CAPITOLO XL.

_Innalzamento di Giustino il Vecchio. Regno di Giustiniano. I.

L'Imperatrice Teodora. II. Fazioni del Circo e sedizioni di

Costantinopoli. III. Commercio e Manifatture di seta. IV.

Finanze e Tributi. V. Edifizi di Giustiniano. Chiesa di S.

Sofia. Fortificazione e Frontiere dell'Impero d'Oriente.

Abolizione delle scuole d'Atene e del Consolato di Roma._

[A. 482-483]

L'Imperator Giustiniano era nato[447] presso le rovine di Sardica (ch'è

la moderna Sofia) d'una oscura stirpe[448] di Barbari[449], che

abitavano un inculto e desolato Paese, a cui si son dati successivamente

i nomi di Dardania, di Dacia e di Bulgaria. Ne fu preparato

l'innalzamento dal fortunato coraggio di Giustino suo zio, che insieme

con due altri contadini del medesimo villaggio abbandonò, per seguire la

professione delle armi, la più vantaggiosa occupazione degli agricoltori

o de' pastori[450]. A piedi, e con una scarsa provvision di biscotto

nelle loro sacche, i tre giovani preser la strada di Costantinopoli, e

furon tosto arruolati, per la loro forza e statura, fra le guardie

dell'Imperator Leone. Sotto i seguenti due Regni acquistò il fortunato

villano ricchezze ed onori; e l'aver esso evitato alcuni pericoli, che

minacciaron la vita, venne in seguito attribuito all'Angelo Custode, che

veglia sul destino de' Re. Il lungo e lodevole suo servizio nelle guerre

Isaurica e Persiana non avrebbe tolto all'oblivione il nome di Giustino;

ma può giustificar gli avanzamenti militari, che a grado a grado nel

corso di cinquant'anni egli ottenne, vale a dire i posti di Tribuno, di

Console e di Generale, la dignità di Senatore, ed il comando delle

guardie, che ad esso come a loro capo ubbidivano, allorchè seguì

l'importante crisi della remozione dell'Imperatore Anastasio dal Mondo.

Furono esclusi dal trono i potenti di lui congiunti, ch'egli aveva

innalzato ed arricchito; e l'Eunuco Amanzio, che regnava nel Palazzo,

aveva segretamente risoluto di porre il diadema sul capo del più

ossequioso fra le sue creature. A tale oggetto affidossi un liberal

donativo per comprare il suffragio delle guardie, in mano del loro

Comandante.

[A. 518-527]

Ma Giustino perfidamente adoprò questi gravi argomenti a favor di se

stesso; e siccome non ardì presentarsi alcun competitore, fu vestito

della porpora il contadino della Dacia, per l'unanime consenso dei

soldati, che lo riconobbero valoroso e moderato; del Clero e del Popolo,

che lo credeva ortodosso; e dei Provinciali, che cederono con una cieca

ed implicita sommissione al volere della Capitale. Giustino il Vecchio,

così nominato per distinguerlo da un altro Imperatore della medesima

Famiglia e dell'istesso nome, salì sul trono di Bisanzio all'età di

sessant'otto anni; e se si fosse lasciato operare a suo talento, ad ogni

istante d'un Regno di nove anni, avrebbe dovuto manifestare a' suoi

sudditi l'improprietà della loro elezione. La sua ignoranza era simile a

quella di Teodorico, ed è osservabile, che in un secolo non affatto

privo di cognizioni, due Monarchi contemporanei non avevano mai appreso

neppur l'alfabeto. Ma il genio di Giustino era molto inferiore a quello

del Re Goto: l'esperienza di soldato non l'aveva renduto capace del

governo d'un Impero; e quantunque fosse personalmente valoroso, la

coscienza della propria debolezza veniva naturalmente accompagnata da

dubbi, diffidenze e timori politici. Gli affari però ministeriali dello

Stato erano diligentemente e fedelmente trattati dal Questore

Proclo[451]; ed il vecchio Imperatore adottò i talenti e l'ambizione di

Giustiniano suo nipote, giovane intraprendente, che lo Zio avea tratto

dalla rustica solitudine della Dacia, ed allevato in Costantinopoli,

com'erede de' privati suoi beni, e finalmente anche dell'Impero

Orientale.

[A. 520-527]

Defraudato che fu l'Eunuco Amanzio del suo danaro, fu necessario

privarlo anche della vita. Facilmente ciò si eseguì mediante l'accusa

d'una vera o finta cospirazione, e, come per un'aggiunta di delitto, i

Giudici furono informati, ch'egli era segretamente addetto all'eresia

Manichea[452]. Amanzio fu decapitato, tre de' suoi compagni, ch'erano i

primi domestici del Palazzo, furon puniti con la morte, o coll'esilio; e

l'infelice lor candidato per la porpora, fu cacciato in una profonda

carcere, oppresso di pietre, ed ignominiosamente gettato senza sepoltura

nel mare. Di maggior difficoltà e pericolo fu la rovina di Vitaliano.

Questo Capitano Goto erasi fatto popolare mediante la guerra civile,

ch'esso arditamente sostenne contro Anastasio per la difesa della Fede

Ortodossa, e dopo aver concluso un vantaggioso trattato, ei tuttavia si

trovava nelle vicinanze di Costantinopoli alla testa d'una vittoriosa e

formidabile armata di Barbari. Sulla fragile sicurezza de' giuramenti,

si lasciò indurre ad abbandonar quella vantaggiosa situazione, ed a

fidare la sua persona alle mura d'una Città, di cui gli abitanti,

specialmente quelli della fazione Azzurra, erano stati ad arte irritati

contro di lui con la rimembranza fino delle sue pie ostilità.

L'Imperatore ed il suo nipote l'abbracciarono come un fedele e degno

campione della Chiesa e dello Stato; e graziosamente decorarono il loro

favorito co' titoli di Console e di Generale; ma nel settimo mese del

suo Consolato, Vitaliano fu trucidato con diciassette ferite alla mensa

reale[453]; e Giustiniano, che n'ereditò le spoglie, fu accusato come

l'assassino di un fratello spirituale, a cui aveva di fresco impegnato

la sua fede nella partecipazione de' Misteri Cristiani[454]. Dopo la

caduta del suo rivale fu questi promosso, senz'alcun merito di servizio

militare, alla carica di Comandante Generale degli eserciti orientali,

ch'ei doveva condurre in campo contro il pubblico nemico. Ma, cercando

la fama, Giustiniano avrebbe potuto perdere il dominio che aveva sopra

l'età e debolezza dello Zio; ed invece di procurarsi per mezzo de'

trofei, Sciti o Persiani, l'applauso dei suoi Nazionali[455], il

prudente guerriero ne sollecitava il favore nelle Chiese, nel Circo, e

nel Senato di Costantinopoli. I Cattolici erano attaccati al nipote di

Giustino, che in mezzo, all'eresie Nestoriana ed Eutichiana calcava

l'angusto sentiero dell'inflessibile ed intollerante ortodossia[456].

Ne' primi giorni del nuovo Regno ei preparò e rimunerò l'entusiasmo

popolare contro la memoria del defunto Imperatore. Dopo uno scisma di 34

anni, riconciliò l'altiero ed irritato spirito del Pontefice romano, e

fece spargere fra' Latini una favorevole voce del pio suo rispetto per

la Sede apostolica. Le Sedi Orientali riempite furono di Vescovi

cattolici, addetti al suo partito; guadagnò con la sua liberalità il

Clero ed i Monachi, e fu ammaestrato il Popolo a pregare pel futuro loro

Sovrano, speranza e colonna della vera Religione. La magnificenza di

Giustiniano si vide nella più splendida pompa de' pubblici spettacoli,

oggetto agli occhi della moltitudine non meno sacro ed importante, che

il Simbolo di Nicea o di Calcedonia: la spesa del suo Consolato fu

valutata dugento ottant'ottomila monete d'oro; comparirono

sull'anfiteatro nell'istesso tempo venti Leoni e trenta Leopardi; e fu

rilasciata come un dono straordinario ai Cocchieri vittoriosi del Circo

una serie numerosa di Cavalli co' ricchi lor fornimenti. Mentre cercava

di piacere al Popolo di Costantinopoli, e riceveva i dispacci degli

stranieri Monarchi, il nipote di Giustino con gran premura coltivava

l'amicizia del Senato. Pareva, che questo venerabile nome desse diritto

a' suoi Membri di dichiarare il sentimento della Nazione, e di regolare

la successione al trono Imperiale: il debole Anastasio aveva lasciato

degenerare il vigore del Governo nella forma o sostanza d'un

Aristocrazia; e gli Ufiziali della Milizia, che avevano ottenuto il

posto di Senatori, erano seguitati dalle domestiche loro guardie; truppa

di Veterani, le armi o le acclamazioni de' quali potevano in un momento

di tumulto disporre del diadema di Oriente. Si profusero i tesori dello

Stato per comprare i voti de' Senatori, e fu comunicato all'Imperatore

l'unanime lor desiderio, che si compiacesse d'adottar Giustiniano per

suo Collega. Ma questa domanda, che troppo chiaramente gli rammentava il

suo prossimo fine, non piacque al sospettoso carattere di un vecchio

Monarca, desideroso di ritener la potenza, ch'era incapace d'esercitare;

e Giustino tenendo con ambe le mani la porpora, avvisò di preferire,

giacchè stimavasi un'elezione sì vantaggiosa, qualche Candidato più

vecchio. Nonostante questo rimprovero, il Senato volle decorar

Giustiniano col reale epiteto di _Nobilissimo_; e ne fu ratificato il

decreto dall'affetto, o dal timore dello Zio. Dopo qualche tempo il

languore sì di mente che di corpo, a cui si ridusse per una incurabil

ferita nella coscia, gli rendè indispensabile l'aiuto d'un Custode.

