OSSERVAZIONI GENERALI

_Sulla caduta del Romano Impero dell'Occidente._

I Greci, poscia che il loro paese fu ridotto a Provincia, attribuivano i

trionfi di Roma, non al merito, ma alla _Fortuna_ della Repubblica.

Quell'incostante Dea, che distribuisce e riprende sì ciecamente i suoi

favori, aveva _allora_ acconsentito (tal era il linguaggio

dell'invidiosa adulazione) di piegar le ali, di scendere dal suo globo,

e di collocare il fermo ed immutabil suo trono sulle rive del

Tevere[305]. Un Greco più saggio, che ha composto con filosofico spirito

la memorabile istoria de' suoi tempi, privò i suoi compatriotti di

questo vano ed ingannevol conforto, scuoprendo a' lor'occhi gli alti

fondamenti della grandezza di Roma[306]. La fedeltà de' cittadini l'uno

verso dell'altro, e verso lo Stato, era confermata dall'abitudine

dell'educazione, e da' pregiudizi della Religione. L'onore, ugualmente

che la virtù, era il principio della Repubblica: gli ambiziosi cittadini

cercavano di meritare la solenne gloria d'un trionfo; e l'ardore della

gioventù Romana s'accendeva ad un'attiva emulazione ogni volta che

vedevano le domestiche immagini de' loro maggiori[307]. Le contese

temperate dei Patrizi e de' Plebei avevan finalmente fissato la stabile,

ed ugual bilancia della costituzione, che riuniva la libertà delle

assemblee popolari, coll'autorità e saviezza d'un Senato, e

coll'esecutiva potenza d'un Magistrato Reale. Quando il Console spiegava

la bandiera della Repubblica, ogni Cittadino si legava, mediante

l'obbligazione d'un giuramento, ad impiegar la sua spada nella causa

della Patria, finattantochè non avesse soddisfatto a questo sacro dovere

con un servizio militare di dieci anni. Questo savio istituto

continuamente versava nel campo nuove generazioni di uomini liberi e di

soldati: e se ne rinforzava il numero da' guerrieri e popolati Stati

d'Italia, che dopo una forte resistenza, avevan ceduto al valore, ed

abbracciato l'alleanza de' Romani. Il savio Storico, che eccitò la virtù

di Scipione il giovane, e vide la rovina di Cartagine[308], ha descritto

accuratamente il lor sistema militare, le reclute, le armi, gli

esercizi, la subordinazione, le marce, gli accampamenti, e l'invincibile

legione loro, superiore, nell'attività della forza, alla Falange

macedonica di Filippo e d'Alessandro. Da tali istituti di pace e di

guerra, Polibio ha dedotto lo spirito, ed il successo d'un Popolo,

incapace di timore, ed impaziente di riposo. Fu intrapreso e condotto a

termine l'ambizioso disegno di conquista, che avrebbe potuto eludersi

dall'opportuna cospirazione dell'uman genere; e si mantenne la perpetua

violazione della giustizia con le politiche virtù della prudenza e del

coraggio. Le armi della Repubblica, talvolta vinte in battaglia, ma

sempre vittoriose nella guerra, si avanzarono con rapidi passi fino

all'Eufrate, al Danubio, al Reno ed all'Oceano, e le immagini d'oro,

d'argento o di rame, che potrebbero servire a rappresentar le nazioni ed

i loro Re, furono l'una dopo l'altra spezzate dalla _ferrea_ Monarchia

di Roma[309].

L'innalzamento d'una città, che crebbe tanto da formare un Impero, può

meritare, come un singolar prodigio la riflessione d'una mente

filosofica. Ma la decadenza di Roma era il naturale ed inevitabil

effetto della sua smoderata grandezza. La prosperità maturò il principio

della caduta; si moltiplicaron le cause della distruzione

coll'estensione della conquista; ed appena il tempo, o l'accidente ne

rimosse gli artificiali sostegni, che quella stupenda fabbrica cedè alla

compressione del suo proprio peso. La storia della sua rovina è semplice

ed ovvia; ed invece di cercare _perchè_ si distrusse il Romano Impero,

dovremmo piuttosto maravigliarci, che sussistesse tanto tempo. Le

vittoriose legioni, che nelle guerre distanti acquistarono i vizi degli

stranieri e de' mercenari, prima oppressero la libertà della Repubblica,

e di poi violarono la maestà della porpora. Gl'Imperatori, ansiosi della

lor personale salvezza e della pubblica pace, si ridussero al vil

espediente di corrompere la disciplina, che le rendeva ugualmente

formidabili al loro Sovrano ed al nemico; si rilassò il vigore del

governo militare, e finalmente si sciolse, per le parziali istituzioni

di Costantino; ed il Mondo romano fu inondato da un diluvio di Barbari.

