avanzossi fino

a Grasse, palazzo de' Re Vandali, alla distanza di cinquanta miglia da

Cartagine. Gli stanchi Romani si abbandonavano al sollievo di ombrosi

boschi, di fresche fontane e deliziosi frutti; e la preferenza, che

Procopio accorda a questi giardini sopra tutti quelli, ch'esso aveva

veduto tanto in Oriente quanto in Occidente, si può attribuire o al

particolar gusto, o alla fatica dell'istorico. In tre generazioni la

prosperità, ed un clima caldo avevan rilasciato il duro valore dei

Vandali, che a poco a poco divennero i più lussuriosi del Mondo. Nelle

loro ville e giardini, che potevano ben meritare il nome Persiano di

_Paradisi_[625], essi godevano un fresco ed elegante riposo; e dopo il

quotidiano uso del bagno, i Barbari s'assidevano ad una mensa,

profusamente imbandita con le delizie della terra e del mare. Le loro

vesti di seta liberamente ondeggianti all'uso de' Medi erano ricamate

d'oro: l'amore e la caccia erano le occupazioni della loro vita, e nelle

rimanenti ore si divertivano con pantomimi e corse di cocchi, con la

musica e le danze del Teatro.

In una marcia di dieci o dodici giorni fu costantemente attenta e in

azione la vigilanza di Belisario contro gl'incogniti suoi nemici, da'

quali poteva in ogni luogo e ad ogni ora esser improvvisamente

attaccato. Giovanni l'Armeno, Ufiziale di confidenza e di merito,

conduceva la vanguardia di trecento cavalli; seicento Massageti ad una

certa distanza coprivano il lato sinistro e tutta la flotta navigando

lungo la costa, rare volte perdeva di vista l'esercito che ogni giorno

faceva circa dodici miglia, ed alloggiava la sera in forti campi, o in

Città amiche. L'avvicinamento de' Romani a Cartagine riempì l'animo di

Gelimero d'ansietà e di terrore. Desiderava egli prudentemente di

prolungare la guerra finattantochè il suo fratello tornasse con le

veterane sue truppe dalla conquista di Sardegna; ed ebbe allora

occasione di lamentarsi dell'inconsiderata politica de' suoi Maggiori,

che distruggendo le fortificazioni dell'Affrica non gli avevan lasciato

che il pericoloso spediente di rischiare una battaglia nelle vicinanze

della sua Capitale. I Conquistatori Vandali dal primitivo lor numero di

cinquantamila, s'eran moltiplicati, senza includervi le donne e i

fanciulli, fino a cento sessantamila combattenti: e tali forze, animate

dal valore e dall'unione avrebber potuto impedire, al primo sbarco, le

deboli ed esauste truppe del Generale Romano. Ma gli amici del Re

prigioniero erano più inclinati ad accettar gl'inviti che a resister a'

progressi di Belisario; e molti altieri Barbari mascheravano la loro

avversione alla guerra sotto il più specioso nome dell'odio, che

portavano all'usurpatore. Ciò nonostante l'autorità e le promesse di

Gelimero unirono insieme un formidabile esercito, ed i suoi disegni

furono concertati con qualche sorte di perizia militare. Spedì un ordine

ad Ammata, suo fratello, di raccoglier tutte le forze di Cartagine, e di

opporsi alla Vanguardia dell'esercito Romano alla distanza di dieci

miglia dalla Città; e Gibamondo, suo nipote, con duemila cavalli fu

destinato ad attaccarne il fianco sinistro mentre il Monarca medesimo,

che tacitamente seguitava i nemici, ne avrebbe attaccata la retroguardia

in una situazione, che toglieva loro l'aiuto ed anche la vista della lor

flotta. Ma la temerità d'Ammata riuscì fatale a lui medesimo ed al suo

Paese. Egli anticipò l'ora dell'attacco, precedè i suoi lenti seguaci, e

fu trafitto da una mortal ferita, dopo d'aver ucciso con le proprie mani

dodici de' suoi più arditi nemici. I suoi Vandali fuggirono a Cartagine;

la strada maestra, per lo spazio di quasi dieci miglia fu ricoperta di

cadaveri; e sembra incredibile, che tante persone fossero trucidate

dalle spade di trecento Romani. Il nipote di Gelimero fu disfatto dopo

un breve combattimento dai seicento Massageti: questi non giungevano

neppure alla terza parte delle truppe di esso; ma ogni Scita veniva

infiammato dall'esempio del suo Capo, che gloriosamente esercitò il

diritto della propria famiglia, di correre il primo e solo a scagliare

il primo dardo contro il nemico. Frattanto Gelimero, non sapendo quel

ch'era seguito, ed ingannato dalla tortuosità de' colli oltrepassò

inavvertentemente l'esercito Romano, e giunse al luogo dov'era caduto

Ammata. Pianse il destino del fratello e di Cartagine; attaccò con

irresistibil furore gli squadroni, che s'avanzavano; ed avrebbe potuto

proseguire e forse far decidere la vittoria in suo favore, se non avesse

consumato quei preziosi momenti nell'adempire un inutile, quantunque

pietoso, dovere verso il defunto. Mentre il suo spirito era abbattuto da

questo luttuoso ufizio, udì la trombetta di Belisario, che lasciando

Antonina, e la sua infanteria nel campo s'avanzò in fretta con le sue

guardie e col resto della cavalleria per riunire le fuggitive sue truppe

e rimetter la fortuna della giornata. In questa disordinata battaglia

non potè molto aver luogo l'abilità d'un Generale; ma il Re fuggì

d'avanti all'Eroe, ed i Vandali, assuefatti a combattere solo co' Mori,

non furon capaci di resistere alle armi ed alla disciplina de' Romani.

Gelimero precipitosamente si ritirò verso il deserto di Numidia; ma

presto ebbe la consolazione di sapere, ch'erano stati fedelmente

eseguiti i segreti suoi ordini per la morte d'Ilderico e de' prigionieri

suoi amici. La vendetta però del Tiranno fu solo vantaggiosa a' nemici

di esso. La morte d'un legittimo Principe risvegliò la compassione del

suo Popolo; e mentre la sua vita avrebbe messo in perplessità i

vittoriosi Romani, il Luogotenente di Giustiniano, per mezzo d'un

delitto di cui era innocente, fu liberato dulia penosa alternativa di

mancare all'onore, o di abbandonare le sue conquiste.

[A. 533]

Tosto che fu quietato il tumulto, le varie parti dell'esercito

reciprocamente si comunicarono gli accidenti seguiti in quel giorno; e

Belisario piantò il suo campo nel luogo della vittoria, a cui la pietra,

indicante la distanza di dieci miglia da Cartagine, aveva fatto prendere

il nome latino di _Decimo_. Per un savio sospetto degli strattagemmi de'

Vandali, e de' mezzi che avean di risorgere, esso marciò il giorno

seguente in ordine di battaglia; la sera fermossi avanti le porte di

Cartagine; e prese una notte di riposo per non esporre nell'oscurità e

nel disordine la Città alla licenza de' soldati, o i soldati medesimi

alle segrete insidie della Città. Ma siccome i timori di Belisario erano

il resultato dell'intrepida e fredda ragione, ben presto conobbe che

potea confidare senza pericolo nel pacifico ed amichevole aspetto della

Capitale. Cartagine fu illuminata da innumerabili torcie, segni della

pubblica letizia; fu tolta la catena che guardava l'ingresso del porto;

furono aperte le porte; ed il Popolo, con acclamazioni di gratitudine

salutò ed invitò i Romani loro liberatori. La disfatta de' Vandali e la

libertà dell'Affrica, s'annunziarono alla Città la vigilia di S.

