Premesso quest'avvertimento, riferirò in breve gli Aneddoti di avarizia

e di rapina, riducendoli a' seguenti capi: I. Giustiniano era così

prodigo, che non poteva essere liberale. Gli Ufiziali civili e militari

quando s'ammettevano al servizio del Palazzo, avevano un basso grado ed

un moderato stipendio; s'avanzavano per via d'anzianità fino ad un grado

d'abbondanza e di riposo; le annue loro pensioni, la più onorevole

classe delle quali fu abolita da Giustiniano, ascendevano a

quattrocentomila lire sterline; e questa domestica economia da' venali o

indigenti Cortigiani si deplorò come il maggiore oltraggio che potesse

farsi alla maestà dell'Impero. I posti ed i salarj de' Medici e le

notturne illuminazioni eran oggetti di più generale importanza; e le

Città potevano giustamente lagnarsi, ch'ei si usurpava l'entrate

Municipali destinate a queste utili istituzioni. Si faceva torto perfino

a' soldati; e tal era la decadenza dello spirito militare, che questi

torti si commettevano impunemente. L'Imperatore negò ad ogni quinquennio

il consueto donativo di cinque monete d'oro, ridusse i suoi veterani a

mendicare il pane, e soffrì che le milizie, da lui non pagate, andassero

ad arruolarsi altrove nelle guerre d'Italia e di Persia. II. L'umanità

de' suoi Predecessori aveva sempre in qualche fausta circostanza del

loro regno condonato i pubblici Tribuni arretrati; e si erano fatti

destramente un merito di rilasciar que' diritti, ch'era impossibile

d'esigere. «Giustiniano nello spazio di trentadue anni, non usò mai

simile indulgenza, e molti de' suoi sudditi rinunziarono il possesso di

quelle terre, il valor delle quali non era sufficiente a soddisfar le

domande dell'Erario. Alle Città, che avevan sofferto per le scorrerie

de' nemici, Anastasio promise una general esenzione di sette anni: le

Province di Giustiniano furon devastate da' Persiani e dagli Arabi,

dagli Unni e dagli Schiavoni; ma la sua vana e ridicola remissione d'un

solo anno si ristrinse a' que' luoghi, ch'erano attualmente in mano de'

nemici». Questo è il linguaggio dell'Istorico segreto, che nega

espressamente che fosse accordata indulgenza _alcuna_ alla Palestina

dopo la rivolta de' Samaritani: accusa falsa ed odiosa confutata da

memorie autentiche, le quali attestano aver ottenuto quella desolata

Provincia, per intercessione di S. Saba, un sollievo di tredici

centinaia di libbre d'oro (o sia di cinquantaduemila lire

sterline)[531]. III. Procopio non ha voluto spiegare quel sistema di

contribuzioni, che cadde come una tempestosa grandine sulle terre, come

una divorante peste sugli abitanti di quelle: ma noi saremmo complici

della sua malizia, se imputassimo al solo Giustiniano l'antica, sebben

rigida massima, che tutto un distretto dovesse condannarsi a supplire

alle particolari mancanze delle persone o de' Beni degl'individui.

L'_Annona_, o la somministrazione del grano per l'uso dell'armata e

della Capitale, era una gravosa ed arbitraria esazione ch'eccedeva,

forse del decuplo, la capacità del Possessore, e se ne aggravava la

miseria dalla particolare ingiustizia de' pesi e delle misure, e dalle

spese e fatiche d'un lontano trasporto. In tempo di carestia si fece una

richiesta straordinaria alle contigue Province di Tracia, di Bitinia e

di Frigia: ma i proprietari, dopo un laborioso viaggio ed una pericolosa

navigazione, furono sì malamente ricompensati, che avrebbero piuttosto

voluto rilasciare il grano insieme col prezzo alle porte de loro granai.

Tali precauzioni potrebbero forse indicare una tenera sollecitudine per

il bene della Capitale; eppure Costantinopoli non era esente dal rapace

despotismo di Giustiniano. Fino al suo Regno gli Stretti del Bosforo e

dell'Ellesponto furono aperti alla libertà del commercio, e non era

proibito altro che l'estrazione delle armi per uso de' Barbari. A

ciascheduna di queste porte della Città fu posto un Pretore, ministro

dell'avarizia Imperiale; si imposero de' gravi dazi sulle navi e sulle

lor mercanzie; e l'oppressione andò a cadere sul misero consumatore: il

povero era afflitto dall'artificial carestia e dall'esorbitante prezzo

del mercato; ed un Popolo solito a godere della generosità del suo

Principe, fu talvolta ridotto a dolersi della mancanza del pane e

dell'acqua[532]. Il tributo _aereo_ senza un nome, una legge o un

oggetto determinato, era un annuo donativo di centoventimila libbre, che

l'Imperatore riceveva dal suo Prefetto del Pretorio; e si rilasciavano

alla discrezione di quel potente Magistrato i mezzi del pagamento di

esso. IV. Pure anche tal gravezza era meno intollerabile del privilegio

de' monopolj, che impediva la libera emulazione dell'industria, e per

causa d'un piccolo e vergognoso guadagno imponeva un peso arbitrario su'

bisogni ed il lusso de' sudditi. «Appena (io trascrivo gli Aneddoti) fu

usurpata dal Tesoro Imperiale la vendita esclusiva della seta, si

ridusse all'estrema miseria un intero Popolo di manifattori di Tiro e di

Berito, i quali o perirono per la fame o fuggirono nelle nemiche Regioni

della Persia». Poteva una Provincia soffrire per la decadenza delle sue

manifatture; ma in quest'esempio della seta Procopio ha parzialmente

trascurato l'inestimabile e durevole benefizio, che ricavò l'Impero

dalla curiosità di Giustiniano. L'aggiunta ch'ei fece d'un settimo al

prezzo ordinario della moneta di rame, si può interpretare col medesimo

candore; e quell'alterazione, che potrebbe anche essere stata saggia,

sembra che fosse innocente, giacchè egli non alterò la purità, nè

accrebbe il valore della moneta d'oro[533], ch'è la legittima misura de'

pubblici e privati pagamenti. V. La vasta giurisdizione che richiedevano

i Finanzieri per eseguire i loro impegni, si poteva porre in un aspetto

odioso, come se avessero questi comprato dall'Imperatore le vite ed i

beni de' loro concittadini; e si contrattava nel Palazzo una vendita più

diretta degli onori, e degli ufizi con la permissione, o almeno con la

connivenza di Giustiniano, e di Teodora. Si trascuravano i diritti del

merito, ed anche quelli del favore; ed era quasi ragionevole il credere

che l'audace avventuriere, che aveva intrapreso la negoziazione d'una

Magistratura, sapesse trovare una ricca compensazione per l'infamia, la

fatica, il pericolo, i debiti che avea contratto, ed il gravoso

interesse che ne pagava. Un sentimento della vergogna e del danno che

proveniva da una condotta così venale, finalmente svegliò la sonnolenta

virtù di Giustiniano; e tentò, per mezzo della sanzione de'

giuramenti[534] e delle pene, di salvare l'integrità del suo Governo; ma

in capo ad un anno di spergiuro fu sospeso il rigoroso suo Editto, e la

corruzione licenziosamente abusò del suo trionfo sull'impotenza delle

Leggi. VI. Il testamento d'Eulalio, Conte de' domestici, dichiarò

l'Imperatore unico suo erede, con la condizione però ch'ei ne pagasse i

debiti ed i legati, assegnasse alle tre sue figlie un decente

mantenimento, e maritasse ciascheduna di caso con una dote di dieci

libbre d'oro. Ma lo splendido Patrimonio d'Eulalio si consumò dal fuoco,

e la somma dei suoi Beni non eccedè la tenue quantità di cinquecento

sessantaquattro monete d'oro. Un esempio simile nella Storia Greca

ammonì l'Imperatore dell'onorevole impegno, in cui era d'imitarlo: ei

represse gl'interessati bisbigli, dell'Erario, applaudì alla fiducia del

suo amico, pagò i legati ed i debiti, educò le tre fanciulle sotto

l'occhio dell'Imperatrice Teodora, e raddoppiò la dote di cui si era

contentata la tenerezza del loro Padre[535]. L'umanità d'un Principe

(giacchè i Principi non possono esser generosi) merita qualche lode;

pure anche in quest'atto virtuoso possiamo scuoprire l'inveterato

costume di escludere gli eredi legittimi o naturali che Procopio

attribuisce al Regno di Giustiniano. Egli sostiene la sua accusa con

eminenti nomi e con esempi scandalosi; e dice, che non si risparmiavan

le vedove, nè gli orfani, e che gli agenti del Palazzo esercitavano con

profitto l'arte di sollecitare, di estorcere e di supporre i testamenti.

Questa bussa e dannosa tirannia attacca la sicurezza della vita privata;

ed il Monarca che ha secondato un desiderio di guadagno sarà ben presto

tentato ad accelerare il momento della successione, ad interpretar la

ricchezza come una prova della colpa, ed a procedere, dalla pretensione

di ereditare, alla potestà di confiscare i beni de' Cittadini. VII. Fra

le altre specie di rapina si può permettere ad un Filosofo di contare

anche il convenir le ricchezze de' Pagani o degli Eretici ad uso de'

Fedeli; ma al tempo di Giustiniano questo Santo saccheggio, veniva

condannato da' soli settarj, che divenivan le vittime della sua

ortodossa avarizia[536].