Chiamò dunque il Patriarca ed i Senatori; ed alla loro presenza pose il

diadema solennemente sul capo del suo nipote, che fu condotto dal

Palazzo al Circo, e salutato con alti e lieti applausi dal Popolo. La

vita di Giustino si prolungò per circa quattro mesi, ma dal momento di

questa ceremonia, ei fu considerato come morto quanto all'Impero, che

riconobbe Giustiniano nel quarantesimo quinto anno della sua età per

legittimo Sovrano d'Oriente[457].

[A. 527-565]

Giustiniano, dal suo innalzamento al trono fino alla morte, governò

l'Impero romano per trent'otto anni, sette mesi, e tredici giorni. Gli

avvenimenti del suo Regno, che eccitano la curiosa nostr'attenzione pel

numero, e per la varietà ed importanza loro, sono diligentemente

riferiti dal Segretario di Belisario, Retore che l'eloquenza promosse al

grado di Senatore e di Prefetto di Costantinopoli. Procopio[458],

seguitando le vicende del coraggio o della servitù, del favore o della

disgrazia, successivamente compose l'_istoria_, il _panegirico_, e la

_satira_ de' suoi tempi. Gli otto libri delle guerre Persiana, Vandalica

e Gotica[459], che son continuati ne' cinque libri d'Agatia, meritano

d'essere da noi stimati, come una laboriosa e felice imitazione degli

scrittori Attici, o almeno Asiatici dell'antica Grecia. I fatti, ch'ei

narra, son tratti dalla propria personale esperienza, e dalla libera

conversazione d'un soldato, d'un ministro, e d'un viaggiatore; il suo

stile continuamente aspira, e spesse volte giunge al merito d'esser

forte ed elegante; le sue riflessioni, specialmente ne' discorsi, che

troppo frequentemente v'inserisce, contengono un ricco fondo di

cognizioni politiche; ed eccitato l'Istorico dalla generosa ambizione

d'istruire e dilettar la posterità, sembra che sdegni i pregiudizi

popolari e l'adulazione delle Corti. Gli scritti di Procopio[460] erano

letti ed applauditi da' suoi contemporanei[461]; ma sebbene ei gli

ponesse rispettosamente a' piedi del trono, l'orgoglio di Giustiniano

doveva esser punto dalle lodi d'un Eroe, che sempre ecclissa la gloria

del suo inattivo Sovrano. L'intima sublime cognizione dell'indipendenza

fu vinta dalle speranze e da' timori della schiavitù; ed il Segretario

di Belisario si procurò il perdono ed il premio ne' sei libri

degl'Imperiali _Edifizi_. Aveva egli scelto con accortezza un soggetto

di apparente splendore, in cui potesse altamente celebrare il genio, la

magnificenza e la pietà d'un Principe, che riguardato e come

Conquistatore e come Legislatore, avea sorpassato le puerili virtù di

Temistocle e di Ciro[462]. La mancanza d'incontro potè indurre

l'adulatore ad una segreta vendetta; ed il primo barlume di favore potè

di nuovo tentarlo a sospendere ed a sopprimere un libello[463], nel

quale il Ciro romano si trasforma in un odioso e dispregevol tiranno, e

tanto l'Imperatore quanto la sua consorte Teodora vengono seriamente

rappresentati come due demonj, che avevan presa la figura umana per la

distruzione dell'uman genere[464]. Tal vile incostanza dee senza dubbio

macchiar la riputazione di Procopio, e diminuirne il credito: pure dopo

aver lasciato svaporare il veleno della sua malignità, il rimanente

degli _Aneddoti_, ed anche i fatti più vergognosi, alcuni de' quali sono

leggiermente accennati nella sua pubblica Storia, si confermano

dall'intrinseca loro evidenza, o dagli autentici documenti di quel

tempo[465]. Con questi diversi materiali m'accingo adesso a descrivere

il Regno di Giustiniano, che merita ben d'occupare un vasto spazio. Il

presente Capitolo esporrà l'innalzamento ed il carattere di Teodora, le

fazioni del Circo, e la pacifica amministrazione del Sovrano d'Oriente.

Ne' tre Capitoli seguenti riferirò le guerre di Giustiniano, che

terminarono la conquista dell'Affrica e dell'Italia; e verrò seguitando

le vittorie di Belisario e di Narsete, senza dissimulare la vanità de'

loro trionfi, o l'ostil valore degli Eroi Persiani e Gotici. Ed il

seguito di questo volume (fino al cap. 47) conterrà la Giurisprudenza e

Teologia dell'Imperatore; le controversie e le Sette, che tuttora

dividono la Chiesa Orientale; e la riforma delle Leggi romane, che

tuttavia son obbedite o rispettate dalle Nazioni della moderna Europa.

I. Il primo atto di Giustiniano, nell'esercizio della suprema Potestà,

fu quello di dividerla con la donna ch'egli amava, con la famosa

Teodora[466], di cui non si può applaudire lo straordinario innalzamento

come un trionfo di femminile virtù. Nel tempo che regnava Anastasio fu

affidata la cura delle fiere, mantenute dalla fazion Verde in

Costantinopoli, ad Acacio, nativo dell'isola di Cipro, che dal suo

impiego ebbe il soprannome di Maestro degli Orsi. Quest'onorevole ufizio

dopo la sua morte fu conferito ad un altro candidato, nonostante la

diligenza della sua Vedova, che si era già provvista d'un marito, e d'un

successore all'impiego del primo. Acacio aveva lasciato tre figlie,

Comitone[467], Teodora ed Anastasia, la maggiore delle quali non aveva

allora più di sette anni. In occasione d'una solenne festa, queste

abbandonate orfane furon mandate dall'afflitta e sdegnata lor madre in

aria di supplichevoli in mezzo al teatro: la fazion Verde le ricevè con

disprezzo, l'Azzurra con compassione; e questa differenza, che restò

profondamente impressa nella mente di Teodora, influì lungo tempo dopo

nell'amministrazion dell'Impero. Le tre sorelle, a misura che crebbero

in età ed in bellezza, furono l'una dopo l'altra abbandonate a' pubblici

e privati piaceri del Popolo bizantino; e Teodora, dopo aver seguitato

Comitone sul teatro in abito di schiava con uno sgabello in capo, fu

lasciata finalmente far uso senz'alcuna dipendenza de' propri talenti.

Essa nè ballava, nè cantava, nè suonava il flauto; la sua perizia

ristringevasi all'arte pantomimica; era eccellente nei caratteri buffi,

ed ogni volta che la Comica gonfiava le guance, e con un tuono e gesto

ridicolo si doleva degli schiaffi che l'erano dati, risuonava tutto il

teatro di Costantinopoli di risa e di applausi. La beltà di Teodora[468]

fu l'oggetto de' più lusinghevoli encomi, e la sorgente del più squisito

diletto. Le fattezze di essa erano delicate e regolari; la carnagione,

quantunque un poco pallida, era d'un color naturale; la vivacità de'

