Passavan cheti e taciturni avanti
Senza ronde scontrar nè sentinelle;
Quando cessaro all'improvviso i canti,
E i gridi e gli urli andar fino alle stelle
TASSONI, _La Secchia rapita_, IV.
I soldati longobardi, che lungi dal custodire le mura si deliziavano a
bevere a isonne, furono avvisati da Alberada del rumore crescente che
udivasi per la città. E non appena questa si allontanò per ritirarsi
alla rocca, che un centurione capitò loro addosso e li garrì
acerbamente dell'insubordinato condursi, ordinando che stessero in
punto sotto le armi, perchè questo era il comandamento di monsignore
Gisulfo. Nello stesso tempo e' videro calar giù dalla rocca grossa
mano di soldati, con bianca _camescia_ su per la corazza, conducendosi
a redina i cavalli, e ragunarsi presso le porte uno stuolo, che dava
sul migliaio, di uomini d'armi dello stesso modo divisati. Indi
un'altra folla di arcadori, che a mano a mano si attelavano sui
baluardi, allogandosi ad ogni merlo e ad ogni bertesca, guarnendo le
torri delle porte e tutto lo spianato dei bastioni. Quei poveri
soldati ubbriachi, che noi abbiam veduto nel capitolo precedente,
guardavano allampanati, non comprendendo qual demonio volesse
significare tutto quell'apparato ostile, mentre la tregua spirava il
poi domani. Ma il loro stupore non fu lungo. Imperciocchè, non passò
guari, e videro comparire il principe Gisulfo in persona, alla testa
di un cinquecento cavalli ed un buon migliaio di fantiglia. Egli
ordinò: che senza rumor fare si aprissero le porte; che i soldati di
guardia vigilassero attenti, e che, nel caso ei fossero inseguiti da
quei di fuori, le richiudessero loro alle spalle, appena stessero
novellamente riparati tutti dentro; che quei delle mura travagliassero
dei mangani e delle frecciate i Normanni, i quali benissimo da loro
distinguevansi, perchè non vestiti di bianco; e che il resto dei
cittadini e dei militari si tenessero pronti a spalleggiarli, in caso
che dimandassero aiuto. Date queste disposizioni, la porta Marina e la
porta di Eboli si aprono e Gisulfo col seguito esce.
Traditorescamente, e contro il sacramento della tregua, questo
principe cercava sorprendere con un'_incamiciata_ i Normanni, tra per
decidere così guerra terribile, tra per distogliere il duello. Il
perverso disegno gli tornò fatale. Perocchè non appena tutta la sua
gente ebbe oltrepassate le porte, che da quegli accampamenti, fino
allora sembrati stanza a gente neghittosamente addormentata, sbucano
fuori a guisa di demoni i Normanni.
La faccenda era proceduta di questo modo. Come Alberada mandò nel
campo, per lo mezzo del verrettone, la novella che i Longobardi
preparavano una sorpresa, quella pergamena da un giovanetto, per
ordine del padre lì collocato ad addestrarsi in tutti i travagli della
milizia, fu recata a Roberto Guiscardo. Il giovanetto era Boemondo.
Roberto senza prendere indugi fa svegliare le sue truppe tenda per
tenda con cautela e silenzio; ordina loro tenersi presti a seguire
monsignor di Bovino: vestissero le armi quetamente e solleciti, e del
ventre per terra restassero ad orecchiare dinnante la tenda. Indi fa
svegliare la sua quadriglia di Calabresi, ai quali comanda di
seguirlo, strisciando di pancia al suolo, fin sotto le mura; ed
un'ultima parte di gente affida al priore. Formava così il piano: di
cacciarsi egli nella città a portarvi la morte e lo scompiglio, come
che i Longobardi ne fossero usciti, trovando aperte le porte,
sgangherarle a colpi di mazza se chiuse: il priore Guiberto tenergli
dietro, sia per aiutarlo sia per proteggerne la ritirata: monsignor di
Bovino dare addosso alla gente di Gisulfo. Questi ordini, questo
disegno di attacco furono l'opera di un momento, e compieronsi con
eguale sollecitudine e silenzio, stando le truppe ben distribuite
nelle tende e da quelle protette dalla scoverta delle vedette
longobarde.