Potè in vero l'infamia di tali atti in ultimo luogo riflettersi nel

carattere di Giustiniano; ma una gran parte della colpa, e molto più il

profitto ne apparteneva ai Ministri, che raramente venivan promossi per

le loro virtù, e non sempre scelti per i loro talenti[537]. I meriti del

Questor Triboniano si esamineranno in seguito quando parleremo della

riforma della Legge Romana, ma l'economia dell'Oriente era subordinata

al Prefetto del Pretorio, e Procopio ha giustificato i suoi Aneddoti col

ritratto, che fa nella sua pubblica Storia de' notori vizi di Giovanni

di Cappadocia[538]. Ei non avea tratto le sue cognizioni dalle

scuole[539], ed il suo stile appena era leggibile, ma era eccellente per

la forza d'un genio naturale a suggerire i consiglj più saggi, ed a

trovare degli espedienti nelle più disperate situazioni. La corruzione

del cuore uguagliava in esso il vigor della mente. Quantunque fosse

sospetto di superstizione magica e pagana, sembra però che fosse affatto

insensibile al timore di Dio o a' rimproveri degli Uomini; ed innalzò la

sua ambiziosa fortuna sulla morte di migliaia di persone, sulla povertà

di milioni, e sulla rovina e desolazione d'intiere Città e Province.

Dallo spuntar del giorno fino al tempo del pranzo egli assiduamente

occupavasi nell'arricchire il suo Signore e se stesso, a spese del Mondo

romano; consumava il resto del giorno in sensuali ed osceni piaceri; e

le tacite ore della notte venivano interrotte dal perpetuo timore della

giustizia d'un assassino. La sua abilità e forse i suoi vizi gli

conciliarono la durevole amicizia di Giustiniano: l'Imperatore cedè con

ripugnanza al furore de' sudditi; ma fece pompa della sua vittoria con

rimettere immediatamente nel primiero posto il nemico di essi; ed il

Popolo provò per più di dieci anni sotto l'oppressiva di lui

amministrazione, ch'egli era più stimolato dalla vendetta, che istruito

dalla disgrazia. I popolari bisbigli non servirono che a fortificare la

fermezza di Giustiniano: ma il Prefetto, divenuto insolente per il

favore, provocò l'ira di Teodora, sdegnò una potenza, avanti la quale

piegavasi ogni ginocchio, e tentò di spargere de' semi di discordia fra

l'Imperatore e l'amata di lui consorte. Anche Teodora però fu costretta

a dissimulare, ad aspettare il momento favorevole, ed a render, mediante

un'artificiosa cospirazione, Giovanni di Cappadocia cooperatore della

propria sua distruzione. In un tempo, in cui Belisario, se non fosse

stato un eroe, avrebbe dovuto comparire come ribelle, la sua moglie

Antonina, che godeva la segreta confidenza dell'Imperatrice, partecipò

il finto suo malcontento ad Eufemia, figlia del Prefetto; la credula

fanciulla comunicò al Padre il pericoloso progetto, e Giovanni che

avrebbe dovuto conoscere il valore dei giuramenti e delle promesse, si

mosse ad accettare un notturno e quasi proditorio congresso con la

moglie di Belisario. Gli era stata fatta un'imboscata di guardie e di

eunuchi per ordine di Teodora; essi corsero fuori con le spade sfoderate

per prendere o punire il colpevol Ministro, che fu salvato in vero dalla

fedeltà de' suoi servi; ma in vece di ricorrere ad un grazioso Sovrano,

che l'avea segretamente avvertito del suo pericolo, fuggì da pusillanime

al Santuario della Chiesa. Fu sacrificato il favorito di Giustiniano

alla coniugal tenerezza, o alla domestica tranquillità; la mutazione del

Prefetto in Prete estinse le sue ambiziose speranze; ma l'amicizia

dell'Imperatore ne alleggerì la disgrazia, ed ei ritenne nel mite esilio

di Cizico una gran parte delle sue ricchezze. Tale imperfetta vendetta

non potea soddisfare l'ostinato odio di Teodora; l'uccisione del Vescovo

di Cizico, suo antico nemico, le ne somministrò un decente pretesto; e

Giovanni di Cappadocia, di cui le azioni avevan meritato mille morti,

finalmente fu condannato per un delitto, del quale era innocente. Un

gran Ministro, che avea ricevuto gli onori del Consolato e del

Patriziato, fu ignominiosamente frustato come il più vil malfattore; una

lacera veste fu ciò che gli rimase delle sue sostanze; fu trasportato in

una barca ad Antinopoli nell'Egitto superiore, luogo del suo esilio; ed

il Prefetto d'Oriente mendicava il pane per le Città, che avevan tremato

al solo suo nome. Per lo spazio di sette anni ne fu prolungata e sempre

minacciata la vita dall'ingegnosa crudeltà di Teodora; e quando la morte

di essa permise all'Imperatore di richiamare un servo, ch'egli

avev'abbandonato con rammarico, l'ambizione di Giovanni di Cappadocia si

ristrinse agli umili ufizi della professione sacerdotale. I successori

di esso convinsero i sudditi di Giustiniano che potevano sempre più

raffinarsi dall'esperienza e dall'industria le arti dell'oppressione;

s'introdussero nell'amministrazione delle Finanze le frodi d'un

banchiere della Siria; e l'esempio del Prefetto fu con esattezza imitato

dal Questore, dal Tesoriere pubblico e privato, da' Governatori delle

Province e da' principali Magistrati dell'Impero Orientale[540].

V. Gli edifizi di Giustiniano si costruirono in vero col sangue e col

denaro del suo Popolo; ma sembrava, che quelle magnifiche fabbriche

annunziassero la prosperità dell'Impero, e realmente dimostravano

l'abilità de' loro Architetti. Tanto la teoria quanto la pratica delle

Arti, che dipendono dalla Matematica, e dalla forza meccanica, si

coltivarono sotto la protezione degl'Imperatori; Proculo ed Antemio

emularono la fama d'Archimede; e se quegli spettatori, che hanno

riferito i loro _miracoli_, fossero stati intelligenti, potrebbero

adesso servire ad estendere le speculazioni, invece d'eccitare la

diffidenza de' Filosofi. Si è conservata una tradizione, che nel porto

di Siracusa la flotta Romana fosse ridotta in cenere dagli specchi

ustorj d'Archimede[541]; e si asserisce, che Proculo usò un somigliante

espediente per distrugger le navi Gotiche nel Porto di Costantinopoli, e

per difendere il suo benefattore Anastasio contro l'ardita intrapresa di

Vitaliano[542]. Fu fissata sulle mura della Città una macchina, composta

d'uno specchio esagono di rame ben pulito, con molti poligoni più

piccoli e mobili per ricevere e riflettere i raggi del sole sul

Mezzogiorno; e fu lanciata una fiamma consumatrice alla distanza forse

di dugento piedi[543]. Si rende incerta la verità di questi fatti

straordinari dal silenzio degli Istorici più autentici, e non fu mai

adottato l'uso degli specchi ustorj nell'attacco o nella difesa delle

Piazze[544]. Pure gli ammirabili sperimenti d'un Filosofo Francese[545]

han dimostrato la possibilità di tali specchi; e subito ch'è possibile,

io son più disposto ad attribuirne l'arte a' più gran Matematici

dell'antichità, che a dare il merito della finzione di essi all'oziosa

fantasia d'un Monaco o d'un Sofista. Secondo un'altra Storia, Proclo

adoperò lo zolfo per distruggere la Flotta Gotica[546]; ora in una

immaginazione moderna il nome di zolfo subito si unisce al sospetto

della polvere da schioppo, e tal sospetto s'accresce dai segreti

artifizi del suo discepolo Antemio[547]. Un Cittadino di Trallia

nell'Asia ebbe cinque figli, che nelle respettive lor Professioni furon

tutti distinti per il merito e pel successo. Olimpio fu eccellente nella

cognizione e nella pratica della Giurisprudenza romana. Dioscoro ed

Alessandro divennero dotti medici; ma il primo esercitò la sua perizia

in vantaggio dei propri concittadini, mentre il suo più ambizioso

fratello acquistò ricchezza e riputazione in Roma. La fama di Metrodoro

Gramatico, e d'Antemio Matematico ed Architetto giunse agli orecchi

dell'Imperator Giustiniano, che gl'invitò a Costantinopoli, e mentre

l'uno istruì la nascente generazione nelle scuole d'eloquenza, l'altro

empì la Capitale e le Province di più durevoli monumenti dell'arte sua.