suoi occhi esprimeva in un istante ogni sensazione; i facili suoi

movimenti mostravano le grazie d'una piccola ma elegante figura; e potè

o l'amore, o l'adulazione vantare, che la pittura e la poesia non eran

capaci di rappresentare l'impareggiabil'eccellenza della sua forma. Ma

questa fu degradata dalla facilità, con cui s'espose all'occhio del

pubblico, e si prostituì ai licenziosi desiderj. Le venali sue grazie

furono abbandonate ad una promiscua folla di cittadini e di stranieri

d'ogni ceto e d'ogni professione: il fortunato amante, a cui era stata

promessa una notte di godimenti, fu spesse volte cacciato fuori del suo

letto da un più forte o più ricco favorito; e quando essa passava per le

strade, se n'evitava l'incontro da tutti quelli, che bramavano di fuggir

lo scandalo, o la tentazione. Il satirico Istorico non arrossì[469] di

descrivere le nude scene, che Teodora non si vergognò di rappresentare

nel teatro[470]. Dopo aver esaurite le arti del piacer sensuale[471],

con la massima ingratitudine si doleva della parsimonia della

Natura[472]; ma bisogna velare nell'oscurità d'una lingua dotta i

lamenti, i piaceri e gli artifizi di essa. Dopo d'essere stata per

qualche tempo il principale oggetto del piacere e del disprezzo della

Capitale, condiscese ad andar via con Ecebolo, nativo di Tiro che aveva

ottenuto il Governo della Pentapoli affricana. Ma quest'unione fu

fragile e passeggiera; Ecebolo scacciò ben presto una dispendiosa ed

infedel concubina; si ridusse essa in Alessandria ad un'estrema miseria;

e nel laborioso di lei ritorno a Costantinopoli, ogni Città dell'Oriente

ammirò e godè la bella Cipriotta, il cui merito pareva che provasse la

sua discendenza dall'Isola particolare di Venere. Il moltiplice

commercio di Teodora e le sue detestabili precauzioni la preservarono

dal pericolo, ch'essa temeva; ciò non ostante una volta, ed una volta

sola, divenne madre. Il fanciullo fu trasportato ed educato in Arabia da

suo padre, che, giunto a morte, gli fece sapere, che egli era figlio di

un'Imperatrice. Pieno di ambiziose speranze, il Giovine subito corse

senz'alcun sospetto al Palazzo di Costantinopoli, e fu ammesso alla

presenza di sua madre. Siccome però ei non fu mai più veduto, neppure

dopo la morte di Teodora, le viene meritamente imputato d'aver estinto

con la vita di lui un segreto così offensivo per l'imperial sua virtù.

Nel più abbietto stato di fortuna e di riputazione, in cui si trovava

Teodora, una certa visione, mentre essa o dormiva o farneticava, le

aveva annunziata la piacevole sicurezza di esser destinata a divenire

sposa di un potente Monarca. Consapevole della sua vicina grandezza,

dalla Paflagonia tornò a Costantinopoli: assunse, da brava attrice, un

carattere più decente; supplì alla sua povertà mediante la lodevole

industria di filar la lana; ed affettò una vita casta e solitaria in una

piccola casa, ch'essa di poi convertì in magnifico Tempio[473]. La sua

bellezza, assistita dall'arte o dal caso, tosto attrasse, vinse e fissò

il Patrizio Giustiniano, che già regnava con assoluto dominio sotto il

nome del suo Zio. Essa procurò forse d'innalzare il valore d'un dono,

che aveva tante volte prodigalizzato a' più vili dell'uman genere; forse

infiammò a principio con modeste dilazioni, e finalmente con sensuali

attrattive, i desiderj d'un amante, che per natura o per devozione s'era

assuefatto a lunghe vigilie, e ad una parca dieta. Passati i suoi primi

trasporti, essa conservò l'istesso ascendente sopra il suo spirito,

mediante il merito più solido del giudizio e dell'intelligenza.

Giustiniano si compiacque di nobilitare ed arricchire l'oggetto del suo

amore: si profondevano al piè di lei i tesori dell'Oriente; ed il nipote

di Giustino si determinò, forse per scrupolo di coscienza, a dare alla

sua concubina il sacro e legittimo carattere di moglie. Ma le Leggi di

Roma espressamente proibivano il matrimonio di un Senatore con qualunque

donna, che fosse disonorata da servile origine o da professione

teatrale. L'Imperatrice Lupicina o Eufemia, donna barbara e di rozzi

costumi, ma d'irreprensibil virtù, ricusò d'accettar per nipote una

prostituta: ed anche Vigilanza, superstiziosa madre di Giustiniano,

quantunque conoscesse il talento e la beltà di Teodora, era nella più

seria apprensione, che la leggierezza e l'arroganza di quell'artificiosa

druda corrompesse la pietà e la felicità dei suo figlio. L'inflessibil

costanza di Giustiniano però tolse di mezzo tutti questi ostacoli. Egli

aspettò pazientemente la morte dell'Imperatrice; non curò le lacrime di

sua madre, che presto cadde sotto il peso della sua afflizione; e fu

promulgata in nome dell'Imperator Giustino una legge, che aboliva la

rigida Giurisprudenza dell'antichità. Si aprì (secondo quest'Editto) la

strada ad un glorioso pentimento per quelle infelici che avevan

prostituito le loro persone sul teatro, e venne loro permesso di

contrarre una legittima unione co' più illustri de' Romani[474]. A

questa indulgenza tosto succederono le nozze solenni di Giustiniano e di

Teodora; crebbe a grado a grado la dignità di questa insieme con quella

del suo amante; ed appena Giustino ebbe investito il nipote della

porpora, il Patriarca di Costantinopoli pose il diadema sul capo

dell'Imperatore e dell'Imperatrice d'Oriente. Ma i soliti onori, che la

severità de' costumi romani aveva accordato alle mogli de' Principi, non

potevano soddisfare nè l'ambizione di Teodora, nè la tenerezza di

Giustiniano. Ei la collocò sul trono, come un'eguale ed indipendente

Collega nella sovranità dell'Impero, e s'impose a' Governatori delle

Province un giuramento di fedeltà in nome di Giustiniano insieme e di

Teodora[475]. Cadeva il Mondo Orientale prostrato avanti al genio ed

alla fortuna della figlia d'Acacio. Quella prostituta, che in presenza

d'innumerabili spettatori aveva macchiato il teatro di Costantinopoli,

adoravasi come Regina nella stessa Città da' gravi Magistrati, da'

Vescovi Ortodossi, da' Generali vittoriosi, e da' soggiogati

Monarchi[476].

Quelli che credono, che la mancanza di castità faccia totalmente

depravare lo spirito delle donne, prestarono volentieri orecchio a tutte

le invettive della privata invidia, o del risentimento popolare, che ha

dissimulato le virtù di Teodora, ne ha esagerato i vizi, ed ha

rigorosamente condannato le venali o volontarie colpe della giovine

meretrice. Per causa o di vergogna o di disprezzo, ella spesso evitava

il servile omaggio della moltitudine, fuggiva l'odiosa luce della

Capitale, e passava la maggior parte dell'anno ne' Palazzi e Giardini,

piacevolmente situati sulle coste marittime della Propontide e del

Bosforo. Il privato suo tempo era consacrato alla prudente non meno che

grata cura della sua bellezza; al lusso del bagno e della tavola, ed al

lungo sonno della sera e della mattina. I segreti suoi appartamenti

erano occupati dalle donne e dagli eunuchi, che essa favoriva e

secondava nelle loro passioni e interessi, a spese della giustizia; i

più illustri personaggi poi dello Stato restavano in folla in un'oscura

e soffocante anticamera, e quando alla fine, dopo un tedioso indugio,

venivano ammessi a baciare i piedi a Teodora, trovavano in quella,

secondo che le suggeriva l'umore, o la tacita arroganza d'un'Imperatrice

o la capricciosa leggierezza d'una commediante. La sua rapace avarizia

nell'accumulare immensi tesori, potrebbe scusarsi dall'apprensione della

morte di suo marito, che poteva non lasciare alternativa fra la rovina

ed il trono; ed il timore ugualmente che l'ambizione poterono esacerbare

Teodora contro due Generali, che nel tempo d'una malattia

dell'Imperatore avevano imprudentemente dichiarato, ch'essi non eran

disposti ad acquietarsi alla scelta della Capitale. Ma la taccia di

crudeltà, così ripugnante anche ai suoi vizi più molli, ha impresso

un'indelebile macchia sulla memoria di Teodora. Le numerose, di lei spie

osservavano e riferivan con diligenza qualunque azione, parola o sguardo

ingiurioso alla reale loro poltrona. Chiunque veniva da esse accusato,

era posto nelle particolari di lei prigioni[477] inaccessibili alle

ricerche della giustizia, e correva la fama, che vi si usassero i

tormenti della fustigazione o delle verghe in presenza d'una tiranna

insensibile alle voci delle preghiere o della compassione[478]. Alcune

di queste infelici vittime perirono in profonde malsane prigioni, mentre

ad altro si permetteva, dopo la perdita delle membra, della ragione, o

delle facoltà loro, di comparire nel Mondo, come vivi monumenti della

sua vendetta, che per ordinario estendevasi a' figli di coloro, ch'essa

aveva preso in sospetto o ingiuriato. Quel Senatore o Vescovo, di cui

Teodora pronunziato aveva la morte o l'esilio, era consegnato ad un

fedel suo messaggio, di cui ravvivavasi la diligenza con la minaccia

pronunciata dalla sua bocca, che «se avesse mancato nell'esecuzione de'

suoi ordini, giurava per quello che vive in eterno, di farlo

scorticare[479].»