Si è frequentemente attribuita la decadenza di Roma alla traslazione

della Sede dell'Impero; ma il corso di quest'Istoria ha già dimostrato,

che le forze del Governo furon _divise_, piuttosto che _rimosse_ in tal

occasione. Fu eretto nell'Oriente il trono di Costantinopoli, mentre

l'Occidente si continuò a possedere da una serie d'Imperatori, che

risedevano in Italia, ed avevano diritto alla loro ugual porzione delle

Legioni e delle Province. Questa pericolosa novità diminuì la forza, e

fomentò i vizi d'un doppio regno; si moltiplicarono gl'istrumenti di un

oppressivo ed arbitrario sistema: e s'introdusse, e si sostenne una vana

emulazione di lusso, non di merito, fra i degenerati successori di

Teodosio. L'estrema angustia, che riunisce la virtù d'un Popolo libero,

inasprisce le fazioni d'una Monarchia decadente. I contrari favoriti

d'Arcadio e d'Onorio diedero la Repubblica in mano a' comuni di lei

nemici; e la Corte Bizantina mirò con indifferenza, e forse con piacere,

il disonore di Roma, le disgrazie d'Italia, e la perdita dell'Occidente.

Sotto i Regni seguenti, si ristabilì l'alleanza de' due Imperi; ma

l'aiuto de' Romani Orientali era tardo, dubbioso ed inefficace; e si

estese lo scisma nazionale de' Greci e de' Latini per causa della

perpetua differenza di linguaggio, di costumi, d'interessi ed anche di

religione. Pure l'evento vantaggioso approvò in qualche modo il giudizio

di Costantino. In un lungo corso di decadenza l'inespugnabile sua città

rispinse le armi vittoriose de' Barbari, difese la ricchezza dell'Asia,

e dominò tanto in pace che in guerra l'importante Stretto, che fa

comunicare l'Eusino ed il Mediterraneo. La fondazione di Costantinopoli

contribuì più essenzialmente alla conservazione dell'Oriente, che alla

rovina dell'Occidente.

Siccome la felicità d'una vita _futura_ è il grande oggetto della

Religione, possiamo ascoltare senza sorpresa, o scandalo, che

l'introduzione, o almeno l'abuso del Cristianesimo ebbe qualche

influenza sulla decadenza e rovina del Romano Impero. I Chierici

predicarono con successo le dottrine della pazienza, e della

pusillanimità; le virtù attive della società si scoraggirono; e gli

ultimi avanzi dello spirito militare si andarono a seppellire ne'

chiostri: una gran parte di ricchezza pubblica e privata si consacrò

alle speciose domande di carità e di devozione, e la paga de' soldati si

dissipò nelle inutili truppe di ambedue i sessi, che non potevan vantare

che i meriti dell'astinenza e della castità. La fede, lo zelo, la

curiosità e le passioni più mondane della malizia e dell'ambizione

accesero la fiamma della discordia teologica; la Chiesa e lo Stato furon

divisi dalle religiose fazioni, i combattimenti delle quali talvolta fur

sanguinosi e sempre implacabili; l'attenzione degl'Imperatori dal campo

trasportavasi a' Sinodi; il Mondo romano era oppresso da una nuova

specie di tirannide; e le Sette perseguitate divennero segrete nemiche

della lor patria. Pure lo spirito di partito, per quanto sia pernicioso

o assurdo, è un principio d'unione, ugualmente che di dissensione. I

Vescovi da milleottocento pulpiti inculcavano il dovere d'una passiva

ubbidienza al legittimo ed ortodosso Sovrano; le frequenti adunanze e la

continua corrispondenza loro manteneva la comunicazione delle Chiese più

distanti; e l'indole benefica del Vangelo venne fortificata, benchè

ristretta, dalla spiritual confederazione de' Cattolici. Devotamente

abbracciossi la sacra indolenza de' Monaci da un secol effemminato e

servile; ma se la superstizione non avesse somministrato una decente

ritirata, gli stessi vizi avrebbero indotto gl'indegni Romani ad

abbandonare per motivi più bassi le bandiere della Repubblica.