In una disputa di poca importanza, relativa alle muraglie o finestre

delle contigue loro case, fu egli vinto dall'eloquenza di Zenone suo

vicino; ma l'Oratore a vicenda fu disfatto dal Maestro di Meccanica, i

maliziosi quantunque innocenti strattagemmi del quale oscuramente si

rappresentano dall'ignoranza d'Agatia. Antemio dispose in una stanza da

basso più vasi o caldaie di acqua, ciascheduna delle quali fu da esso

coperta col largo fondo d'un cuoio, che andava a finire in una stretta

cima, che fu artificiosamente introdotta fra le travi e tavole del

solaio della fabbrica vicina. Quindi acceso il fuoco sotto le caldaie,

il vapore dell'acqua bollente salì per mezzo de' tubi; la casa fu scossa

dallo sforzo dell'aria ivi racchiusa, ed i tremanti di lei abitatori

dovettero udire con maraviglia, che la Città non ebbe notizia veruna del

terremoto, ch'essi avevan sentito. Un'altra volta gli amici di Zenone,

mentre stavano a mensa, restarono abbagliati dall'intollerabile luce,

che gettarono loro negli occhi gli specchi di riflessione d'Antemio;

furon sorpresi dallo strepito, ch'ei produsse, mediante la collisione di

certi minuti e sonori corpuscoli; e l'oratore in tragico stile dichiarò

avanti al Senato, che un semplice mortale doveva cedere alla potenza

d'un avversario, che scuoteva col tridente di Nettuno la terra, ed

imitava il tuono ed il lampo di Giove medesimo. Il genio d'Antemio e

d'Isidoro di Mileto suo Collega fu eccitato e posto in uso da un

Principe, il gusto del quale per l'Architettura era degenerato in una

dannosa e dispendiosa passione. I favoriti Architetti di Giustiniano

sottomettevano ad esso i loro disegni, e le loro difficoltà, e

discretamente confessavano, quanto le laboriose loro meditazioni fossero

al di sotto dell'intuitiva cognizione, o dell'inspirazione celeste d'un

Imperatore, di cui le vedute eran sempre dirette all'utilità del Popolo,

alla gloria del suo Regno, ed alla salvazione dell'anima sua[548].

La Chiesa principale di Costantinopoli, che dal suo Fondatore fu

dedicata a S. Sofia, o all'eterna Sapienza, era stata due volte

distrutta dal fuoco; dopo l'esilio di S. Giovanni Grisostomo, e in

occasione della _Nika_ delle fazioni Azzurra e Verde. Appena fu cessato

il tumulto, la plebe Cristiana deplorò quella sacrilega temerità; ma si

sarebbe rallegrata di tal disgrazia, se avesse preveduto la gloria del

nuovo Tempio, che in capo a quaranta giorni fu vigorosamente intrapreso

dalla pietà di Giustiniano[549]. Furono tolte di mezzo le rovine, se ne

fece una pianta più spaziosa, e siccome questa esigeva il consenso di

alcuni proprietari del terreno, che voleva occuparsi, i medesimi

ottennero le più esorbitanti condizioni dall'ardente desiderio, e dalla

timorosa coscienza del Monarca. Antemio ne fece il disegno, ed il suo

genio diresse le operazioni di diecimila artefici, a' quali non fu mai

differito oltre la sera il pagamento in monete di puro argento.

L'Imperatore medesimo, vestito di una tunica di lino, osservava ogni

giorno il rapido loro progresso, e ne animava la diligenza con la sua

famigliarità, col suo zelo, e co' premj. Fu consacrata dal Patriarca la

nuova Cattedrale di S. Sofia, cinque anni, undici mesi, e dieci giorni

dopo che si principiò a fabbricare; e nel tempo della solenne festa,

Giustiniano con devota vanità esclamò: «Sia gloria a Dio, che mi ha

creduto degno di condurre a termine sì grande opera; io ti ho superato,

o Salomone[550]». Ma prima che passasser venti anni, restò umiliato

l'orgoglio del Salomone Romano da un terremoto, che rovesciò la parte

orientale della cupola. Ne fu restaurato di nuovo lo splendore dalla

perseveranza del medesimo Principe; e Giustiniano celebrò nel trentesimo

sesto anno del suo Regno la seconda Dedicazione di un Tempio che dopo

dodici secoli è ancora un grandioso monumento della sua fama. I Sultani

Turchi hanno imitato l'architettura di S. Sofia, che ora è convertita

nella loro Moschea principale, e tuttavia continua quella venerabile

mole ad eccitare la tenera ammirazione de' Greci, e la più ragionevole

curiosità de' viaggiatori Europei. L'occhio dello Spettatore è mal

soddisfatto da un irregolar prospetto di mezze cupole, e di tetti

declivi; la facciata occidentale, dove si trova l'ingresso principale,

manca di semplicità e di magnificenza; e se ne son molto sorpassate le

misure da più Cattedrali Latine: ma l'Architetto, che fu il primo ad

innalzare una cupola _aerea_, ha diritto alla lode d'un ardito disegno,

e d'un abile esecuzione. La cupola di S. Sofia, illuminata da

ventiquattro finestre, ha una curvatura sì piccola, che la sua

profondità non è che un sesto del suo diametro, il qual'è di cento

quindici piedi, ed il sublime centro di esso, dove una mezza luna si è

sostituita alla Croce, s'innalza all'altezza perpendicolare di cento

ottanta piedi sopra del suolo. La circonferenza della cupola posa con

sveltezza su quattro forti archi, ed il loro peso viene stabilmente

sostenuto da quattro solidi pilastri, la forza de' quali dalle parti

settentrionale e meridionale viene aiutata da quattro colonne di granito

d'Egitto. L'edifizio forma una croce greca inscritta in un quadrangolo;

l'esatta sua larghezza è di dugento quarantatre piedi, e possono

assegnarsene dugento sessantanove per la massima lunghezza di esso,

dalla tribuna verso Oriente fino alle nove porte occidentali, che

introducono nel vestibolo, e di là nel _Nartece_ o Portico esteriore.

Questo era il luogo dove umilmente stavano i Penitenti; la nave poi o il

corpo della Chiesa era occupato dalla moltitudine de' Fedeli; ma

prudentemente ne stavan separati i due sessi, e le gallerie superiori ed

inferiori eran destinate alla più segreta devozion delle donne. Al di là

de' pilastri settentrionali e meridionali una Balaustrata, che da

ciaschedun lato finiva ne' Troni dell'Imperatore e del Patriarca,

divideva la nave dal coro; e lo spazio di mezzo, fino agli scalini

dell'Altare, occupavasi dal Clero e da' Cantori. L'Altare medesimo, nome

che appoco appoco divenne famigliare alle orecchie cristiane, fu posto

nel recinto orientale, essendo stato elegantemente fatto in forma di

mezzo cilindro; e questa Tribuna comunicava per mezzo di varie porte con

la sagrestia, col vestiario, col battistero, e con le altre contigue

fabbriche, le quali servivano o alla pompa del culto, o all'uso privato

de' Ministri ecclesiastici. La memoria delle passate calamità fece

prendere a Giustiniano la saggia risoluzione di non ammettere nel nuovo

Edifizio alcuna sorte di legno, a riserva delle porte; e nella scelta de

materiali s'ebbe riguardo alla stabilità, alla sveltezza, ed allo

splendore delle respettive lor parti. Que' solidi pilastri, che

sostenevan la cupola, furon composti di grossi pezzi di pietra viva,

tagliata in quadrati e triangoli, fortificati con cerchi di ferro, e

fortemente uniti insieme per mezzo del piombo e della viva calce. Ma si

procurò di scemare il peso della cupola medesima mediante la leggierezza

della materia, che fu o di pomice che galleggia sull'acqua, o di mattoni

dell'Isola di Rodi, cinque volte meno gravi degli ordinari. Tutta la

sostanza dell'Edifizio fu costruita di terra cotta, ma quelle basi

materiali eran coperte da una crosta di marmo; e l'interno di S. Sofia,

la cupola, le due maggiori e le sei minori semicupole, le muraglie, le

cento colonne, ed il pavimento dilettano anche gli occhi de' Barbari con

una ricca e variata pittura. Un Poeta[551], che vide il primitivo lustro

di S. Sofia, enumera i colori, le ombreggiature, e le macchie di dieci o

dodici marmi, diaspri e porfidi, che la natura aveva profusamente

variati, e che furon mescolati e posti fra loro in contrasto, come da un

abil Pittore. Si adornò il trionfo di Cristo con le ultime spoglie del

Paganesimo; ma la maggior parte di queste costose pietre fu estratta

dalle cave dell'Asia minore, delle Isole, e del Continente della Grecia,

dell'Egitto, dell'Affrica e della Gallia. La pietà di una Matrona romana

offerì otto colonne di porfido, che Aureliano aveva collocate nel Tempio

del Sole; otto altre di marmo verde presentate furono dall'ambizioso

zelo dei Magistrati d'Efeso: e tanto le une che le altre sono ammirabili

per la lor mole e bellezza, ma ogni ordine d'architettura rigetta i loro

fantastici capitelli. Erasi curiosamente espressa in mosaico una

quantità di vari ornamenti e figure; e le immagini di Cristo, della

Vergine, dei Santi e degli Angeli, che sono state cancellate dal

fanatismo Turco, erano pericolosamente esposte alla superstizione de'

Greci. Secondo la santità d'ogni oggetto eran distribuiti i preziosi

metalli in tenui lamine, o in solide masse. La balaustrata del Coro, i

capitelli delle colonne, e gli ornamenti delle porte e delle gallerie

eran di bronzo dorato; s'abbagliavano gli occhi dello spettatore dal

brillante aspetto della Cupola; la Tribuna conteneva quarantamila libbre

d'argento, ed i vasi ed arredi sacri dell'Altare erano d'oro purissimo,

arricchito d'inestimabili gemme. Prima che si fosse alzata la fabbrica

della Chiesa due cubiti sopra terra, si erano già consumate

quarantacinquemila dugento libbre, e tutta la spesa montò a

trecentoventimila. Ogni lettore, secondo la misura della sua credulità,

può valutare il loro valore in oro o in argento, ma il resultato del

computo più basso è la somma di un milione di lire sterline. Un

magnifico Tempio è un monumento lodevole del gusto e della Religion

Nazionale, e l'entusiasta, ch'entrava nella Chiesa di S. Sofia, poteva

esser tentato a supporre, che quella fosse la residenza, o anche la

fattura della Divinità. Pure quanto goffo n'è l'artifizio, quanto

insignificante il travaglio, se si confronti con la formazione del più

vile insetto, che serpe sulla superficie di quel Tempio!