Se la fede di Teodora non fosse stata infetta d'eresia, l'esemplare sua

devozione l'avrebbe potuta purgare, nell'opinione dei suoi

contemporanei, dai vizi d'orgoglio, di avarizia e di crudeltà. Se però

essa influì a calmare l'intollerante furore dell'Imperatore, il presente

secolo accorderà qualche merito, alla sua religione, e molta indulgenza

agli speculativi suoi errori[480]. Fu inserito il nome di Teodora con

uguale onore in tutte le pie e caritatevoli fondazioni di Giustiniano, e

può attribuirsi la più benefica istituzione del suo Regno alla simpatia

dell'Imperatrice verso le sue meno fortunate sorelle, ch'erano state

sedotte o costrette ad abbracciar la prostituzione. Un Palazzo, che era

sulla parte Asiatica del Bosforo, fu convertito in un comodo e spazioso

Monastero, e fu assegnato un generoso mantenimento a cinquecento donne

che si erano raccolte dalle strade e da' postriboli di Costantinopoli.

In questo sicuro e santo ritiro, venivano esse condannate ad una

perpetua clausura, e la disperazione di alcune, che si gettarono in

mare, si perdeva nella gratitudine delle penitenti, ch'erano state

salvate dalla colpa e dalla miseria mediante la generosa loro

benefattrice[481]. Giustiniano medesimo celebra la prudenza di Teodora;

e le sue Leggi si attribuiscono ai savi consigli della sua

rispettabilissima moglie, ch'egli dice d'aver ricevuto come un dono

della divinità[482]. Si manifestò il suo coraggio in mezzo al tumulto

del Popolo, ed a terrori della Corte. Una prova della sua castità, dopo

che unissi a Giustiniano è il silenzio degl'implacabili di lei nemici; e

quantunque la figlia d Acacio potesse esser sazia d'amore si dee non

ostante far qualche applauso alla fermezza del suo spirito, che potè

sacrificare il piacere e l'abitudine, al più forte sentimento del dovere

o dell'interesse. I desiderj e le preghiere di Teodora non poterono mai

ottenere la grazia di un figlio legittimo, e seppellì una bambina, unica

prole del suo matrimonio[483]. Ciò non ostante il suo dominio fu

durevole ed assoluto; si conservò essa, o coll'arte o col merito,

l'affetto di Giustiniano; e le apparenti lor dissensioni riusciron

sempre fatali a' Cortigiani, che le credetter sincere. Se n'era forse

indebolita la salute per la dissolutezza della gioventù; ma essa fu

sempre delicata, e fu consigliata da' Medici a far uso de' Bagni caldi

Pitj. Fu accompagnata l'Imperatrice in questo viaggio dal Prefetto del

Pretorio, dal gran Tesoriere, da più Conti e Patrizi, e da uno splendido

seguito di quattromila serventi: risarcite furono le pubbliche strade;

si eresse un palazzo per riceverla; e nel passar che fece per la Bitinia

distribuì generose limosine alle Chiese, a' Monasteri ed agli Spedali,

affinchè implorassero dal Cielo il ristabilimento della sua salute[484].

Finalmente l'anno ventesimo quarto del suo matrimonio e ventesimo

secondo del suo Regno fu consumata da un cancro[485]; e ne fu pianta

l'irreparabile perdita dal marito, che in luogo d'una teatral prostituta

avrebbe potuto scegliere la più pura e la più nobil donzella

d'Oriente[486].

II. Possiamo osservare una differenza essenziale fra i giuochi

dell'antichità: i più nobili presso i Greci erano attori, e presso i

Romani semplici spettatori. Era lo stadio Olimpico aperto all'opulenza,

al merito, ed all'ambizione; e se i Candidati erano in grado di contare

sulla loro personal perizia ed attività, seguir potevano le traccie di

Diomede e di Menelao, guidando i propri loro cavalli nella rapida

corsa[487]. Si lasciavan partire nel medesimo istante dieci, venti,

quaranta cocchi; una corona di foglie era il premio del vincitore, e se

ne celebrava la fama, insieme con quella della sua famiglia, e della sua

Patria in canzoni liriche, più durevoli de' monumenti di bronzo e di

marmo. Ma un Senatore, o anche un puro Cittadino consapevole della sua

dignità, si sarebbe vergognato d'esporre la sua persona o i suoi cavalli

nel Circo di Roma. Si rappresentavano i giuochi a spese della

Repubblica, de' Magistrati, o degl'Imperatori, e se ne abbandonavan le

redini a mani servili; e se i profitti d'un favorito cocchiere talvolta

superavano quelli d'un Avvocato, ciò dee riguardarsi come l'effetto di

una popolare stravaganza, e come il più alto sforzo d'una ignobile

professione. Il corso, nella sua prima origine, consisteva nella

semplice contesa di due cocchi, i direttori de' quali si distinguevano

con livree _bianche e rosse;_ in seguito vi furono aggiunti due altri

colori, cioè il _verde_ e l'_azzurro_: e siccome si replicavano le corse

venticinque volte, così cento cocchi contribuivano in un giorno alla

pompa del Circo. Ben presto le quattro _fazioni_ furono stabilite

legittimamente, e si trasse una misteriosa origine dei capricciosi loro

colori dalle varie apparenze della Natura nelle quattro stagioni

dell'anno, vale a dire dall'infuocato sirio dell'estate, dalle nevi

dell'inverno, dalle cupe ombre dell'autunno, e dalla piacevol verzura

della primavera[488]. Un altra interpretazione preferiva gli elementi

alle stagioni, e supponevasi, che la contesa del Verde e dell'Azzurro

rappresentasse il conflitto della terra e del mare. Le respettive loro

vittorie annunziavano o un'abbondante raccolta o una prospera

navigazione, e la gara che quindi nasceva fra gli agricoltori ed i

marinari, era un poco meno assurda che quel cieco ardore del Popolo

Romano, che sacrificava le proprie vite e sostanze al colore, che

ciascun avea scelto. I più savi Principi sdegnarono e tollerarono tal

follìa; ma si videro scritti i nomi di Caligola, di Nerone, di Vitellio,

di Vero, di Commodo, di Caracalla, e d'Elagabalo nelle fazioni Verde o

Azzurra del Circo; essi ne frequentavano le stalle, applaudivano a

quelli, che le favorivano, ne punivano gli antagonisti, e meritavano la

stima della plebaglia, mediante la naturale o affettata imitazione de'

loro costumi. Continuarono le sanguinose e tumultuarie contese a

disturbar le pubbliche feste fino all'ultima età degli spettatori di

Roma; e Teodorico, per un motivo di giustizia o d'affezione, interpose

la sua autorità per proteggere i Verdi contro la violenza d'un Console e

Patrizio, ch'era fortemente appassionato per la fazione Azzurra del

Circo[489].