Facilmente i devoti obbediscono a' precetti religiosi, che secondano e

santificano le naturali loro inclinazioni; ma può vedersi la pura e

genuina influenza del Cristianesimo ne' suoi benefici, quantunque

incompleti, effetti su' Barbari proseliti del Settentrione. Se la

conversione di Costantino accelerò la decadenza dell'Impero Romano; la

vittoriosa di lui Religione moderò la violenza della caduta di esso, ed

addolcì la feroce indole de' conquistatori.

Può applicarsi utilmente questa terribile rivoluzione all'istruzione del

presente secolo. Egli è dovere d'un cittadino il preferire e promuovere

l'interesse e la gloria della sua patria esclusivamente: ma si può

permettere ad un Filosofo d'estendere i suoi sguardi, e di considerar

l'Europa, come una grande Repubblica i varj abitanti della quale son

giunti quasi all'istesso livello di gentilezza e di coltura. La bilancia

del potere continuerà a variare, e la prosperità del nostro Regno o de'

vicini può alternativamente allargarsi o abbassarsi; ma questi

particolari successi non possono essenzialmente ledere il nostro

generale stato di felicità, il sistema delle arti, delle leggi e de'

costumi che distinguono sì vantaggiosamente gli Europei, e le loro

colonie, sopra il rimanente del Genere umano. I Popoli selvaggi del

globo sono i nemici comuni delle società incivilite, e possiam ricercare

con ansiosa curiosità, se l'Europa è tuttavia minacciata di esser

nuovamente soggetta a quelle calamità, che una volta oppressero le armi

e gl'istituti di Roma. Forse le medesime riflessioni, che illustrano la

caduta di quel potente Impero, serviranno a spiegar le cause probabili

della nostra attual sicurezza.

I. I Romani non sapevano l'estensione del loro pericolo, il numero de'

loro nemici. Di là dal Reno e dal Danubio le regioni settentrionali

dell'Europa e dell'Asia erano piene d'innumerabili tribù di cacciatori e

pastori poveri, voraci e turbolenti, audaci nelle armi, ed impazienti di

rapire i frutti dell'industria. Era il Mondo Barbaro agitato dal rapido

impulso di guerra; e la pace della Gallia, o dell'Italia era minacciata

dallo distanti rivoluzioni della China. Gli Unni, che fuggivano da un

vittorioso nemico, diressero il loro corso all'Occidente; ed il torrente

gonfiò sempre più per li successivi accrescimenti degli schiavi e degli

alleati. Le tribù fuggitive, che cedevano agli Unni, assunsero a vicenda

lo spirito di conquista; l'immensa colonna de' Barbari comprimeva con

accumulato peso l'Impero Romano; e se distruggevansi i più vicini,

subito si riempiva lo spazio vacante da nuovi assalitori. Non posson più

farsi dal Settentrione tali formidabili emigrazioni; ed il lungo riposo,

che si è imputato alla diminuzione del Popolo, è piuttosto una felice

conseguenza del progresso delle arti o dell'agricoltura. In vece di

qualche rozzo villaggio raramente sparso fra boschi e le paludi, la

Germania conta presentemente duemila trecento città murate: si sono

successivamente stabiliti i regni Cristiani di Danimarca, di Svezia, e

di Polonia; e le società di Mercanti[310] co' Cavalieri Teutonici hanno

esteso le loro colonie lungo le coste del Baltico fino al golfo di

Finlandia. Da questo fino all'Oceano orientale prende ora la Russia

forma d'un potente ed incivilito Impero. Si sono introdotti l'aratro, il

telajo e la fucina sulle rive del Volga, dell'Oby e del Lena; e le più

fiere orde Tartare hanno imparato a tremare e ad ubbidire. Il regno de'

Barbari indipendenti, adesso è ristretto ad un'angusta misura; ed i

residui de' Calmucchi, o degli Usbecchi, de' quali possono quasi

numerarsi le forze, non sono più in grado di eccitar seriamente

l'apprensione della gran repubblica dell'Europa[311]. Contuttocciò non

dovrebbe tale apparente sicurezza indurci a dimenticare, che _possono_

da qualche oscuro Popolo, appena visibile nella carta della terra,

nascere de' nuovi nemici, e degl'ignoti pericoli. Gli Arani o i

Saracini, ch'estesero le loro conquiste dall'India alla Spagna, avevan

languito nella povertà e nel disprezzo, finattantochè Maometto non

ispirò in que' rozzi corpi l'anima dell'entusiasmo.