La descrizione sì minuta d'un Edifizio che il tempo ha rispettato, può

servire a confermare la verità ed a giustificar la relazione delle

innumerabili Opere che Giustiniano costruì sì nella Capitale che nelle

Province in una minor proporzione, e sopra fondamenti meno

durevoli[552]. Nella sola Costantinopoli e ne' suoi addiacenti sobborghi

ei dedicò venticinque Chiese in onore di Cristo, della Vergine e de'

Santi; queste per la maggior parte furono decorate di marmo e d'oro; e

la varia loro situazione giudiziosamente si scelse o in una popolata

piazza, o in un piacevol boschetto, o sul lido del mare o su qualche

alta eminenza che dominava i Continenti dell'Europa e dell'Asia. La

Chiesa de' Santi Apostoli a Costantinopoli e quella di S. Giovanni in

Efeso pare che fossero formate sull'istesso modello: le loro cupole

aspiravano ad imitar quella di S. Sofia; ma l'Altare con più giudizio

era collocato sotto il centro della cupola, nella riunione de' quattro

magnifici portici, che più esattamente rappresentavano la figura della

croce Greca. La Vergine di Gerusalemme potè esultar per il Tempio

innalzatole dall'Imperial suo devoto in un luogo il più infelice, che

non somministrava all'Architetto nè suolo, nè materiali. Si formò un

piano, alzando porzione d'una profonda valle all'altezza d'una montagna.

Furon tagliate in forme regolari le pietre d'una vicina cava; ogni pezzo

fu fissato sopra una particolare specie di carro tirato da quaranta de'

più forti bovi, e furono allargate le strade per il passaggio di sì

enormi carichi. Il Libano diede i cedri più alti per le travi della

Chiesa; e l'opportuna scoperta d'un filone di marmo rosso ne somministrò

le belle colonne, due delle quali, che sostenevano il Portico esteriore,

passavano per le più grandi del Mondo. Si sparse la pia munificenza

dell'Imperatore sopra la Terra Santa; e se la ragione condannerebbe i

Monasteri di ambedue i sessi che furono fabbricati o restaurati da

Giustiniano, pure la carità deve approvare i pozzi, ch'egli scavò e gli

spedali, ch'eresse per sollievo degli stanchi pellegrini. L'indole

scismatica dell'Egitto non meritava le Reali beneficenze; ma nella Siria

e nell'Affrica si applicarono diversi rimedi a' disastri cagionati dalle

acque o da' terremoti; e tanto Cartagine quanto Antiochia, risorgendo

dalle proprie rovine, dovevan venerare il nome del grazioso loro

Benefattore[553]. Quasi ogni Santo del Calendario ebbe l'onore d'un

tempio; quasi ogni Città dell'Impero ottenne gli stabili vantaggi di

ponti, di spedali e di acquedotti; ma la rigida liberalità del Monarca

sdegnò di compiacere i suoi sudditi nelle popolari superfluità de' Bagni

e de' Teatri. Mentre Giustiniano s'affaticava pel pubblico servizio non

si dimenticò della propria dignità e del suo comodo. Il Palazzo di

Costantinopoli, ch'era stato danneggiato dall'incendio, fu risarcito con

nuova magnificenza; e può formarsi qualche idea di tutto l'Edifizio dal

vestibulo della sala che, forse per le porte o pel tetto, chiamavasi

_Chalche_, o di bronzo. La cupola d'uno spazioso quadrangolo era

sostenuta da colonne massicce; il pavimento e le mura erano incrostate

di marmi di più colori, come del Verde smeraldo di Laconia,

dell'infiammato rosso, e del bianco Frigio frammischiato di vene d'un

color verde mare; e le pitture a mosaico della cupola e delle pareti

rappresentavano le glorie de' trionfi d'Affrica e d'Italia. Sul lido

Asiatico poi della Propontide, in una piccola distanza all'Oriente di

Calcedonia, stavan preparati il sontuoso Palazzo ed i Giardini

d'Erco[554] per la dimora estiva di Giustiniano e specialmente di

Teodora. I Poeti di quel tempo hanno celebrato in essi la rara unione

della natura e dell'arte, non meno che l'armonia delle Ninfe dei boschi,

delle fontane e dei flutti marini; pure la folla de' Ministri, che

seguitavan la Corte, si doleva dell'incomoda loro abitazione[555], ed

erano le Ninfe troppo spesso impaurite dal famoso Porfirio, Balena di

dieci cubiti in larghezza e di trenta in lunghezza che fu tratta a riva

alla bocca del fiume Sangari, dopo avere infestato per più di mezzo

secolo i mari di Costantinopoli[556].

Giustiniano moltiplicò le Fortezze dell'Europa e dell'Asia; ma la

frequenza di tali timide ed infruttuose precauzioni espone ad un occhio

filosofico la debolezza dell'Impero[557]. Da Belgrado fino all'Eussino,

e dalla congiunzion della Sava col Danubio fino all'imboccatura di esso,

estendevasi lungo le rive di questo gran fiume una catena di più di

quaranta piazze fortificate. Le pure torri di guardia si mutarono in

spaziose Cittadelle, le mura delle quali, che gl'Ingegneri estendevano o

ristringevano secondo la natura del suolo, si riempivano di Colonie o di

guarnigioni; una stabil Fortezza difendeva le rovine del Ponte di

Traiano[558]; e più stazioni militari affettavano di spargere di là dal

Danubio l'orgoglio del nome Romano. Ma questo nome aveva perduto il suo

terrore; i Barbari nelle annue loro scorrerie, con disprezzo passavano e

ripassavano avanti a quegl'inutili baloardi; e gli abitanti della

frontiera, invece di riposare tranquilli sotto l'ombra della comune

difesa eran costretti a guardar di continuo le separate loro abitazioni.

Furono ripopolate le antiche Città; le nuove fondazioni di Giustiniano

acquistarono, forse troppo presto, gli epiteti d'invincibili e di piene

di gente; ed il bene augurato luogo della sua nascita tirò a se la grata

reverenza del più vano fra' Principi. Sotto il nome di _Giustiniana

prima_ l'oscuro villaggio di Tauresio divenne la sede d'un Arcivescovo e

d'un Prefetto, la giurisdizione del quale, s'estendeva sopra sette

guerriere Province dell'Illirico[559]; e la corrotta denominazione di

_Giustendil_ tuttavia indica circa venti miglia al mezzodì di Sofia la

residenza d'un Sangiacco Turco[560]. Si fabbricò speditamente una

Cattedrale, un Palazzo, ed un Acquedotto per uso de' paesani

dell'Imperatore; s'adattarono i pubblici e privati edifizi alla

grandezza d'una Città Reale; e la fortezza delle sue mura, durante la

vita di Giustiniano, resistè a mal diretti assalti degli Unni e degli

Schiavoni. Ne furon talvolta ritardati i progressi, e sconcertate le

rapaci speranze anche dagl'innumerabili castelli che nelle Province

della Dacia, dell'Epiro, della Tessaglia, della Macedonia e della Tracia

pareva, che cuoprissero tutta la superficie del Paese. E dall'Imperatore

in vero fabbricati furono o riparati seicento di questi Forti; ma sembra

ragionevole il credere che ognuno di essi per lo più consistesse solo in

una torre di pietra o di mattoni, posta nel mezzo d'una piazza quadrata

o circolare, ch'era circondata da una muraglia e da un fosso, ed in un

momento di pericolo somministrava qualche difesa ai contadini, ed al

bestiame de' vicini villaggi[561]. Ciò non ostante queste opere

militari, ch'esaurivano il pubblico erario, non servivano a dissipare le

giuste apprensioni di Giustiniano e dei suoi sudditi Europei. I Bagni

caldi d'Anchialo nella Tracia si resero altrettanto sicuri, quanto erano

salutari; ma la cavalleria scitica foraggiava nelle ricche pasture di

Tessalonica; la deliziosa valle di Tempe, trecento miglia distante dal

Danubio, era di continuo agitata dal suono di guerra[562]; e nessun

luogo non fortificato, per quanto fosse remoto o solitario, poteva con

sicurezza godere i vantaggi della pace. Lo Stretto delle Termopile che

sembrava difendere la sicurezza della Grecia, ma che l'aveva tante volte

tradita, fu diligentemente fortificato da' lavori di Giustiniano. Ei

fece continuare dall'estremità del lido del mare, per mezzo di valli e

di foreste, fino alla cima delle montagne di Tessaglia un forte muro,

che impediva qualunque praticabile ingresso. Invece d'una tumultuosa

folla di contadini pose una guarnigione di duemila soldati lungo di

esso; provvide per loro uso de' granai e delle conserve di acqua; e per

una precauzione che ispirava la poltroneria, ch'ei previde, fabbricò

delle Fortezze adattate alla loro ritirata. Le mura di Corinto,

rovesciate da un terremoto, ed i cadenti baloardi d'Atene e di Platea,

furono con attenzione restaurati; si sconfortarono i Barbari dal

prospetto di successivi e penosi assedj; e le aperte Città del

Peloponneso furon coperte dalle fortificazioni dell'Istmo di Corinto. Il

Chersoneso di Tracia, ch'è un'altra Penisola all'estremità dell'Europa,

sporge per tre giornate di cammino nel mare, e forma co' lidi addiacenti

dell'Asia lo Stretto dell'Ellesponto. Gl'intervalli, frammezzo ad undici

ben popolate Città, eran pieni di alti boschi, di be' pascoli, e di

arabili campi; e l'Istmo di trentasette stadi era stato fortificato da

un Generale Spartano, novecento anni prima del Regno di

Giustiniano[563]. In un tempo di libertà e di valore, il più leggiero

riparo può impedire una sorpresa; e sembra che Procopio non conosca la

superiorità degli antichi tempi, allorchè loda la solida costruzione ed

il doppio parapetto d'un muro, le lunghe braccia del quale s'estendevano

da ambe le parti nel mare, ma di cui la forza fu creduta insufficiente a

guardare il Chersoneso, se ogni Città e specialmente Gallipoli e Sesto,

non si fossero assicurate con le particolari loro fortificazioni. La

_lunga_ muraglia, com'enfaticamente dicevasi, era un'opera tanto

vergognosa per l'oggetto di essa, quanto rispettabile per l'esecuzione.