Costantinopoli adottò le follìe, non già le virtù dell'antica Roma, e le

stesse fazioni, che avevano agitato il Circo, infierirono con maggior

furore nell'Ippodromo. Sotto il Regno d'Anastasio fu infiammata questa

popolar frenesia dallo zelo religioso, ed i Verdi, che avevano

proditoriamente nascosto delle pietre e de' coltelli in alcune paniere

di frutti, uccisero in occasione d'una solenne festa tremila degli

Azzurri loro avversari[490]. Dalla Capitale si sparse questa peste nelle

Province e Città dell'Oriente, e la giocosa distinzione de' due colori

produsse due forti ed irreconciliabili partiti, che scossero i

fondamenti d'un debol governo[491]. Le dissensioni popolari fondate

sopra gl'interessi più serj ed i più santi pretesti, hanno appena potuto

uguagliare l'ostinazione di una ludicra discordia, che attaccò la pace

delle famiglie, divise fra loro gli amici e i fratelli, e tentò fino le

donne, quantunque di rado si vedessero nel Circo, ad abbracciare le

inclinazioni de' loro amanti, o a contraddire i desiderj de' loro

mariti. Si calpestava ogni legge divina ed umana, e purchè prevalesse il

partito, pareva, che i delusi di lui seguaci non curassero nè la privata

nè la pubblica calamità. Si ravvivò in Antiochia ed a Costantinopoli la

licenza senza la libertà della Democrazia, ed ogni candidato per

conseguir gli onori civili o ecclesiastici avea bisogno d'esser

sostenuto da una fazione. Ai Verdi imputossi un segreto affetto alla

famiglia, o alla setta d'Anastasio; ma gli Azzurri erano fervidamente

attaccati alla causa della Ortodossia e di Giustiniano[492], ed il grato

loro protettore sostenne per più di cinque anni i disordini di una

fazione, i periodici tumulti della quale inondarono il Palazzo, il

Senato, e le Capitali d'Oriente. Gli Azzurri, divenuti insolenti per il

Real favore, affettavano d'incuter terrore mediante un abito particolare

ed all'uso de' Barbari, con i capelli lunghi, con le maniche strette, e

con le ampie vesti degli Unni, con un passo orgoglioso, ed una voce

sonora. Il giorno celavano essi i loro pugnali a due tagli, ma la notte

arditamente si adunavano armati, e intraprendevano in numerose truppe,

qualunque atto di violenza e di rapina. I loro avversari della fazion

Verde, o anche i cittadini innocenti venivano spogliati, e spesso uccisi

da questi notturni ladroni, ed era pericoloso il portar de' bottoni o

delle fibbie d'oro, o l'andare ad un'ora tarda per le strade di una

pacifica Capitale. Eccitato quel fiero spirito dall'impunità giunse fino

a violare la sicurezza delle case private; e s'adoperava il fuoco per

facilitare l'attacco, o nascondere i delitti di questi, faziosi. Non

v'era luogo immune o salvo dalle loro depredazioni; per soddisfar la

propria avarizia o vendetta profondevano il sangue degl'innocenti, erano

contaminate le Chiese e gli altari da atroci omicidj, e solevan vantarsi

quegli assassini, che avevano la destrezza di far sempre una ferita

mortale ad ogni colpo delle loro armi. La dissoluta gioventù di

Costantinopoli adottò l'azzura insegna del disordine; tacevan le leggi,

ed erano rilassati i legami della Società: i creditori venivan costretti

a consegnar le loro obbligazioni; i giudici a rivocare le loro sentenze;

i padroni a manomettere i loro schiavi; i padri a supplire alle

stravaganze de' figli; le nobili matrone eran prostituite alla libidine

dei loro servi; i bei garzoni erano strappati dalle braccia dei lor

genitori, e le mogli, a meno che non preferissero una morte volontaria,

venivano stuprate alla presenza de' loro mariti[493]. La disperazione

de' Verdi, ch'erano perseguitati dai loro nemici, ed abbandonati da'

Magistrati, s'arrogò il diritto della difesa, e forse della

rappresaglia; ma quelli, che sopravvivevano al combattimento, eran

tratti al supplizio, e gl'infelici fuggitivi, rifuggendosi ne' boschi e

nelle caverne, infierivano senza misericordia contro la società, da cui

erano stati cacciati. Que' Ministri dei Tribunali, che avevano il

coraggio di punire i delitti, e di non curar lo sdegno degli Azzurri,

divenivano le vittime dell'indiscreto loro zelo: un Prefetto di

Costantinopoli fuggì per asilo al santo Sepolcro, un Conte dell'Oriente

fu ignominiosamente frustato, ed un Governatore di Cilicia fu per ordine

di Teodora impiccato sulla tomba di due assassini, ch'esso avea

condannati per l'omicidio del suo palafreniere, e per un temerario

attacco della propria sua vita[494]. Un candidato, che aspira a

pervenire a' posti più alti, può esser tentato a fabbricare sulla

pubblica confusione la sua grandezza; ma è interesse non meno che dovere

d'un Sovrano il mantenere l'autorità delle Leggi. Il primo Editto di

Giustiniano, che fu spesso ripetuto, e qualche volta solo eseguito,

annunziava la ferma sua risoluzione di sostener l'innocente, e di

gastigare il colpevole di qualunque denominazione e colore si fossero.

Pure la bilancia della giustizia era sempre inclinata in favore della

fazione azzurra dalla segreta affezione, dall'abitudine, e da' timori

dell'Imperatore; la sua equità, dopo un apparente contrasto,

sottomettevasi senza ripugnanza alle implacabili passioni di Teodora, e

l'Imperatrice non dimenticò mai, nè perdonò le ingiurie della

commediante. La proclamazione d'uguale e rigorosa giustizia fatta

nell'avvenimento al trono di Giustino il Giovane indirettamente condannò

la parzialità del precedente Governo: «O Azzurri, non v'è più

Giustiniano! Verdi, egli è sempre vivo[495]».

[A. 532]

L'odio, che avevan fra loro le due fazioni, e la loro momentanea

riconciliazione suscitò un tumulto, che ridusse quasi Costantinopoli in

cenere. Giustiniano celebrò nel quinto anno del suo Regno la solennità

degl'Idi di Gennaio: furono i giuochi continuamente disturbati dal

clamoroso malcontento de' Verdi; fino alla ventesima seconda corsa

l'Imperatore mantenne la tacita sua gravità; ma cedendo finalmente

all'impazienza condiscese a tenere in brusca maniera, e mediante la voce

d'un banditore il dialogo più singolare[496] che mai si facesse fra un

Principe ed i suoi sudditi. Le prime querele furono rispettose e

modeste; accusarono essi i subordinati Ministri d'oppressione, ed

espressero i lor desiderj per la lunga vita, e la vittoria

dell'Imperatore. «Abbiate pazienza, e state attenti, o insolenti

maledici, esclamò Giustiniano; tacete Giudei, Samaritani e Manichei». I

Verdi tuttavia cercavano di risvegliar la sua compassione con queste

voci: «Noi siamo poveri, siamo innocenti, siamo ingiuriati, non osiamo

di andar per le strade: si usa una general persecuzione contro il nostro

nome e colore. Moriamo, o Imperatore, ma moriamo per ordine vostro, ed

in vostro servizio». La rinnovazione però di parziali ed appassionate

invettive degradò a' loro occhi la maestà della porpora; negarono essi

l'omaggio ad un Principe, che ricusava di render giustizia al suo

Popolo; si dolsero che fosse nato il Padre di Giustiniano, e ne

infamarono il figlio coi nomi obbrobriosi di omicida, d'asino, e di

spergiuro tiranno. «Non curate le vostre vite?» gridò lo sdegnato

Monarca: gli Azzurri s'alzarono con furore dai loro posti; risuonarono

gli ostili loro clamori nell'Ippodromo: ed i loro avversari,

abbandonando l'ineguale contesa, sparsero il terrore e la disperazione

per le strade di Costantinopoli. In questo pericoloso momento eran

condotti per la Città sette notorj assassini di ambedue le fazioni,

ch'erano stati condannati dal Prefetto, e quindi trasportati al luogo

dell'esecuzione nel subborgo di Pera. Quattro di questi furono

immediatamente decapitati, e fu impiccato il quinto: ma nel tempo che

gli altri due soggiacevano alla medesima pena, si ruppe la fune, essi

caddero vivi sul suolo, il popolaccio applaudì alla loro liberazione, ed

usciti dal vicino loro convento i Monachi di S. Conone gli portarono in

una barchetta al santuario della loro Chiesa[497]. Siccome uno di questi

rei era del partito degli Azzurri, e l'altro de' Verdi, le due fazioni

furono eccitate ugualmente dalla crudeltà del loro oppressore, o

dall'ingratitudine del loro avvocato, e fu conclusa una breve tregua ad

oggetto di liberare i prigionieri, e di soddisfare la propria vendetta.

Fu ad un tratto bruciato il Palazzo del Prefetto, che si opponeva al

sedizioso torrente, ne furono trucidati gli ufiziali e le guardie, si

aprirono a forza le prigioni, e si restituì la libertà a quelli che non

potevan farne uso, che per la pubblica distruzione. Un distaccamento

militare, ch'era stato mandato in aiuto del Magistrato Civile, fu

fieramente rispinto da una moltitudine armata, di cui continuamente

cresceva il numero e l'arditezza; e gli Eruli, i più selvaggi tra'

Barbari al servizio dell'Impero, rovesciarono i sacerdoti e le loro

reliquie, che per un motivo di religione imprudentemente s'erano

interposti per separare il sanguinoso conflitto. S'accrebbe il tumulto

per tal sacrilegio: il Popolo combatteva con entusiasmo nella causa di

Dio; le donne facevan piovere da' tetti e dalle finestre le pietre sopra

i soldati, che scagliavano de' tizzoni accesi contro le case; e le varie

fiamme, che si erano accese per le mani dei Cittadini e degli stranieri,

si diffusero senza contrasto su tutta la Città. L'incendio comprese la

cattedrale di S. Sofia, i Bagni di Zeusippo, una parte del Palazzo, dal

primo ingresso fino all'altare di Marte, ed il lungo Portico, dal

Palazzo fino al Foro di Costantino; restò consumato un vasto Spedale

insieme con gli ammalati, che v'erano; si distrussero molte Chiese, e

sontuosi Edifizi, e si perdè o si fuse un'immensa quantità d'oro e

d'argento. I savi e ricchi Cittadini fuggirono da tali spettacoli

d'orrore e di miserie sul Bosforo dalla parte dell'Asia, e per cinque

giorni Costantinopoli rimase in preda delle fazioni, e la parola _Nika_,

cioè _vinci_, che usavan per distintivo, ha dato il nome a questa

memorabile sedizione[498].