Uscito quindi Gisulfo fuori le porte, e disposte le colonne delle sue
truppe per procedere riuniti e con ordine, tutto ad un tratto ode dal
campo, quasi vicino alle sue orecchie, uno squillo di tromba, ed a
quel suono si vede rizzato innanzi, ai fianchi, e dietro un esercito
come se fosse sbucato di sotterra. Roberto senza nulla incaricarsi di
lui entra nella città, per le porte lasciate aperte, e vi precipita
con tanto impeto e sollecitudine, e così prestamente se ne
impadronisce, che i soldati longobardi di guardia hanno appena tempo
di distinguere non essere i loro tornati indietro perchè scoperti dal
nemico, ma Guiscardo in persona con quei suoi demonii di Calabresi. E
subitamente dopo a Roberto entra il priore che si era alzato di fianco
a Gisulfo. Guiberto non s'impaccia di scaricarsi sui Longobardi,
credendoli assai bene affidati all'ospitalità apostolica del vescovo
di Bovino. Penetrato anch'e' nelle mura, chè ormai le porte tenevano i
Normanni, comincia a distendersi sui baluardi, sgozzando le guardie e
precipitandole nei fossi, ed occupa le bastie, in guisa che, in minor
tempo che noi non ne abbiamo posto a raccontarlo, le fortificazioni di
Salerno cadono in mano a' nemici.
Il principe Gisulfo intanto, vistosi così di repente circondato
dall'esercito nemico, e vistoselo in gran parte sgomberare d'attorno
quasi fuoco fatuo, comprende di leggeri di che si tratta. Laonde,
invece di avventarsi addosso alle masnade di monsignor di Bovino, che,
le picche appoggiate al petto, stavan lì per riceverlo, pensa a
rientrare nella città, finchè ne aveva ancor tempo. Infatti ordina ai
suoi di voltare le spalle e seguirlo.
Io non vi dirò quale accoglienza preparasse loro Roberto di fronte, e
come il vescovo e gli altri condottieri li carezzassero alle spalle.
Fu fatto dei Longobardi macello da destar pietà, talchè non uno dello
sciagurato seguito del principe rimase vivo. Ma Gisulfo ebbe ventura
scampare, perchè quei di Salerno, al rumore ed alle grida svegliati,
presero anch'essi la pugna e cominciarono a travagliare i Normanni, e
perchè sua sorella, la quale come ogni altro soldato si batteva, lo
coverse del suo pavese. Sfuggì quindi alla strage, e solo, affranto,
ebbe campo appena di andarsi a chiudere nel castello e farne serrare
le porte. Il vescovo di Bovino poi, essendo anch'egli venuto dentro in
città con l'alba che spuntava, si riaccende per ogni straduzza, per
ogni chiassuolo accanito badalucco, non volendo quei di Salerno ceder
senza fare almeno gli ultimi sforzi. Li animava Baccelardo. Questi,
restato nel castello a dormire, della perfidia di Gisulfo nulla
sospettando, al trambusto si era svegliato. Comprende tutto in un
baleno. Accoglie perciò gli avanzi del presidio del castello ed
alquante milizie cittadine, e si apre varco sino alle porte, dove
Roberto faceva aspro scempio di Longobardi e Salernitani. Là giunto,
lo riconosce, lo chiama a nome, gli si scaglia sopra come demonio.
Terribile, cieca è la lutta che fra loro s'ingaggia.
--Vengo a domandarti il mio guanto, gridava Baccelardo, gli è tempo
omai che me lo renda, usurpatore de' Stati miei.
--Il tuo guanto è qui, appeso all'elsa della mia spada; prendilo,
sclamava Roberto.
E cotal botta gli menava là, dove l'epa discende all'inguine, che, se
di peggior tempra la panciera si fosse trovata, lo avrebbe passato da
parte a parte.
E di rimando Baccelardo gli misurava una stoccata.
Roberto è ferito alla coscia e vacilla. Accorgendosi Baccelardo di
averlo colpito e di poterlo finire più facilmente, l'incalza di
maggiore vigoria. Però Sigelgaita, che d'appresso a Roberto pugnava
unitamente a Boemondo--comechè di soli quindici anni--avvedutasi
parimenti del colpo del marito, grida, ed ambo correndo in aiuto di
lui, mentre fin allora non avevano fatto che guardargli le spalle,
stringono siffattamente Baccelardo, che l'obbligano a retrocedere
maggiormente perchè era omai restato solo. Allora questo sventurato
principe non vede altro riparo per sè che fuggire da una città caduta
in mano del suo più crudele nemico. Mette fischio acuto, e in un
instante si sente comparire alle spalle il cavallo. Vi monta sopra
senza toccar staffa, si caccia per tortuosi oscuri vicoli, finchè non
giunge a porta di Ronca, che sola rimaneva ancora in potere dei
cittadini, se la fa aprire, si lancia su per quegli aridi greppi, e
scompare.