Le ricchezze di una Capitale si spargono nella vicina Campagna: ed il

territorio di Costantinopoli, ch'è un paradiso della Natura, era ornato

con i lussuriosi giardini, e con le ville de' Senatori e degli opulenti

Cittadini. Ma la lor opulenza non servì, che ad attirare gli arditi e

rapaci Barbari; i più nobili dei Romani, che vivevano in seno ad una

pacifica indolenza, furon condotti via schiavi dagli Sciti; ed il loro

Sovrano potè dal suo Palazzo vedere le fiamme ostili, che insolentemente

s'estesero fino alle porte della Città Imperiale. Anastasio fu costretto

a stabilire un'ultima frontiera alla distanza di sole quaranta miglia da

Costantinopoli; il lungo suo muro di sessanta miglia, dalla Propontide

all'Eussino, manifestò l'impotenza delle sue armi; e siccome il pericolo

divenne anche più imminente, dall'instancabil prudenza di Giustiniano,

vi s'aggiunsero nuove fortificazioni[564].

[A. 492-498]

L'Asia minore, dopo che si furon sottomessi gl'Isauri[565], restò senza

nemici e senza fortificazioni. Questi audaci selvaggi, che avevano

sdegnato di esser sudditi di Gallieno, continuarono per dugento trenta

anni in una vita indipendente e rapace. I più intraprendenti Principi

rispettarono la fortezza di quelle montagne, e la disperazione dei loro

abitanti; il feroce loro animo veniva ora mitigato co' doni, ora tenuto

in freno col terrore, ed un Conte militare con tre legioni fissò la sua

permanente ed ignominiosa stazione nel cuore delle Province romane[566].

Ma appena si rilassava, o si distraeva la vigilanza della forza,

scendevano gli squadroni leggiermente armati da' colli, ed invadevano la

pacifica opulenza dell'Asia. Quantunque gl'Isauri non fosser notabili

per la loro statura o valore, il bisogno gli rese arditi, e l'esperienza

gli abilitò nell'esercizio della guerra predatoria. Con silenzio e

velocità s'avanzavano ad attaccare i villaggi e castelli senza difesa;

le volanti lor truppe talvolta sono arrivate fino all'Ellesponto,

all'Eussino, ed alle porte di Tarso, d'Antiochia, o di Damasco[567]; e

se ne mettevano in sicuro le spoglie nelle inaccessibili loro montagne,

prima che le Truppe romane avesser ricevuto i lor ordini, o la distante

Provincia saccheggiata, calcolato avesse il suo danno. Il delitto di

ribellione e di latrocinio gli facea distinguere da' nemici nazionali:

ed erasi ordinato a' Magistrati, per mezzo d'un Editto, che il processo

o la punizione d'un Isauro anche nella solennità di Pasqua fosse un atto

meritorio di giustizia e di pietà[568]. Se i prigionieri di quella

Nazione si condannavano alla domestica schiavitù, con la loro spada o

pugnale sostenevano le private contese de' loro padroni; e si trovò

espediente, per la pubblica tranquillità, di proibire il servizio di

tali pericolosi domestici. Quando per altro montò sul trono Tarcalisseo

o Zenone loro compatriotto, invitò una fedele e formidabil truppa

d'Isauri, che insultaron la Corte e la Città, e furon premiati con un

annuo tributo di cinquemila libbre d'oro. Ma le speranze di fortuna

spopolarono le montagne, il lusso snervò la durezza degli animi e de'

corpi loro, ed a misura che si frammischiaron con gli uomini, divennero

meno capaci di godere la povera e solitaria lor libertà. Morto Zenone,

Anastasio suo successore soppresse le loro pensioni, gli espose alla

vendetta del Popolo, gli bandì da Costantinopoli, e si apparecchiò a

fare una guerra che lasciava loro solamente l'alternativa di vincere o

di servire. Un fratello del defunto Imperatore usurpò il titolo

d'Augusto; ne fu sostenuta efficacemente la causa dalle armi, da' tesori

e da' magazzini raccolti da Zenone; ed i nativi dell'Isauria dovevan

formare la più piccola parte de' cento cinquantamila Barbari, che

militavano sotto le sue bandiere, le quali furono per la prima volta

santificate dalla presenza d'un Vescovo combattente. Le disordinate loro

milizie furono vinte nelle pianure della Frigia dal valore e dalla

disciplina de' Goti; ma una guerra di sei anni quasi esaurì tutto il

coraggio dell'Imperatore[569]. Gl'Isauri si ritirarono alle loro

montagne; le loro Fortezze una dopo l'altra furono assediate e

distrutte; fu tagliata la comunicazione, ch'essi avevan col mare; i più

bravi de' loro Capitani morirono in battaglia; quelli che sopravvissero,

avanti la loro esecuzione furon tratti in catene per l'Ippodromo; si

trapiantò nella Tracia una colonia de' loro giovani, ed il restante del

Popolo si sottopose al Governo Romano. Passarono però alcune generazioni

prima che i loro animi si adattassero alla schiavitù. I popolati

villaggi del monte Tauro eran pieni di soldati a cavallo e di arcieri;

essi resistevano in vero all'imposizion de' tributi, ma somministravano

reclute agli eserciti di Giustiniano, ed i suoi Magistrati Civili, come

il Proconsole di Cappadocia, il Conte d'Isauria, ed i Pretori di

Licaonia e di Pisidia, eran forniti di forza militare per frenare la

licenziosa pratica delle rapine e degli assassini[570].

Se diamo un'occhiata dal Tropico fino alla bocca del Tanai, potremo da

una parte osservare le precauzioni di Giustiniano per reprimere i

selvaggi dell'Etiopia[571], e dall'altra le lunghe muraglie, ch'ei

costruì nella Crimea per difesa de' Goti suoi amici, che formavano una

colonia di tremila pastori e guerrieri[572]. Da quella Penisola fino a

Trebisonda, erasi assicurata la curva orientale dell'Eussino per mezzo

di Fortezze, di alleanze, o della Religione, ed il possesso di Lazica,

ch'è il Colco dell'antica Geografia e la Mingrelia della moderna,

divenne tosto l'oggetto d'una importante guerra. Trebisonda, in seguito

sede d'un Impero romanzesco, dovè alla liberalità di Giustiniano una

chiesa, un acquedotto, ed una Fortezza, di cui le fosse tagliate furono

nella viva pietra. Da questa Città marittima può tirarsi fino alla

Fortezza di Circesio, ultima stazione Romana sull'Eufrate[573], una

linea di confine di cinquecento miglia. Immediatamente sopra Trebisonda,

per cinque giorni di cammino verso il mezzodì, è occupato il Paese da

folti boschi e da monti scoscesi, tanto ispidi, quantunque non tanto

alti, quanto le Alpi ed i Pirenei. In questo rigido clima[574], dove

rade volte si fondon le nevi, i frutti vengono tardi e senza sapore,

fino il mele è velenoso, la più industriosa cultura si dovea limitare ad

alcune piacevoli valli; e le tribù pastorali ricavavano uno scarso

sostentamento dalla carne, e dal latte de' loro armenti. I _Calibi_[575]

traevano il nome e l'indole della ferrea qualità del suolo; e fino dal

tempo di Ciro potevan allegare, sotto le varie denominazioni di Caldei e

di Zanj, una prescrizione non interrotta di guerra e di rapina. Al tempo

di Giustiniano essi riconobbero il Dio e l'Imperatore de' Romani, e

furono fabbricate sette Fortezze ne' luoghi più accessibili per

rispingere l'ambizione del Monarca Persiano[576]. La principal sorgente

dell'Eufrate viene dalle Montagne de' Calibi, e sembra che scorra verso

l'Occidente e l'Eussino; piegando poi questo fiume al sud-ovest passa

sotto le mura di Satala o Melitene (che furono restaurate da Giustiniano

come baloardi dell'Armenia Minore), ed appoco appoco s'accosta al mare

Mediterraneo; finattantochè impedito dal Monte Tauro[577], alla fine

dirige il lungo e tortuoso suo corso al sud-est, ed al Golfo Persico.