II. L'Impero di Roma era sodamente stabilito dalla singolare e perfetta

unione delle sue membra. Le sottoposte Nazioni, rinunziando alla

speranza, ed anche al desiderio dell'indipendenza, abbracciarono il

carattere di cittadini Romani; e le Province dell'occidente con

ripugnanza si videro staccate per opera de' Barbari, dal seno della lor

madre patria[312]. Ma si era comprata quest'unione con la perdita della

libertà nazionale, e dello spirito militare; e le servili Province prive

di vita, e di moto, aspettavano la lor salvezza dalle truppe mercenarie

e da' Governatori, che si regolavano secondo gli ordini d'una distante

Corte. La felicità di cento milioni dipendeva dal merito personale

d'uno, o di due uomini, forse di fanciulli, gli animi de' quali eran

corrotti dall'educazione, dal lusso e dal potere dispotico. Nel tempo

delle minorità de' figli, e de' nipoti di Teodosio ricevè l'Impero le

più profonde ferite; e quando parve, che quest'inetti Principi fossero

giunti all'età virile, essi abbandonaron la Chiesa ai Vescovi, lo Stato

agli Eunuchi, e le Province a' Barbari. L'Europa ora è divisa in dodici

potenti quantunque non uguali Regni, in tre rispettabili Repubbliche, ed

in una quantità di Stati più piccioli sebbene indipendenti: si son

moltiplicate le occasioni di esercitare i talenti Reali, e ministeriali,

almeno in proporzione del numero de' loro regolatori; e possono regnare

nel Settentrione un Giuliano, o una Semiramide, nel tempo che Arcadio ed

Onorio stanno di nuovo dormendo su' troni del Mezzogiorno. Gli abusi

della tirannia son frenati dalla vicendevole influenza del timore e

della vergogna; le repubbliche hanno acquistato dell'ordine e della

stabilità; le monarchie si sono imbevute di principj di libertà, o

almeno di moderazione; e si è introdotto nelle più difettose

costituzioni qualche sentimento d'onore e di giustizia da' costumi

generali de' nostri tempi. Nella pace, viene accelerato il progresso

delle cognizioni e dell'industria dall'emulazione di tanti attivi

rivali; nella guerra, si esercitano le forze europee per mezzo di

moderate, e non decisive battaglie. Se uscisse un selvaggio

conquistatore da' deserti della Tartaria, dovrebbe replicatamente

vincere i robusti contadini della Russia, i numerosi eserciti della

Germania, i valorosi nobili della Francia, gl'intrepidi uomini liberi

dell'Inghilterra; i quali tutti potrebbero anche confederarsi fra loro

per la comune salvezza. Quand'anche i vittoriosi Barbari portassero la

schiavitù e la desolazione fino all'Oceano Atlantico, diecimila navi

trasporterebbero gli avanzi della società civilizzata fuori del loro

potere; e l'Europa risorgerebbe, e fiorirebbe nell'America, ch'è già

piena delle colonie e degl'istituti di essi[313].

III. Il freddo, la povertà ed una vita piena di pericoli e di fatiche

invigorisce la forza ed il coraggio de' Barbari. In ogni tempo essi

hanno oppresse le culte e pacifiche nazioni della China, dell'India, e

della Persia, che hanno trascurato, e tuttavia trascurano di

contrabbilanciare queste loro naturali forze mediante l'arte militare.

Gli Stati bellicosi dell'antichità come della Grecia, di Macedonia e di

Roma, educavano una progenie di soldati: n'esercitavano i corpi, ne

disciplinavano il coraggio, ne moltiplicavan le forze per mezzo di

regolari evoluzioni, e convenivano il ferro, che possedevano, in forti

ed utili armi. Ma questa superiorità insensibilmente decadde insieme con

le leggi ed i costumi loro; e la debole politica di Costantino, e de'

suoi successori, armò ed istruì, per la rovina dell'Impero, il rozzo

valore de' Barbari mercenari. L'arte militare si è cangiata per

l'invenzion della polvere che abilita l'uomo a dominare i due più forti

agenti della natura, l'aria ed il fuoco. Si sono applicate all'uso della

guerra le Matematiche, la Chimica, le Meccaniche, e l'Architettura; e le

parti contrarie si oppongono vicendevolmente le più elaborate maniere

d'attacco e di difesa. Possono gl'istorici osservare con sdegno, che i

preparativi d'un assedio servirebbero a fondare, ed a mantenere una

florida colonia[314]; pure non ci dee dispiacere, che la distruzione di

una città sia un'opera dispendiosa e difficile; o che un industrioso

Popolo sia difeso da quelle arti, che sopravvivono, e suppliscono alla

decadenza del valor militare. Presentemente, il cannone e le

fortificazioni formano un inespugnabil riparo contro la cavalleria

Tartara; e l'Europa è sicura da ogni futura invasione di Barbari;

giacchè prima di poter conquistare, bisogna che cessino d'esser Barbari.

