X.

Passavan cheti e taciturni avanti

Senza ronde scontrar nè sentinelle;

Quando cessaro all'improvviso i canti,

E i gridi e gli urli andar fino alle stelle

TASSONI, _La Secchia rapita_, IV.

I soldati longobardi, che lungi dal custodire le mura si deliziavano a

bevere a isonne, furono avvisati da Alberada del rumore crescente che

udivasi per la città. E non appena questa si allontanò per ritirarsi

alla rocca, che un centurione capitò loro addosso e li garrì

acerbamente dell'insubordinato condursi, ordinando che stessero in

punto sotto le armi, perchè questo era il comandamento di monsignore

Gisulfo. Nello stesso tempo e' videro calar giù dalla rocca grossa

mano di soldati, con bianca _camescia_ su per la corazza, conducendosi

a redina i cavalli, e ragunarsi presso le porte uno stuolo, che dava

sul migliaio, di uomini d'armi dello stesso modo divisati. Indi

un'altra folla di arcadori, che a mano a mano si attelavano sui

baluardi, allogandosi ad ogni merlo e ad ogni bertesca, guarnendo le

torri delle porte e tutto lo spianato dei bastioni. Quei poveri

soldati ubbriachi, che noi abbiam veduto nel capitolo precedente,

guardavano allampanati, non comprendendo qual demonio volesse

significare tutto quell'apparato ostile, mentre la tregua spirava il

poi domani. Ma il loro stupore non fu lungo. Imperciocchè, non passò

guari, e videro comparire il principe Gisulfo in persona, alla testa

di un cinquecento cavalli ed un buon migliaio di fantiglia. Egli

ordinò: che senza rumor fare si aprissero le porte; che i soldati di

guardia vigilassero attenti, e che, nel caso ei fossero inseguiti da

quei di fuori, le richiudessero loro alle spalle, appena stessero

novellamente riparati tutti dentro; che quei delle mura travagliassero

dei mangani e delle frecciate i Normanni, i quali benissimo da loro

distinguevansi, perchè non vestiti di bianco; e che il resto dei

cittadini e dei militari si tenessero pronti a spalleggiarli, in caso

che dimandassero aiuto. Date queste disposizioni, la porta Marina e la

porta di Eboli si aprono e Gisulfo col seguito esce.

Traditorescamente, e contro il sacramento della tregua, questo

principe cercava sorprendere con un'_incamiciata_ i Normanni, tra per

decidere così guerra terribile, tra per distogliere il duello. Il

perverso disegno gli tornò fatale. Perocchè non appena tutta la sua

gente ebbe oltrepassate le porte, che da quegli accampamenti, fino

allora sembrati stanza a gente neghittosamente addormentata, sbucano

fuori a guisa di demoni i Normanni.

La faccenda era proceduta di questo modo. Come Alberada mandò nel

campo, per lo mezzo del verrettone, la novella che i Longobardi

preparavano una sorpresa, quella pergamena da un giovanetto, per

ordine del padre lì collocato ad addestrarsi in tutti i travagli della

milizia, fu recata a Roberto Guiscardo. Il giovanetto era Boemondo.

Roberto senza prendere indugi fa svegliare le sue truppe tenda per

tenda con cautela e silenzio; ordina loro tenersi presti a seguire

monsignor di Bovino: vestissero le armi quetamente e solleciti, e del

ventre per terra restassero ad orecchiare dinnante la tenda. Indi fa

svegliare la sua quadriglia di Calabresi, ai quali comanda di

seguirlo, strisciando di pancia al suolo, fin sotto le mura; ed

un'ultima parte di gente affida al priore. Formava così il piano: di

cacciarsi egli nella città a portarvi la morte e lo scompiglio, come

che i Longobardi ne fossero usciti, trovando aperte le porte,

sgangherarle a colpi di mazza se chiuse: il priore Guiberto tenergli

dietro, sia per aiutarlo sia per proteggerne la ritirata: monsignor di

Bovino dare addosso alla gente di Gisulfo. Questi ordini, questo

disegno di attacco furono l'opera di un momento, e compieronsi con

eguale sollecitudine e silenzio, stando le truppe ben distribuite

nelle tende e da quelle protette dalla scoverta delle vedette

longobarde.