Fra le Città Romane di là dall'Eufrate ne distinguiamo due fondate

recentemente, ch'ebbero il nome da Teodosio e dalle reliquie de'

Martiri; e due Capitali, Amida ed Edessa, che sono celebri nell'Istoria

di tutti i tempi. Alla pericolosa lor situazione Giustiniano

proporzionar ne volle la forza. Un fosso ed una palizzata potea servire

alla forza indisciplinata della cavalleria Scitica; ma richiedevansi

opere più elaborate per sostenere un regolare assedio contro le armi ed

i tesori del gran Re. Gli abili suoi Ingegneri sapevano le maniere di

fare profonde mine e d'innalzar piattaforme al livello delle mura; egli

scuoteva i più forti edifizi con le sue macchine militari; ed alle volte

avanzavasi all'assalto con una linea di mobili torri sul dorso degli

Elefanti. Nelle gran Città dell'Oriente, lo svantaggio della distanza e

forse anche della situazione, veniva compensato dallo zelo del Popolo,

che secondava la guarnigione in difesa della patria e della Religione, e

la favolosa promessa del Figlio di Dio, ch'Edessa non sarebbe mai stata

presa, empieva i Cittadini di valorosa fiducia, e scoraggiava e rendeva

dubbiosi gli assediatori[578]. Furono diligentemente fortificate le

minori Città dell'Armenia e della Mesopotamia, ed i posti che sembravano

dominare sulla terra o sull'acqua, contenevano molti Forti fabbricati

regolarmente di pietra o più in fretta con i più comuni materiali di

terra e di mattoni. L'occhio di Giustiniano investigava ogni luogo, e le

sue crudeli precauzioni tiravan la guerra anche in quelle remote valli;

i pacifici abitanti delle quali, collegati fra loro per mezzo del

commercio e del matrimonio, ignoravano le discordie delle Nazioni, e le

querele de' Principi. All'occidente dell'Eufrate un arenoso deserto

s'estende più di sei cento miglia fino al Mar Rosso. La Natura aveva

frapposto una vuota solitudine fra l'ambizione di due Imperi emuli fra

di loro; gli Arabi, fino al tempo di Maometto, non furon formidabili,

che come ladroni, e nell'alta sicurezza della pace si trascurarono le

fortificazioni della Siria nel lato più esposto.

[A. 488-505]

Ma l'inimicizia nazionale, o almeno gli effetti di tale inimicizia si

eran sospesi mediante una tregua, che continuò più di quarant'anni. Un

Ambasciatore dell'Imperator Zenone accompagnò il temerario ed infelice

Peroze nella sua spedizione contro i Neptaliti, ovvero Unni Bianchi, le

conquiste de' quali si erano estese dal Mar Caspio nel cuore dell'India,

della quale il trono rilucea di smeraldi[579], e la cavalleria

sostenevasi da una linea di duemila elefanti[580]. I Persiani furono due

volte circondati in una situazione che rendeva inutile il valore, ed

impossibil la fuga; e fu compita la doppia vittoria degli Unni per mezzo

d'uno stratagemma militare. Essi rilasciarono il regio lor prigioniero,

dopo ch'egli si fu sottomesso ad adorare la maestà d'un Barbaro; nè

servì ad evitare tal umiliazione la casuistica sottigliezza dei Magi,

che istruiron Peroze a diriger la sua intenzione al Sole nascente. Lo

sdegnato successore di Ciro dimenticò il suo pericolo e la gratitudine,

rinnovò con ostinato furore l'attacco, e vi perdè l'esercito non men che

la vita[581]. La morte di Peroze abbandonò la Persia a' suoi esterni e

domestici nemici; e passarono dodici anni di confusione, prima che il

suo figlio Cabade, o Kobad potesse formare alcun disegno d'ambizione o

di vendetta. La disobbligante parsimonia di Anastasio fu il motivo o il

pretesto d'una guerra coi Romani[582]; marciarono sotto le bandiere de'

Persiani gli Unni e gli Arabi; e le fortificazioni dell'Armenia e della

Mesopotamia erano allora in una condizione imperfetta o rovinosa.

L'Imperatore ringraziò il Governatore ed il Popolo di Martiropoli per

aver subito reso una Città, che non poteva difendersi con buon successo,

e l'incendio di Teodosiopoli potea giustificar la condotta dei prudenti

di lei vicini. Amida sostenne un lungo e rovinoso assedio: al termine di

tre mesi la perdita di cinquantamila soldati di Cabade non era

bilanciata da verun prospetto di buon successo; ed in vano i Magi

deducevano una lusinghiera predizione dall'indecenza delle donne, che

dalle mura avevano esposte le più segrete lor parti agli occhi degli

assedianti. Una notte alla fine tacitamente salirono sulla torre più

accessibile, che non era guardata che da alcuni Monaci oppressi, dopo le

funzioni d'una solennità, dal sonno e dal vino. Allo spuntar del giorno,

furono applicate le scale alle mure, la presenza di Cabade, il terribile

suo comando, e la sua spada sguainata costrinsero i Persiani a vincere,

e prima che quella fosse rimessa nel fodero, ottantamila abitanti

avevano espiato il sangue de' loro compagni. Dopo l'assedio d'Amida, la

guerra continuò per tre anni, e l'infelice frontiera provò tutto il peso

delle calamità, che essa apporta. Troppo tardi fu offerto l'oro

d'Anastasio; il numero delle sue truppe era distrutto dal numero de'

loro Generali; la Campagna restò spogliata de' suoi abitatori; e tanto i

vivi, quanto i morti abbandonati furono alle fiere del deserto. La

resistenza d'Edessa, e la mancanza di preda fece piegar l'animo di

Cabade alla pace: ei vendè le sue conquiste a un prezzo esorbitante; e

la medesima linea di confine, quantunque segnata di stragi e di

devastazioni, continuò a separare i due Imperi. Per evitare simili

danni, Anastasio risolvè di fondare una nuova Colonia sì forte, che

sfidar potesse la potenza Persiana, e sì avanzata verso l'Assiria, che

le stazionarie sue truppe fosser capaci di difendere la Provincia,

mediante la minaccia o l'esecuzione d'una guerra offensiva. A tale

oggetto fu popolata ed ornata la Città di Dara[583] distante quattordici

miglia da Nisibi, e quattro giornate di cammino dal Tigri; le

precipitose opere d'Anastasio furono migliorate dalla perseveranza di

Giustiniano; e senza fermarci su piazze meno importanti, le

fortificazioni di Dara possono rappresentarci l'Architettura militare di

quel secolo. Fu circondata la Città da due muri, e lo spazio ch'era fra

questi di cinquanta passi, serviva di ritirata al bestiame degli

assediati. La muraglia di dentro era un monumento di forza e di

bellezza: s'alzava questa sessanta piedi sopra il suolo, e l'altezza

delle torri era di cento piedi; i fori, dai quali poteva offendersi il

nemico con armi da lanciare, erano piccoli, ma numerosi; i soldati

stavano lungo il ramparo difesi da una doppia galleria, ed alzavasi una

terza piattaforma, spaziosa e sicura, sopra la sommità delle torri. Il

muro esteriore par che fosse meno alto, ma più solido; ed ogni torre era

difesa da un baloardo quadrangolare. Un terreno duro e sassoso impediva

i lavori delle mine, ed al sud-est, dove il suolo era più trattabile,

venivano ritardati da una _overa nuova_, che s'avanzava in forma di

mezza luna. I fossi duplicati, e triplicati eran pieni d'acqua corrente;

e si profittò con la massima industria della comodità del fiume per

supplire ai bisogni degli abitanti, per inquietar gli assalitori, e per

impedire i danni d'una naturale o artificiale inondazione. Dara continuò

più di sessant'anni a secondar le mire dei suoi fondatori, ed a provocar

la gelosia dei Persiani, che non lasciavano di lagnarsi, che si era

costruita quell'inespugnabil Fortezza con una manifesta violazione del

Trattato di pace fatto fra' due Imperi.

Le Province di Colco, d'Iberia, e d'Albania fra l'Eussino ed il Caspio

sono intersecate per ogni verso dalle diramazioni del monte Caucaso; e

nella geografia, tanto degli antichi quanto de' moderni, si sono spesse

volte confuse fra loro le due principali _Porte_, o passi, che vanno dal

settentrione al mezzodì. Si è dato il nome di Porte _Caspie_ o

d'_Albania_ propriamente a Derbend[584], che occupa un breve declive fra

le montagne ed il mare: questa Città, se prestiam fede alla tradizione

del luogo, fu fondata da' Greci; e questo pericoloso ingresso venne

fortificato da' Re di Persia con un molo, con doppie mura, e con porte

di ferro. Le porte _Iberie_[585] si formano da uno stretto passo di sei

miglia nel monte Caucaso, che dal lato settentrionale dell'Iberia o

della Georgia, s'apre nella pianura, che s'estende fino al Tanai ed al

Volga. Una Fortezza, destinata forse da Alessandro, o da alcuno de suoi

successori a dominare quell'importante posto, era pervenuta per diritto

di conquista o d'eredità in un Principe Unno, che l'offerì per un

moderato prezzo all'Imperatore; ma mentre Anastasio indugiava, mentre ne

calcolava timidamente il prezzo e la distanza, vi si frappose un più

vigilante rivale, e Cabade occupò per forza quel passaggio del Caucaso.