Finattantochè furon divise le due fazioni, sembrava che tanto i

trionfanti Azzurri, quanto i Verdi abbattuti riguardassero con la

medesima indifferenza i disordini dello Stato. Ma in quest'occasione

s'unirono a censurare la mal amministrazione della Giustizia e delle

Finanze; i due Ministri, che n'erano responsabili, cioè l'artificioso

Triboniano, ed il rapace Giovanni di Cappadocia, furono altamente

accusati come gli autori della pubblica miseria. In tempo di pace non si

sarebber curati i bisbigli del Popolo; ma quando la Città era in mezzo

alle fiamme, si ascoltarono con rispetto, furono immediatamente deposti,

sì il Questore, che il Prefetto, e furono a quelli sostituiti due

Senatori d'irreprensibile integrità. Dopo questa popolar concessione,

Giustiniano si portò all'Ippodromo a confessare i propri errori, e ad

accettare il pentimento dei buoni suoi sudditi; ma questi non si

fidarono delle sue proteste, sebbene pronunziate solennemente sopra i

santi Vangeli; e l'Imperatore, sbigottito dalla lor diffidenza,

precipitosamente si ritirò nella Fortezza del Palazzo. Allora imputossi

l'ostinazione del tumulto ad una segreta ed ambiziosa cospirazione; e

s'ebbe sospetto, che gl'insorgenti, specialmente i Verdi, fossero

sostenuti con armi e danaro da due Patrizi Ipazio e Pompeo, i quali non

potevano dimenticarsi con onore, nè ricordarsi con sicurezza di esser

nipoti dell'Imperatore Anastasio. Capricciosamente ammessi alla

confidenza del Monarca, quindi caduti in disgrazia, e dalla gelosa sua

leggierezza ottenuto il perdono, si erano essi presentati come servi

fedeli avanti al Trono; e per i cinque giorni del tumulto, ritenuti

furono come ostaggi di grande importanza; ma finalmente prevalendo i

timori di Giustiniano alla sua prudenza, egli risguardò i due fratelli

come spie, e forse come assassini, e bruscamente comandò loro di partir

dal Palazzo. Dopo una inutile rappresentanza, che l'ubbidire avrebbe

potuto cagionare un involontario tradimento, si ritirarono alle loro

case, e la mattina del sesto giorno Ipazio fu circondato e preso dal

Popolo, che senza riguardo alla virtuosa di lui resistenza, ed alle

lacrime della sua moglie, lo trasportò al Foro di Costantino, ed invece

di diadema gli pose un ricco collare sul capo. Se l'usurpatore, che di

poi allegò a suo favore il merito della sua resistenza, avesse seguitato

il consiglio del Senato, ed eccitato il furor della moltitudine, il

primo irresistibile sforzo di essa avrebbe oppresso o scacciato il suo

tremante competitore. Il Palazzo di Costantinopoli aveva una libera

comunicazione col mare; stavan pronti i vascelli agli scali de'

giardini; e si era già presa la segreta risoluzione di condurre

l'Imperatore con la sua famiglia e tesori in un luogo sicuro a qualche

distanza dalla Capitale.

Giustiniano era perduto, se quella prostituta, che egli aveva tolto dal

Teatro, non avesse rinunziato alla timidità, non meno che alle virtù del

suo sesso. In mezzo ad un consiglio, dove trovavasi Belisario, la sola

Teodora dimostrò il coraggio di un Eroe; ed ella sola senza paventare la

futura sua odiosità, potè salvare l'Imperatore dall'imminente pericolo,

e dagl'indegni di lui timori. «Quand'anche la fuga, disse la moglie di

Giustiniano, fosse l'unico mezzo di salvarsi, pure io sdegnerei di

fuggire. La morte è la condizione apposta alla nostra nascita; ma chi ha

regnato non dovrebbe mai sopravvivere alla perdita della dignità, e del

dominio. Io prego il Cielo, di non potere essere mai veduta, neppure un

giorno, senza il diadema e la porpora; che io non possa più vedere la

luce, quando cesserò d'essere salutata col nome di Regina. Se voi

risolvete, o Cesare, di fuggire, avete de' tesori; ecco qua il mare,

avete delle navi; ma tremate, che il desiderio della vita non v'esponga

ad un miserabile esilio, e ad una ignominiosa morte. Quanto a me,

approvo quell'antica massima, che il trono è un glorioso sepolcro». La

fermezza d'una donna fece risorgere il coraggio di deliberare e d'agire,

ed il coraggio ben presto scuopre i rimedi nella situazione anche più

disperata. Quello di ravvivar l'animosità delle due fazioni fu un mezzo

facile e decisivo; gli Azzurri restaron sorpresi della propria colpa e

follìa nell'essersi lasciati indurre per un'ingiuria da nulla a

cospirare con gl'implacabili loro nemici contro un grazioso e liberale

benefattore; proclamarono essi di nuovo la maestà di Giustiniano, ed i

Verdi restarono soli col loro novello Imperatore nell'Ippodromo. Era

dubbiosa la fedeltà delle guardie; ma la militar forza di Giustiniano

sostenevasi da tremila Veterani, che s'erano formati al valore, ed alla

disciplina nelle guerre Persiane ed Illiriche. Sotto il comando di

Belisario e di Mondo, marciarono questi con silenzio in due divisioni

dal Palazzo; si fecero strada per oscuri e stretti sentieri a traverso

di fiamme spiranti, e di cadenti edifizi, e spalancarono in un istesso

tempo le due opposte porte dell'Ippodromo. In uno spazio sì angusto la

moltitudine disordinata e sorpresa non fu capace di resistere ad un

fermo e regolare attacco da due parti; gli Azzurri segnalarono il furore

del loro pentimento; e si conta, che restassero uccise trentamila

persone nella promiscua e crudele strage di quella giornata. Ipazio fu

tratto giù dal suo trono, e condotto insieme col fratello Pompeo a'

piedi dell'Imperatore: implorarono essi la sua clemenza; ma la lor colpa

ora manifesta, l'innocenza incerta; e Giustiniano s'era troppo

spaventato per dare il perdono. La mattina seguente i due Nipoti

d'Anastasio con diciotto illustri complici, di condizione Patrizia o

Consolare, furono privatamente posti a morte da' soldati; e ne furon

gettati i corpi nel mare, distrutti i Palazzi, e confiscate le facoltà.

L'Ippodromo stesso fu condannato per più anni ad un tristo silenzio: ma

colla restaurazione de' giuochi, risorsero gli stessi disordini; e le

fazioni degli Azzurri e de' Verdi continuarono ad affliggere il regno di

Giustiniano, ed a turbar la tranquillità dell'Impero d Oriente[499].

III. Quest'Impero, dopo che Roma fu divenuta barbara, conteneva tuttavia

le Nazioni ch'essa avea conquistate di là dall'Adriatico fino alle

frontiere dell'Etiopia e della Persia. Giustiniano regnava sopra

sessantaquattro Province, e novecento trentacinque Città[500]; i suoi

dominj erano favoriti dalla natura coi vantaggi del suolo, della

situazione e del clima; e si erano continuamente sparsi lungo le coste

del Mediterraneo, e le rive del Nilo i raffinamenti dell'arte umana

dall'antica Troia fino a Tebe d'Egitto. Abramo[501] aveva tratto

sollievo dall'abbondanza ben nota dell'Egitto; il medesimo piccolo e

popolato tratto di paese era tuttavia capace di somministrare ogni anno

dugento sessantamila sacca di grano per uso di Costantinopoli[502], e la

Capitale di Giustiniano riceveva le manifatture di Sidone, quindici

secoli dopo ch'eransi le medesime rese celebri per i Poemi d'Omero[503].

Le annue forze della vegetazione in vece di restar esauste da duemila

raccolte, si rinnovavano ed invigorivano per mezzo della buona cultura,

del ricco ingrasso e dell'opportuno riposo. Le razze degli animali

domestici s'erano infinitamente moltiplicate. Le piantagioni, le

fabbriche e gl'istrumenti di lavoro e di lusso, che son più durevoli che

la vita umana, s'erano accumulate per le cure di più successive

generazioni. La tradizione conservava, e l'esperienza semplicizzava

l'umile pratica delle arti; la società si arricchiva mediante la

divisione de' lavori e la facilità del commercio; ed ogni Romano

s'alloggiava, si vestiva, e sussisteva per l'industria di mille mani. Si

è religiosamente attribuita agli Dei l'invenzione del filare e del

tessere: in ogni tempo si sono abilmente lavorati molti prodotti animali

e vegetabili, come crini, pelli, lana, lino, cotone ed alfine seta, per

coprire o adornare il corpo umano; questi si tingevano con infusioni di

durevoli colori, ed impiegavasi con successo il pennello a migliorare i

lavori del tessitore. Nella scelta di que' colori[504], che imitano le

bellezze della natura, li favoriva la libertà del gusto e della moda; ma

la porpora carica[505] che i Fenicj estraevano da una conchiglia marina,

era riservata alla sacra Persona ed al Palazzo dell'Imperatore; ed erano

stabilite le pene di ribellione contro quegli ambiziosi sudditi, che

ardivano usurpare la prerogativa del trono[506].