Il graduale loro avanzamento nella scienza della guerra dev'esser sempre

accompagnato, come possiam vedere dall'esempio della Russia, con una

proporzionata cultura nelle arti della pace, e del Governo civile; ed

essi medesimi debbono meritare un posto fra le nazioni incivilite, che

vogliono soggiogare.

Se queste speculazioni si trovassero dubbiose o fallaci, vi resta sempre

una sorgente più umile di conforto e di speranza. Le scoperte de'

Navigatori antichi e moderni, la domestica istoria, o la tradizione

delle più illuminate nazioni, rappresentano l'_uomo selvaggio_, nudo sì

nella mente, che nel corpo, e privo di leggi, di arti, d'idee, o quasi

di linguaggio[315]. Da questa abbietta situazione, ch'è forse lo stato

primitivo ed universale dell'uomo, egli si è appoco appoco innalzato a

comandare agli animali, a fertilizzar la terra, a traversar l'Oceano, ed

a misurare il cielo. Il suo progresso nella cultura, e nell'esercizio

delle sue facoltà mentali e corporee[316] è stato irregolare e vario,

infinitamente lento in principio, poi crescente a grado a grado con

raddoppiata velocità: a' secoli d'una laboriosa salita è succeduto un

momento di rapida caduta; ed i varj climi del globo hanno sentito le

vicende della luce e delle tenebre. Pure l'esperienza di

quattromill'anni dovrebbe estendere le nostre speranze, e diminuire i

nostri timori: noi non possiamo determinare a qual grado d'altezza la

specie umana possa aspirare nel suo avanzamento verso la perfezione; ma

può sicuramente presumersi, che nessun Popolo, a meno che non cangi la

faccia della natura, ricaderà nella sua originaria barbarie. I progressi

della società si possono risguardare sotto un triplice aspetto: 1. Il

Poeta, o il Filosofo illustra il suo secolo, e la sua patria con gli

sforzi d'una mente _singolare_; ma queste superiori forze di ragione, o

di fantasia sono rare e spontanee produzioni; ed il genio d'Omero, di

Cicerone, o di Newton ecciterebbe minore ammirazione, se potesse crearsi

dalla volontà di un Principe, o dalle lezioni d'un precettore: 2. I

vantaggi della legge e della politica, del commercio e delle

manifatture, delle arti e delle scienze sono più sodi e durevoli: e

_molti_ individui possono esser resi capaci, dall'educazione e dalla

disciplina, a promuovere, nelle respettive lor condizioni, l'interesse

della società. Ma quest'ordine generale è l'effetto della saviezza e

della fatica; e tal composta macchina può logorarsi dal tempo, o esser

offesa dalla violenza; 3. Fortunatamente per l'uman Genere le arti più

utili, o almeno più necessarie, si posson esercitare senza talenti

superiori, o nazionale subordinazione; senza le forze d'_uno_, o

l'unione di _molti_. Ogni villaggio, ogni famiglia, ogni individuo dee

sempre avere abilità ed inclinazione a perpetuare l'uso del fuoco[317],

e de' metalli, la propagazione ed il servizio degli animali domestici,

le maniere di cacciare e di pescare, i principj della navigazione,

l'imperfetta coltivazione del grano, o d'altra materia nutritiva, e la

semplice pratica del commercio meccanico. Possono estirparsi il genio

privato e la pubblica industria; ma queste tenaci piante sopravvivono

alla tempesta, e gettano una eterna radice nel più ingrato suolo. Gli

splendidi giorni d'Augusto, e di Traiano furono ecclissati da un nuvolo

d'ignoranza; ed i Barbari sovvertirono le leggi ed i palazzi di Roma. La

falce però, invenzione o emblema di Saturno[318] continuò a mietere

annualmente le raccolte d'Italia; ed i banchetti de' Lestrigoni che si

cibavano di carne umana,[319] non si son mai rinnuovati sulle coste

della Campania.

Dopo la prima scoperta delle arti, la guerra, il commercio e lo zelo

religioso hanno sparso fra' selvaggi del vecchio, e del nuovo Mondo

questi preziosissimi doni; successivamente essi si son propagati; e non

si posson più perdere. Noi dunque possiamo acquietarci in questa

soddisfacente conclusione, che ogni età del Mondo ha accresciuto, e

sempre accresce la reale ricchezza, la felicità, la cognizione, e forse

la virtù della specie umana[320].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07 · 第 11 / 31 题