Le porte Albanesi, ed Iberie escludevano la cavalleria degli Sciti dalle

strade più brevi e più praticabili, e tutta la fronte de' monti era

coperta dal riparo di Gog e Magog, o sia dalla lunga muraglia, ch'eccitò

la curiosità d'un Califfo Arabo[586] e d'un Conquistatore Russo[587].

Secondo una descrizione recente sono artificialmente unite insieme senza

ferro o cemento alcuno molte gran pietre, grosse sette piedi, e lunghe o

alte ventuno, per formare un muro, che dura più di trecento miglia dai

lidi di Derbend sopra i monti, e per le valli del Daghestan e della

Giorgia. Un'opera tale potea intraprendersi senz'alcuna visione dalla

Politica di Cabade; e senz'alcun prodigio potè compirsi dal suo figlio,

sì formidabile, a' Romani sotto il nome di Cosroe, e così caro agli

Orientali sotto quello di Nushirwan. Il Monarca Persiano aveva in mano

le chiavi sì della pace che della guerra; ma in ogni Trattato egli

stipulava che Giustiniano contribuisse alla spesa della comune Barriera,

che difendeva ugualmente i due Imperi dalle scorrerie degli Sciti[588].

VII. Giustiniano soppresse le scuole d'Atene, ed il Consolato di Roma,

che avevano dato al Mondo tanti Saggi ed eroi. Ambedue queste

Istituzioni erano da gran tempo degenerate dalla primitiva lor gloria;

pure si può con ragione dar qualche taccia d'avarizia e di gelosia ad un

Principe, per mano del quale furon distrutti que' venerabili avanzi.

Atene, dopo i trionfi Persiani, adottò la Filosofia della Jonia, e la

Rettorica della Sicilia; e tali studj divennero il patrimonio di una

Città, gli abitanti della quale, ascendenti a circa trentamila maschi,

condensarono nel periodo d'una sola generazione il genio di molti

secoli, e di molti milioni di uomini. Il sentimento, che abbiamo della

dignità della natura umana s'esalta alla semplice riflessione, che

Isocrate[589] fu compagno di Platone e di Senofonte; ch'ei si trovò

presente, forse insieme coll'Istorico Tucidide, alle prime

rappresentazioni dell'Edipo di Sofocle, e della Ifigenia d'Euripide; ed

i suoi allievi, Eschine e Demostene, contesero per la corona del

patriottismo alla presenza d'Aristotele, Maestro di Teofrasto, che

insegnò in Atene al tempo de' Fondatori della Setta Stoica e

dell'Epicurea[590]. L'ingenua gioventù dell'Attica godeva i vantaggi

della domestica educazione, che fu comunicata senza invidia alle Città

sue rivali. Duemila scolari udirono le lezioni di Teofrasto[591]; le

scuole di Rettorica dovevano essere anche più numerose di quelle di

Filosofia; ed una rapida successione di studenti sparse la fama dei loro

Maestri fino agli ultimi confini dell'idioma e del nome Greco. Questi

confini furono estesi dalle vittorie di Alessandro; le arti d'Atene

sopravvissero alla libertà, e al dominio di essa; e le Colonie Greche,

da' Macedoni piantate nell'Egitto, e sparse per l'Asia, intrapresero de'

lunghi e frequenti pellegrinaggi per venerare le Muse del favorito lor

tempio sulle rive dell'Elisso. I conquistatori Latini rispettosamente

ascoltavano le istruzioni de' loro sudditi e prigionieri; furono

registrati nelle scuole d'Atene i nomi di Cicerone e d'Orazio; e dopo il

perfetto stabilimento del Romano Impero, gl'Italiani, gli Affricani e i

Britanni conversarono ne' boschetti dell'Accademia coi loro condiscepoli

Orientali. Gli studj della Filosofia e dell'Eloquenza s'accordano col

genio d'uno Stato popolare, che incoraggisce la libertà delle ricerche,

e non si sottomette che alla forza della persuasione. Nelle Repubbliche

di Grecia e di Roma l'arte di parlare era la potente macchina del

patriottismo o della ambizione, e le scuole di Rettorica somministrarono

una colonia di Politici e di Legislatori. Quando fu soppressa la libertà

delle pubbliche discussioni, l'Oratore potè nell'onorevole impiego

d'Avvocato difendere la causa dell'innocenza e della giustizia; potè

abusare de' suoi talenti nella più lucrosa negoziazione de' panegirici;

e gli stessi precetti continuarono a dettare le fantastiche declamazioni

del Sofista, e le più pure bellezze della composizione Istorica. I

sistemi, che si proponevano di scuoprir la natura di Dio, dell'Uomo e

dell'Universo, occupavano la curiosità dello studente filosofico; e

secondo l'indole della sua mente poteva o dubitar con gli Scettici, o

decidere con gli Stoici, o levarsi con Platone alle sublimi

speculazioni, o rigorosamente argomentare con Aristotele. L'orgoglio

delle contrarie Sette avea stabilito un termine inaccessibile della

morale felicità e perfezione: ma la strada per giungervi era gloriosa e

salutare; gli scolari di Zenone, e quelli anche d'Epicuro venivano

istruiti tanto ad agire quanto a soffrire; e la morte di Petronio fu

efficace non meno che quella di Seneca ad umiliare un tiranno,

manifestando la sua impotenza. Infatti la luce della scienza non potè

limitarsi alle mura d'Atene. Gl'incomparabili suoi Scrittori

s'indirizzarono all'uman Genere; si trasferirono de' Maestri ancor

viventi nell'Italia, e nell'Asia; Berito ne' tempi posteriori fu

consacrato allo studio della Legge; l'Astronomia e la Fisica si

coltivarono nel Museo d'Alessandria; ma le scuole Attiche di Rettorica e

di Filosofia mantennero la superiore lor fama, dalla guerra del

Peloponeso fino al Regno di Giustiniano. Atene, quantunque situata in un

suolo sterile, aveva però un'aria pura, una libera navigazione ed i

monumenti delle arti antiche; quel sacro ritiro veniva raramente

disturbato dagli affari del commercio o del Governo: e l'infimo degli

Ateniesi distinguevasi per i vivaci suoi sali, per la purità del suo

gusto e linguaggio, per le socievoli maniere, e per alcuni vestigi,

almeno nel discorso, della magnanimità de' suoi Padri. Ne' sobborghi

della Città l'_Accademia_ de' Platonici; il _Liceo_ de' Peripatetici, il

_Portico_ degli Stoici, ed il _Giardino_ degli Epicurei erano sparsi di

alberi, e decorati di statue; ed i Filosofi, invece di star rinchiusi in

un Chiostro, davano le loro lezioni in piacevoli e spaziosi viali, che

in diverse ore si destinavano agli esercizi dell'animo e del corpo. In

quelle venerabili sedi vivea tuttavia il genio de' Fondatori;

l'ambizione di succedere ai Maestri della ragione umana eccitava una

generosa emulazione: e ad ogni vacanza si determinava il merito de'

candidati da' liberi voti di un Popolo illuminato. I Professori Ateniesi

eran pagati da' loro discepoli: secondo i vicendevoli bisogni e

l'abilità loro, sembra, che il prezzo variasse da una mina fino ad un

talento; e lo stesso Isocrate, che deridea l'avarizia de' Sofisti,

esigeva nella sua scuola di Rettorica circa trenta lire sterline da

ciascheduno dei cento suoi allievi. Le rimunerazioni dell'industria son

giuste ed onorevoli; pure il medesimo Isocrate sparse lacrime al primo

ricever che fece d'uno stipendio; lo Stoico doveva arrossire, quando si

vedeva pagato per predicare il disprezzo del danaro; e mi dispiacerebbe

di scuoprire, che Aristotile o Platone fossero talmente deviati

dall'esempio di Socrate, che cambiato avesser le cognizioni per l'oro.

Ma con la permissione delle Leggi, e per i legati di vari amici defunti,

furono assegnate delle possessioni di terre e di case alle Cattedre

filosofiche d'Atene. Epicuro lasciò a' suoi scolari i Giardini che egli

aveva comprato per ottanta mine, o per dugento cinquanta lire sterline

con un fondo sufficiente per la frugale lor sussistenza e per le

solennità mensuali[592]; ed il patrimonio di Platone somministrò

un'annua rendita, che in otto secoli appoco appoco s'accrebbe da tre

fino a mille monete d'oro[593]. Le scuole d'Atene furon protette dal più

saggio e virtuoso fra' Principi Romani; la libreria che fondò Adriano,

fu collocata in un Portico adorno di pitture, di statue, e d'un tetto

d'alabastro, e sostenuto da cento colonne di marmo Frigio. L'animo

generoso degli Antonini assegnò de' pubblici stipendi; ed ogni

Professore di Politica, di Rettorica e di Filosofia Platonica,

Peripatetica, Stoica ed Epicurea ne aveva uno di diecimila dramme, o di

più di trecento lire sterline[594]. Dopo la morte di Marco, questi

liberali doni, ed i privilegi annessi alle Cattedre delle scienze,

furono aboliti e restaurati, diminuiti ed estesi; e sotto i successori

di Costantino possono anche trovarsi dei vestigi di Real bontà; ma

l'arbitraria loro scelta di qualche indegno soggetto potè indurre i

Filosofi di Atene a desiderare i tempi d'indipendenza e di libertà[595].