Non v'è bisogno di spiegare, che la seta[507] in origine proviene dalle

viscere di un baco, e che forma l'aurea tomba, da cui sorge fuori un

verme in figura di farfalla. Fino al regno di Giustiniano i bachi da

seta, che si nutriscono delle foglie del gelso bianco, erano confinati

alla China; quelli del pino, della quercia e del frassino eran comuni

nelle foreste sì dell'Asia che dell'Europa; ma siccome la loro

educazione è più difficile, ed il prodotto più incerto, erano

generalmente trascurati, fuori che nella piccola Isola di Ceos presso le

coste dell'Attica. Si fece del loro tessuto un tenue velo e questa

manifattura di Ceos, che fu inventata da una donna per proprio uso, fu

ammirata per lungo tempo tanto in Oriente, quanto a Roma. Per quanto

possano trarsi delle induzioni dagli ornamenti de' Medi e degli Assiri,

Virgilio è lo scrittore più antico che faccia espressamente menzione

della soffice lana, che si traeva dagli alberi de' Seri o Chinesi[508];

e quest'errore di Storia Naturale, meno maraviglioso anche del vero, si

venne appoco appoco a correggere dalla cognizione di quel prezioso

Insetto, ch'è il primo artefice del lusso delle Nazioni. Questo raro ed

elegante lusso fu criticato al tempo di Tiberio da' più gravi fra

Romani, e Plinio con caricate, quantunque forti espressioni, ha

condannato la sete del guadagno, che faceva esplorar gli ultimi confini

della Terra per il pernicioso oggetto di esporre agli occhi di tutti le

trasparenti matrone, e le vesti che denudavan le donne[509]. Un abito,

che mostrava il contorno delle membra, ed il color della cute, potea

soddisfare la vanità, o eccitare i desiderj; i drappi di seta che si

tessevano fitti nella China, furono assai diradati dalle donne Fenicie,

e si moltiplicarono i preziosi materiali mediante una tessitura più

rara, e la mescolanza di fili di lino[510]. Dugento anni dopo il tempo

di Plinio l'uso delle vesti di seta pura o anche mescolata era limitato

al sesso femminile, finattantochè gli opulenti Cittadini di Roma e delle

Province non si furono insensibilmente famigliarizzati coll'esempio

d'Elagabalo, il primo che con quest'abito effemminato contaminasse la

dignità d'un Imperatore e d'un uomo. Aureliano si doleva che si vendesse

a Roma una libbra di seta per dodici oncie d'oro: ma ne crebbe

l'abbondanza per causa delle richieste, e coll'abbondanza scemossene il

prezzo. Se qualche volta l'accidente o il monopolio ne alzò il valore

anche sopra quello indicato da Aureliano, in virtù delle medesime cause

le manifatture di Tiro e di Berito furono altre volte costrette a

contentarsi d'un nono di quell'eccessivo prezzo[511]. Fu creduta

necessaria una Legge per distinguer l'abito de' commedianti da quello

de' Senatori, e la massima parte della seta, che veniva dal natio suo

Paese, si consumava da' sudditi di Giustiniano. Meglio però conoscevano

essi una conchiglia del Mediterraneo chiamata _il baco da seta di mare_:

quella fina lana, o pelame, con cui la madre della perla s'attacca agli

scogli, presentemente si lavora più per curiosità che per uso; ed una

veste formata di questa singolare materia era il dono che l'Imperator

Romano faceva a' Satrapi dell'Armenia[512].

Una mercanzia di valore e di piccol volume è capace di soffrir le spese

del trasporto per terra; e le Caravane traversavano tutta la larghezza

dell'Asia, dall'Oceano Chinese fino alle coste marittime della Siria, in

dugento quaranta tre giorni. La seta si consegnava immediatamente a'

Romani dai Mercanti di Persia[513], che frequentavan le fiere d'Armenia

e di Nisibi; ma questo commercio, che negl'intervalli delle tregue

veniva oppresso dalla gelosia e dall'avarizia, era totalmente interrotto

dalle lunghe guerre di quelle rivali Monarchie. Il gran Re poteva

orgogliosamente annoverar la Sogdiana, ed anche la Serica fra le

Province del suo Impero, ma il suo vero dominio era limitato dall'Osso,

e l'utile suo commercio con i Sogdoiti di là dal fiume dipendea

dall'arbitrio de' loro Conquistatori, cioè degli Unni bianchi, e de'

Turchi, che successivamente regnarono su quell'industriosa Nazione. Pure

il più barbaro dominio non estirpò i semi dell'agricoltura e del

commercio in un Paese, che si celebra come uno de' quattro giardini

dell'Asia; le Città di Samarcanda e di Bochara son situate

vantaggiosamente per il cambiamento delle varie lor produzioni; ed i

loro mercanti compravano da' Chinesi[514] la seta greggia o lavorata,

che poi trasportavano in Persia per uso dell'Impero Romano. Le Caravane

Sogdiane venivano trattenute nella vana Capitale della China come

supplichevoli Ambascerie di Regni tributari; e se tornavano salve,

l'audace lor rischio aveva in premio un esorbitante guadagno. Ma il

disastroso e pericoloso viaggio da Samarcanda fino alla prima Città di

Shensi non si potea fare in meno di sessanta, ottanta, o cento giorni:

tosto che avevan passato l'Iassarte, entravano nel deserto, e le Orde

vaganti, lungi dall'esser tenute in freno dalle milizie e dalle

guarnigioni, sempre consideravano i cittadini ed i viaggiatori come

oggetti di legittima rapina. Per evitare i rapaci Tartari, ed i Tiranni

Persiani, le Caravane della seta tentarono una strada più meridionale,

traversaron le montagne del Tibet, scesero lungo la corrente del Gange o

dell'Indo, e pazientemente aspettarono ne' porti di Guzerat e di Malabar

le annue flotte dell'Occidente[515]. Ma si trovarono meno intollerabili

i pericoli del deserto che la fatica, la fame, e la perdita di tempo;

raramente fu rinnovato quel tentativo, e l'unico Europeo, che sia

passato per quella strada non frequentata, applaudisce alla sua

diligenza per essere arrivato in nove mesi dopo la sua partenza da

Pekino all'imboccatura dell'Indo. Era però aperto l'Oceano alla libera

comunicazione del Genere Umano. Le Province della China, dal Gran Fiume

fino al Tropico di Cancro, furono soggiogate e incivilite

dagl'Imperatori settentrionali; furono riempite verso il principio

dell'Era Cristiana di città e di uomini, di gelsi e de' loro preziosi

abitatori; e se i Chinesi, con la cognizione della bussola, avessero

avuto il genio de' Greci o de' Fenicj, avrebbero potuto estendere le

loro scoperte all'Emisfero meridionale. Io non sono in grado

d'esaminare, e non son disposto a credere i distanti lor viaggi al Golfo

Persico o al Capo di Buona Speranza: ma i loro Antichi poterono bene

uguagliare i lavori, ed il successo della presente Generazione, ed

estender la sfera della loro navigazione dalle Isole del Giappone fino

allo Stretto di Malacca, le colonne, se ci è permesso d'usar questo

nome, di un Ercole orientale[516]: senza perder di vista la terra, essi

potevano navigare lungo le coste fino all'ultimo promontorio d'Achin, a

cui vanno ogni anno dieci o dodici navi cariche di produzioni, di

manifatture ed anche di artefici Chinesi; l'Isola di Sumatra e la

Penisola opposta vengono leggiermente descritte[517] come i paesi

dell'oro e dell'argento; e le Città commercianti, nominate nella

Geografia di Tolomeo, possono indicare che questa ricchezza non

provenisse solo dalle miniere. La distanza in linea retta fra Sumatra e

Ceylan è di circa trecento leghe; i navigatori Chinesi ed Indiani eran

guidati dal volo degli uccelli, e da' venti periodici, e si poteva

traversare con sicurezza l'Oceano in navi quadrate, che in luogo di

esser connesse col ferro, eran cucite insieme col forte filo dell'albero

del cocco. Ceylan, Serendib, o Taprobana era divisa fra due Principi

nemici uno de' quali possedea le montagne, gli elefanti ed il luminoso

carbonchio; e l'altro godeva le ricchezze più solide dell'industria

domestica, del commercio estero, e dall'ampio porto Trinquemale,

riceveva e rimandava le flotte dell'Oriente e dell'Occidente. In questa

ospitale Isola, che era situata ad un egual distanza (come credevasi)

dai rispettivi loro Paesi, i Mercanti di seta della China, che ne' loro

viaggi avevan caricato aloe, garofani, noci moscate e sandalo,

mantenevano un libero e vantaggioso commercio con gli abitanti del Golfo

Persico. I sudditi del gran Re esaltavano senz'alcun rivale il suo

potere e la sua magnificenza; e quel Romano, che confuse la lor vanità,

paragonando il miserabil suo conio con una medaglia d'oro

dell'Imperatore Anastasio, era passato a Ceylan in una nave d'Etiopia,

come semplice passeggiero[518].