Uscito quindi Gisulfo fuori le porte, e disposte le colonne delle sue

truppe per procedere riuniti e con ordine, tutto ad un tratto ode dal

campo, quasi vicino alle sue orecchie, uno squillo di tromba, ed a

quel suono si vede rizzato innanzi, ai fianchi, e dietro un esercito

come se fosse sbucato di sotterra. Roberto senza nulla incaricarsi di

lui entra nella città, per le porte lasciate aperte, e vi precipita

con tanto impeto e sollecitudine, e così prestamente se ne

impadronisce, che i soldati longobardi di guardia hanno appena tempo

di distinguere non essere i loro tornati indietro perchè scoperti dal

nemico, ma Guiscardo in persona con quei suoi demonii di Calabresi. E

subitamente dopo a Roberto entra il priore che si era alzato di fianco

a Gisulfo. Guiberto non s'impaccia di scaricarsi sui Longobardi,

credendoli assai bene affidati all'ospitalità apostolica del vescovo

di Bovino. Penetrato anch'e' nelle mura, chè ormai le porte tenevano i

Normanni, comincia a distendersi sui baluardi, sgozzando le guardie e

precipitandole nei fossi, ed occupa le bastie, in guisa che, in minor

tempo che noi non ne abbiamo posto a raccontarlo, le fortificazioni di

Salerno cadono in mano a' nemici.

Il principe Gisulfo intanto, vistosi così di repente circondato

dall'esercito nemico, e vistoselo in gran parte sgomberare d'attorno

quasi fuoco fatuo, comprende di leggeri di che si tratta. Laonde,

invece di avventarsi addosso alle masnade di monsignor di Bovino, che,

le picche appoggiate al petto, stavan lì per riceverlo, pensa a

rientrare nella città, finchè ne aveva ancor tempo. Infatti ordina ai

suoi di voltare le spalle e seguirlo.

Io non vi dirò quale accoglienza preparasse loro Roberto di fronte, e

come il vescovo e gli altri condottieri li carezzassero alle spalle.

Fu fatto dei Longobardi macello da destar pietà, talchè non uno dello

sciagurato seguito del principe rimase vivo. Ma Gisulfo ebbe ventura

scampare, perchè quei di Salerno, al rumore ed alle grida svegliati,

presero anch'essi la pugna e cominciarono a travagliare i Normanni, e

perchè sua sorella, la quale come ogni altro soldato si batteva, lo

coverse del suo pavese. Sfuggì quindi alla strage, e solo, affranto,

ebbe campo appena di andarsi a chiudere nel castello e farne serrare

le porte. Il vescovo di Bovino poi, essendo anch'egli venuto dentro in

città con l'alba che spuntava, si riaccende per ogni straduzza, per

ogni chiassuolo accanito badalucco, non volendo quei di Salerno ceder

senza fare almeno gli ultimi sforzi. Li animava Baccelardo. Questi,

restato nel castello a dormire, della perfidia di Gisulfo nulla

sospettando, al trambusto si era svegliato. Comprende tutto in un

baleno. Accoglie perciò gli avanzi del presidio del castello ed

alquante milizie cittadine, e si apre varco sino alle porte, dove

Roberto faceva aspro scempio di Longobardi e Salernitani. Là giunto,

lo riconosce, lo chiama a nome, gli si scaglia sopra come demonio.

Terribile, cieca è la lutta che fra loro s'ingaggia.

--Vengo a domandarti il mio guanto, gridava Baccelardo, gli è tempo

omai che me lo renda, usurpatore de' Stati miei.

--Il tuo guanto è qui, appeso all'elsa della mia spada; prendilo,

sclamava Roberto.

E cotal botta gli menava là, dove l'epa discende all'inguine, che, se

di peggior tempra la panciera si fosse trovata, lo avrebbe passato da

parte a parte.

E di rimando Baccelardo gli misurava una stoccata.

Roberto è ferito alla coscia e vacilla. Accorgendosi Baccelardo di

averlo colpito e di poterlo finire più facilmente, l'incalza di

maggiore vigoria. Però Sigelgaita, che d'appresso a Roberto pugnava

unitamente a Boemondo--comechè di soli quindici anni--avvedutasi

parimenti del colpo del marito, grida, ed ambo correndo in aiuto di

lui, mentre fin allora non avevano fatto che guardargli le spalle,

stringono siffattamente Baccelardo, che l'obbligano a retrocedere

maggiormente perchè era omai restato solo. Allora questo sventurato

principe non vede altro riparo per sè che fuggire da una città caduta

in mano del suo più crudele nemico. Mette fischio acuto, e in un

instante si sente comparire alle spalle il cavallo. Vi monta sopra

senza toccar staffa, si caccia per tortuosi oscuri vicoli, finchè non

giunge a porta di Ronca, che sola rimaneva ancora in potere dei

cittadini, se la fa aprire, si lancia su per quegli aridi greppi, e

scompare.