Cipriano, allorchè le Chiese erano già ornate ed illuminate per la Festa

del Martire, che tre secoli di superstizione aveva quasi innalzato ad

una locale divinità. Gli Arriani, vedendo ch'era finito il lor regno,

consegnarono il tempio ai Cattolici che riscattarono dalle mani profane

il lor Santo, vi celebrarono i sacri riti, ed altamente vi proclamarono

il simbolo d'Atanasio e di Giustiniano. Una terribile ora rovesciò le

fortune de' contrari partiti. I Vandali supplichevoli che si erano sì

poco tempo avanti abbandonati a' vizi de' conquistatori, cercavano un

umil rifugio nel santuario della Chiesa; mentre i Mercanti Orientali

furono liberati fuor della più profonda prigione del Palazzo dallo

spaventato loro custode che implorò la protezione de' suoi prigionieri,

e mostrò loro, per un'apertura nella muraglia, le vele della flotta

Romana. Dopo essersi separati dall'esercito, i comandanti navali s'erano

avanzati con cauta lentezza lungo la costa, finattantochè giunsero al

promontorio Ermeo, ed ivi ebbero la prima notizia della vittoria di

Belisario. In adempimento delle sue istruzioni, avrebbero essi gettato

l'ancora alla distanza di circa venti miglia da Cartagine, se i più

abili marinari non avessero rappresentato loro i pericoli del lido ed i

segni d'una imminente tempesta. Ignorando però tuttavia la rivoluzione

seguita, evitarono il temerario tentativo di forzar la catena del Porto;

ed il contiguo porto e sobborgo di Mandracio furono insultati soltanto

dalla rapacità d'un privato Ufiziale che disubbidì e disertò da' suoi

Capi. Ma la flotta Imperiale avanzandosi con un buon vento, passò per lo

Stretto della Goletta, ed occupò nel profondo e capace lago di Tunisi un

luogo sicuro distante circa cinque miglia dalla capitale[626]. Appena

Belisario fu informato del loro arrivo che spedì ordini, che

immediatamente la maggior parte de' marinari sbarcasse per unirsi al

trionfo, ed accrescere l'apparente numero de' Romani. Avanti di

permetter loro ch'entrassero nelle porte di Cartagine gli esortò in un

discorso degno di lui e della circostanza presente, a non infamare la

gloria delle loro armi, ed a ricordarsi che i Vandali erano stati i

tiranni, ma che essi erano i liberatori degli Affricani, i quali

dovevano allora esser rispettati come volontari ed affezionati sudditi

del comune loro Sovrano. I Romani marciarono per le strade della Città

in strette file, preparati sempre alla battaglia se fosse comparso

qualche nemico; l'ordine, rigorosamente mantenuto dal Generale, impresse

ne' loro animi il dovere dell'ubbidienza; ed in un secolo, nel quale

l'uso e l'impunità quasi santificava l'abuso della conquista, il genio

d'un solo uomo represse le passioni d'un esercito vittorioso. Tacque la

voce della minaccia e del lamento; il commercio di Cartagine non fu

interrotto; mentre l'Affrica mutò padrone e Governo, continuarono le

botteghe aperte e in azione; ed i soldati, dopo che furon poste

sufficienti guardie ne' luoghi opportuni, modestamente si ritirarono

alle case destinate a riceverli. Belisario fissò la sua residenza nel

Palazzo; si assise sul trono di Genserico; accettò e distribuì le

spoglie de' Barbari; concesse la vita a' Vandali supplichevoli, e

procurò di riparare il danno che nella notte precedente avea sofferto il

sobborgo di Mandracio. A cena trattò i suoi principali Ufiziali con la

magnificenza e la forma d'un Banchetto reale[627]. Il vincitore fu

rispettosamente servito da' prigionieri Ministri della Casa Reale; e in

que' momenti di solennità, nei quali gl'imparziali spettatori

applaudivano alla fortuna ed al merito di Belisario, i suoi invidiosi

adulatori segretamente spargevano il loro veleno sopra ogni parola ed

ogni gesto, che poteva eccitar i sospetti di un geloso Monarca. Fu

impiegata una giornata in questi pomposi spettacoli che non possono

disprezzarsi come inutili, allorchè s'attirano la popolare venerazione;

ma l'attività di Belisario che nell'orgoglio della vittoria potea temere

anche una disfatta, avea già risoluto, che l'Impero de' Romani

sull'Affrica non dipendesse dagli accidenti delle armi o dal favore del

Popolo. Le sole fortificazioni di Cartagine erano state immuni dalla

general proscrizione; ma in un Regno di novanta cinque anni si erano

lasciate cadere dagli spensierati e indolenti Vandali. Un più savio

conquistatore restaurò con incredibil prestezza le mura ed i fossi della

Città. La sua liberalità incoraggi gli artefici; i soldati, i marinari

ed i cittadini facevano a gara l'uno coll'altro in quella salutevole

opera; e Gelimero, che aveva temuto d'affidare la sua persona ad

un'aperta città, mirò con istupore e disperazione il nascente vigore

d'una inespugnabil Fortezza.

[A. 533]

Quest'infelice Monarca dopo la perdita della sua Capitale, s'applicò a

raccogliere i residui d'un'armata dispersa, piuttosto che distrutta

dalla precedente battaglia; e la speranza della preda tirò alcune truppe

moresche alle bandiere di Gelimero. Ei s'accampò nelle campagne di Bulla

in distanza di quattro giornate di cammino da Cartagine; insultò la

Capitale, ch'ei privò dell'uso d'un acquedotto; propose un grosso premio

per la testa d'ogni Romano; affettò di risparmiar le persone ed i beni

degli Affricani suoi sudditi, e trattò segretamente co' settari Arriani

e con gli Unni confederati. In queste circostanze la conquista della

Sardegna non servì che ad aggravar le sue angustie: rifletteva col più

profondo dolore, ch'egli avea consumato in quell'inutile intrapresa

cinquemila delle sue più brave genti; e lesse con dispiacere e vergogna

le vittoriose lettere del suo fratello Zanone ch'esprimevano un'ardente

fiducia che il Re, dietro l'esempio de' suoi Maggiori, avesse già

gastigato la temerità del Romano invasore. «Oimè, Fratello, replicò

Gelimero, il Cielo si è dichiarato contro la nostra infelice Nazione.