Quando la seta divenne d'un uso indispensabile, l'Imperator Giustiniano

vide con rammarico, che i Persiani avevan occupato per terra e per mare

il monopolio di quest'importante prodotto, e che la ricchezza dei propri

sudditi esaurivasi di continuo da una Nazione di nemici e d'idolatri. Un

Governo attivo avrebbe ristabilito il commercio di Egitto, e la

navigazione del Mar Rosso, ch'era decaduta con la prosperità

dell'Impero; ed avrebber potuto le navi Romane, ad oggetto di

provvedersi di seta, approdare a' porti di Ceylan, di Malacca, o anche

della China. Giustiniano però s'apprese ad un espediente più basso, e

sollecitò l'aiuto degli Etiopi d'Abissinia, Cristiani suoi alleati, che

avevano di fresco acquistato l'arte della navigazione, lo spirito di

commercio, ed il Porto d'Aduli[519], tuttavia decorato dei trofei d'un

conquistator Greco. Lungo le coste dell'Affrica essi penetravano fino

all'Equatore in cerca dell'oro, degli smeraldi e degli aromati; ma

questi saviamente evitarono una disugual competenza, in cui dovevano

sempre esser prevenuti per la vicinanza de' Persiani a' mercati

dell'Indie; e l'Imperatore soffrì quell'incomodo, finattantochè non

furono soddisfatti i suoi desiderj da un avvenimento non aspettato.

S'era predicato il Vangelo agl'Indiani; già un Vescovo governava i

Cristiani di S. Tommaso sulla costa del pepe di Malabar; erasi piantata

una Chiesa in Ceylan; ed i Missionari seguitavano le tracce del

Commercio fino all'estremità dell'Asia[520]. Due Monaci Persiani avevan

dimorato per lungo tempo nella China, probabilmente nella Real Città di

Nankino, residenza d'un Monarca addetto alle superstizioni straniere, e

che in quel tempo ricevè un'ambasceria dall'Isola di Ceylan. In mezzo

alle pie loro occupazioni osservarono con occhio curioso l'abito commune

de' Chinesi, le manifatture di seta, ed i milioni di bachi, l'educazione

de' quali (o all'aria aperta sugli alberi o nelle case) una volta si

considerava come opera propria delle Regine[521]. Tosto essi conobbero

che non era possibile trasportare un insetto di sì corta vita, ma che

nel seme poteva conservarsene una numerosa generazione e propagarsi in

lontani Paesi. La religione o l'interesse potè più sopra i Monaci

Persiani, che l'amore della loro patria: dopo un lungo viaggio

arrivarono a Costantinopoli, comunicarono il loro progetto

all'Imperatore, e furono generosamente incoraggiati da' doni, e dalle

promesse di Giustiniano. Gl'Istorici di questo Principe han creduto che

una campagna al piè del monte Caucaso meritasse una più minuta

relazione, che il lavoro di questi Missionari di commercio, i quali

tornarono alla China, ingannarono quel Popolo geloso nascondendo il seme

de' bachi da seta in una canna vuota, e vennero di nuovo trionfanti con

le spoglie dell'Oriente. Sotto la lor direzione, alla stagione

opportuna, si fecero dal seme coll'artificial calore del letame nascere

i bachi; furon questi nutriti con foglie di gelso; essi vissero e fecero

il loro lavoro in un clima straniero; si conservò un sufficiente numero

di farfalle per propagarne la specie; e si piantaron degli alberi, atti

a somministrare il cibo alle future generazioni. L'esperienza, e la

riflessione corressero gli errori d'una nuova intrapresa, e gli

Ambasciatori Sogdoiti, nel Regno seguente, confessarono, che i Romani

nell'educazion degl'insetti, e ne' lavori di seta[522] non erano

inferiori a' nativi Chinesi; nel che sì la China che Costantinopoli

furono vinte dall'industria dell'Europa moderna. Io non nego i vantaggi

del lusso elegante; ma rifletto con qualche pena, che se i trasportatori

della seta avessero introdotto l'arte della stampa già in uso presso i

Chinesi, si sarebbero, nelle edizioni del sesto secolo perpetuate le

Commedie di Menandro e tutte le Deche di Livio. Una più estesa veduta

del Globo avrebbe almeno aumentato i progressi della scienza

speculativa; ma la Geografia Cristiana forzatamente si traeva dai testi

della Scrittura, e lo studio della natura era il più sicuro sintomo

d'uno spirito miscredente. La fede degli Ortodossi limitava il Mondo

abitabile ad una zona temperata, e rappresentava la Terra come una

superficie bislunga di quattrocento giorni di cammino in lunghezza e di

dugento in larghezza, circondata dall'Oceano, e coperta dal solido

cristallo del Firmamento[523].

IV. I sudditi di Giustiniano erano malcontenti delle circostanze de'

tempi e del Governo. L'Europa era inondata da' Barbari, e l'Asia da

Monaci; la povertà dell'Occidente scoraggiava il commercio e le

manifatture d'Oriente; si consumava il prodotto della fatica

dagl'inutili Ministri della Chiese, dello Stato e dell'armata; e si

ravvisava una rapida diminuzione in que' fissi e circolanti capitali,

che costituiscono la ricchezza delle Nazioni. Si era sollevata la

pubblica miseria dall'economia d'Anastasio, e questo prudente Imperatore

accumulò un tesoro immenso nel tempo che sgravò il suo Popolo dalle più

odiose ed oppressive tasse. Si applaudì dall'universal gratitudine

all'abolizione dell'_oro d'afflizione_, tributo personale posto

sull'industria del povero[524], ma più intollerabile, per quanto sembra,

in apparenza che nella sostanza, giacchè la florida Città d'Edessa non

pagava che cento quaranta libbre d'oro, che s'esigeva in quattro anni da

diecimila artefici[525]. Tal era però la parsimonia che sosteneva questa

liberale disposizione che in un regno di ventisette anni Anastasio

risparmiò dall'annua sua rendita l'enorme somma di tredici milioni di

lire sterline ossia di trecento ventimila libbre di oro[526]. Il nipote

di Giustino trascurò il suo esempio e mal si servì del suo tesoro. In

breve tempo s'esaurirono le ricchezze di Giustiniano dalle limosine e

dalle fabbriche, dalle ambiziose guerre e dagl'ignominiosi Trattati. Le

sue rendite non eran sufficienti a supplire alle spese. Adoperossi ogni

arte per estorcer dal Popolo l'oro e l'argento, ch'egli con prodiga mano

spargeva dalla Persia fino alla Francia[527]. Il suo Regno fu celebre

per le vicende, o piuttosto per il contrasto della rapacità e

dell'avarizia, della povertà e dello splendore; fu creduto mentre

viveva, che avesse de' tesori nascosti[528], e ordinò al suo successore

di pagare i suoi debiti[529]. Un carattere di questa sorta si è

giustamente condannato dalla voce del Popolo e della posterità: ma il

Pubblico malcontento è facilmente credulo; la malizia privata è audace;

e chi ama la verità osserverà con occhio sempre sospettoso gli

istruttivi aneddoti di Procopio. L'Istorico segreto non rappresenta che

i vizi di Giustiniano, e questi sono anche resi più neri dal malevolo

suo pennello; si attribuiscono a motivi pessimi le azioni dubbiose;

l'errore si confonde col delitto, l'accidente col disegno premeditato, e

le Leggi con gli abusi; la parziale ingiustizia d'un momento si fa

destramente passare per massima generale d'un regno di trentadue anni;

si rende responsabile il solo Imperatore delle mancanze se' suoi

Ministri, de disordini de' tempi e della corruzion de' suoi sudditi, e

fino le calamità della natura, le pestilenze, i terremoti e le

inondazioni, sono imputate al principe de' demonj, che aveva

fraudolentemente assunto la forma di Giustiniano[530].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07 · 第 20 / 31 题