Egli è da osservarsi che l'imparzial favore degli Antonini fu accordato

ugualmente alle quattro fra loro contrarie Sette di Filosofi, ch'essi

risguardarono come ugualmente utili, o almeno come ugualmente innocenti.

Socrate negli antichi tempi era stato la gloria e la vergogna del suo

Paese; e le prime lezioni di Epicuro scandalizzaron talmente le pie

orecchie degli Ateniesi, che mediante l'esilio di esso e de' suoi

Antagonisti poser silenzio a tutte le vane dispute intorno alla natura

degli Dei. Ma nel seguente anno rivocarono quel precipitoso decreto,

restituirono la libertà delle scuole, e si convinsero con l'esperienza

de' secoli, che nel moral carattere dei Filosofi non influisce la

diversità delle Teologiche loro speculazioni[596].

[A. 485-529]

Alle scuole d'Atene furon meno fatali le armi dei Goti, che lo

stabilimento d'una nuova Religione, i Ministri della quale impedivano

l'esercizio della ragione, risolvevano ogni questione con un articolo di

fede, e condannavano l'infedele o lo scettico ad eterne fiamme. In molti

volumi di laboriose controversie i medesimi esposero la debolezza

dell'intelletto, e la corruzione del cuore, insultarono la natura umana

nei Savi dell'antichità, e condannarono lo spirito di ricerca Filosofica

tanto ripugnante alla dottrina, o almeno al carattere d'un umil

credente. La setta che restava dei Platonici, e che Platone si sarebbe

vergognato di riconoscer per sua, fece uno stravagante miscuglio di una

sublime teoria con la pratica della superstizione e della magia; e

siccome questi rimasero soli in mezzo ad un Mondo cristiano, fomentarono

un segreto rancore contro il governo della Chiesa e dello Stato, che

tenevano sempre sospesi i rigori sulle lor teste. Circa un secolo dopo

il Regno di Giuliano[597], fu permesso a Proclo[598] d'insegnare nella

Cattedra filosofica dell'Accademia, e tale fu la sua industria, che

spesso pronunziò nel medesimo giorno cinque lezioni, e compose

settecento versi. La sagace sua mente esplorò le più profonde questioni

della morale e della metafisica, e s'avventurò a proporre diciotto

argomenti contro la dottrina Cristiana della creazione del Mondo. Ma

negli intervalli di tempo che gli lasciava lo studio, ei diceva di

conversare _personalmente_ con Pane, con Esculapio e con Minerva, ne'

misteri de' quali era segretamente iniziato, e de' quali adorava le

abbattute statue nella devota persuasione che il Filosofo, ch'è un

cittadino dell'Universo, dovesse essere il sacerdote delle sue varie

divinità. Un ecclisse del Sole annunciò la prossima di lui morte; e la

sua vita con quella di Isidoro suo scolare[599], compilate da due de'

loro più dotti discepoli, presentano una deplorabil pittura della

seconda puerizia della ragione umana. Pure l'aurea catena, com'era

enfaticamente chiamata, della successione Platonica continuò per altri

quarantaquattro anni, dalla morte di Proclo fino all'Editto di

Giustiniano[600], che impose un perpetuo silenzio alle scuole d'Atene,

ed eccitò il dispiacere e lo sdegno de' pochi che vi rimanevano devoti

della scienza e della superstizione greca. Sette amici e filosofi,

Diogene, Ermia, Eulalio, Prisciano, Damascio, Isidoro e Simplicio, che

dissentivano dalla Religione del loro Sovrano presero la risoluzione di

cercare in un Paese straniero quella libertà, che loro negavasi nella

propria Patria. Essi avevano udito dire, ed avevan bonariamente creduto,

che si fosse realizzata la Repubblica di Platone nel dispotico Governo

di Persia, che ivi regnasse un Re patriottico sulla più felice e

virtuosa delle Nazioni. Ma restaron ben presto sorpresi quando in fatti

trovarono, che la Persia era simile agli altri paesi del globo; che

Cosroe, il quale affettava il nome di Filosofo, era vano, crudele ed

ambizioso: che fra i Magi dominava la bacchettoneria e lo spirito

d'intolleranza; che i Nobili eran superbi, i Cortigiani servili, ed i

Magistrati ingiusti; che il reo talvolta fuggiva la pena, e che

l'innocente soventi fiate era oppresso. Defraudati i Filosofi nella loro

espettativa, trascurarono le reali virtù de' Persiani, e furono

scandalizzati più di quel che forse conveniva alla lor professione,

della plurità delle mogli e concubine, de' matrimoni incestuosi, e

dell'uso di lasciar esposti i cadaveri a' cani ed agli avvoltoi, invece

di seppellirli sotto terra o di consumarli col fuoco. Un precipitoso

ritorno dimostrò il lor pentimento, e dichiararono altamente che

sarebber piuttosto morti su' confini dell'Impero, che goder la ricchezza

ed il favore del Barbaro. Da questo viaggio nonostante essi trassero un

vantaggio, che riflette il lustro più puro sul carattere di Cosroe. Ei

domandò, che i sette Savi che avevan visitato la Corte di Persia,

fossero liberi dalle leggi penali, che Giustiniano avea fatte contro i

Pagani suoi sudditi; e tal privilegio, espressamente stipulato in un

trattato di pace, fu mantenuto, attesa la vigilanza d'un potente

mediatore[601]. Simplicio ed i suoi compagni terminaron la vita in pace

e nell'oscurità; e non avendo lasciato discepoli, finisce in essi la

lunga lista de' Filosofi Greci, che nonostanti i loro difetti possono

giustamente lodarsi come i più saggi e virtuosi fra' loro contemporanei.

Gli scritti di Simplicio tuttavia esistono: i suoi Commentari fisici e

metafisici sopr'Aristotele col tempo sono andati in disuso, ma la sua

interpretazione morale d'Epitteto si conserva nelle Biblioteche delle

Nazioni come un libro classico il più acconcio a diriger la volontà, a

purificare il cuore ed a consolidar l'intelletto, mediante una giusta

fidanza nella natura tanto di Dio quanto dell'uomo.

[A. 541]

Verso quel tempo, in cui Pitagora inventò il nome di Filosofo, ebbe

origine in Roma da Bruto il vecchio la libertà ed il Consolato. Nella

presente Storia si sono a' suoi luoghi esposte le rivoluzioni

dell'ufizio Consolare che può risguardarsi ne' successivi aspetti d'un

corpo reale, d'un'ombra e d'un nome. I primi Magistrati della Repubblica

erano stati eletti dal Popolo per esercitare nel Senato e nel Campo i

diritti della pace e della guerra, che poi si trasferirono

negl'Imperatori; ma la tradizione dell'antica dignità fu per lungo tempo

rispettata da' Romani e da' Barbari. Un Istorico Goto applaudisce il

Consolato di Teodorico quasi l'apice d'ogni temporal gloria e

grandezza[602]; l'istesso Re d'Italia si congratula con quegli annui

favoriti della fortuna, che godevano lo splendore senza le cure del

Trono; ed in capo a mille anni si creavano tuttavia da' Sovrani di Roma

e di Costantinopoli due Consoli al sol oggetto di dare una data all'anno

ed una festa al Popolo. Ma le spese di questa festa, nelle quali

l'opulento e vano titolare aspirava a sorpassare i suoi predecessori,

appoco appoco s'accrebbero sino all'enorme somma di ottantamila lire

sterline; i Senatori più saggi evitavano un inutile onore che portava

seco la certa rovina delle loro Famiglie; ed a questa ripugnanza

attribuirei le frequenti lacune che si trovano negli ultimi tempi de'

Fasti consolari. I Predecessori di Giustiniano avevano sostenuto col

pubblico tesoro la dignità de' candidati meno ricchi; ma l'avarizia di

questo Principe antepose il meno dispendioso e più conveniente metodo

dell'ammonizione e della regola[603]. Al numero di sette _Processioni_ o

spettacoli il suo Editto limitava le corse di cavalli e di cocchi, i

divertimenti atletici, la musica ed i pantomimi del teatro, la caccia

delle fiere; e piccole monete d'argento furono prudentemente sostituite

alle medaglie d'oro che avevano sempr'eccitato il tumulto e l'ebrietà,

quando venivano sparse a larga mano fra la plebe. Nonostanti queste

precauzioni ed il suo proprio esempio, cessò finalmente la successione

de' Consoli nell'anno decimo terzo di Giustiniano, il carattere

dispotico del quale probabilmente gradì la tacita estinzione di un

titolo, che rammentava a' Romani la antica lor libertà[604]. Pure

tuttavia sussisteva il Consolato annuo nelle menti del Popolo; esso

ansiosamente aspettava la pronta di lui restaurazione; applaudì alla

graziosa condiscendenza de' successivi Principi, da' quali fu assunto

nel primo anno del loro Regno; e passarono dopo la morte di Giustiniano

tre secoli, prima che quell'antiquata dignità, ch'era stata già

soppressa dall'uso, potesse abolirsi per Legge[605]. All'imperfetta

maniera di distinguere ogni anno col nome d'un Magistrato, fu

vantaggiosamente supplito con la data d'un'Era permanente: i Greci

adottarono la creazione del Mondo, secondo la version de' Settanta[606],

ed i Latini, dal Secolo di Carlo Magno in poi, hanno computato il lor

tempo dalla nascita di Cristo[607].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07 · 第 21 / 31 题