Nel tempo che tu hai soggiogato la Sardegna, noi abbiamo perduto

l'Affrica. Appena comparve Belisario con un pugno di soldati, che il

coraggio e la prosperità abbandonaron la causa de' Vandali. Gibamondo

tuo nipote, ed Ammata tuo fratello son morti per la codardia dei loro

seguaci. I nostri cavalli, le nostre navi, la stessa Cartagine e tutta

l'Affrica sono in poter del nemico. Pure i Vandali tuttavia preferiscono

un ignominioso riposo, a costo di perdere le loro mogli ed i figli, i

loro averi e la libertà. Ora non ci rimane altro che la campagna di

Bulla e la speranza del vostro valore. Lascia la Sardegna; vola in

nostro soccorso; restaura il nostro Impero, od al nostro fianco

perisci». Ricevuta questa lettera, Zanone comunicò il suo duolo a'

principali de' Vandali ma ne nascose prudentemente la notizia a' nativi

dell'Isola. Si imbarcaron le truppe in centoventi galere nel porto di

Cagliari, gettaron l'ancora il terzo giorno a' confini della Mauritania,

e proseguirono in fretta il loro cammino per riunirsi alle bandiere

Reali nel campo di Bulla. Tristo ne fu l'incontro: i due fratelli

s'abbracciarono; piansero in silenzio; nulla fu domandato della vittoria

di Sardegna, nessuna ricerca si fece delle disgrazie dell'Affrica.

Avevano essi d'avanti a' lor occhi tutta l'estensione delle loro

calamità; e l'assenza delle proprie mogli e de' figli somministrava una

luttuosa prova che era loro toccata o la morte o la schiavitù. Si

risvegliò finalmente il languido spirito de' Vandali, e si riunirono per

l'esortazioni del loro Re, per l'esempio di Zanone, e per l'imminente

pericolo che minacciava la loro Monarchia e Religione. La forza militare

della Nazione s'avanzò alla battaglia; e tale fu il rapido loro

accrescimento che prima che l'armata giungesse a Tricameron, circa venti

miglia lontano da Cartagine, poteron vantare, forse con qualche

esagerazione, che sorpassavano dieci volte le piccole forze de' Romani.

Queste forze però eran sotto il comando di Belisario, il quale, siccome

conosceva il superiore lor merito, permise, che i Barbari lo

sorprendessero in un'ora inopportuna. I Romani ad un tratto si posero in

armi: un piccolo rio ne copriva la fronte: la cavalleria formava la

prima linea, che aveva nel centro Belisario alla testa di cinquecento

guardie: l'infanteria fu posta a qualche distanza in una seconda linea:

e la vigilanza del Generale osservava la separata situazione e l'ambigua

fede de' Massageti che segretamente riserbavano il loro aiuto per i

vincitori. L'Istorico ha riportato, ed il Lettore può facilmente

immaginare i discorsi[628] de' Comandanti, che con argomenti i più

acconci allo stato in cui erano, inculcavano l'importanza della vittoria

e il disprezzo della vita. Zanone con le truppe che l'avevan seguitato

nella conquista della Sardegna, fu posto nel centro; e se la moltitudine

de' Vandali avesse imitato l'intrepida loro fermezza, il trono di

Genserico avrebbe potuto sostenersi. Gettate via le lancie e le armi da

scagliare sfoderarono essi le spade, ed aspettaron l'attacco: la

cavalleria Romana per tre volte passò il rio; essa fu per tre volte

respinta; e si mantenne costante la pugna, finattantochè cadde Zanone, e

si spiegò la bandiera di Belisario. Gelimero si ritirò al suo campo: gli

Unni s'unirono ad inseguirlo, ed i vincitori spogliarono i corpi de'

morti. Pure non furon trovati sul campo più di cinquanta Romani e di

ottocento Vandali: sì tenue fu la strage d'una giornata ch'estinse una

Nazione, e trasferì l'Impero dell'Affrica. La sera Belisario condusse la

sua infanteria all'attacco del campo, e la pusillanime fuga di Gelimero

manifestò la vanità delle proteste poco avanti fatte, che per un vinto

la morte era di sollievo, di peso la vita; e l'infamia si riguardava

come l'unico oggetto di terrore. Fu segreta la sua partenza; ma tosto

che i Vandali scoprirono che il loro Re gli aveva abbandonati,

precipitosamente si dispersero, solleciti solo della loro personale

salvezza, e non curando qualunque altr'oggetto ch'è caro o valutabile

per gli uomini. I Romani entrarono senza resistenza nel campo; e

nell'oscurità e confusion della notte restaron nascoste le più barbare

scene di disordine. Fu crudelmente trucidato qualunque Barbaro, cui

incontrarono le loro spade: le vedove e le figlie di quelli, abbracciate

furono come ricche eredi o belle concubine da' licenziosi soldati; e

l'avarizia medesima restò quasi sazia de' tesori d'oro e d'argento,

frutti della conquista o dell'economia, accumulati in un lungo periodo

di prosperità e di pace. In questa furiosa ricerca anche i soldati di

Belisario dimenticarono la loro riservatezza e rispetto. Acciecati dalla

cupidigia e dalla rapacità, esploravano in piccole partite o soli le

addiacenti campagne, i boschi, gli scogli, e le caverne che potesser

celare qualche cosa di prezzo; carichi di bottino abbandonarono i loro

posti e andavano senza guida vagando per le strade, che conducevano a

Cartagine; e se i fuggitivi nemici avessero ardito di tornare indietro,

ben pochi de' conquistatori sarebbero scampati. Belisario, profondamente

penetrato dalla vergogna e dal pericolo, passò con apprensione una notte

sul campo di battaglia; ed allo spuntar del giorno piantò la sua

bandiera sopra di un Colle, riunì le sue guardie ed i veterani, ed

appoco appoco restituì la moderazione e l'ubbidienza nell'esercito. Il

Generale Romano prese uguale interesse nel sottomettere i Barbari

nemici, che nel salvarli prostrati; ed i Vandali supplichevoli che si

trovavano solo nelle Chiese, furon protetti dalla sua autorità,

disarmati e situati separatamente in maniera che non potessero nè

disturbar la pubblica pace, nè divenir le vittime della vendetta

popolare. Dopo aver mandato un piccol distaccamento ad investigare le

traccie di Gelimero, s'avanzò con tutta la sua armata per circa dieci

giornate di cammino fino ad Ippone Regio che non possedeva più le

reliquie di S. Agostino[629]. La stagione avanzata e la certa notizia

che i Vandali eran fuggiti agl'inaccessibili paesi de' Mori, determinò

Belisario ad abbandonarne l'inutil ricerca, ed a stabilire in Cartagine

i suoi quartieri d'inverno. Di là mandò il principale suo Luogotenente

ad informare l'Imperatore, che nello spazio di tre mesi egli aveva

compito la conquista dell'Affrica.