La città di Salerno già padroneggiavano i Normanni.

Si rivolsero quindi alla rocca, nella quale si teneva chiuso Gisulfo.

Questo principe aveva combattuto con ferocia, e si era ritirato in

quell'ultimo baluardo, credendo potere opporre estrema resistenza col

presidio che si trovava lì dentro, o almeno capitolare dignitosamente.

Indicibile fu perciò la sua disperazione quando udì che il presidio

aveva menato via Baccelardo onde andare ad affrontare i Normanni

laggiù nella città. Il tradimento da lui progettato gli tornava fatale

anche per questo verso. Bestemmia, si dispera; però non gli resta

meglio che implorare la pietà del vincitore. Laonde manda i due legati

a supplicare Roberto affinchè volesse, se non altro, accordare la

libertà sì a lui che alla sua famiglia, e lasciar loro la vita, perchè

si sarebbero resi sul momento.

Alberada e l'abate vennero al padiglione di Roberto. Questi si era

fatto condurre negli accampamenti per medicare la ferita. Giunto nel

vestibolo della tenda, l'abate si volge ad Alberada e le dice:

--Madonna, vi ricordo ch'egli è omai tempo di mandare a compimento le

commissioni che la beatitudine di papa Gregorio vi dava.

Ed Alberada a lui:

--Messer abate, la beatitudine di papa Gregorio è un infame.

Ildebrando mi tendeva laccio codardo, che Iddio nella sua immensa

misericordia ebbe pietà di farmi alfine comprendere, e cavarmi dal

precipitar nel delitto. Questo sappiatevi, messer abate, e non cercate

di penetrar oltre in tanto scellerato viluppo.

Ugone sospira nè dice altro. Dopo di che Alberada si tira il

capperuccio fino agli occhi, ed entrano nella tenda.

Trovarono Roberto attorniato dai suoi fedeli, da parecchi conti e

baroni, da Sigelgaita e da Boemondo che avevano assistito alla

medicazione della profonda ma non pericolosa piaga. Come il duca li

vide, comprese subito di che si trattasse. Per lo che, dirigendosi

generosamente a sua moglie, le ordina:

--Madonna, vogliate avere la cortesia di dare udienza ai messi di

vostro fratello, che certo di qualche cosa manda a noi a

raccomandarsi.

Sigelgaita allora si rivolge ai legati e sclama:

--Favellate, messeri, chè la volontà di nostro fratello sarà fatta.

--Egli non vi sarà di molta molestia, madonna, risponde tristamente

l'abate. Lo sventurato principe Gisulfo promette cedere la rocca, dove

che a lui si conceda la vita e la libertà, unitamente ai membri della

sua famiglia.

--E non altro? dimanda Sigelgaita.

--Non altro, madonna, conoscendo egli il suo torto, e come duramente

col duca Roberto si sia comportato. Vogliate perciò usargli cortesia

di non negargli così tenue grazia, in mercè del castello che consente

di aprirvi senza colpo ferire.

--Il suo piacere sarà fatto, riprende Sigelgaita. E perchè il rendere

la casa dei padri suoi gli torni men aspro, io medesima mi reco a

pigliarne possedimento.

--Delicata idea! sclama l'abate, e basterebbe essa sola, madonna, se

vi mancassero le grazie ed il valore, per allogarvi fra le più nobili

dame d'Italia.

Sigelgaita esce, e l'abate, dopo alquanto di silenzio, rivoltosi a

Roberto dimanda:

--Non vorreste, monsignore, accordarmi adesso l'onore di favellarvi

breve tratto in segreto?

--Sì bene, risponde Roberto; traetevi altrove, signori--e tu altresì,

Boemondo, col molto riverendo padre che accompagna l'abate.

Boemondo ed Alberada si ritirano allora in uno scompartimento della

tenda, attiguo a quello dove Ugone e Roberto dovevano favellare--e non

saprei dirvi quanto Alberada ne fosse contenta. Dappoichè, quivi

giunta, si gitta indietro il cappuccio di un tratto, e toltosi in

grembo Boemondo, prende a coprirlo di baci e di lagrime gridando,

affogata dai singhiozzi:

--Io sono tua madre, Boemondo, io sono la sfortunata Alberada.

Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 27 / 35 题