La città di Salerno già padroneggiavano i Normanni.
Si rivolsero quindi alla rocca, nella quale si teneva chiuso Gisulfo.
Questo principe aveva combattuto con ferocia, e si era ritirato in
quell'ultimo baluardo, credendo potere opporre estrema resistenza col
presidio che si trovava lì dentro, o almeno capitolare dignitosamente.
Indicibile fu perciò la sua disperazione quando udì che il presidio
aveva menato via Baccelardo onde andare ad affrontare i Normanni
laggiù nella città. Il tradimento da lui progettato gli tornava fatale
anche per questo verso. Bestemmia, si dispera; però non gli resta
meglio che implorare la pietà del vincitore. Laonde manda i due legati
a supplicare Roberto affinchè volesse, se non altro, accordare la
libertà sì a lui che alla sua famiglia, e lasciar loro la vita, perchè
si sarebbero resi sul momento.
Alberada e l'abate vennero al padiglione di Roberto. Questi si era
fatto condurre negli accampamenti per medicare la ferita. Giunto nel
vestibolo della tenda, l'abate si volge ad Alberada e le dice:
--Madonna, vi ricordo ch'egli è omai tempo di mandare a compimento le
commissioni che la beatitudine di papa Gregorio vi dava.
Ed Alberada a lui:
--Messer abate, la beatitudine di papa Gregorio è un infame.
Ildebrando mi tendeva laccio codardo, che Iddio nella sua immensa
misericordia ebbe pietà di farmi alfine comprendere, e cavarmi dal
precipitar nel delitto. Questo sappiatevi, messer abate, e non cercate
di penetrar oltre in tanto scellerato viluppo.
Ugone sospira nè dice altro. Dopo di che Alberada si tira il
capperuccio fino agli occhi, ed entrano nella tenda.
Trovarono Roberto attorniato dai suoi fedeli, da parecchi conti e
baroni, da Sigelgaita e da Boemondo che avevano assistito alla
medicazione della profonda ma non pericolosa piaga. Come il duca li
vide, comprese subito di che si trattasse. Per lo che, dirigendosi
generosamente a sua moglie, le ordina:
--Madonna, vogliate avere la cortesia di dare udienza ai messi di
vostro fratello, che certo di qualche cosa manda a noi a
raccomandarsi.
Sigelgaita allora si rivolge ai legati e sclama:
--Favellate, messeri, chè la volontà di nostro fratello sarà fatta.
--Egli non vi sarà di molta molestia, madonna, risponde tristamente
l'abate. Lo sventurato principe Gisulfo promette cedere la rocca, dove
che a lui si conceda la vita e la libertà, unitamente ai membri della
sua famiglia.
--E non altro? dimanda Sigelgaita.
--Non altro, madonna, conoscendo egli il suo torto, e come duramente
col duca Roberto si sia comportato. Vogliate perciò usargli cortesia
di non negargli così tenue grazia, in mercè del castello che consente
di aprirvi senza colpo ferire.
--Il suo piacere sarà fatto, riprende Sigelgaita. E perchè il rendere
la casa dei padri suoi gli torni men aspro, io medesima mi reco a
pigliarne possedimento.
--Delicata idea! sclama l'abate, e basterebbe essa sola, madonna, se
vi mancassero le grazie ed il valore, per allogarvi fra le più nobili
dame d'Italia.
Sigelgaita esce, e l'abate, dopo alquanto di silenzio, rivoltosi a
Roberto dimanda:
--Non vorreste, monsignore, accordarmi adesso l'onore di favellarvi
breve tratto in segreto?
--Sì bene, risponde Roberto; traetevi altrove, signori--e tu altresì,
Boemondo, col molto riverendo padre che accompagna l'abate.
Boemondo ed Alberada si ritirano allora in uno scompartimento della
tenda, attiguo a quello dove Ugone e Roberto dovevano favellare--e non
saprei dirvi quanto Alberada ne fosse contenta. Dappoichè, quivi
giunta, si gitta indietro il cappuccio di un tratto, e toltosi in
grembo Boemondo, prende a coprirlo di baci e di lagrime gridando,
affogata dai singhiozzi:
--Io sono tua madre, Boemondo, io sono la sfortunata Alberada.