[A. 534]

Belisario diceva il vero. I Vandali, che sopravvissero, cederono

senz'altra resistenza le armi e la libertà: i contorni di Cartagine si

sottomisero alla sua presenza; e le Province più lontane furono l'una

dopo l'altra soggiogate dalla fama della sua vittoria. Tripoli si

confermò nel volontario suo omaggio; la Sardegna e la Corsica s'arresero

ad un Ufiziale, che invece della spada portò la testa del bravo Zanone;

e le Isole di Maiorca, Minorca ed Ivica acconsentirono di rimanere

un'umile appendice del Regno affricano. Cesarea, Città Reale che in una

Geografia non tanto _rigorosa_ può confondersi colla moderna Algeri, era

situata trenta giornate di cammino all'occidente di Cartagine: per terra

la strada era infestata da' Mori; ma il mare era aperto, ed i Romani

erano allora padroni del mare. Un attivo e prudente Tribuno s'avanzò

fino allo Stretto dove occupò _Septem_, o Ceuta[630], che s'alza sulla

costa d'Affrica dirimpetto a Gibilterra: questa remota Piazza fu di poi

adorna e fortificata da Giustiniano; e sembra, ch'ei secondasse in

questo la vana ambizione d'estendere il suo Impero sino alle colonne

d'Ercole. Esso ricevè l'annunzio della vittoria in quel tempo, in cui

preparavasi appunto a pubblicar le Pandette della Legge Romana; ed il

devoto o geloso Imperatore celebrò la divina bontà, e confessò in

silenzio, il merito dell'abile suo Generale[631]. Impaziente d'abolire

la temporale e spiritual tirannia de' Vandali, procedè senza dilazione

al pieno ristabilimento della Chiesa Cattolica. Ne furono restaurate ed

ampliate generosamente la giurisdizione, la ricchezza e le immunità che

sono forse la parte più essenziale della Religione Episcopale; fu

soppresso il Culto Arriano; si proscrissero le adunanze de'

Donatisti[632]; ed il Sinodo di Cartagine per la voce di dugento

diciassette Vescovi[633], applaudì alla giustizia di quella pia

rappresaglia. Non è da presumersi che in tale occasione mancassero molti

de Prelati ortodossi, ma la tenuità del lor numero in paragone di quello

degli antichi Concilj, ch'era stato due o anche tre volte maggiore,

chiarissimamente indica la decadenza sì della Chiesa, che dello Stato.

Mentre Giustiniano si dichiarava difensor della Fede, nutriva

un'ambiziosa speranza, che il vittorioso suo Luogotenente fosse per

estender ben presto gli angusti limiti del suo dominio a quello spazio

che avevano, prima dell'invasione dei Mori e de' Vandali; e Belisario

ebbe ordine di stabilir cinque Duchi o Comandanti, nei posti opportuni

di Tripoli, di Leptis, di Cirta, di Cesarea e di Sardegna, e di calcolar

la quantità di _Palatini_, o di guarnigioni di frontiera che potessero

esser sufficienti alla difesa dell'Affrica. Il Regno de' Vandali meritò

la presenza d'un Prefetto del Pretorio; e furon destinati quattro

Consolari, e tre Presidenti per amministrar le sette Province, che si

trovavan sotto la sua giurisdizione. Fu minutamente fissato il numero

degli Ufiziali loro subordinati, de' ministri e de' messaggi o

assistenti; trecento novantasei ne furono assegnati al Prefetto

medesimo, cinquanta per ciascheduno de' suoi Vicari; e la rigorosa

determinazione delle loro tasse e salari fu più atta a confermare il

diritto, che ad impedir l'abuso di essi. Potevano questi Magistrati

essere oppressivi, ma non eran oziosi: e si propagarono all'infinito le

sottili questioni di Gius e di pubblica Economia sotto il nuovo Governo,

che si proponeva di far risorgere la libertà e l'equità della Repubblica

Romana. Il Conquistatore fu sollecito ad esigere un pronto e copioso

sussidio dagli Affricani suoi sudditi, ed accordò loro il diritto di

ripetere, anche nel terzo grado, e dalla linea collaterale, le case e le

terre, delle quali erano state le loro Famiglie ingiustamente spogliate

da' Vandali. Dopo la partenza di Belisario, che agiva in forza d'un'alta

e special commissione, non fu fatto alcun ordinario provvedimento per un

Capitan Generale delle Truppe: ma fu affidato l'ufizio di Prefetto del

Pretorio ad un soldato; la potestà civile e militare s'unirono, secondo

l'uso di Giustiniano, nel principal Governatore; e quello, che

rappresentava l'Imperatore in Affrica ugualmente che in Italia, fu ben

presto distinto col nome d'Esarca[634].

[A. 534]

Era per altro imperfetta la conquista dell'Affrica, finattantochè il

precedente di lei Sovrano non fosse, o vivo o morto, caduto in poter de'

Romani. Gelimero, dubbioso dell'evento, aveva segretamente ordinato che

una parte del suo tesoro fosse trasportata in Ispagna dove sperava di

trovare un sicuro asilo alla Corte del Re de' Visigoti. Ma si renderono

vani questi disegni dal caso, dal tradimento e dalle istancabili

ricerche de' suoi nemici, che impediron la fuga di esso dalla parte del

mare, e cacciarono il disgraziato Monarca, con alcuni suoi fedeli

seguaci, fino all'inaccessibil montagna di Papua[635], nell'interno

della Numidia. Ei vi fu immediatamente assediato da Fara, Ufiziale di

cui tanto più lodavasi la fede e la sobrietà, quanto erano tali qualità

più rare fra gli Eruli, tribù la più corrotta di tutte le altre fra'

Barbari. Belisario affidato aveva alla sua vigilanza quest'importante

incarico; e dopo un ardito tentativo di scalar la montagna, nel quale

perdè centodieci soldati, Fara aspettò l'effetto, che l'angustia e la

fame, durante un assedio invernale, avrebbe operato nell'animo del Re

Vandalo. Dall'uso de' più molli piaceri, e dall'illimitata dominazione

sopra l'industria e la ricchezza, fu egli ridotto a partecipare della

povertà de' Mori[636], che si rendea loro soffribile solo per

l'ignoranza, in cui erano di una condizion più felice. Nelle rozze loro

capanne di fango e di creta, che ritenevano il fumo, ed escludevan la

luce, promiscuamente dormivano sul suolo, o al più sopra pelli di

pecore, insieme con le loro mogli, co' figli e col bestiame. Le loro

vesti eran sordide e scarse; non conoscevan l'uso del pane e del vino; e

certe focacce d'avena o di orzo, che malamente si facevan cuocere nella

cenere, si divoravano quasi crude dagli affamati selvaggi. A questi

straordinari ed insoliti travagli doveva cedere la salute di Gelimero,

qualunque si fosse la causa, per cui li soffriva; ma l'attual sua

miseria veniva di più amareggiata dalla memoria della passata grandezza,

dalla continua indolenza dei suoi protettori, e dal giusto timore, che i

leggieri e venali Mori s'inducessero a tradire i diritti

dell'ospitalità. La conoscenza della situazione di esso dettò l'umana ed

amichevol lettera di Fara: «Pensate a voi medesimo (gli scrisse il Capo

degli Eruli). Io sono un ignorante Barbaro; ma parlo il linguaggio del

buon senso e dell'onestà. Volete voi persistere ad un'ostinazione senza

speranza? Perchè volete voi rovinar voi medesimo, la vostra Famiglia e

la vostra Nazione? Per amor della libertà e per abborrimento alla

schiavitù? Oimè, carissimo Gelimero, non siete voi ora il peggior degli

schiavi, lo schiavo della più vile Nazione de' Mori? Non sarebbe da

scegliersi piuttosto di menare a Costantinopoli una vita di povertà e

servitù, che di regnare da Monarca assoluto della montagna di Papua?

Stimate voi una vergogna l'esser suddito di Giustiniano? Lo è Belisario,

e noi medesimi, la nascita de' quali non è inferiore alla vostra, non ci

vergogniamo di ubbidire all'Imperator Romano. Questo generoso Principe

vi darà il possesso di ricche terre, un posto nel Senato, e la dignità

di Patrizio: queste sono le sue graziose intenzioni, e voi potete con

piena sicurezza contare sulla parola di Belisario. Finattantochè il

Cielo ci condanna a soffrire, la pazienza è una virtù; ma se rigettiamo

la liberazione, che ci offre, degenera in una cieca e stupida

disperazione.» «Io conosco (replicò il Re de' Vandali) quanto è

ragionevole e da amico il vostro consiglio. Ma non posso persuadermi a

divenir lo schiavo d'un ingiusto nemico che ha meritato l'implacabile

mio odio. Io non lo ho mai offeso nè in parole nè in fatti: pure ha

mandato contro di me, non so da qual parte, un certo Belisario, che mi

ha precipitato dal trono in questo abisso di miseria. Giustiniano è un

uomo, ed è un Principe; non teme ancor egli un simil rovescio della

fortuna? Io non posso scriver di più: il mio dolore mi opprime. Vi

prego, mio caro Fara, di mandarmi una Lira[637], una spugna ed un pane.»

Dal messaggio Vandalo seppe Fara i motivi di questa singolar domanda.

Era gran tempo che il Re dell'Affrica non aveva gustato pane; aveva una

flussione agli occhi, effetto della fatica e del continuo suo pianto; e

desiderava di sollevar la malinconia cantando sulla Lira la trista

istoria delle sue disgrazie. Fara si mosse a compassione, e gli mandò

quegli straordinari tre doni; ma la stessa sua umanità l'indusse a

raddoppiare la vigilanza delle guardie per poter più presto costringere

il suo prigioniero ad abbracciare una risoluzione vantaggiosa in vero a'

Romani, ma salutare anche a lui stesso. L'ostinazione di Gelimero cedè

finalmente alla necessità ed alla ragione; furono ratificate in nome

dell'Imperatore le solenni promesse di sicurezza e d'onorevole

trattamento dall'ambasciatore di Belisario; ed il Re dei Vandali scese

dalla montagna. Il primo pubblico incontro seguì in uno de' sobborghi di

Cartagine; e quando il Reale schiavo si accostò al suo vincitore,

proruppe in uno scroscio di risa. Il volgo potè naturalmente credere che

l'estremo dolore avesse privato Gelimero di senno; ma in quel tristo

stato l'inopportuna letizia insinuò a' più intelligenti osservatori, che

le vane e transitorie scene dell'umana grandezza sono indegne d'una

seria attenzione[638].

[A. 534]

Il disprezzo di esse fu tosto giustificato da un altro esempio d'una

volgar verità, che l'adulazione seguita la potenza, e l'invidia il

merito superiore. I Capi dell'esercito Romano ardirono di reputarsi

rivali di un Eroe. Le lettere private maliziosamente riferivano che il

Conquistatore dell'Affrica, sostenuto dalla propria sua fama e

dall'amore del pubblico, aspirava a sedere sul trono de' Vandali.

Giustiniano vi diede troppo facile orecchio, ed il suo silenzio fu

effetto della gelosia, piuttosto che della confidenza. Fu in vero

lasciata all'arbitrio di Belisario l'onorevole alternativa, o di restare

nella Provincia o di tornare alla Capitale; ma egli saviamente dedusse

dalle lettere intercettate, e dalla cognizione che aveva del carattere

del suo Sovrano che bisognava ch'esso o rinunziasse la vita, o

innalzasse la bandiera di ribellione, o confondesse con la sua presenza

e sommissione i propri nemici. L'innocenza ed il coraggio gli dettaron

la scelta; furon prestamente imbarcate le sue guardie, gli schiavi, e i

tesori; e fu così prospera la navigazione, che il suo arrivo a

Costantinopoli precedè qualunque certa notizia della sua partenza da

Cartagine. Una lealtà così schietta allontanò le apprensioni di

Giustiniano; l'invidia fu fatta tacere, e sempre più venne infiammata

dalla pubblica gratitudine; ed il terzo Affricano ottenne gli onori del

Trionfo, cerimonia, che la Città di Costantino non avea mai veduta, e

che l'antica Roma, fin dal Regno di Tiberio, avea riservata per le armi

felici de' Cesari[639]. La processione, partendo dal Palazzo di

Belisario, si condusse per le principali strade fino all'Ippodromo; e

questa memorabil giornata parve che vendicasse le ingiurie di Genserico;

ed espiasse la vergogna de' Romani. Si posero in mostra la ricchezza

delle Nazioni ed i trofei del lusso marziale o effemminato, vale a dire

ricche armature, troni d'oro, ed i cocchj di parata, ch'erano stati

d'uso della Regina de' Vandali; i massicci serviti del banchetto Reale,

lo splendore delle pietre preziose, l'eleganti figure delle statue e dei

vasi, il tesoro più effettivo dell'oro, ed i sacri arnesi del Tempio

Giudaico che, dopo la lunga lor pellegrinazione, furono rispettosamente

depositati nella Chiesa Cristiana di Gerusalemme. In una lunga serie i

più nobili dei Vandali posero con ripugnanza in mostra l'alta loro

statura, ed il viril portamento. Gelimero si avanzava con lentezza

vestito di porpora, e tuttavia conservava la maestà di un Re. Non gli

scappò dagli occhi una lacrima, non ne fu sentito un singhiozzo; ma

l'orgoglio o la pietà del medesimo traeva una segreta consolazione da

quelle parole di Salomone[640], ch'ei più volte pronunciò: _Vanità,

vanità, tutto è vanità_! Invece di salir sopra un carro trionfale tirato

da quattro cavalli o elefanti, il modesto Conquistatore andò a piedi

alla testa dei suoi bravi commilitoni. Forse la sua prudenza evitar

volle un onore troppo cospicuo per un suddito; e la sua magnanimità

sdegnò forse giustamente quel che era stato sì spesso macchiato da' più

vili tiranni. Entrò quella gloriosa processione nell'Ippodromo; fu

salutata dalle acclamazioni del Senato e del Popolo, e fermossi avanti

al Trono, su cui sedevano Giustiniano e Teodora per ricever gli omaggi

del Monarca prigioniero e dell'Eroe vittorioso. Ambedue fecero la solita

adorazione e prostrandosi al suolo rispettosamente toccaron il piano,

dove posavano i piedi d'un Principe che non avea mai sguainata la spada,

e d'una prostituta che ballato avea sul teatro: dovè usarsi qualche

piacevol violenza per piegare il duro spirito del nipote di Genserico; e

per quanto assuefatto fosse alla servitù, il genio di Belisario

segretamente dovè ripugnare a tal atto. Esso fu immediatamente

dichiarato Console per l'anno seguente, ed il giorno della sua

inaugurazione fu simile ad un secondo trionfo; la sua sella curule fu

portata sulle spalle da' Vandali schiavi, e furono profusamente sparse

fra la plebe le spoglie della guerra, come coppe d'oro e ricche fibbie.

[A. 535]

Ma il premio più puro di Belisario consistè nella fedel esecuzione d'un

trattato, per cui s'era impegnato il suo onore col Re de' Vandali. Gli

scrupoli religiosi di Gelimero, ch'era attaccato all'eresìa Arriana, non

erano conciliabili con la dignità di Senatore o di Patrizio; ma ei

ricevè dall'Imperatore un ampio territorio nella Provincia di Galazia,

dove il deposto Monarca si ritirò con la sua famiglia e con gli amici a

vivere in pace abbondantemente, e forse anche contento[641]. Le figlie

d'Ilderico furon trattate con quella rispettosa tenerezza, ch'era dovuta

alla età, ed alla disgrazia di esse; e Giustiniano e Teodora accettaron

l'onore di educare, e d'arricchire le discendenti del Gran Teodosio. I

più prodi fra' giovani Vandali furon distribuiti in cinque Squadroni di

cavalleria che adottarono il nome del loro benefattore, e nelle guerre

Persiane sostennero la gloria de' loro antenati. Ma queste rare

eccezioni, che furon il premio della nascita o del valore, sono

insufficienti a spiegare il destino d'una Nazione il numero della quale,

avanti una breve non sanguinosa guerra, montava a più di seicentomila

persone. Dopo l'esilio del proprio Re e de' Nobili, la vile plebaglia

avrà comprato la sua sicurezza con abiurare la sua religione ed il

proprio carattere e linguaggio, e la degenerata di lei posterità si sarà

appoco appoco mescolata con la comune turba de' sudditi Affricani. Pure,

anche nel nostro secolo, e nel cuore delle tribù moresche, un curioso

viaggiatore ha scoperto la carnagione bianca, ed i lunghi capelli biondi

d'una razza settentrionale[642], ed anticamente fu creduto che i più

arditi fra' Vandali fuggissero dal potere o anche dalla cognizione de'

Romani per godere la solitaria lor libertà su' lidi dell'Oceano

Atlantico[643]. L'Affrica che ne aveva formato l'Impero, divenne la loro

prigione, non potendo essi avere speranza, e neppure alcun desiderio di

tornare alle rive dell'Elba, dove i loro fratelli, d'un genio meno

arrischioso, andavano sempre vagando per le native loro foreste. Per i

codardi era impossibile di sormontare gli ostacoli d'incogniti mari, e

di ostili Barbari; e per i valorosi era impossibile d'esporre la loro

nudità e disfatta agli occhi de' loro Nazionali, di descrivere i regni

che avevan perduti, e di chiedere una parte di quel tenue patrimonio,

che, in un tempo più felice, avevano quasi di comune accordo

rinunziato[644]. Nella Regione ch'è fra l'Elba, e l'Oder, vari popolati

villaggi della Lusazia sono abitati da' Vandali: essi conservano ancora

il proprio linguaggio, i loro costumi e la purità del lor sangue;

soffrono con qualche impazienza il giogo Sassone o Prussiano, e servono

con segreto volontario omaggio il discendente degli antichi lor Re, che

nell'abito e nel presente suo stato si confonde col minimo de' suoi

Vassalli[645]. Il nome e la situazione di questo infelice Popolo

potrebbe indicare la loro discendenza da un comune stipite con i

conquistatori dell'Affrica: ma l'uso di un dialetto Slavo più

chiaramente gli rappresenta come l'ultimo residuo delle nuove colonie,

che successero ai veri Vandali, già dispersi o distrutti al tempo di

Procopio[646].

Se Belisario si fosse lasciato tentare ad esitare nella sua fedeltà,

avrebbe potuto insistere, anche in faccia dell'Imperatore medesimo,

sull'indispensabil dovere di liberar l'Affrica da un nemico più barbaro

de' Vandali. L'origine de' Mori si perde nell'oscurità, giacchè da essi

non conoscevasi l'uso delle lettere[647]. Non se ne possono precisamente

determinare neppure i confini: aprivasi a' pastori della Libia un

immenso Continente; la mutazione delle stagioni e de' pascoli regolava i

lor movimenti; e le rozze baracche co' pochi utensili si trasportavano

con la medesima facilità che le lor armi, famiglie e bestiami composti

di pecore, di bovi e di camelli[648]. Finattantochè fu in vigore la

Potenza Romana, si tennero in una rispettosa distanza da Cartagine e dal

lido del mare; sotto il debole Regno de' Vandali invasero le Città di

Numidia, occuparono la costa marittima da Tangeri a Cesærea, e

piantarono impunemente il loro campo nella fertile Provincia di Bizacio.

La formidabile forza e l'artificiosa condotta di Belisario s'assicurò

della neutralità de' Principi Mori, la vanità de' quali aspirava a

ricevere in nome dell'Imperatore le insegne della Real dignità[649].

Essi restaron sorpresi al rapido successo, e tremarono alla presenza del

loro Conquistatore. Ma la prossima sua partenza tosto diminuì le

apprensioni d'un Popolo selvaggio e superstizioso; il numero delle mogli

che avevano, permetteva loro di non curar la salvezza de' propri figli

dati in ostaggio; e quando il General Romano sciolse le vele dal porto

di Cartagine, udì le grida, e quasi vide le fiamme della desolata

Provincia. Persistè nonostante nella sua risoluzione, e lasciando solo

una parte delle sue guardie per rinforzar le guarnigioni più deboli,

affidò il comando dell'Affrica all'Eunuco Salomone[650], che si dimostrò

non indegno di succedere a Belisario. Nella prima invasione de' Mori

furon sorpresi ed intercettati alcuni distaccamenti con due iniziali di

merito; ma Salomone prestamente adunò le suo' truppe, marciò da

Cartagine nell'interno del loro paese, ed in due gran battaglie

distrusse sessantamila Barbari. I Mori contavano sulla lor moltitudine e

velocità, e sulle inaccessibili loro montagne; e si dice, che l'aspetto

e l'odore de' loro cammelli producessero qualche confusione nella

Cavalleria Romana[651]. Ma tosto che fu comandato loro di smontare, si

risero di questo debole ostacolo: appena le colonne montarono i colli,

quella nuda e disordinata ciurma restò abbagliata dallo splendore dello

armi, e dalle regolari evoluzioni; e replicatamente adempissi la

minaccia delle lor Profetesse, che i Mori dovevano essere sconfitti da

un nemico _senza barba_. Il vittorioso Eunuco avanzossi alla distanza di

tredici giornate da Cartagine ad assediare il Monte Aurasio[652], ch'era

la cittadella, e nell'istesso tempo il giardino della Numidia. Quella

catena di colline, ch'è un ramo del grande Atlante, nella circonferenza

di cento miglia contiene una rara varietà di suolo e di clima; le valli

che sono fra mezzo di esse, e l'elevate pianure abbondano di ricchi

pascoli, di perenni rivi, e di frutti d'un gusto delicato e di

straordinaria grandezza. Questa bella solitudine è decorata dalle rovine

di Lambesa città Romana, una volta sede di una Legione e capace di

quarantamila abitanti. Il tempio Ionico d'Esculapio è circondato di

capanne Moresche; ed il bestiame ora si pascola in mezzo ad un

anfiteatro sotto l'ombra di colonne Corintie. S'alza perpendicolarmente

un aspro scoglio sopra il livello della montagna, dove i Principi

Affricani depositavano le mogli ed il tesoro; ed è un proverbio

famigliare fra gli Arabi, che può mangiare il fuoco quell'uomo che

ardisce d'attaccare le dirupate balze, ed i selvaggi abitanti del monte

Aurasio. Fu due volte tentata questa difficile impresa dall'Eunuco

Salomone: la prima si ritirò con qualche vergogna; e la seconda tanto la

sua pazienza quanto le provvisioni erano già quasi esauste, e bisognava

ch'ei di nuovo si ritirasse se non avesse ceduto all'impetuoso coraggio

delle sue truppe, che audacemente scalarono, con sorpresa de' Mori, la

montagna, il campo nemico e la cima della rocca Geminia. Vi fu eretta

una cittadella per assicurare quest'importante acquisto, e per

rammentare ai Barbari la loro disfatta: e siccome Salomone proseguì la

sua marcia all'occidente, la provincia della Mauritania Sitifi, da gran

tempo perduta, fu di nuovo annessa all'Impero Romano. La guerra co' Mori

continuò per più anni dopo la partenza di Belisario; ma gli allori,

ch'ei lasciò ad un fedel Luogotenente, si possono attribuir giustamente

al proprio di lui trionfo.

[A. 550-620]

L'esperienza de' passati errori, che può talvolta correggere l'età

matura d'un individuo, rare volte riesce di vantaggio alle successive

generazioni della stirpe umana. Le Nazioni dell'antichità, non curando

la reciproca salvezza l'una dell'altra, furono separatamente vinte e

fatte schiave da' Romani; questa formidabil lezione avrebbe dovuto

istruire i Barbari dell'Occidente ad opporsi con opportuni consigli, e

con armi confederate all'ambizione illimitata di Giustiniano. Eppure fu

ripetuto l'istesso sbaglio, se ne provarono le medesime conseguenze, ed

i Goti tanto d'Italia quanto di Spagna, insensibili al loro imminente

pericolo, mirarono con indifferenza, ed anche con allegrezza, la rapida

caduta dei Vandali. Mancata la stirpe Reale, Teude, valoroso Capitano,

montò sul trono di Spagna, ch'egli avea precedentemente amministrato in

nome di Teodorico e dell'infame di lui nipote. Sotto il suo comando i

Visigoti assediarono la Fortezza di Ceuta sulla costa Affricana: ma

mentre passavano il giorno festivo in pace e devozione, una sortita

della Città invase la pia sicurezza del loro campo, e l'istesso Re

scampò, con qualche difficoltà e pericolo, dalle mani d'un sacrilego

nemico[653]. Non passò gran tempo, che fu soddisfatto il suo orgoglio e

risentimento, mediante una supplichevole ambasciata dell'infelice

Gelimero che nelle sue angustie implorò l'aiuto del Monarca Spagnuolo.

Ma invece di sacrificare queste indegne passioni ai dettami della

generosità e della prudenza, Teude lusingò gli ambasciatori,

finattantochè non fu segretamente informato della caduta di Cartagine;

ed allora gli licenziò, con l'oscuro e sprezzante avviso di cercare nel

nativo loro paese una vera notizia dello stato de' Vandali[654]. La

lunghezza della guerra Italica differì la punizione de' Visigoti, e

Teude chiuse gli occhi prima ch'essi gustassero i frutti di

quest'erronea politica. Dopo la sua morte si disputò lo scettro di

Spagna con una guerra civile. Il Candidato più debole ricorse alla

protezione di Giustiniano, ed ambiziosamente sottoscrisse un trattato

d'alleanza, che profondamente ferì l'indipendenza e la felicità della

sua Patria. Varie città sull'oceano e sul mediterraneo furon cedute alle

truppe Romane, che in seguito ricusarono di rilasciar questi pegni per

quanto sembra o di sicurezza o di pagamento; e siccome venivano

rinforzate con continui sussidj dall'Affrica, mantennero le

inespugnabili loro stazioni per il malizios'oggetto d'accendere le

civili e religiose fazioni de' Barbari. Passarono settant'anni prima che

si potesse trarre questa penosa spina dal seno della Monarchia; e

finattantochè gl'Imperatori ritennero una parte di que' remoti ed

inutili possessi, la loro vanità enumerò la Spagna nella lista delle

loro Province, ed i successori d'Alarico fra' loro Vassalli[655].

[534]

L'errore de' Goti, che regnavano in Italia, fu meno scusabile di quello

de' loro fratelli di Spagna, e la pena, che ne soffrirono, fu anche più

immediata e terribile. Per causa d'una vendetta privata lasciarono che

il più pericoloso loro nemico distruggesse il più pregevole alleato che

avessero. Si era maritata una sorella del gran Teodorico a Trasimondo Re

dell'Affrica[656]: in quest'occasione s'era consegnata a' Vandali la

Fortezza di Lilibeo in Sicilia[657], e la Principessa Amalafrida fu

accompagnata da una scorta militare di mille Nobili, e di cinquemila

soldati Goti, che segnalarono il loro valore nelle guerre contro i Mori.

Fu esaltato in quell'occasione il proprio merito da loro medesimi e

forse disprezzato da' Vandali: i Goti guardarono il Paese con invidia,

ed i conquistatori con isdegno; ma la reale o fittizia loro cospirazione

fu prevenuta da un macello. I Goti restaron oppressi; e la prigionia

d'Amalafrida fu tosto seguita dalla segreta e sospetta sua morte.

S'impiegò l'eloquente penna di Cassiodoro a rimproverare alla Corte

Vandalica la crudel violazione d'ogni pubblico e social dovere; ma

poteva essa ridersi impunemente della vendetta, ch'ei minacciò in nome

del suo Sovrano, finattantochè l'Affrica era difesa dal mare, ed i Goti

mancavano d'una flotta. Nella cieca impotenza del dolore e dell'ira,

essi lietamente applaudirono all'arrivo de' Romani, accolsero la flotta

di Belisario nei porti della Sicilia, e furono ben presto rallegrati o

commossi dalla sorprendente notizia, che s'era eseguita la lor vendetta

oltre la misura delle speranze, o forse anche delle brame, che avevano.

L'Imperatore doveva alla loro amicizia il Regno dell'Affrica, ed i Goti

potevano con ragione pensare, ch'essi avevano diritto di pigliare il

possesso d'un nudo scoglio sì di fresco separato, come un dono nuziale,

dall'Isola di Sicilia. Presto però furon disingannati dall'altiero

comando di Belisario, ch'eccitò il tardo loro ed inutile pentimento: «La

Città ed il Promontorio di Lilibeo (disse il Generale Romano)

apparteneva a' Vandali, ed io gli pretendo per diritto di conquista. La

vostra sommissione può meritare il favor dell'Imperatore; ma

l'ostinazione provocherà il suo sdegno ed accenderà una guerra, che non

può terminare che coll'ultima vostra rovina. Se voi ci costringerete a

prender le armi, noi combatteremo non già per riprendere una sola Città,

ma per ispogliarvi di tutte le Province che voi avete ingiustamente

sottratte al legittimo loro Sovrano». Una Nazione di dugentomila soldati

avrebbe potuto ridersi della vana minaccia di Giustiniano, e del suo

Luogotenente; ma dominava in Italia lo spirito di discordia e di

malcontento, ed i Goti soffrivano, con ripugnanza, la indegnità d'un

Regno donnesco[658].

La nascita di Amalasunta, Reggente e Regina d'Italia[659] riunì le due

più illustri Famiglie dei Barbari. Sua madre, sorella di Clodoveo,

discendeva da' capelluti Re della stirpe Merovingica[660]; la Real

successione degli Amali fu illustrata nell'undecima generazione dal gran

Teodorico suo Padre, il merito del quale, avrebbe potuto nobilitare

anche un'origin plebea. Il sesso della sua figlia l'escludeva dal Trono

de' Goti; ma la vigilante affezione, ch'egli aveva per la propria

Famiglia, e per il suo Popolo, gli fece scuoprir l'ultimo erede della

schiatta Reale, i cui Antenati si erano rifuggiti in Ispagna; ed il

fortunato Eutarico fu tosto esaltato al grado di Console e di Principe.

Ma egli non godè che per breve tempo il possesso d'Amalasunta, e la

speranza della successione; ed essa, dopo la morte del marito e del

Padre, fu lasciata custode del proprio figlio Atalarico e del Regno

d'Italia. All'età di circa ventotto anni, le qualità della mente e della

persona di lei erano giunte alla perfetta loro maturità. La sua

bellezza, che secondo l'apprensione di Teodora medesima, le avrebbe

potuto disputar la conquista d'un Imperatore, era animata da sentimento,

attività e fermezza virile. L'educazione e l'esperienza ne avevan

coltivato i talenti; i suoi studj filosofici erano immuni dalla vanità;

e quantunque si esprimesse con ugual eleganza e facilità nella lingua

Greca, nella Latina e nella Gotica, la figlia di Teodorico mantenne

sempre ne' suoi consigli un discreto ed impenetrabil silenzio. Mediante

la fedele imitazione delle virtù del Padre, fece risorgere la prosperità

del suo Regno; mentre con pia sollecitudine procurò d'espiarne gli

errori e di cancellare l'oscura memoria della decadente sua età. Ai

figli di Boezio, e di Simmaco fu restituita la paterna loro eredità;

l'estrema sua piacevolezza non acconsentì mai ad infliggere ai Romani

suoi sudditi alcuna pena corporale o pecuniaria; e generosamente sprezzò

i clamori de' Goti, che in capo a quarant'anni risguardavano sempre i

Popoli d'Italia come loro schiavi o nemici. Le salutari sue

determinazioni eran dirette dalla saviezza, e celebrate dall'eloquenza

di Cassiodoro; essa richiese, e meritò l'amicizia dell'Imperatore; ed i

Regni d'Europa, sì in pace che in guerra, rispettarono la maestà del

Trono Gotico. Ma la futura felicità della Regina e dell'Italia,

dipendeva dall'educazione del suo figlio, ch'era destinato fin dalla

nascita a sostenere i differenti e quasi non conciliabili caratteri di

Capo d'un esercito Barbaro, e di primo Magistrato d'una incivilita

Nazione. Si principiò all'età di dieci anni[661] ad istruire Atalarico

diligentemente nelle arti e nelle scienze utili o d'ornamento per un

Principe Romano; e si scelsero tre venerabili Goti per istillare

principj di virtù e d'onore nell'animo del giovine loro Re. Ma il

fanciullo, che non sente i vantaggi dell'educazione, ne aborrisce il

rigore; e la sollecitudine della Regina, che dall'affetto rendevasi

ansiosa e severa, offese l'intrattabil natura del figlio e de' sudditi.

In occasione d'una solenne festa, mentre i Goti erano adunati nel

Palazzo di Ravenna, il fanciullo Reale scappò dall'appartamento di sua

madre, e con lacrime d'orgoglio e di sdegno si dolse d'uno schiaffo, che

l'ostinata sua disubbidienza l'aveva provocata a dargli. I Barbari

s'irritarono per l'indegnità, con cui trattavasi il loro Re; accusarono

la Reggente di cospirare contro la vita e la corona di esso; ed

imperiosamente domandarono, che il nipote di Teodorico fosse liberato

dalla vile disciplina delle donne e dei pedanti, ed educato come un

valoroso Goto in compagnia de' suoi uguali e nella gloriosa ignoranza

dei suoi Maggiori. A queste rozze grida importunamente ripetute come la

voce della Nazione, Amalasunta fu costretta a cedere, contro la propria

ragione e contro i più cari desiderj del suo cuore. Il Re d'Italia

s'abbandonò al vino, alle donne ed a' grossolani sollazzi; e

l'imprudente disprezzo dell'ingrato giovine scuoprì i maliziosi disegni

de' suoi favoriti e de' nemici di essa. Circondata da' nemici domestici,

essa entrò in una segreta negoziazione coll'Imperator Giustiniano; ebbe

la sicurezza d'essere amichevolmente ricevuta; ed aveva già depositato a

Dirrachio nell'Epiro un tesoro di quarantamila libbre d'oro. Sarebbe

stato bene per la sua fama e sicurezza, se si fosse quietamente ritirata

dalle fazioni barbare a goder la pace e lo splendore di Costantinopoli:

ma l'animo di Amalasunta era infiammato dall'ambizione e dalla vendetta;

e mentre le sue navi stavano all'ancora nel porto, essa aspettava il

successo d'un delitto, che le sue passioni scusavano o applaudivano come

un atto di giustizia. Erano stati separatamente mandati alle frontiere

dell'Italia tre de' più pericolosi malcontenti sotto il pretesto di

fedeltà e di comando: furono questi assassinati da' segreti di lei

emissari; ed il sangue di que' nobili Goti rese la Regina madre,

assoluta nella Corte di Ravenna, e giustamente odiosa ad un Popolo

libero. Ma se erasi essa lagnata de' disordini del figlio, ben presto ne

pianse l'irreparabile perdita; e la morte di Atalarico, che all'età di

sedici anni si consumò da una prematura intemperanza, la lasciò priva di

ogni stabil sostegno o legittima autorità. In vece di sottomettersi alle

Leggi della sua Patria, che avevano per massima fondamentale, che la

successione non potesse mai passar dalla lancia alla conocchia, la

figlia di Teodorico immaginò l'impraticabil disegno di dividere con uno

de' suoi cugini il titolo Reale, e conservar per sè la sostanza della

suprema Potestà. Ei ricevè la proposizione con profondo rispetto e con

affettata gratitudine; e l'eloquente Cassiodoro annunziò al Senato ed

all'Imperatore, che Amalasunta e Teodato eran saliti sul trono d'Italia.

La nascita di esso poteva considerarsi come un titolo imperfetto,

giacchè era figlio d'una sorella di Teodorico, e la scelta d'Amalasunta

fu con maggior forza diretta dal disprezzo ch'ella aveva per la sua

avarizia e pusillanimità, che l'avevan privato dell'amore degl'Italiani,

e della stima de' Barbari. Ma Teodato fu inasprito dal disprezzo, ch'ei

meritava: la giustizia della Regina aveva represso, e gli aveva

rimproverata l'oppressione ch'egli esercitava contro i Toscani suoi

vicini; ed i principali fra' Goti, riuniti dalla colpa e dallo sdegno

comune, cospirarono ad instigare la lenta e timida sua disposizione.

Appena si eran mandate le lettere di congratulazione, che la Regina

d'Italia fu imprigionata in una piccola Isola del lago di Bolsena[662],

dove la medesima, dopo un breve confino, fu strangolata nel bagno per

ordine, o con la connivenza del nuovo Re, che in tal modo istruì i

turbolenti suoi sudditi a spargere il sangue de' loro Sovrani.

[A. 535]

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07 · 第 23 / 31 题